A Bologna, Villa Aldini, una location di “Salò”

Villa Aldini. Bologna

Tra le location di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pasolini,  vi fu anche Villa Aldini, maestoso edificio neo-classico posto sulle colline di Bologna. Alla pellicola, glaciale metafora dell’anarchia del potere, “Pagine corsare” dedica molte analisi, a partire da due commenti curati da  Angela Molteni e Massimiliano Valente che qui sono ripubblicati.

Salò o le 120 giornate di Sodoma

Il film. Un riassunto
 Il film segue la falsariga del romanzo del Marchese de Sade, attraverso la ripetizione infinita del numero magico 4. Quattro “Signori”, rappresentanti di tutti i Poteri, il Duca (quello nobiliare), il Monsignore (quello ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della corte d’Appello (quello giudiziario) e il Presidente Durcet (quello economico), si riuniscono in una villa assieme a quattro Megere, ex meretrici, e a una schiera di giovani ragazzi e ragazze, catturati tra i figli dei partigiani, o partigiani essi stessi, in una sontuosa e cadente villa, isolata dal mondo dal presidio dei soldati Repubblichini e delle SS. Nella villa, per centoventi giorni, sarà vigente per tutti un regolamento sottoscritto dai quattro Signori, con il quale essi sono autorizzati a disporre indiscriminatamente e liberamente della vita delle loro giovani vittime, le quali dovranno tenere un comportamento di assoluta obbedienza nei confronti dei Signori e delle loro regole. Ogni insubordinazione o pratica religiosa verranno punite con la morte.
Le giornate si svolgono attraverso una struttura infernale dantesca, che corrisponde alle quattro parti (un Antinferno e tre Gironi) in cui è diviso il film. Le tre Megere, nella mansione di narratrici, hanno il compito di raccontare le proprie perversioni sessuali nella cosiddetta Sala delle Orge, con lo scopo di eccitare i Signori e contemporaneamente di “educare” i ragazzi alla soddisfazione dei loro appetiti sessuali. Le narratrici sono accompagnate al pianoforte da una quarta donna, che ha il compito di estetizzare ulteriormente il loro racconto crudo, pornografico e compiaciuto.
L’Antinferno mostra la sottoscrizione delle regole da parte dei quattro Signori, il loro patto di sangue (ognuno sposa la figlia dell’altro), la cattura dei giovani repubblichini di leva da parte delle SS e infine la caccia delle vittime da parte dei repubblichini. Le vittime vengono tradotte poi nell’enorme villa della Padana, fuori Salò, selezionate e irreggimentate dai Signori e dai loro orribili galoppini. I giovani subalterni, maschi e femmine, si dividono così in quattro gruppi: le vittime, i soldati, i collaborazionisti, la servitù.
Il primo girone è il “Girone delle Manie”. In esso, guidati dalla Signora Vaccari, i Signori esercitano una serie di sevizie sui corpi nudi o vestiti degli adolescenti, aiutati e rinforzati dai fedeli repubblichini. Tra le molte sevizie, primeggia quella di farli mangiare a quattro zampe, nudi, latranti come dei cani, degli scampoli di cibo gettati in terra o nelle ciotole, quando alcuni di questi bocconi di cibo sono riempiti, a sorpresa, di chiodi.
Il “Girone della Merda”, dalla denominazione fin troppo esplicita, sotto la guida della Signora Maggi, si svolge tutto all’insegna dell’analità o, meglio, dell’oroanalità, dal momento in cui alle sempre più fitte chiacchiere erudite dei Signori (che citano a memoria Klossowski, Baudelaire, Proust e Nietzsche) si aggiunge la scatofagia, coronamento metaforico del film, per cui tutti sono letteralmente obbligati a cibarsi della propria merda, appositamente raccolta durante il giorno.
Il “Girone del Sangue” mostra l’apice delle efferatezze del film: qui i Signori, dopo aver costretto ognuno dei ragazzi a trasformarsi in delatore nei confronti delle infrazioni altrui, prescelgono le vittime designate allo strazio e accettano i peggiori come collaborazionisti. In seguito, in un’orgia progressiva di torture, amputazioni e varie uccisioni rituali, i Signori, aiutati dai loro vecchi e nuovi collaboratori, si prodigano in balletti isterici e atti sessuali necrofili sulle vittime, portando all’apoteosi il loro sentimento di disprezzo reciproco e del mondo.
Il film ha poi, non preannunciato, un Epilogo. Nel mezzo dell’immane carneficina, due giovanissimi collaborazionisti, annoiati e assuefatti, cambiano canale alla radio d’epoca che trasmette i Carmina Burana di Orff, e improvvisano maldestramente, sulla canzonetta degli anni Quaranta Son tanto triste, motivo conduttore del film, qualche passo di valzer, pronunciando questo dialogo: «Sai ballare?». «No». «Dai, proviamo. Proviamo un po’…». «Come si chiama la tua ragazza?». «Margherita».
(S. Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro-l’Unità, Milano 1995, pp.151-152)

"Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975)

“Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975)

Due schede
I. Scheda a cura di Angela Molteni

Un commento a questo film richiede una premessa sia pure breve ma essenziale, poiché un elemento drammatico, dal quale non è possibile prescindere, ne segna il cammino: la tragica morte di Pasolini avvenuta prima che il montaggio fosse compiuto. È chiaro che tutte le critiche che si rovesciarono sul film non trovarono più il principale interlocutore. Sul film, però, nel corso della sua lavorazione, Pasolini ebbe modo di esprimersi in svariate circostanze. Saranno quindi in primo luogo i suoi scritti, le sue interviste o alcuni commenti di critici particolarmente acuti che ci permetteranno di comprendere più chiaramente i contenuti, i significati e i messaggi dell’ultimo film del regista. Occorre però tracciare, almeno per sommi capi, alcuni punti fondanti che presiedono alla realizzazione del film.
Dopo Il fiore delle Mille e una notte, Pasolini aveva in mente la realizzazione di alcuni altri progetti cinematografici, tra cui un film su San Paolo, che si sarebbe dovuto intitolare Bestemmia:
«è una reazione: ho sempre fatto film col sole … adesso farò un film tutto di pioggia». E ancora « Evidentemente, questa mia violenza contro la Chiesa è profondamente religiosa, in quanto accuso san Paolo di aver fondato una Chiesa anziché una religione. Io non rivivo il mito di san Paolo, lo distruggo».
(citazioni in Nico Naldini, Pasolini, una vita, ried. Tamellini, Verona 2014, p.460)
Un altro progetto aveva come tema l’Ideologia:
«Una cometa (l’Ideologia) trascina dietro a sé un Re Magio [Pasolini prevedeva per questo ruolo l’interpretazione di Eduardo De Filippo], il quale, seguendola, viaggia a lungo, facendo dunque esperienza dell’intera realtà». (Il mio lungo viaggio, “Tempo”, 31 maggio 1974)
Si veda a questo proposito la lettera sotto riportata del 24 settembre 1975 con la quale Pasolini – dopo aver girato Salò – proponeva a Eduardo di fare il film, che si sarebbe chiamato Porno-Teo-Kolossal.

 Roma, 24 settembre 1975
Caro Eduardo,
eccoti finalmente per iscritto il film di cui ormai da anni ti parlo. In sostanza c’è tutto. Mancano i dialoghi, ancora provvisori, perché conto molto sulla tua collaborazione, anche magari improvvisata mentre giriamo. Epifanio lo affido completamente a te: aprioristicamente, per partito preso, per scelta. Epifanio sei tu. Il “tu” del sogno, apparentemente idealizzato, in effetti reale.
Ho detto che il testo è per iscritto. In realtà non è così. Infatti l’ho dettato al registratore (per la prima volta in vita mia). Resta perciò, almeno linguisticamente, orale. Ti accorgerai subito infatti, leggendo, di una certa sua aria un po’ plumbea, ripetitiva, pedante. Passaci sopra. Mi era impossibile – per ragioni pratiche – fare altrimenti.
Io stesso l’ho letto per intero oggi – poco fa – per la prima volta. E sono rimasto traumatizzato: sconvolto per il suo impegno “ideologico”, appunto, da “poema”, e schiacciato dalla sua mole organizzativa.
Spero, con tutta la mia passione, non solo che il film ti piaccia e che tu accetti di farlo: ma che mi aiuti e m’incoraggi ad affrontare una simile impresa. Ti abbraccio con affetto, tuo  Pier Paolo

Nel 1974, dopo la vittoria (12 maggio) dei “no” al referendum sull’abrogazione del divorzio (un no che aveva ricevuto una tiepida adesione da parte del Partito comunista italiano, preoccupato soprattutto che questa contesa sul divorzio potesse turbare i sentimenti religiosi degli italiani), Pasolini pubblica sul “Corriere della Sera” l’articolo Gli italiani non sono più quelli (poi in Scritti corsari, Garzanti 1975, ora in Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999) con il titolo 10 giugno 1974. Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, ampliato poi da un altro articolo dell’11 luglio 1974).

