“La meglio gioventù di PPP” in un libro-documento di Giuseppe Mariuz (1993)

Academiuta di lenga furlana. Emblema

Nel 1993, per l’editore Campanotto di Udine, uscì il libro La meglio gioventù di Pasolini, in cui l’autore Giuseppe Mariuz raccolse le testimonianze  di quanti avevano frequentato Pasolini in Friuli durante la guerra e l’immediato dopoguerra, come allievi, come amici o come compagni di lotta politica. Ne esce un mosaico di voci semplici e autentiche che, a distanza di tanti anni, ricorda ancora con ammirazione e affetto la figura del maestro Pier Paolo e l’influenza che ha avuto per la propria crescita umana e culturale..

La meglio gioventù di Pasolini
di Giuseppe Mariuz
(Campanotto editore, Udine 1993)

a cura di “Pagine corsare”

Il lavoro di Giuseppe Mariuz, che raccoglie una galleria di testimonianze sul campo, ripercorre a ritroso nel tempo la lunga e variegata stagione “friulana” di Pier Paolo Pasolini (1943-1949) e consente di rileggere le ragioni del suo attaccamento ad un mondo non ancora corroso dallo sviluppo capitalistico e consumistico, i suoi riferimenti di vita e di valore, le sue successive opzioni in polemica con il Palazzo e l’omologazione.
I ragazzi che si avvicinano a Pier Paolo per l’esigenza dell’istruzione, e che nel febbraio del ’45 formano il nucleo dell’Academiuta di lenga furlana, scoprono quasi con incredulità il proprio potenziale linguistico e letterario e nel contempo vivono con il loro educatore una comune esperienza di vita, in un clima di dialogo e crescita culturale.
Il corpo centrale delle testimonianze ruota intorno alla gioventù diseredata che popolava la campagna friulana e che tuttavia sprigionava esprimeva impeto, entusiasmo, spontaneità, candore.
Il libro così dà voce alla “meglio gioventù” che animava i campi del Friuli e ne gremiva le piazze,  alle storie di vita e alle aspirazioni di figure entrate nella biografia e nella scrittura letteraria di Pasolini, e da lui positivamente plasmate. Se da un lato andavano precluse le tentazioni alla leggenda, all’oleografia e all’aneddotica, dall’altro lato il libro è riuscito a ricomporre un quadro di memorie storiche il più possibile fedele a quei valori e non alterato dall’influsso delle trasformazioni economiche, sociali e antropologiche avvenute nel corso dei successivi quarant’anni.
Ne esce un ritratto di Pier Paolo pienamente inserito nell’ambiente ambientale e sociale del Friuli popolare, con qualità che incrociano, in un tutto indistinto e sinergico, ammaestramento letterario e civile, vita di relazione e divertimento: invenzione di poesie e balere, manifestazioni di piazza e nuotate nel favoloso Tagliamento.

"La meglio gioventù di Pasolini" di Giuseppe Mariuz. Copertina

“La meglio gioventù di Pasolini” di Giuseppe Mariuz. Copertina

Qui di seguito sono riportate alcune citazioni dal libro di Mariuz.

