“Pasolini filosofo della libertà”, un libro di Franco Ricordi

Un nuovo libro di Franco Ricordi che nel saggio Pasolini filosofo della libertà  (Mimesis, 2013) offre un originale approccio speculativo al pensiero del poeta e lo inserisce tra gli autorevoli maitre à penser europei che riflettono sul prevalere dell’Apparire sull’Essere nella società contemporanea dello spettacolo e della televisione. Dopo una scheda editoriale del libro, una intervista all’autore apparsa in rete il 12 febbraio 2014.

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 Come disse Moravia al suo funerale, Pasolini fu probabilmente l’ultimo grande poeta (e profeta) italiano. Franco Ricordi, che in questo solco interpretativo lo avvicina a Dante, Foscolo e Leopardi, ne rileva insieme anche la forte autorità filosofica. Ma quella di Pasolini fu una saggistica intuitiva delle condizioni di verità e libertà in cui si trovava, e ancora si trova, il nostro paese.

Egli ha per primo denunciato il Potere dell’Apparire che, soprattutto a ridosso del fenomeno televisivo, si è imposto in maniera totalitaria e devastante al di sopra di ogni parte politica e ideologica. Più che mai vicino alle tesi di Heidegger, della Arendt e di Günther Anders, il suo pensiero poetico si sforza di recuperare quella “Parola” (e il suo Teatro si rivela essenziale viatico) che distingue in maniera categorica la diversità dell’essere dall’omologazione dell’apparire nella nostra epoca. Una lettura nuova, profonda, avvincente e più che mai necessaria al dramma dell’Italia che sempre più stiamo attraversando. Ma un “dramma”, quello dell’apparire e delle logiche banalizzanti dello spettacolo, che non teme di allargarsi al tessuto intero della globalizzazione, sempre più trama omicida di comode astrazioni, merci compensative, atomi slacciati e insulsi di una pseudo-conoscenza invasiva.

Lo aveva capito benissimo anche Guy Debord quando nel suo Panegirico (Castelvecchi, 2013) ricorda che bisogna battersi per il recupero di un’immagine autentica, che non sia né illogica né pleonastica, ovvero né basata su opposti appositamente gestiti nella loro ambigua vicinanza, né dispersiva e diseducativa. E lo ha capito anche molto bene il filosofo francese Pierre Macherey che in un saggio del 2013, lucido, sintetico, vibrante, dal titolo Il soggetto produttivo (Ombre Corte), ci ricorda come il moderno Capitale delle emozioni e delle cognizioni miri alla “malleabilità”, all’endiadi foucaultiana dell’”utilità” e della “docilità”, ovvero a una manipolazione profonda e originaria dei comportamenti, delle disposizioni dell’anima, dei tropismi e delle percezioni del mondo, prima ancora che il corpo dell’uomo, inteso nella sua muscolarità e fruizione fordista, serva alla diretta produzione e accumulazione di oggetti e ritrovati della tecnica.

Potentissimo lo stesso Pasolini, allora, quando in un’opera che sfugge alla sua bibliografia ufficiale, la Divina Mimesis, disse che “l’assenza di significato è già significato”: Ovvero, i dispositivi nullificanti del potere sono quelli più devastanti poiché ci privano della parola, della comunicazione e di quell’operazione fenomenologicamente primaria del dare senso alle cose e alle relazioni.

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Intervista su www.hounlibrointesta  / 12 febbraio 2014

La libertà ai nostri giorni ha una nuova forma. È libertà dall’apparire. Ce lo spiega Franco Ricordi, attore, regista e direttore artistico di teatro, nonché autore di numerosi saggi filosofici, che, da anni, porta avanti un’originale riflessione teoretica sul senso dell’Essere nel mondo contemporaneo.

Dopo aver dedicato uno studio approfondito a Shakespeare come filosofo dell’Essere, Franco Ricordi si è soffermato ad analizzare il decadimento esistenziale e il nichilismo prodotti dalla spettacolarità mediatica e ha scelto di confrontarsi con il pensiero di un intellettuale complesso e profetico come Pasolini.

Pasolini filosofo della libertà è un testo che ci riporta alle origini del totalitarismo televisivo, quando era ancora possibile avanzare delle critiche ai mezzi di comunicazione di massa, anche all’interno del sistema. Viene in mente la celebre intervista del ’71 di Enzo Biagi a Pasolini, mandata in onda dalla Rai solo nel ’75, poco dopo la morte del poeta. «Le parole che vengono dalla televisione cadono sempre dall’alto, anche le più vere». C’è un potere a cui gli spettatori sono soggetti, pur senza volerlo. «Parlare dal video è sempre parlare ex cathedra». La televisione finge di essere democratica, ma impone i suoi valori, superflui e apparentemente innocui, in modo pervasivo e omologante.

