Sullo scaffale. “La pista Pasolini” di Pierre Adrian, ED – Enrico Damiani ed., 2017

Al recente Salone del Libro di Torino Filippo La Porta ha presentato l’edizione italiana del libro La piste Pasolini, che, con tradizione di A. Stocchi dall’originale francese uscito nel 2015 per Editeurs des Equateurs di Parigi, è ora leggibile per i tipi di ED-Enrico Damiani con il titolo omonimo di La pista Pasolini. Ne è autore un giovane francese oggi di appena 23 anni, Pierre Adrian, che nel 2015 ha percorso l’Italia da Nord a Sud, da Casarsa a Roma,  per un suo tour personale sulle tracce di Pasolini. Non si tratta di un reportage di viaggio e nemmeno di un’esaltata identificazione con l’autore amato. Adrian, nel dialogo a distanza con il “padre” Pasolini e nel contatto con i luoghi e le persone che ne recano la pallida testimonianza, cerca anche se stesso in quello che è un percorso di iniziazione alla vita  e alle sue disillusioni. Su questo libro, pubblichiamo la scheda predisposta dalla casa editrice italiana e un’analisi uscita nel 2015 per il volume originale, a firma di Vito Amoruso, dapprima su “La Gazzetta del Mezzogiorno” e poi sul sito www.minimaetmoralia.it.

"La pista Pasolini" di Pierre Adrian. Ed. italiana
“La pista Pasolini” di Pierre Adrian, edizione  italiana

Un francese di 23 anni viene in Italia per un pellegrinaggio – “suole di vento”, come si disse di Rimbaud (anche se usa il treno e l’auto) -, sulle tracce dell’amato Pasolini, per cercare un “contatto carnale” con lui. Si identifica in modo viscerale con le sue vicende, con la sua opera, con la sua tormentata biografia, perfino con la sua voce vibrante di “profonda generosità”. Visita i luoghi pasoliniani, tra il “corpo nudo” del Friuli in inverno e Roma, piena di vento e aranci (dove a San Lorenzo ritrova nelle scritte murali e tra la gente uno spirito “militante”), si mette a parlare con i suoi amici e i suoi ex collaboratori, a frequentare gli stessi bar e ristoranti, a scoprire il magistero di Gramsci (da Pasolini celebrato e oggi dimenticato), spinto dal desiderio di toccare lo scrittore da vicino, di afferrare il mistero della sua poesia e del suo amore scandaloso, contraddittorio per la vita. Ne nasce un memoir, un reportage dell’anima intrecciato con le parole stesse di Pasolini, il racconto poetico e personalissimo di un adolescente che riconosce in Pasolini un maestro, e cioè l’intellettuale che gli ha insegnato sia a sconsacrare i luoghi comuni del conformismo benpensante sia a custodire la sacralità e i sentimenti.