A. Dalla prefazione

Non v’e riferimento autobiografico o intervista negli anni della sua maggiore e contrastata fortuna artistica e letteraria, quand’era al centro di scatenati dibattiti civili, in cui Pier Paolo Pasolini non si richiamasse agli anni friulani, a quella straordinaria, lunga e varia stagione in cui aveva scoperto il mondo contadino, s’era immerso nel suo utero linguistico, era vissuto tra una gioventù incontaminata, aveva infine condiviso l’ardore delle lotte dei braccianti e dei mezzadri.
Il ’43, anno dell’abbraccio al Friuli dopo tanti soggiorni episodici nel paese materno, rimane per Pier Paolo, nonostante le tragedie della guerra e lo sfollamento dalla città, “uno degli anni più belli” della sua vita.
Casarsa era già stata, con le prime poesie friulane, topos del vagheggiamento giovanile di una terra romanza mitica, pura, immersa in immutabili cicli stagionali e in un’antica innocente cristianità. La permanenza, prima nella casa materna dei Colùs e poi nel borgo rurale di Versuta, discosto dalle insidie dei bombardamenti, trasforma gradualmente quei momenti lirico-elegiaci e idillici, stempera il mito assumendo consistenza storica nell’humus contadino e nella vita materiale. Il gruppo di “fantassìns” che si avvicina a Pier Paolo per un’esigenza di istruzione, e che nel febbraio del  ’45 forma il nucleo dell’Academiuta, diventa esperienza di vita, operazione di interscambio culturale tra maestro ed alunni, inserimento pieno nell’ambiente. Il friulano casarsese, “lingua pura per poesia”, supera l’ipoteca vernacolare e borghese ottocentesca, trova linfa e freschezza nei componimenti di ragazzini scalzi coll’odore di letame nei calzoni corti e rattoppati.  […]
Nel ’71, in una celebre trasmissione televisiva condotta da Enzo Biagi, Pasolini indica in quella stessa sfera di persone, conosciuta in Friuli e poi dilatata alle borgate romane e poi ancora estesa al Terzo Mondo, i portatori dei suoi valori culturali:

Il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Ma non ci metta della retorica in questa mia affermazione: non lo dico per retorica, lo dico perché la cultura piccolo-borghese […] è qualcosa che porta sempre della corruzione, delle impurezze, mentre un analfabeta, uno che ha fatto solo i primi anni delle  elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi la si ritrova ad un altissimo grado di cultura, ma la cultura  media è sempre corruttrice.

Col nostro lavoro di raccolta di testimonianze abbiamo ripercorso a ritroso il cammino di Pier Paolo Pasolini, la sua nostalgia d’una società non ancora intaccata e corrosa dallo sviluppo capitalistico negatore di vero progresso, le sue coordinate di vita e di valori, le sue opzioni fuori dal Palazzo e dall’omologazione consumistica. Abbiamo deciso di dar voce alla “meglio gioventù” che popolava i campi del Friuli e ne gremiva le piazze, di riascoltare quelle aspirazioni, di capire quanto Pier Paolo stesso avesse inciso in quella realtà.  […]
Le testimonianze qui raccolte, pur di allievi marginali o di persone  direttamente coinvolte, riconducono l’Academiuta in un alveo naturale di disponibilità e carica umana del promotore, di vivificazione d’una cultura “altra”, di azione per l’emancipazione di ragazzi rimasti esclusi dalla stessa istruzione pubblica.  […]
Si è cercato così di dar voce alla realtà di quegli anni friulani dal basso, senza mediazioni o interpretazioni, pur dovendo accorpare e ricomporre i segmenti del discorso e i salti temporali e tematici. […] Le testimonianze sono state poste in veste di racconto più che di intervista, eliminando o comunque riducendo le interruzioni dovute alle domande.

Nico Naldini e Pasolini nel 1947

Nico Naldini e Pasolini nel 1947

B. Alcune testimonianze

1.Walter Bearzatti (San Martino) e Marianna Leonarduzzi (Domanins)
(Walter)
Noi, allievi “pasoliniani” della Scuola media di Valvasone negli anni 1947-48 e ’48-49, ci ritroviamo ogni anno magari per una pizza. Lo facevamo anche quando il nostro professore era vivo, è lui che ci ha insegnato la solidarietà, il valore dello stare insieme. […]
Lo abbiamo sempre giudicato per quello che ci ha dato, veramente tanto. Era per noi il fratello maggiore. Qui, presso l’osteria della mia famiglia, lui qualche domenica veniva anche a cena, e poi si fermava a ballare. Aveva simpatia per una ragazza di nome Lida, che ora vive a Milano. Se gli veniva l’ispirazione, mollava il ballo, prendeva la borsa che portava sempre con sé a cavallo della bicicletta e andava a battere sulla macchina da scrivere che il prete gli prestava. Poi tornava a ballare.
Aveva tanta umanità e disponibilità. È lui che al pomeriggio, dopo scuola, ci ha insegnato a giocare al pallone, in particolare il doppio passo alla Biavati. Aveva ampia visione di gioco ed era velocissimo all’ala. Siamo andati con la nostra squadra in bicicletta, in fila indiana, a giocare a Sacile e anche al don Bosco di Pordenone; al ritorno, ai Tortiglioni di Casarsa, ha pagato di tasca propria il gelato a tutti noi.
Era contrario ai giocattoli comperati, preferiva che prendessimo un cartone o una tavola e ci applicassimo due ruote di legno, per sfruttare la fantasia, se no, lo diceva lui, si diventa idioti.
Ci rendeva la scuola leggera. C’era un alunno di nome Giancarlo Mantovani, noi lo chiamavamo Monte Grappa per la sua testa grossa. Un giorno Pasolini spiegava i complementi di argomento e lo aveva chiamato alla lavagna; gli ha fatto tradurre “Cicero disputavit de dura cervice Mantovani”. Insegnava il latino anche attraverso battute e vignette.
Aveva la poesia nel sangue. Durante un’ora di lezione, per esempio dalle undici a mezzogiorno, ci chiedeva di inventare dei versi.