Heidegger scriveva che la dimensione dell’autenticità è rara, e che l’Essere è travolto, per lo più, dall’orizzonte dispersivo della chiacchiera. Se dovessimo accostare il pensiero del filosofo tedesco a quello di Pasolini, come propone Franco Ricordi, diremmo che il nostro stare al mondo è diventato un Essere-spettatori; è come se l’Essere avesse ceduto il primato all’Apparire, a una rappresentazione artefatta e alienante di noi stessi.

Questa spettacolarità non è paragonabile alla teatralità, anzi è qualcosa di diametralmente opposto. In teatro un eroe come Amleto si confronta con la realtà dell’essere e del non-essere, come faceva Pasolini, che in una poesia dedicata alla morte scriveva: “tu mi isoli, mi dai la certezza della vita”,mentre lo spettacolo, finalizzato a se stesso, appiattisce ogni cosa, rendendo vana qualsiasi domanda esistenziale.

Essere o non essere? È il dubbio, l’inquietudine, l’essere-per-la-morte heideggeriano, che ci rende “attori-nel-mondo”, capaci di utilizzare i mezzi a nostra disposizione per agire, progettare e non restare succubi. Franco Ricordi, con la sua grande conoscenza del teatro, ci offre una concezione di libertà legata al “qui e ora” dell’atto performativo, inteso come tensione non risolta, dialogo con il mondo.

 Come ha messo in risalto nel suo libro, il nostro “non è un paese per poeti”. Perché l’Italia ha avuto sempre un rapporto conflittuale con i suoi poeti civili?

È un interrogativo che fa parte del libro stesso. Ho rapportato Pasolini ad altri poeti … Dante, Foscolo, Leopardi. Che abbiano subito tutti e quattro lo stesso destino di poeti banditi è una cosa che fa riflettere. Chi in un modo, chi nell’altro, sono stati emarginati. Forse se la sono anche cercata … Ma ne hanno sofferto. Questo non deve lasciarci indifferenti. Anche se altri autori come Montale e Petrarca sono stati ben accetti e non hanno patito la stessa sorte, non significa che il conflitto non esista. Purtroppo un certo tipo di omertà, di problematicità, in Italia, c’è sempre stata.

 Pasolini si era servito del sistema televisivo, per criticarne le logiche interne. C’è ancora spazio per le critiche, all’interno del sistema?

Penso che lui non abbia avuto eredi. Nessun altro, attraverso la televisione, che io non demonizzo, e che neanche lui demonizzava, perché ci andava … Nessuno ha assunto la stessa posizione critica nei confronti dell’assuefazione prodotta dal mezzo televisivo. Almeno, io non ho mai visto nessuno che abbia parlato in questo senso dopo Pasolini. Purtroppo si è avverato proprio quello che lui aveva intuito … Una dittatura della comunicazione. Penso che una critica al sistema sia possibile attraverso i libri. Scripta manent. Non è un caso che il libro sia sempre più isolato dalla comunicazione mediatica. Questo è un altro aspetto della dittatura dei media …

 Lei ha accostato il pensiero di Pasolini a quello di Heidegger. La nostra situazione politica ed esistenziale si è ridotta a quella di spettatori-nel-mondo. Come mai l’apparire è riuscito a sostituirsi all’Essere?

È uno dei temi principali della mia filosofia. Quello che Heidegger chiamava dittatura del “Si”, della medietà impersonale, si sta trasformando in un fenomeno ancora più grande. La dittatura esistenziale si sta trasferendo a livello politico: c’è un essere-spettatori al quale nessuno di noi si ribella più di tanto e c’è una dittatura della chiacchiera che supera tutto, un apparire per l’apparire, che è la condicio sine qua non della politica italiana. Una cosa che non ho scritto della politica italiana, ma che penso sia implicita, è che di quei dieci partiti che abbiamo, ormai, possiamo dire che ne sia rimasto uno solo: il partito dell’apparire, a cui s’inginocchiano tutti. Molti uomini politici s’inchinano solo a quello.

 Quali sono i presupposti di una comunicazione autentica, che non sia né retorica né moralistica?

