Tonino Delli Colli, grande direttore della fotografia, raccontato in un libro dal figlio Stefano, di Enzo Lavagnini

Tonino Delli Colli e Pasolini

Giovedi 14 dicembre 2017, alle ore 17.30,  sarà presentato a Ciampino, nella Sala del Consiglio, il libro Tonino Delli Colli, mio padre. Tra cinema e ricordi  di Stefano Delli Colli, con prefazione di Vittorio Storaro (ed. Artdigiland, 2017). La vita e il lavoro del grande direttore della fotografia, scomparso nel 2005, è raccontata dal figlio, che intreccia, tra pubblico e privato, le descrizioni dei set per i film di Pasolini, Fellini e Leone ad alcuni frammenti di vita familiare o anche spaccati sulle volte che gli impegni teneva il padre lontano da casa. Alla  presentazione, curata dall’Archivio Pasolini di Ciampino, partecipano, con l’autore Stefano Delli Colli, Emilio Lari, Silvia Tarquini, il sindaco di Ciampino Giovanni Terzulli e Enzo Lavagnini. A quest’ultimo si deve anche una bella e affettuosa recensione, che pubblichiamo con il consenso dell’autore.

Mio padre a cui Pasolini dava del lei. Tonino Delli Colli nei ricordi del figlio
di Enzo Lavagnini

www.bookciakmagazine.it – 6 dicembre 2017

La purezza e la semplicità delle infinite relazioni che uniscono un padre ed un figlio. Un racconto appassionato di cinema e di affetti familiari, quello che ci offre Stefano Delli Colli con Tonino Delli Colli, mio padre, (edizioni Artdigiland, 2017): la storia di due giovanissime esistenze. Un padre ed un figlio.
La prima inesperta esistenza è quella di Tonino, figlio di un carrozziere del quartiere di San Giovanni, che a soli sedici anni si ritrova col naso all’insù nella Cinecittà appena aperta del 1937 e a chi gli chiede, davanti al suo sogno di restare in quel mondo di favole, quale lavoro voglia fare risponde deciso – ma senza averne affatto consapevolezza-: «l’operatore di macchina».
La seconda vita al debutto assoluto è quella del figlio di Tonino, Stefano, un bambino che si scopre altrettanto sperso, ma attento, a crescere in fretta, coi compagni di lavoro del padre, i cui nomi corrispondono a quelli di celebri attori e registi, e con i loro figli.