(Marianna)
Ci rimangono quei due anni completi (1947-49), un’esperienza indimenticabile, ricordi bellissimi. Per noi, fondamentalmente, era il professor Pasolini, con tutto il suo bagaglio di cultura. Lo ricordo ancora quando arrivò, in biclicletta e con i pantaloni alla zuava: era giovane e asciutto.
Un giorno ho scritto due poesie, ne ricordo ancora una:

A sùnin li ciampanis
a sùnin plan planin
e il siò sun al si spiert
come ussièi in ta l’aria
a sùnin li ciampanis
a sùnin plan planin.

(Suonano le campane / suonano piano piano / e il loro suono si sperde /  come uccelli nell’aria / suonano le campane / suonano piano piano)

Questa l’avevo passata all’Annì, e io mi ero tenuta l’altra, ma lui si è accorto e le ha detto: “Ma questa non è tua, è di Mariannina!”.

(Walter)
Io ne avevo scritta una su un cardellino, chiuso in una gabbia dai ferri argentei. Lui mi ha detto che lo aveva colpito quel “ferri argentei”.
Ci spiegava anche la metrica.  […]
Quando eravamo stanchi, ci leggeva dei brani di Cechov come La steppa, e di Tolstoj…  […]
Ci spiegava anche i film che uscivano, come Ladri di biciclette; andava a vederli a Udine, con una bicicletta che avrà pesato due quintali.

(Marianna)
A primavera ci portava fuori, in campo sportivo, a studiare. Noi stavamo seduti in circolo, e lui in mezzo ci faceva lezione. Non ci distraevamo, perché aveva un forte potere di attrazione e quasi ci incantava.
Non si creda che fossimo plagiati. Avevamo il piacere di studiare e il piacere di dargli soddisfazione, perché lui lo desiderava. Con qualche eccezione, s’intende. Un giorno ci aveva assegnato di comporre delle frasi, ma noi eravamo svogliati. Quando è passato per i banchi e si è accorto che nessuno aveva lavorato, si è trasformato: gli tremava la mascella, stava zitto a guardar fuori. Non si sentiva volare un mosca, e ci siamo vergognati per avergli dato un dispiacere. Era un metodo di insegnamento che ci coinvolgeva, perché non ci trattava solo da alunni, ma molto di più.

(Walter)
Aveva preparato un testo di teatro, che avremmo dovuto recitare. Eravamo pronti per la rappresentazione in estate, quando abbiamo saputo che non l’avremmo più avuto come insegnante.

(Marianna)
Il soggetto era un allievo discolo e poco diligente, che una notte aveva fatto un sogno. L’allievo era interpretato da un compagno di classe, Masut, poi c’era la sua coscienza, impersonata dalla Benvenuti, ora morta, e la madre, l’Annì. Io, forse per la statura piccola, ero la virgola che bisognava mettere dopo la parola e Walter rappresentava gli errori blu.  Riassumendo la trama, il protagonista veniva assalito dagli incubi per non aver studiato: c’erano un castello, un sole forte e battente a mezzogiorno, dei rimbombi tutt’intorno.