Tutta la mia ricerca è fondata su una rivalutazione della parola, intesa anche teatralmente, ma non solo. La parola, in senso dialogico, trova, al di fuori dell’alienazione mediatica, un nuovo senso del qui e ora, dell’hic et nunc. Io credo che Pasolini avesse intuito l’importanza politica del teatro, che è una delle ultime spiagge a cui è approdato, in maniera diversa dal teatro politico tradizionale, di Brecht e di Fo. Ha fatto risalire la politicità del teatro all’Orestea di Eschilo: è lì che sono nate insieme la politica, il teatro e la filosofia stessa, ed è lì che dobbiamo ritornare se vogliamo contrapporci alla possibilità di un nuovo totalitarismo, non di tipo ideologico, ma che viene dalla spettacolarità. C’è una bella frase di Hannah Arendt, che cito nella copertina introduttiva del mio libro, che dice: “Il suddito ideale del regime totalitario è l’individuo per il quale il vero e il falso, la realtà e la finzione, non esistono più”.

  Shakespeare, come lei stesso lo ha definito nel suo libro, era un “filosofo dell’Essere”. Il teatro può aiutarci a comprendere le degenerazioni della spettacolarizzazione?

La drammaturgia occidentale, partendo dalla Grecia fino ai più grandi autori d’Europa, primo fra tutti Shakespeare, ruota intorno al continuo gioco tra essere e non essere, tra essere e apparire. Per questo dico che il sottotesto di fondo del teatro occidentale, la dialettica, ci aiuta nella ricognizione di questo problema, non solo teatrale ma filosofico, politico, etico ed estetico.

 La verità teatrale può restituirci quello che abbiamo perso? Può prometterci una catarsi nel senso aristotelico?

Penso proprio di sì, la catarsi è una nozione fondamentale, anche perché fa parte di una dimensione corporale dell’attore, che è stata messa in risalto da alcuni teorici molto importanti, da Artaud fino a Grotowski. La catarsi è, allo stesso tempo, drammaturgica e attoriale, ed è legata a una questione di spazio e di tempo. L’hic et nunc, a teatro, dipende dal fatto che la scena non è mai due volte la stessa, e che l’attore e lo spettatore si percepiscono l’un l’altro in un certo modo che è assolutamente irripetibile. Una volta mi è capitato che non avevo calcolato che ci fosse una risata, perché era un momento tragico, invece c’era, perché così doveva essere … Sotto sotto l’autore ci aveva messo un’ironia che io ho percepito solo nell’istante in cui andavo in scena. In teatro c’è ancora questa possibilità di relazione artistica e linguistica, come in nessun altro luogo. C’è qualcosa che accade, un evento direbbe Heidegger. Io l’ho sempre sentito come un fatto fisico, che prende nel corpo e nell’anima.

 Ha parlato del fallimento della rivoluzione del ’68, come di una falsa rivoluzione. Per le nuove generazioni, ci sono nuovi ideali, altre battaglie da combattere?

Ho parlato di una serie di movimenti: del ’68, del ’77, di Tangentopoli, di Berlusconi, di Grillo … Sono tutte finte rivoluzioni. Mi rendo conto di quanto sia difficile per i giovani di oggi, pur nell’entusiasmo della vita, trovarsi di fronte a un paese così congestionato. Ma penso che dobbiamo continuare ad avere fiducia in noi stessi, nell’Italia, in questa lingua bellissima che abbiamo, e ripartire dal nostro patrimonio culturale, che è componente essenziale della politica stessa. Bisogna partire da un nuovo atteggiamento. Il mio libro lo dedico ai giovani italiani.

 L’amore per la filosofia e quello per il teatro vanno di pari passo?

Assolutamente. Ero un ragazzino, avevo vent’anni e tutti nel mondo del teatro mi dicevano che ero un bravo giovane ma che ero introverso, tedioso: “sempre lì a pensare, a leggere libri”, invece nel mondo della filosofia dicevano: “ma quanto è estroverso”. Sembravo il giullare della situazione. Questo per farle capire quanto sia settoriale la società. E ora è lo stesso: nel mondo del teatro mi dicono che sono un grande filosofo e nel mondo della filosofia mi dicono che sono un grande regista di teatro. Io rimando semplicemente ai miei libri, finalizzati a una filosofia del dramma, dell’uomo come dramatis personae. Non bisogna essere vittime della settorialità

 [info_box title=”Franco Ricordi” image=”” animate=””]Nato nel 1958, si è imposto negli ultimi anni fra i maggiori saggisti italiani. Attore, regista e direttore artistico di teatro, laureato in filosofia nel 1983, ha elaborato un suggestivo e originale percorso teoretico. Fra i suoi libri ricordiamo Le mani sulla cultura (Gremese, 2008), Ideologia di Amleto (Liberal ed., 2010), Shakespeare filosofo dell’essere (Mimesis, 2011), Filosofia del bacio (Mimesis, 2012).[/info_box]