"Tonino Delli Colli, mio padre"  di Stefano Delli Colli. Copertina

“Tonino Delli Colli, mio padre” di Stefano Delli Colli. Copertina

Le due vite s’intrecciano sempre più nel tempo, rinforzando un legame biologico e affettivo fatto di grande, talvolta nascosta, tenerezza. Di attenzione, di dedizione estrema.
Il Tonino di cui si parla è Tonino Delli Colli, l’apprendista, l’autodidatta, divenuto poi sul campo uno dei nostri più importanti direttori della fotografia, in quel novero di colleghi di gran valore che, si può ben dire, e per tanto tempo, ha fatto ritenere i “fotografi” di cinema italiani una bottega degli artisti abilissimi a livello internazionale. E di conseguenza l’Italia stessa, patria di questi “custodi” della luce, dell’esposizione, della gradazione dei colori, un luogo ove il Rinascimento non si è mai interrotto. Tonino è il Tonino Delli Colli autore della fotografia di Pier Paolo Pasolini, ma anche di Sergio Leone, di Federico Fellini, passando per Mario Monicelli, Annaud, Polanski, Ferreri e tanti altri grandi registi.
Stefano, suo figlio, che diventerà un giornalista specializzato in economia, fa quello che suo padre, nonostante le sue insistenze, ha sempre rimandato ed alla fine evitato di fare: ossia raccontare la propria vita.
Schivo, Tonino ha lavorato tantissimo per sessantanni ma non vuole ammettere che ci sia molto da raccontare del suo lavoro, della sua vita: «Non saprei da che parte cominciare, una storia troppo lunga, tanti, troppi fatti e persone … per me parlano i miei film». Se ne farà carico Stefano.
Oltre la vita professionale, c’è, ci sarebbe, anche quella familiare; non trascurata, ma vissuta con la riservatezza dell’uomo che appare a tutti come interamente dedito solo al lavoro. Stefano, con la meraviglia di un bambino, racconta ogni cosa di questa vita. La parte emersa e quella sotterranea, privata. La vita del padre, indissolubilmente legata alla sua. I suoi “silenti” insegnamenti. Ne vengono fuori emozioni piccole e grandi.
Ancora, stavolta nel dettaglio, il ricordo della prima volta a Cinecittà nel racconto che Tonino fa al figlio: la storia di una macchina da presa che sfugge al controllo del giovane operatore alla macchina e cade, il licenziamento, i giorni interi inginocchiato nella Chiesa di San Eusebio, a piazza Vittorio, davanti alla statua di Sant’Antonio, la “grazia” ricevuta e la riammissione a Cinecittà.
Poi il mestiere imparato negli stabilimenti di Tirrenia, «rubando con gli occhi», fino al debutto come direttore della fotografia nel 1943 con Finalmente di Ladislao Kish, interpreti Paola Borboni e Cesco Baseggio.
La nascita dell’AIC, l’associazione dei cineoperatori italiani, della quale Tonino fu animatore; una Lancia Aurelia Spider che arriva nel cortile di casa a testimoniare il raggiungimento di uno status e il riconoscimento più ampio alla professionalità. Le estati a Fregene alla pensione Conchiglia. Quella stessa Fregene che diverrà luogo d’incontro e di ispirazione privilegiato per tanti “cineasti” e “cinematografari”, a cominciare da Fellini.
E l’incontro con le grandi figure. L’improvvisazione cinematografica, apparentemente naïf, di Pasolini che Tonino sa assecondare alla perfezione; quel rigoroso rispetto professionale, che li costringerà a darsi sempre del “lei”. «Una coltre di primule. Pecore contro luce (metta, metta, Tonino, il cinquanta, non abbia paura che la luce sfondi – facciamo questo carrello contro natura!)». scrisse Pasolini in Poesia in forma di rosa, edita nel 1964.
Tra le scene preferite da Tonino, tra tutte quelle girate, la scena di Accattone in prigione, seduto su una sedia. Ma anche il ponte di Brooklyn di C’era una volta in America con De Niro e James Wood ed il piccolo Dominic che, alla fine, stramazza a terra, colpito, in un ralenti interminabile. Un film in bianco e nero, l’altro a colori. Il primo per uno scrittore che sembrava solo prestato al cinema e che gli aveva mostrato, come modelli, Luci della ribalta di Charlot e La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. Il secondo per un professionista inappuntabile del cinema, cresciuto nei set, edotto alle tecniche, che niente lasciava al caso, colori e musica inclusi.
Nel libro, la vita cinematografica si mischia a quella familiare di Stefano: il papà che non è presente a una sua rappresentazione teatrale scolastica perché deve rigirare delle scene di Mamma Roma venute male. O quella volta che, partito per Londra per raggiungerlo mentre lavora ai Racconti di Canterbury, Stefano si ritrova solo a cena con Pasolini e Ninetto Davoli, mentre il genitore è stato spedito a fare dei non previsti sopralluoghi. Delusioni cocenti e serate indimenticabili: il cinema, il lavoro prima di tutto. E gli aneddoti si susseguono.
L’attenzione al lavoro di Tonino è certosina e appassionata; così racconta a Stefano, permettendoci di andare un pochino “dietro le quinte”, a proposito di C’era una volta in America: «Dovevamo differenziare narrativamente le tre epoche. Per questo, l’inizio degli anni Venti è marroncino, un po’ come le foto d’epoca; il 1930 vive di tonalità bianco e nere metalliche, sull’esempio dei film gangsteristici, mentre il 1968 non presenta effetti particolari sebbene rimanga abbastanza freddo e neutro … In realtà, la vera differenziazione è stata realizzata in sede di stampa, in laboratorio…».
Il timido Tonino, che sul set tirava fuori una grinta proverbiale, nonostante il suo riserbo, ci arriva nitido e presente dalle pagine di questo libro. Un uomo innamorato del suo lavoro, dei suoi registi, dei suoi film, della sua famiglia. Un artigiano di valore che ha reso grande il nostro cinema.

 

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