(Walter)
Noi alunni vorremmo recuperare quel lavoro teatrale, chissà se esiste ancora tra le carte pervenute agli eredi.

Luigi "Gigiòn" Colussi

Luigi “Gigiòn” Colussi e un’immagine della sua osteria “Agli amici” a Casarsa

 2.Luigi (Gigiòn) Colussi “Socolari” (Casarsa)
Io ero di famiglia contadina, possedevamo della terra e questa casa. Mio padre aveva anche ottenuto una licenza di osteria, grazie al fatto che era invalido di guerra.
I Pasolini venivano a Casarsa in estate, nella casa qui di fronte dei Colussi “Batistons” – della madre, delle zie e della nonna di Pier Paolo – e in pratica ci siamo sempre conosciuti. È da loro che ho ascoltato la prima radio, non ce n’erano altre. Io mi sedevo nel giardino esterno, non potevo entrare, perché ero vestito male e avevo un certo ritegno. Loro erano di famiglia più elevata, ma Pier Paolo stava bene con tutti, era sempre a “torzeòn” (in giro). Giocava anche al pallone, nella squadra del Casarsa; era allora molto giovane, non aveva compiuto vent’anni. C’era severità anche nello sport, entrava in campo solo una cerchia ristretta, e poi, chi aveva i soldi per comperare le scarpe da pallone? I giocatori, compreso Pier Paolo, si spostavano in trasferta in bicicletta, a Spilimbergo, San Daniele, Codroipo, San Vito. Suo fratello Guido, più giovane, era bonaccione,  sempre sorridente, ma si vedeva più di rado. Il padre di Pier Paolo e di Guido, quando veniva a Casarsa, era piuttosto solitario, non integrato  nell’ambiente. Nella stessa casa abitava anche il cugino Nico Naldini, che era spesso con noi, specie con mio fratello. Il padre di Nico era grande invalido della prima guerra mondiale e la madre, zia di Pier Paolo, gestiva un botteghino dove vendevano un po’ di tutto, dai quaderni ai reggipetti.
In tempo di guerra abbiamo formato il Coro. Eravamo una dozzina e facevamo le prove nell’asilo delle suore, in una sala presso la cappella, dove c’era un pianoforte. Pier Paolo Pasolini era il direttore e scriveva i testi, la Kalz componeva la musica e suonava il pianoforte. Era tutto inventato in casa, in friulano. Io ero allora il più giovane del gruppo, poi c’erano fra gli altri Jacumin Fantin, Bepi Castellarin, Angelin Bertùs, Onorio Vis’cia, Leo Vis’cia, quelli del Gialùt. Pier Paolo aveva scritto dei versi, segnando le nostre caratteristiche:

Il miej “prin” a l’è Gigiòn
cu na vòus di gardilìn;
il miej bas a l’è Angelìn
cu ‘na gola da canon.

(Il miglior “primo” è Gigion / con una voce da cardellino / il miglior basso è Angelin / con una gola da cannone.)

E poi:

La maestra a è pissuluta
ma a è duta di oru fin.
Ultin, un ch’al ti cumbina
li vilotis cun murbìn.

(La maestra è piccolina / ma è tutta d’oro fino. / Ultimo, uno che ti  compone / le villotte con morbino.)