L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi “diverso”. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.

Rispetto a questo scritto vi fu una vivace reazione dei comunisti e si accese una dura polemica prima con Maurizio Ferrara, poi con Italo Calvino e Franco Ferrarotti; Pasolini inviò una lettera aperta a Calvino, pubblicata sul “Corriere della Sera” alla quale replicarono, oltre allo stesso Calvino, Alberto Moravia, Franco Fortini, Umberto Eco, Giorgio Bocca e Natalia Ginzburg.

Pier Paolo Pasolini al tempo di "Salò" (1975)

Pier Paolo Pasolini al tempo di “Salò” (1975)

Questi sono gli stati d’animo, questo il clima generale, questo il quadro che fanno da sfondo alla decisione di Pasolini di appropriarsi di un progetto che Sergio Citti stava esaminando. Citti pensava, infatti, di produrre una sceneggiatura dalle 120 giornate di Sodoma di Sade. Pasolini fa proprio il progetto (Sergio Citti, con Pupi Avati, sarà poi collaboratore alla sceneggiatura), sviluppa l’idea che sorregge il romanzo di Sade del “piacere” della violenza, delle sevizie, della perversione sessuale, e traspone l’originaria ambientazione settecentesca nella repubblica di Salò del 1944. Questa una sua dichiarazione:

L’idea mi è venuta da Le centoventi giornate di Sodoma, questa specie di sacra rappresentazione mostruosa, al limite della legalità. Mi sono accorto tra l’altro che Sade, scrivendo pensava sicuramente a Dante. Così ho cominciato a ristrutturare il libro in tre bolge dantesche [in effetti il film sarà strutturato in un antinferno e tre gironi]. Ma l’idea di sacra rappresentazione peccava di estetismo, occorreva riempirla di immagini e contenuti. Quattro nazifascisti fanno dei rastrellamenti; il castello di Sade dove portano i prigionieri, è un piccolo campione di lager. Mi interessava vedere come agisce il potere dissociandosi dall’umanità e trasformandola in oggetto».
Occorre infine tener conto, nel formulare o nel proporre conclusioni sull’ultima opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, di quella che è una filosofia di fondo, riferita al cinema, del pensiero pasoliniano:
«A mio parere, il cinema è sostanzialmente e naturalmente poetico […] perché ha il carattere del sogno, perché è vicino ai sogni, perché una sequenza cinematografica è la sequenza cinematografica di un ricordo o di un sogno e non solo questo, ma le cose in se stesse sono profondamente poetiche: un albero fotografato è poetico, un volto umano fotografato è poetico, perché la fisicità è poetica in sé, perché è un’apparizione, piena di mistero, piena di ambiguità […].  Il cinema di poesia è il cinema che adotta una particolare tecnica, proprio come un poeta adotta una particolare tecnica per scrivere versi. Se si apre un libro di poesie, si riconosce immediatamente lo stile, il modo di rimare e tutto il resto: si vede la lingua come strumento, si contano le sillabe di un verso. L’equivalente di quello che si vede in un testo poetico lo si ritrova in un testo cinematografico, attraverso gli stilemi, ossia attraverso i movimenti di macchina e il montaggio. Per cui fare un film è essere poeti.

