Delitto PPP. Le prime reazioni della stampa (1975)

Sede del "Corriere della Sera"

La notizia della morte atroce di Pasolini all’Idroscalo di Ostia trovò un’eco immediata sulla stampa quotidiana, sull’onda di un fortissimo sbigottimento collettivo. Dal “Corriere della Sera” del 3 novembre 1975, ne diamo qui di seguito un esempio, che vale anche come documento delle informazioni sulla sola responsabilità del reo confesso Pino Pelosi che allora passarono come versione attendibile anche all’opinione pubblica. 

Pasolini assassinato a Ostia.
L’omicida (17 anni) catturato confessa.
Il corpo straziato dello scrittore ritrovato su uno spiazzo a duecento metri dal mare.
di Ulderico Munzi
“Corriere della Sera” – 3 novembre 1975

(ora in AA.VV., Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo, Kaos Edizioni, Milano 1992)

Roma, 2 novembre 1975 – Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. E’ accaduto stanotte a Ostia, a duecento metri dal mare. La scena del delitto è uno sterrato deserto su cui sorgono delle squallide casupole abusive, quasi delle baracche. Lo scrittore è stato massacrato a colpi di bastone. Poi l’assassino ha schiacciato il suo corpo steso a terra nella polvere con le ruote di una automobile. Chi ha agito in modo così spietato è un ragazzo di 17 anni e 4 mesi, un ragazzo di borgata. Si chiama Giuseppe Pelosi, abita sulla Tiburtina. Sembra uno di quei tragici giovani descritti da Pasolini: magro, slanciato, altezza media, volto ancora infantile ma marcato, capelli ricci. Giuseppe Pelosi, arrestato dai carabinieri, ha confessato al giudice il suo crimine: «Mi ero inferocito e l’ho colpito sempre più forte e quando l’ho visto a terra sono corso alla macchina e sono passato sopra di lui».
Un fatto atroce. Adesso che la salma di Pier Paolo Pasolini giace in una cella dell’obitorio e che il ragazzo di borgata trascorre la sua prima notte di orrore in una cella d’isolamento, possiamo tentare di ricostruirlo con le testimonianze e i dati in nostro possesso. Ci sono ancora molti punti oscuri sui quali si dovrà fare luce. Ecco la cronaca delle ultime ore di Pasolini, 53 anni, rientrato a Roma due giorni fa da Parigi. È l’ultima “notte brava”.