Andavamo in giro, in particolare ricordo una volta a Zoppola, dove abbiamo tenuto uno “Spetaculut” durante un intero pomeriggio, presso il palazzo del conte, in una gran sala piena di gente seduta a terra. Era una giornata piovosa, in tempo di guerra, ed eravamo partiti su un carro trainato da cavalli e coperto da frasche e da un telo, come i coscritti. Durante il percorso, di tanto in tanto guardavamo fuori, per controllare che non arrivassero aeroplani a bombardare. Il conte, felicissimo, ci ha portato da bere su boccali e scodelle. Non c’era altro, a quei tempi.
L’asilo, poi, è crollato sotto i bombardamenti. Anche un pezzo di casa nostra è andato bruciato il 20 febbraio del ’45, e un’altra parte è stata buttata giù. Qui siamo sfollati tutti, noi prima dai Colussi “Socolari” in via Pordenone, poi il 4 marzo nel borgo Majaroff tra i campi. Pier Paolo e famiglia erano a Versuta, e non ci siamo visti per un pezzo.
Dopo la guerra la loro casa qui di fronte, con annessa distilleria, è stata rimessa a posto, comunque non aveva subito gravi danni e aveva mantenuto la stessa impronta. L’Academiuta aveva sede in una stanza un po’ tetra, con qualche tavolino e alcune seggiole. Eravamo in parecchi, quindici, sedici: facevamo traduzioni, leggevamo e imparavamo a scrivere e a comporre in friulano, con accenti, virgole, punteggiature.
Un fine carnevale, subito dopo la guerra, abbiamo organizzato una mascherata su un carro. Pier Paolo ha scritto il testo di una piccola rappresentazione: io, lungo e magro, impersonavo la quaresima, con una gonna lunga di mia nonna; Bepi Castellarin, grosso e imbottito, faceva il carnevale, caccando frìssis (cicciole) e bevendo; poi c’era Vis’cia con aringhe appese. Giravamo per piazze e paesi intorno, interpretando ognuno la parte che ci era stata preparata. La gente scoppiava dalle risate. Le strade e le piazze erano piene di giovani, non c’erano macchine né altri divertimenti. E abbiamo continuato a girare anche fuori stagione, in quaresima.  […]
Dopo la partenza dal Friuli, Pier Paolo Pasolini ha mantenuto contatti amichevoli, come sempre. Quando tornava a Casarsa, veniva sempre qui a trovarci, un giorno è arrivato con la Callas. Io di politica non mi sono mai interessato, parlavamo del più e del meno, ricordavamo quegli anni.

3.Dino Peresson (Ligugnana)
[…]  Ce l’ho ancora davanti agli occhi al Tagliamento: piccolo, atletico e muscoloso, peloso come una ruga. In estate ci trovavamo spesso a nuotare, tra Rosa e Carbona, in dieci, quindici, venti. Per noi era un periodo transitorio: non studiavamo più e lavoro non ce n’era. Lui era il più anziano, gli altri della sua età erano all’estero, avevano il peso d’una famiglia. La sera, al ritorno, rubavamo qualche pesca, un po’ d’uva aspra, quel che si poteva trovare nei campi, e via.  Pier Paolo cercava di farci capire quello che non sapevamo, di letteratura, di pittura. Con noi parlava sempre in friulano.
Solo in caso di necessità, con altra gente che non capiva, usava il dialetto [veneto di terraferma] o l’italiano. Era un comunista per cercare l’uguaglianza, perché questa gente potesse vivere meglio. La chiesa allora difendeva i padroni, non di certo noi. Pier Paolo non ce l’aveva su con la religione, ma con quelli che la predicavano male. Gli piaceva stare con noi semplici, ci sentiva di sentimenti sinceri, sani da cima a fondo, onesti anche se rubavamo una zucca, era per non morir di fame. Se c’era una scodella di vino, si divideva fra tutti.
Faceva le battaglie per i contadini perché li ha visti soffrire, nella loro miseria e anche nella sottomissione ai padroni. Non voleva eliminare i padroni o la proprietà, ma che tutti potessero vivere con dignità. Non l’ho visto partecipare direttamente alle lotte contadine, ma si informava e forse guidava il movimento assieme ai responsabili sindacali e politici, in particolare a Galante, grande trascinatore.
Io ho partecipato alle lotte, all’occupazione di palazzo Rota, di palazzo Alborghetti e di palazzo Tullio. A palazzo Rota si è verificato qualche saccheggio ed è stato causato qualche danno: hanno rotto un sacco di zucchero, portandone via un po’ ciascuno, han dato fuoco alle palme. Galante, Guardabasso e gli altri responsabili hanno subito bloccato queste azioni, per non passare dalla parte del torto. Volevamo solo lavorare, essere occupati anche solo stagionalmente come braccianti nelle opere di miglioria dei fondi. Tullio è stato il primo a firmare il patto. Abbiamo anche invaso il palazzo del Comune. Ero presente a Cordovado alle cariche della polizia, ho soccorso uno dei nostri, Giacomo Zannier, colpito col calcio del fucile. Io, mio fratello e Dario Scodeller l’abbiamo preso nella strada e portato nella villa dei Sigalotti che non volevano riceverlo. Quel giorno eravamo di ritorno da Palazzolo dello Stella, dove avevamo scioperato a sostegno di quei braccianti rovinati dai crumiri arrivati proprio da San Vito. E anche là c’erano stati scontri con la polizia.
Il giorno seguente a San Vito c’è stata una manifestazione imponente. È arrivato anche l’esercito a presidiare i palazzi, ma non si sono verificati altri scontri.