A metà febbraio 1975 iniziano le riprese di Salò nelle campagne intorno a Mantova. Il 25 marzo, in una autointervista sul “Corriere della Sera” Pasolini tra l’altro scrive:

Il sesso in Salò è una rappresentazione, o metafora, di questa situazione: questa che viviamo in questi anni: il sesso come obbligo e bruttezza. […]  Oltre che la metafora del rapporto sessuale (obbligatorio e brutto) che la tolleranza del potere consumistico ci fa vivere in questi anni, tutto il sesso che c’è in Salò (e ce n’è in quantità enorme) è anche la metafora del rapporto del potere con coloro che gli sono sottoposti. In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile. […]
[Le mie Centoventi giornate di Sodoma si svolgono a Salò nel 1944], e a Marzabotto. Ho preso a simbolo di quel potere che trasforma gli individui in oggetti […] il potere fascista e nella fattispecie il potere repubblichino. Ma, appunto, si tratta di un simbolo. […] In realtà lascio a tutto il film un ampio margine bianco, che dilata quel potere arcaico, preso a simbolo di tutto il potere, e abbordabili alla immaginazione tutte le sue possibili forme. […]
Nel potere – in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro gli sfruttati. […] I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere dei regolamenti e regolarmente applicarli. (“Corriere della Sera”, 25 marzo 1975)

Pasolini ha concepito questo film, dunque, in un momento storico in cui percepiva lucidamente, attraverso tutto ciò che stava accadendo attorno a lui (la violenza, la corruzione, la caduta verticale dei valori, l’imposizione di miti consumistici, l’omologazione sociale e culturale) il grado di sfacelo di un intero paese e il crimine di un potere “tritacoscienze” che agiva – e agisce – in nome di una democrazia solo nominalmente, formalmente tale, una situazione di cui una parte di noi italiani avrebbe cominciato a prendere coscienza solamente sul finire degli anni Ottanta.
È interessante osservare come alcuni intellettuali abbiano percepito e commentato i contenuti dell’ultima opera cinematografica pasoliniana.
Nell’esame di Enzo Siciliano, per esempio, vi sono due riflessioni particolarmente interessanti: quella sull'”estraneazione teatrale” di scuola brechtiana e quella di una serie di brutalità orrende – radicali e totali – che i nazifascisti della Repubblica di Salò avrebbero potuto credibilmente compiere.  Torturare e uccidere, anche attraverso rivoltanti perversioni sessuali, era per i carnefici nazifascisti una possibilità concreta e non un frutto della “invenzione”, o delle “fantasie distorte” di Pasolini . Ma vediamo ciò che dice tra l’altro Enzo Siciliano:

Salò o le centoventi giornate di Sodoma è una sorta di saggio critico per immagini. Tema del saggio, nel quale il romanzo postumo di Sade viene assunto come provocazione intellettuale, è la mentalità concentrazionaria nazifascista, istigatrice di violenza. Ma suoi temi sono anche la trasgressione e la morte. […] Sade mette in bocca ai propri personaggi discorsi di incontinente verbosità e narrazioni di una programmatica astrattezza. Ebbene, tanto spreco di parole e discorsi ha un fine preciso: ridurre l’azione romanzesca a rito e a emblema.
In Salò, ritualismo e emblematicità sadiani filtrano interi. I personaggi di Les 120 journées de Sodome interpretano, sulla pagina scritta, le proprie azioni al modo degli attori, non coincidendo mai con esse. Si verifica così un calcolato scollamento fra ciò che dicono e ciò che fanno. Pasolini punta deliberatamente a questo scollamento, a questa “estraneazione teatrale”, di cui Brecht è stato il teorico.
Salò, film “brechtiano”, film “critico”, film ritualistico, si apre con immagini di campagna padana: i nazifascisti vi compiono razzia di giovani. […] la cerimonia avrà inizio una volta che la razzia è accuratamente ultimata. […]  Il potere è anarchia, dice Pasolini: il potere vuole abolire la storia e sopraffare la natura. Storia e natura possono essere abolite e sopraffatte attraverso il sesso.
La cronaca dei fatti umani suggerisce che durante la Repubblica di Salò, col dominio dei nazisti, una tale sopraffazione, radicale e totale, avrebbe potuto compiersi. Ecco, quindi, nel film, sotto il suggerimento di Sade, rendersi esplicita la metafora di quella apocalisse. (E. Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano 1979, p. 382)

Pasolini sul set di "Salò" (1975)

Pasolini sul set di “Salò” (1975)