Pierre Adrian
“La piste Pasolini”, edizione francese, e Pierre Adrian

“La piste Pasolini” di Pierre Adrian
di Vito Amoruso

www.minimaetmoralia.it – 9 dicembre 2015

«Lavoro tutto il giorno come un monaco/ e la notte in giro, come un gattaccio/ in cerca d’amore. Farò proposta/ alla Curia d’esser fatto santo./ Rispondo infatti alla mistificazione/ con la mitezza. Guardo con l’occhio /d’una immagine gli addetti al linciaggio. /Osservo me stesso massacrato col sereno/ coraggio di uno scienziato. Sembro/ provare odio, e invece scrivo/ dei versi pieni di puntuale amore».
Sono versi, datati 21 luglio 1962, tratti da Poesia in forma di rosa (1964), uno dei più sperimentali libri di poesie che Pasolini abbia scritto.
In essi risplende una delle qualità che a me sono sempre parse la cifra profonda, e il timbro inconfondibile della sua voce di poeta: una innata grazia congiunta a una disperata vitalità, vissute come un destino accettato, perseguito fino ai suoi estremi confini, ma dalla distanza, qui amaramente ironica, di uno sguardo che – esprimendolo – lo domina.
Sono tutte qualità proprie di un classico, proprie del più grande poeta del nostro secondo Novecento. Ma niente di quella grazia sarebbe davvero percepibile se nello stesso tempo non si sottolineasse quanto, nell’inesausto sperimentare, Pasolini sia tutto dentro una tradizione letteraria italiana prenovecentesca, passione profonda concretamente espressa dalla ripresa dell’endecasillabo, della rima, delle terzine, delle strofe di novenari, come negli undici poemetti di Le ceneri di Gramsci (1957).
Del resto, in alcuni saggi raccolti in Passione e ideologia (1960) e nell’ispirazione stessa all’origine della rivista “Officina, il bimestrale da lui fondato nel 1955 con Leonetti e Roversi, Pasolini programmaticamente redige una sorta di manifesto anticrociano e antiermetico, al tempo davvero inedito e sorprendente.
Alla lingua elettiva, aulicamente illustre della poesia pura, Pasolini polemicamente oppone la «prosa» linguistica di Pascoli, le infinite variazioni espressive della sua «umile Italia», dentro l’eco lontana del sermo humilis di dantesca memoria.
Ma non solo: la scelta di una poesia civile, che sia cioè anche intervento sul reale e non appagata auscultazione lirica di sé, si riappropria a tal fine anche dell’alto pathos retorico dei Sepolcri foscoliani (1807).
Di qui, infine, il «recitativo» profetico, la sensibilità pittorica e caravaggesca, tutti intrecciati in un folgorante corto circuito con la lezione del più visionario poeta maudit, Rimbaud.
Le radici vere del Pasolini profeta, dello scrittore corsaro, del processo alla Democrazia Cristiana, della denuncia della corruzione, dell’omologazione culturale e della mutazione antropologica, sono da rintracciare qui, in questo «prima», in questo amore insieme viscerale e culto per il perduto mondo di ieri.
La mattanza della sua morte, il come e perché che certamente non sono quelli del tutto inverosimili finora indicati, hanno contribuito a conservarne simbolicamente la statura tragica, lo «scandalo» di testimone e di vittima, col rischio, occorre riconoscerlo, di trasformare la sua presenza in una icona pop. È un rischio che ha in modo ammirevole evitato Pierre Adrian, in una narrazione che è a un tempo inchiesta sul campo e singolare romanzo di formazione, pubblicata lo scorso giugno, La piste Pasolini ( Editeurs des Equateurs, Parigi, 2015).
Adrian, poco più che ventenne, ha intrapreso un viaggio in Italia alla ricerca delle tracce superstiti, nella realtà e nella memoria, di un suo maestro e «padre» intellettuale. Ripercorre perciò i luoghi della sua vita: l’Idroscalo di Ostia, scenario orrendo e squallido del suo assassinio, le periferie romane dei suoi ragazzi di vita, e poi la Casarsa della sua infanzia e adolescenza friulana, e infine gli incontri con amici e parenti.
Passo dopo passo, Pierre Adrian scava nelle contraddizioni e nelle ambiguità di un artista, nelle sue lacerazioni fra purezza e peccato, con la distanza e la passione che sole consentono di percepirne lezione e presenza, in una realtà che al contrario sembra averne cancellato ogni traccia e retaggio.
Resta la sua voce di poeta, la voce che, sin dalle sue origini, con la naturale grazia e il limpido timbro che le sono così proprie, governa il tumulto delle passioni, e per intero accetta le stimmate di una prescritta solitudine, come in questi versi dal Diario (1943- 1944):
«Forse la luna. Forse fuori/ voci di ragazzi che a file vanno in chiesa./ Ma la sera è più triste ed io non odo / null’altro ch’essa nella stanza vuota/ Essa, e la fine dei miei anni e il tempo/ di primavera che scende tutto in fiore,/ e mi lascia con volto di ragazzo/ fra questi campi e queste sere nuove».