4.Guglielmo Susanna (San Giovanni)
Quando hai conosciuto Pier Paolo Pasolini? 
Credo a Versuta, dove è arrivato come sfollato, ma fors’anche prima a Casarsa, dove andavo a lavorare con mio padre pittore. Ma l’amicizia vera è venuta dopo, quando avevo diciott’anni.

Tuo padre, a suo tempo, riferì d’aver mandato i suoi figli a lezione da Pier Paolo… 
Sì, durante la guerra, prendevamo lezioni a Versuta, in una casa che credo  fosse dei Cicuto. Lui aveva una stanza, ci faceva scrivere poesie, in italiano e anche in friulano; e poi ci insegnava a scrivere in prosa, a comporre dei temi, a leggere, un po’ di tutto…

In quanti eravate? 
Mediamente, credo, dieci-dodici, di San Giovanni e soprattutto di Versuta, perché i ragazzi di lì avevano più comodità di frequentarla.

Era un scuola gratuita? 
Mah, gli davamo qualcosa, generalmente in natura. Mio padre, credo sia andato a imbiancargli le stanze. Della mia famiglia, ha frequentato quelle lezioni anche mia sorella. Con noi veniva Pompeo Ricci.

Come funzionava? 
Eravamo seduti intorno a una grande tavola, lui si alternava dai più giovani ai più vecchi, non era una lezione unica. Ai più preparati e ai più grandi, tra i quali c’ero anch’io, insegnava cose più impegnative.
Era molto chiaro nelle spiegazioni, ci faceva entrare i concetti…
Ci ha insegnato a capire la poesia, la sua atmosfera. E l’arte. Ci lasciava parlare, esprimere il nostro punto di vista, poi interveniva, con molto rispetto. “Tu esageri sempre”, mi diceva, quando tentavo di estremizzare.

Poi, siete diventati amici… 
Bisogna saltare due tre anni, quando anch’io ho incominciato ad andar a ballare, e abbiamo formato un’unica compagnia.  […]  Erano begli anni, ma presto tutto s’è disciolto. Qui non c’erano prospettive per i giovani senza mestiere, né per i contadini. E chi aveva un mestiere, dopo anni e anni di garzonato, si trovava con paghe misere. Non restava che andare all’estero. Molti sono partiti subito, poi è stata la nostra volta: Archimede in Svizzera, io in Sudamerica, altri in Canada.

Giuseppe Mariuz

(Valvasone, 1946),pubblicista, è stato insegnante nelle scuole superiori.. Ha pubblicato un libro di poesie in friulano (Scur di viarta, 1985) e alcune ricerche di storia contemporanea in Friuli, fra cui Società ed economia nel dopoguerra a San Vito (1985) e la biografia Pantera il ribelle (1991 ); ha curato, da solo o con altri, gli atti del Centro studi e progettazioni P.P. Pasolini di Udine Quale identità per il Friuli occidentale?(1990) e alcune antologie di poesia per le scuole, fra cui J’ sielc’ peravali’ (Scelgo parole) (1991). Ha scritto numerosi articoli sul periodo friulano di Pier Paolo Pasolini, recuperando e pubblicando fra l’altro i suoi manifesti murali (l’Unità, 9.11.1975) e alcune poesie (ConfrontoTrieste, n. 15-16, dicembre 1975).

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