Il drammaturgo e critico Serafino Murri (Pier Paolo Pasolini, cit., pp. 154-155), pone l’accento su diversi aspetti del film e su alcune traversie che ne hanno caratterizzato la lavorazione. E’ una sua considerazione che, in particolare, ha richiamato la mia attenzione: «Ciò che è certo, è che Pasolini, pur mettendo in conto la sua morte, non aveva alcuna intenzione di fermarsi». È noto, infatti, che Pasolini era già stato oggetto di aggressioni, di minacce, e che era letteralmente “accerchiato” da una sorda ostilità: è possibile che in più d’una occasione abbia anche temuto per la sua vita. Ma a fronte di una persona che dice di se stessa, come egli fece, dopo Salò, «un nuovo regista. Pronto per un mondo moderno», è priva di fondamento un’ipotesi che insinui che “sia andato volontariamente in cerca di qualcuno che lo suicidasse”. Ed ecco uno stralcio delle riflessioni di Murri:

Salò è di certo un film estremo, che risponde alla sfida della Tolleranza rappresentando tutto ciò che viene rimosso dall’immagine che la società dà di sé: la violenza e la perversione, reintegrate al finto candore televisivo di cui la nuova classe politica si fa scudo per imporre i suoi dettami, non possono che provocare indignazione e scandalo. Il film fu girato con difficoltà, tra le frequenti ribellioni degli attori, che cercavano di rifiutarsi di eseguire i gesti osceni e di pronunciare le battute in maniera così cruda ed esplicita come li aveva immaginati il regista. Ma Pasolini, durante la lavorazione, non ha mai smussato alcuna di queste punte, e ha cercato di rappresentare consapevolmente “il cuore della violenza” con una freddezza e una lucidità espressive quasi maniacali: “Se uno deve cadere a terra morto, glielo faccio ripetere mille volte finché sembra proprio un corpo che cade morto. Insomma, un punto di perfezione formale che mi serve per chiudere in una specie di involucro le cose terribili di De Sade, del fascismo”.
Pasolini non fece in tempo a vedereil suo film sul Potere montato. Quando Salò o le 120 giornate di Sodoma fu proiettato in anteprima al Festival di Parigi, il 22 novembre 1975, il regista era già morto da tre settimane.  Molti hanno interpretato la sua morte per assassinio come una sorta di “suicidio per procura”, un gesto volutamente provocato da un uomo stanco di vivere, che cercava il pericolo e l’autoannullamento. Altri, rifacendosi alla violenta escalation della sua polemica politica degli ultimi mesi (era giunto a sostenere che occorreva una nuova Norimberga per la Dc), hanno adombrato il sospetto di una morte “non casuale”, senza credere all’autonomia della colpevolezza di Giuseppe Pelosi, il ladruncolo minorenne che lo aveva ucciso. Ciò che è certo è che Pasolini, pur mettendo in conto la sua morte, non aveva alcuna intenzione di fermarsi.  Che Salò potesse essere soggetto a traversie giudiziarie che vanno dalla imputazione per oscenità a quella di corruzione di minori, durate a fasi alterne fino al 1978, era prevedibile; e che le reazioni nell’opinione pubblica non avrebbero potuto essere di tacitante indifferenza, era l’aperta ambizione del regista: «Questo film va talmente al di là dei limiti, che ciò che dicono sempre di me dovranno poi esprimerlo in altri termini. È un nuovo scatto. Un nuovo regista. Pronto per un mondo moderno», aveva detto Pasolini in una delle sue ultime interviste. Si preparava dunque, Pasolini, a dare battaglia all’indifferenza, a turbare l’inquietante “sdrammatizzazione” operata dal Potere, in quel mondo oltre la fine del mondo dipinto con Salò?.

Pasolini, infine, in una intervista, dichiarò: «Chi potrebbe dubitare della mia sincerità quando dico che il messaggio di Salò è la denuncia dell’anarchia del potere e dell’inesistenza della storia? Eppure così enunciato tale messaggio è sclerotico, menzognero, pretestuale, ipocrita, cioè logico della stessa logica che non trova affatto anarchico il potere, e che trova esistente la storia, anzi, pone ciò come un dovere. La parte del messaggio che pertiene al senso del film è immensamente più reale, perché include anche tutto ciò che l’autore non sa, cioè l’illimitatezza della sua stessa restrizione sociale storica. Ma tale parte del messaggio è imparlabile, non può che essere lasciata al silenzio e al testo».

"Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975)

“Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975)

II. Scheda a cura di Massimiliano Valente

Salò o le centoventi giornate di Sodoma è ispirato a Le 120 giornate di Sodoma di De Sade; è stato girato nel 1975 ed è l’ultimo film realizzato da Pasolini prima del suo assassinio all’Idroscalo di Ostia.
In questa pellicola, a differenza delle precedenti, Pasolini aspira alla perfezione tecnica e stilistica. Se il “cinema di poesia” lo ha spinto a richiedere il non professionismo agli attori professionisti, e a preferire attori presi dalla strada, in Salò ricerca il massimo del perfezionismo.
E’ un film, sostanzialmente, di scenografia, dove gli ambienti sono costituiti da stanze vuote, con pochissimi elementi, come per esempio la stanza del Cardinale, ove non c’è alcun quadro, alcun tappeto, nulla. Ciò che si ricava è un’ambientazione cupa, in un contesto freddissimo e raggelante. Il film è ambientato in una casale di campagna di Salò e il periodo è quello della Rsi, ma alcuni elementi scenografici sono ripresi da anni precedenti (1925). Pasolini, ripercorrendo le intenzioni di Sade, ha cercato di dare un carattere dantesco alla struttura del film dividendola in gironi proprio come il verticalismo teologico di Dante.
Con questo film Pasolini affronta il mondo moderno in una luce inedita rispetto alle esperienze del passato; c’è qui, una drammatica consapevolezza dell’orrore e dell’anarchia del potere, che egli si rifiuta di affrontare in modo realistico per rifuggire in una trasposizione metaforica. La metafora, quindi, rappresenta l’espediente grazie al quale il poeta-regista riesce a esprimere gli orrori perpetrati dal potere sul corpo umano: «la riduzione di questo a cosa, l’annullamento della personalità dell’uomo». Nulla, secondo la visione pasoliniana, è più anarchico del potere arbitrariamente spinto da esigenze puramente economiche che sfuggono ad un sentire comune.
«E’ un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler: li manipola trasformando le coscienze, cioè nel modo peggiore; istituendo dei nuovi valori alienanti e falsi, che sono i valori del consumo; avviene quello che Marx definisce il genocidio delle culture viventi, reali, precedenti».
Il potere, di per sé, è codificatore e rituale; la ripetitività del gesto sodomitico rappresenta, per la sua meccanicità, il paradigma che riassume questa terrificante imposizione del neocapitalismo.
Per il carnefice si pone, dunque, il problema della ripetitività dell’atto in riferimento alla morte, che lo porta a ricercare non una ma cento vittime, perché altrimenti non potrebbe ripetersi perdendo, in ultima analisi, il suo potere. Ma nel film c’è un’altra soluzione, ovvero fingere di ammazzare la vittima, ma in realtà non ucciderla affatto:«Il ritorno alla vita diventerebbe una variante perversa, essendo ormai il rito della morte consumato».
I carnefici di Salò, attraverso la manipolazione dei corpi assumono la potenza di dei in terra, cioè il loro modello è sempre Dio.

