Una biografia di PPP per immagini , di Pierangeli e Barbaro

Anna Magnani e Pasolini

«Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa / questo mio urlo voglia significare, / esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine». Queste parole, tratte dal finale del film di Pasolini Teorema, sono riportate sul risvolto di copertina del bel libro di Fabio Pierangeli e Patrizio Barbaro Pier Paolo Pasolini, biografia per immagini, edito da Gribaudo nel 1995. Parole attualissime in questi giorni: a quarant’anni dalla sua morte la figura di Pasolini è più che mai presente e il suo «urlo» non si spegne. Nella premessa di questa biografia fotografica si ricorda che in qualità di “uomo pubblico” (scrittore, cineasta, saggista, ecc.) Pasolini era continuamente seguito e ripreso in una miriade di scatti. D’altra parte gli piaceva farsi fotografare come il “Narciso” che ritroviamo spesso nelle sue poesie.
Qui di seguito la scheda di Saverio Aversa apparsa su “Pagine corsare” nell’immediatezza dell’uscita del libro.

Fabio Pierangeli-Patrizio Barbaro
Pier Paolo Pasolini.
 Biografia per immagini
Gribaudo editore, Torino 1995

Scheda
di Saverio Aversa 
 

"Pasolini. Una biografia per immagini". Copertina

“Pier Paolo Pasolini. Biografia per immagini”. Copertina

Questo affascinante volume fa parte di una collana dedicata agli scrittori del Novecento con particolare attenzione all’aspetto umano delle loro esistenze. Le foto riguardano i luoghi di una vita, le case, il paesaggio, i corpi, i personaggi di una storia, gli incontri. Molte foto sono state fornite dal “Fondo Pier Paolo Pasolini”, diretto dalla sua più grande amica, la donna che gli è stata più vicina, Laura Betti.
Come ogni biografia che si rispetti, si parte dall’infanzia con la prima foto di Pasolini a due anni. Poi c’è la foto del padre, Carlo Alberto, in divisa militare. Proprio la carriera nell’esercito del padre costrinse Pasolini a vivere i suoi primi dieci anni in diverse città: Bologna, Parma, Conegliano, Belluno, Casarsa, Idria, Sacile, Cremona. Eccolo poi a quattro anni accanto alla madre, Susanna Colussi. Pasolini frequenta il ginnasio a Reggio Emilia e il liceo a Bologna. Qui il suo primo inseparabile amico è Luciano Serra che lo accompagnerà per i portici della città delle due torri, dove conoscerà altri amici: Ermes Parini, Franco Farolfi, Sergio Telmon.
A soli diciassette anni entra all’università di Bologna dove incontra Roberto Longhi, il grande maestro di Storia dell’Arte. Le foto sono quelle tipiche di uno studente dell’epoca, un bel giovane vestito elegantemente (cappotto e cravatta regimental) dallo sguardo dolce e pensoso. Si laureerà con una tesi sul Pascoli che, rielaborata, diventerà un articolo per la rivista “Officina”. Nell’estate del 1941 tornerà nella regione di origine della madre, a Casarsa , dove scriverà la prima delle liriche del libretto Poesie a Casarsa che sarà pubblicato l’anno dopo dall’editore Mario Landi.
La guerra lo tocca senza rapirlo: viene chiamato alle armi nel settembre del 1943 e mandato a Pisa. Viene catturato dai tedeschi ma riesce a cavarsela e a ritornare in Friuli dove nel dopoguerra si riunirà la famiglia, unico assente il fratello Guido, una delle vittime della strage di Porzûs.
Nel 1948 diventa segretario della sezione del P.C.I di Casarsa. Nell’ultimo scorcio degli anni Quaranta Pasolini ha la sua prima esperienza omosessuale ,ma vive con timore la scoperta di questa sua diversità. Viene denunciato una prima volta ma riesce a cavarsela. La seconda volta invece scoppia lo scandalo, ma, secondo Nico Naldini, cugino di Pier Paolo, la denuncia fa parte di una congiura politica contro il giovane comunista. La posizione del P.C.I. è miope: Pasolini viene espulso.
Gli anni Cinquanta si aprono per lo scrittore con la “fuga” per Roma: il 28 gennaio 1950 Pier Paolo e la madre prendono il treno che da Casarsa li porterà nella capitale. Le foto raccontano di una città che non c’è più, con gli stabilimenti balneari sul Tevere, con le trattorie dove Pasolini cenava con Giorgio Caproni, Sandro Penna, Alfonso Gatto, Giuseppe Ungaretti.
Le immagini più affascinanti sono quelle delle borgate e fra tutte quelle del Mandrione con le sue baracche addossate ai ruderi dell’Acquedotto romano. Le sue stesse parole sono il commento migliore per la Roma di quei tempi :”Roma, cinta dal suo inferno di borgate, è in questi giorni stupenda: la fissità, così disadorna, del calore è quella che ci vuole per avvilire un poco i suoi eccessi, per denudarla e mostrarla quindi nelle sue forme più alte”.
Le ceneri di Gramsci vengono pubblicate nel 1957 e ottengono ex aequo il premio “Viareggio”, andando a  consolidare il successo già ottenuto due anni prima con il romanzo Ragazzi di vita. Le testimonianze fotografiche di quegli anni ci mostrano Pasolini teneramente abbracciato a Laura Betti al tavolo di un ristorante in compagnia di Adriana Asti e di Goffredo Parise. E poi accanto ad Alberto Moravia e ad Elsa Morante,  Giorgio Bassani, Enzo Siciliano, Carlo Emilio Gadda.
Gli anni Sessanta sono gli anni del cinema per Pier Paolo Pasolini. L’estremo atto d’amore dello scrittore per il mondo dei “ragazzi delle borgate che vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno parlare, sogghignano appena”:  sono i primi film, in particolare Accattone e Mamma Roma. Le foto ci mostrano ora il Pasolini regista dietro la macchina da presa, mentre veste Anna Magnani sul set di Mamma Roma, con Orson Welles durante le riprese de La ricotta, uno degli episodi del film Rogopag. E ancora con Ninetto Davoli fra i piccioni di Venezia, con la Mangano davanti al cancello della villa di Teorema, alle pendici dell’Etna durante i sopralluoghi per Porcile, con lo straordinario Totò di Uccellacci e uccellini, seduto su un marciapiede accanto a Franco Citti, con la grande Medea-Maria Callas.
Poi la conclusione, la morte, le foto del luogo dell’atroce delitto, dei funerali. Tra le sue ultime parole: «È più giusto, più buono un mondo repressivo di un mondo tollerante; perché nella repressione si vivono le grandi tragedie, nascono la santità e l’eroismo. Nella tolleranza si definiscono le diversità, si analizzano e isolano le anomalie, si creano i ghetti. Io preferirei essere condannato ingiustamente che essere tollerato».

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