PPP e il “Vangelo”. Intervista a padre Virgilio Fantuzzi

Esattamente cinquant’anni fa, ai primi di aprile del 1963, ebbero inizio le riprese del film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Nell’imminenza del cinquantesimo anniversario dell’uscita della pellicola nelle sale (l’anno successivo, 1964), Angela Felice, direttrice del Centro studi Pasolini di Casarsa della Delizia (Pordenone), ha invitato in Friuli Enrique Irazoqui, che nel film di Pasolini ricoprì il ruolo più importante, quello di Cristo. L’occasione è stata la presentazione a Casarsa il 5 aprile 2013 di un documentario di Valeria Patané, dal titolo Album, girato l’anno scorso a Cadaqués, il piccolo centro sulla Costa Brava dove ora Irazoqui abita con la moglie. La regista ha filmato l’incontro, mezzo secolo dopo, tra Enrique, che all’epoca del film aveva 19 anni, e Giacomo Morante (nipote della scrittrice Elsa), che nel 1963, all’età di 15 anni, ebbe nel film la parte dell’apostolo Giovanni. Alla sera, presso CinemaZero di Pordenone, è stato poi proiettato Il Vangelo secondo Matteo.
Tra gli esperti che hanno preso parte all’evento, il gesuita padre Virgilio Fantuzzi, mantovano, classe 1937, critico cinematografico di “Civiltà Cattolica”, già docente di Analisi del linguaggio cinematografico presso la Pontificia Università Gregoriana, il quale è stato molto vicino a Pasolini. Parliamo con lui dell’autore friulano e del suo Vangelo secondo Matteo, un film dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, che rimane a giudizio di molti il più bel film mai girato sulla vita di Cristo, ma che all’epoca destò più di una polemica. Pur in una fase storica, quella del centro-sinistra, che vedeva l’avvicinamento di comunisti e cattolici, la scelta pasoliniana di affrontare la narrazione della vita di Cristo suscitò sospetti e malumori sia presso l’intellighenzia del Pci (che accusò Pasolini di ambiguità ideologica e di misticismo) sia nell’ambito del cattolicesimo più conservatore (che non apprezzava il trattamento del soggetto sacro da parte di un autore lontano dalla Chiesa). Mentre – va ricordato – l’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) gli assegnerà il proprio riconoscimento alla Mostra del Cinema di Venezia.

Padre Fantuzzi, in quali aspetti, in particolare, risiedono le ragioni della bellezza del Vangelo secondo Matteo di Pasolini?
“Si tratta di un film unico nel suo genere per più di un motivo. Innanzitutto la fedeltà filologica al testo biblico. Nella miriade di film girati su Gesù, spesso troviamo opere che scadono facilmente in un certo manierismo, nell’oleografia e nell’agiografia. Invece Pasolini ha puntato tutto sull’essenzialità, un’asciuttezza stilistica che si pone nella scia delle sacre rappresentazioni popolari, in cui l’altro protagonista, accanto a Cristo, è il popolo cristiano, la coralità dei fedeli. Pasolini instaura, inoltre, un rapporto fecondo con la tradizione iconografica dell’arte religiosa, un rapporto sottolineato e amplificato dalla scelta delle musiche, Bach soprattutto, per la colonna sonora”.

Come si è posto personalmente Pasolini di fronte al soggetto sacro?
“Pasolini ripeteva di essere ateo, ma il livello raggiunto dal suo film non si spiega senza una profonda partecipazione emotiva al tema. A me sembra che è come se Pasolini si fosse identificato, a un certo grado, con il testo stesso del Vangelo di Matteo, che egli ha tradotto in immagini, in quello che chiamava ‘cinema di poesia’”.

 Che effetto le fa rivederlo oggi, cinquant’anni dopo?
“Quando lo vidi la prima volta, nel 1964, da seminarista, fu per me una sorpresa. Nel corso degli anni ogni volta che l’ho rivisto, questa sorpresa non è diminuita”.

Lei ha frequentato a lungo Pasolini. Come l’ha incontrato?
“L’ho incontrato per la prima volta nel 1965. Allora ero un giovane studente di teologia, ero entrato nella Compagnia di Gesù 10 anni prima e incominciavo a interessarmi di cinema. Avendo visto Il Vangelo secondo Matteo, c’era qualcosa che non mi tornava: Pasolini infatti si definiva ateo e materialista, mentre io da quella pellicola avevo ricevuto una forte impressione a livello non solo artistico ma anche spirituale. Così mi feci presentare a Pasolini e iniziò una serie di incontri in cui parlavamo di letteratura, di cinema, ma anche di religione”.

Che tipo di religiosità era la sua?
“La prima cosa che devo riconoscere è il fatto che egli dimostrò sempre una grande solidarietà nei confronti della mia vocazione religiosa. Quelli erano gli anni del post Concilio, in cui si verificò un vertiginoso calo delle vocazioni, oltre alla fuoriuscita di seminaristi e anche sacerdoti. Il ’68 fece il resto. Presso noi religiosi si sentiva parlare spesso di ‘crisi di identità’. Ebbene, su questi argomenti Pasolini con me non ebbe mai una parola meno che delicata. Anzi, potrei dire che alla mia vocazione religiosa ha giovato più la frequentazione di Pasolini che certe lezioni accademiche alla Gregoriana. Nei confronti di papa Paolo VI nutriva sentimenti di rispetto e simpatia. Nella sua opera, del resto, non mancano i segni di un forte senso del sacro, di un umanesimo cristiano che era stato una componente fondamentale nella sua educazione. La sua religiosità si esprimeva anche nella vita. Era una persona estremamente generosa, che senz’altro ha donato più di quanto abbia ricevuto”.