BLANGIS: Il gesto sodomitico è il più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana, il più ambiguo, per questo accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme sociali, è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro dell’atto generativo, ne è la totale derisione.
BLANGIS: Il gesto sodomita ha il grande vantaggio di poter essere ripetuto centinaia di volte. Come lei ben sa, Monsignore, la reiterazione è indispensabile perché il morto rinasca a livello della mostruosità.
BLANGIS: … noi tutti siamo d’accordo che il giorno del giudizio, Dio, rimprovererà i virtuosi in questi termini: “Allorché avete visto che sulla terra tutto era vizioso e criminale, perché vi siete persi sulla strada della virtù? Le perpetue sciagure che io, Dio, seminavo sull’universo, dovevano convincervi che io amavo unicamente il disordine e che per piacermi non era necessario farmi irritare, dato che ogni giorno io, Dio, vi davo esempio della distruzione; perché allora voi non distruggevate? Imbecilli, perché voi non distruggevate?’…
CURVAL: Dunque noi non riusciamo mai a liberarci del modello di Dio? La cosa comincia a preoccuparmi, dopo tutto, quando ognuno di noi fa dei corpi delle sue vittime ciò che vuole, egli non è che Dio in terra!
BLANGIS: Si tranquillizzi, Eccellenza, è vero che noi tendiamo a identificarci fatalmente in modo parossistico e un poco fasullo col presunto rappresentante dell’ordine, cioè con Dio, e ciò è seccante, ma dopo aver meditato a lungo sono giunto ad una conclusione liberatrice: basta sostituire la parola DIO con la parola POTERE, così tutto rientra perfettamente nel programma che ci siamo prefissi.
CURVAL: Ma Dio non equivale forse a potere?
BLANGIS: Sì, ma per coloro che credono che il potere sia appunto ordine.
CURVAL: Ma scusi, noi, non siamo forse la dimostrazione vivente di che è realmente il Potere? L’unica vera, grande, assoluta Anarchia, è quella del potere. Infatti noi, qualsiasi cosa ci venga in mente, la più folle ed inaudita, la più priva di senso, possiamo scriverla in questo quadernetto, ed essa diviene immediatamente legale; se poi saltasse in mente di cancellarla, essa diverrebbe immediatamente illegale. Le leggi del Potere, non fanno altro che sancire questo potere anarchico,… e ciò vale per qualsiasi potere.
CURVAL: La vostra idea è quella che si dice “un uovo di Colombo” e mi trova del tutto consenziente, quanto poi alle altre forme di potere, quelle così dette democratiche o tolleranti, non esiterei a rincarare la dose: infatti là dove tutto è proibito, in realtà si può fare tutto, mentre là dove si può fare qualche cosa, si può fare solo quel qualcosa”.  (Dialoghi estratti dalla sceneggiatura di Salò)

Pier Paolo Pasolini morì prima che il montaggio del film fosse ultimato (Salò tra l’altro fu sottoposto a numerosi sequestri che ne faranno slittare l’uscita nelle sale di alcuni anni; Pasolini subirà così l’ultimo processo da imputato seppur morto; il produttore Grimaldi verrà, in appello, prosciolto dalle accuse di “commercio di pubblicazioni oscene”).
E’ inquietante l’apparente preveggenza del film, che a differenza delle pellicole precedenti non lascia alcuna speranza. Può sembrare un testamento spirituale, questo di Salò, un estremo tentativo di denuncia della trasformazione antropologica italiana e degli abusi, giudiziari e morali, che subì il regista fino al giorno della sua morte. Ma in fondo non c’è soluzione di continuità con i precedenti film; con la spensierata Trilogia della vita (Decameron, I racconti di Cantebury, Il fiore delle Mille e una notte), rappresenta, semplicemente, l’inevitabile conclusione di una visione sociale e antropologica fatta dall’uomo-poeta, legato indissolubilmente al suo tempo e dal suo tempo ucciso.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)


dal romanzo di Sade Le centoventi giornate di Sodoma

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli; scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati
Consulente musicale Ennio Morricone
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi
Musiche a cura di Pier Paolo Pasolini
Aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli
Interpreti e personaggi Paolo Bonacelli (Il Duca Blangis); Uberto Paolo Quintavalle (il Presidente della Corte d’Appello); Giorgio Cataldi (il Vescovo, doppiato da Giorgio Caproni); Aldo Valletti (l Presidente Durcet, doppiato da Marco Bellocchio); Caterina Boratto (signora Castelli); Hélène Surgère (signora Vaccari, doppiata da Laura Betti); Elsa de’ Giorgi (signora Maggi); Sonia Saviange (virtuosa dì pianoforte). E inoltre: Sergio Fascetti, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Bruno Musso, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Faridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Henke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilanskij, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Erzi, Claudio Troccoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Ines Pellegrini.
Produzione PEA (Roma) / Les Productions Artistes Associés (Parigi)
Produttore Alberto Grimaldi
Pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina da ripresa Arriflex
Sviluppo e stampa Technicolor;sincronizzazione International Recording, Roma
Missaggio Fausto Ancillai
Distribuzione United Artists Europa
Riprese marzo-maggio 1975; teatri di posa Cinecittà(Roma); esterni Salò, Mantova, Gardelletta (Emilia), Bologna
Durata 116 minuti
Prima proiezione Festival di Parigi, 22 novembre 1975 

 

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