A Ciampino il docufilm “La rabbia” di Pasolini-Guareschi

Venerdì 15 aprile 2016, alle ore 17.30, nella Sala Consiliare del Comune di Ciampino, in via IV novembre, per il progetto “Pasolini: i bagliori del secolo breve”, sarà proiettato il film documentario La rabbia (1963), diretto per la prima parte da Pier Paolo Pasolini e per la seconda parte da Giovannino Guareschi.
L’iniziativa, promossa dall’Archivio Pasolini di Ciampino, vedrà la partecipazione del sindaco Giovanni Terzulli e del responsabile dell’Archivio Enzo Lavagnini, mentre il film sarà introdotto da Tommaso Maria Lazzari, dell’Associazione Microcosmi onlus.

"La rabbia". Manifesto
“La rabbia”. Manifesto

Nel 1962, su “Vie nuove”, in risposta ad un lettore, Pasolini  intervenne direttamente sull’opera che stava progettando, illustrandone modalità e intenzioni.

È un film – scrisse – tratto da materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale cioè di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico, ora estinto). Un’opera giornalistica, dunque, più che creativa. Un saggio più che un racconto. Per dargliene un’idea più precisa, le accludo il “trattamento” del lavoro: le solite cinque paginette che il produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente marxista, nell’impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e dall’altra parte una certa goffaggine estetica (il film sarà molto più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto non si deduca da queste affrettate righe).

La rabbia

Cosa è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come “normale”, privo della eccitazione e dell’emozione degli anni di emergenza. L’uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica. Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l’Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore è “scomparso”: l’Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.

(Pier Paolo Pasolini, risposta ad un lettore, sul n. 38 del 20 settembre 1962 della rivista “Vie nuove”, ora in Le belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma, pp. 190-191).