Un “saggio grafico” su PPP a Matera, di Alessandro Manna e Giuseppe Palumbo

Enrique Irazoqui e Giacomo Morante con Pasolini sul set de "Il Vangelo secondo Matteo"

Sui Cahiers Européens de l’Imaginaire, una rivista di scienze umane e sociali pubblicata in Francia dalle edizioni del CNRS, è uscito di recente un “saggio grafico” avente per oggetto la presenza di Pasolini a Matera nell’estate del 1964, quando il regista effettuò nella città dei Sassi le riprese della Passione per il suo Vangelo secondo Matteo.
Autori del lavoro, che si intitola PPP jusqu’à la fin du monde, sono il ricercatore Alessandro Manna, per i testi, e l’illustratore Giuseppe Palumbo, per i disegni. Un intreccio di linguaggi, dunque, tra parola scritta e segno grafico, per restituire un percorso di ricerca basato sui documenti pasoliniani del primi anni Sessanta e inteso a mostrare in che modo Pasolini interrogasse il suo presente, tra la Rabbia e il Vangelo, tra crisi personale e cambiamenti del mondo. Il progetto, inoltre, è stato concepito più largamente nel quadro delle attività di “Action30”, un collettivo italo-francese attivo dal 2007, che ha la sua sede legale a Bari e raccoglie un gruppo di studiosi, fotografi, disegnatori, grafici e cineasti orientati a interpretare criticamente il presente a partire dall’analogia tra vecchi e nuovi fascismi, secondo un binomio di concetti di evidente ispirazione pasoliniana.

"L'uniforme e l'anima". Copertina

“L’uniforme e l’anima”. Copertina

L’interesse per Pasolini, peraltro, non è nuovo per lo studioso Alessandro Manna, che infatti, all’artista-pensatore italiano, ha già dedicato un capitolo del libro collettaneo L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, titolo anch’esso dichiaratamente pasoliniano, così come tutta l’idea di base della pubblicazione, uscita nel novembre 2009 per le edizioni di “Action30”.
Ringraziamo per la segnalazione i due autori, della cui biografia intellettuale e artistica riportiamo qui di seguito i dati essenziali.  Alessandro Manna, laureato in filosofia all’Università di Bari con una tesi sulla politica universitaria di Martin Heidegger, ha conseguito il Master “Dynamics of Health and Welfare” presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, in co-tutela con l’Universitat Autònoma de Barcelona. Attualmente svolge un dottorato di ricerca presso l’EHESS, nel quale si occupa principalmente di questioni concernenti la salute mentale e l’handicap.
Giuseppe Palumbo, invece,  comincia a pubblicare nel 1986, su riviste come “Frigidaire” e “Cyborg”, con le storie a fumetti di Ramarro, il primo supereroe masochista. Nel 1992 entra nello staff di “Martin Mystère” della Sergio Bonelli Editore e nel 2000 in quello di “Diabolik” della Astorina. Ha pubblicato in Giappone, Grecia, Spagna e Francia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Tomka, il gitano di Guernica, su testi di Massimo Carlotto, e Un sogno turco, su testi di Giancarlo De Cataldo, editi da Rizzoli. Dal 2005, la casa editrice Comma 22 di Bologna gli dedica una collana di volumi (Diario di un pazzo, adattamento di un racconto di Lu Xun; CUT Cataclisma, che raccoglie tutte le storie prodotte per la Kodansha; Tosca la mosca). Di recente ha editato Eternartemisia, scritto e disegnato nel 2008 per Palazzo Strozzi di Firenze.

"Action30". Immagine

“Action30”. Immagine

Info
“Action30” è un gruppo di ricercatori e artisti che indaga sulle nuove forme di razzismo e fascismo attraverso l’analogia con gli anni Trenta del secolo scorso. Alla ricerca di una via di fuga tra la trasmissione accademica del sapere e lo spettacolo come semplice entertainment, il collettivo sperimenta dal 2005 forme ibride di trasmissione e condivisione della cultura, intervenendo in ambiti diversi: produzione editoriale, realizzazione di mostre, performance, spettacoli, videoclip e cortometraggi, proposta di “situazioni didattiche” (conferenze, seminari, interventi in istituti scolastici e universitari, workshop).
“Blob-filosofia” è il termine coniato dal collettivo per indicare il suo stile di ricerca e la “tradizione” cui fa riferimento. Blob, che in inglese significa una massa priva di forma, è il nome della creatura informe e gelatinosa, giunta sulla Terra all’interno di un meteorite, protagonista di alcuni film dell’orrore. È anche il titolo di una trasmissione televisiva, in onda su Rai3 dal 1989. Montaggio di frammenti “rubati” nel flusso televisivo, questo programma permette di fare una scoperta, al tempo stesso, semplice e decisiva: quella che è ancora possibile porsi domande, ossia fare l’esperienza del pensiero, senza fuoriuscire dall’oceano mediatico in cui siamo immersi.
Con il termine blob-filosofia, il collettivo Action30 intende uno stile di ricerca, insieme critica e creativa (perciò bisogna parlare al tempo stesso di blob-arte), basato su un doppio gesto. In primo luogo, bisogna sospendere le gerarchie, facendo in modo che non esistano più oggetti, linguaggi o saperi dotati per principio di un “valore” superiore rispetto agli altri. In questo modo, tutto acquisterà lo stesso “diritto” a essere usato nella ricerca. Grazie a quest’operazione egualitaria o di livellamento, il tavolo da lavoro del ricercatore, come nel flatbed picture plane di Robert Rauschenberg, si riempie di una molteplicità eterogenea di “documenti” (nel senso della rivista “Documents” diretta da Georges Bataille), indifferentemente colti e pop, passati e attuali, che potranno essere mescolati e rimescolati a piacimento. Il secondo gesto consisterà appunto nella possibilità di operare, per associazione o per analogia, degli assemblaggi inediti di tali materiali: “montaggi” capaci di produrre shock e di elettrizzare il pensiero. Il blob si articola così con la filosofia: lo stupore che stimola la domanda e la riflessione. Il collegamento tra l’informe e la filosofia potrebbe lasciare perplessi. Quando tuttavia si svolge una ricerca, la molteplicità, l’eterogeneità, l’imprevedibilità del percorso e della scoperta sono condizioni, non solo favorevoli, ma persino auspicabili.
Oltre all’informe di Bataille e al rizoma di Deleuze-Guattari, tra i presupposti culturali del collettivo ci sono le genealogie di Michel Foucault come montaggio tra le ricerche storiche e le lotte attuali; i montaggi poetico-politici di Bertolt Brecht (l’Abicì della guerra) e di Pier Paolo Pasolini (La Rabbia); il caotico tappeto d’immagini su cui camminava nel suo atelier il pittore Francis Bacon; il collage citazionistico di Walter Benjamin; la “zuppa d’anguilla” con cui Aby Warburg definiva la propria scrittura saggistica e le tavole del suo progetto incompiuto Bilderatlas Mnemosyne; le pagine piene di salti di registro e sbalzi di tensione di alcune opere di Denis Diderot (Il nipote di Rameau, Jacques il fatalista). È come se il collettivo, procedendo nella sua ricerca, costruisse mattone dopo mattone la propria tradizione. Una tradizione “elettiva”, che appare sempre un po’ a posteriori, e che si presenterà quindi, essa stessa, come un blob eterogeneo, frammentario e disperso.
[Fonte www.action30.net]

 

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