“Segni nel fango”, versi di Giampiero Monetti per Pasolini e Guido Bulla

Luce

Giampiero  Monetti ci segnala una sua  intensa poesia sulla morte di Pasolini all’Idroscalo di Ostia, scritta in ricordo di Guido Bulla, lo sceneggiatore  da poco scomparso del film La Macchinazione di David Grieco. Un grazie all’autore per l’autorizzazione alla pubblicazione del suo testo, che è già uscito su  www.globalist.it del 6 maggio 2017 insieme a una premessa che qui riprendiamo. 

 “Segni nel fango”: una poesia per Pasolini in ricordo di Guido Bulla
redazionale

www.globalist.it – 6 maggio 2017

Guido Bulla, sceneggiatore della  Macchinazione di David Grieco, è scomparso il 25 ottobre del 2015, sei mesi prima che il film -dove Bulla interpreta suo malgrado anche un fascista segretario di una sezione del Msi- uscisse sugli schermi italiani alla fine di marzo del 2016.
La vedova di Guido Bulla, Fulvia De Persis, consulta periodicamente la pagina Facebook di Guido, che era molto seguita in special modo dai tanti allievi che grazie a Bulla si sono laureati in lingua e letteratura inglese.
Giorni fa, Fulvia ha trovato nella casella e-mail di suo marito – che ha voluto aprire dopo un anno e mezzo dalla scomparsa, non avendone avuto prima il coraggio – una poesia dedicata a Pier Paolo Pasolini e alla sua morte atroce raccontata dal film La Macchinazione. Questa poesia è stata postata da Giampiero Monetti, che l’aveva spedita nel marzo del 2016.
David Grieco, regista del film e editorialista di Globalist, appresa la notizia non ha potuto non ricordare le parole che gli disse, in punto di morte, il sempre ironico Guido Bulla: «Ora andrò dall’altra parte e per prima cosa chiederò di sapere esattamente, nei minimi dettagli, come è stato ammazzato il tuo amico Pasolini. Poi, abbi fede, troverò il modo di fartelo sapere».
Abbiamo chiesto a Giampiero Monetti il permesso di pubblicare questa sua poesia, e lui volentieri ce lo ha accordato.

Idroscalo di Ostia. Il monumento. Foto di Jordi Corominas i Julian

Idroscalo di Ostia. Il monumento. Foto di Jordi Corominas i Julian

Segni nel fango
di Giampiero Monetti

Al poeta Pier Paolo Pasolini,
rubarono le parole e la voce,
ma oggi risuonano più forti ancora.
Nella gelida notte di Ognissanti
Millenovecentosettantacinque,
un incubo lo afferrava alle spalle:
strappava il cuore di un uomo lasciato
solo, sotto un cielo nero, senz’astri.
Diceva che nella solitudine
risiedeva la sua fragile forza.
Solo, senza padre e senza padroni,
quella notte chiamava suo fratello,
in aiuto, contro chi lo accerchiava.
Mentre moriva, invocava quel nome.
Solo: gigantesco contro il Palazzo.
Era solo, a sentire il pericolo
del tradimento di figli e nipoti,
rinchiusi nel labirinto del tempo,
defraudati delle sacre memorie,
diseredati del proprio avvenire.
Ma il suadente canto delle sirene
copriva le sue parole e incantava
la gente, che si consegnava arresa
ad una sopravvivenza meschina.
E, come Ettore, lottò fino in fondo,
anche il suo corpo subiva l’offesa,
trascinato in terra, nella polvere.
Rapaci assassini sentenziarono:
cattura, tortura fino alla morte.
La notte copriva i volti dei boia.
L’esecuzione: il lamento del mare
vegliò nottetempo il corpo violato.
L’alba svelava l’atroce delitto:
orfana si svegliò la Capitale.
La severa lezione che ci hai dato:
“il moralista dice no agli altri;
a sé, dice no l’uomo di morale.”
Queste parole le leggo nel fango
del campo di Ostia, nelle borgate,
nelle grigie periferie del mondo.
Lanciano un’altra sfida coraggiosa:
un giorno, da quel fango cresceranno
alberi, prati, e fiori profumati.

 

 

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