L'auto di Pasolini

L’auto di Pasolini

Sono le 22. Lo scrittore siede a un tavolo del ristorante “Il Pomodoro” nel quartiere San Lorenzo, una zona popolare a sud di Roma. E in compagnia di Ninetto Davoli, suo vecchio amico, protagonista di alcuni suoi film. E con Davoli c’è la sua famigliola: la moglie e i due figli. Stanno finendo di mangiare. Pasolini parla della sua attività artistica con la sua voce sottile. Nessun segno insolito trapela dal suo comportamento. Riferisce Ninetto Davoli: «Ci ha parlato anche di questa violenza che ci circonda. Mi diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta, quei giovani si erano trasformati, erano stati afferrati dal turbine del capitalismo». La violenza è l’argomento della serata. Una frase colpisce Ninetto Davoli: «È odiosa la gente», dice a un tratto Pasolini. E aggiunge: «Venendo al ristorante ho sempre camminato a testa bassa, non volevo vedere in faccia nessuno».
Alle 22.30 la piccola comitiva si scioglie. «Vado a dare un’occhiata a una sceneggiatura», dice Pier Paolo Pasolini salendo sulla sua “Alfa Romeo” sportiva di colore argento. La Stazione Termini non è distante dal quartiere San Lorenzo. Solo nella sua Alfa Romeo, Pasolini vi giunge alle 23 e qualche minuto. E comincia a girare per quelle strade che raccolgono teppa, prostitute e ragazzi di vita. Cerca compagnia e la trova alle 23.30.
Sul marciapiede che corre lungo i portici di piazza dei Cinquecento, sulla destra della stazione, sosta un gruppo di ragazzi. Sono da poco usciti da un cinema. Giuseppe Pelosi, dopo aver confessato il delitto, ha così raccontato agli inquirenti l’incidente con lo scrittore. «S’è accostata una “GT” metallizzata, c’era un uomo dentro che m’ha invitato a fare un giro. L’ho riconosciuto subito, era quel Pasolini…». Giuseppe Pelosi accetta e sale. Si sente fiero e, nello stesso tempo, fiuta una grossa avventura. Da un anno e mezzo ha smesso di fare il cascherino, cioè quei ragazzi che portano il pane ai fornai. E andato a scuola fino alla seconda media e vive con la famiglia in via Antonio Fusinati, in una località denominata “Sette ville”. Suo padre, Antonio, 44 anni, lavora come commesso in un negozio di articoli per regalo. Sua madre, Rosa Paoletti in Pelosi, lavora a casa. Giuseppe ha anche una sorella, Maria, 19 anni. La sua abitazione è modesta, si trova su una collinetta polverosa prima di Guidonia. E da un anno e mezzo Giuseppe vive di espedienti. Un furtarello gli è stato perdonato, un altro furtarello, compiuto su un pullman in sosta l’11 settembre, lo vede in galera per soli due giorni. Il 13 il giovane torna in libertà.
Di che cosa parlano nell’Alfa Romeo che si dirige verso l’Ostiense Pasolini e il suo occasionale amico? Pelosi dice che Pasolini gli faceva molte domande, sulle sue idee, sul suo modo di vivere. «Capivo poco…». ammette con il giudice. Pasolini gli chiede: «Hai mangiato?». Lui risponde di no. E insieme entrano alle 23 e 30 in un ristorante, “Mario”, della via Ostiense, vicino alla basilica di San Paolo [in realtà si trattava del ristorante “Al biondo Tevere”, ndr.]. Lo scrittore è conosciuto. Il ragazzo è servito in fretta. Dice un cameriere: «Mangiava di buon appetito e Pasolini lo stava lì a guardare in silenzio».

Trattoria "Al Biondo Tevere". Roma

Trattoria “Al Biondo Tevere”. Roma

A mezzanotte e dieci escono. A mezzanotte e quindici, sempre in via Ostiense, Pier Paolo Pasolini s’accorge di avere poca benzina. La “GT” si arresta a un distributore automatico della “Total”. Aiutato da Pelosi, lo scrittore infila nella macchina tre biglietti da mille. È il giovane che infila la pompa nel serbatoio. Esiste un testimone, rintracciato dalla polizia, che segue questi gesti. Anche lui deve fare benzina.
A questo punto dobbiamo ricostruire le scene che seguono con l’aiuto degli esperti della polizia. Ci può aiutare, anche, la confessione del giovane, benché su di essa è lecito avanzare molti dubbi: è il parere dello stesso capo della Squadra mobile, Masone. La macchina di Pasolini fila sull’autostrada, raggiunge Ostia, volta a destra sul lungomare, percorre altri tre chilometri e rallenta, nella parte est della città, in una zona detta dell’Idroscalo. È quasi l’una di notte. Non c’è nemmeno un lampione. Pasolini imbocca una strada stretta e piena di buche che costeggia baracche e cimiteri di automobili. Lo scrittore conosce la località. A un certo momento gira a sinistra e si arresta in un campo di football, polveroso. A qualche metro si scorgono le sagome basse delle casupole che la gente povera s’è costruita con le proprie mani abusivamente per stare nei giorni di festa vicino al mare. Un mare che non si vede ma che ieri era in burrasca. In questo campo di football, inquadrato tra le baracche, Pasolini viene spesso a giocare con i ragazzi di borgata.
Le prossime sequenze sono ricostruite con le dichiarazioni rese al giudice dal ragazzo. Egli dice: «Pasolini voleva avere rapporti con me. Io non volevo». Pare, invece, che Giuseppe Pelosi in un primo momento abbia accettato le richieste dello scrittore. Lo pensa la polizia. Ma una frase o un gesto debbono aver scatenato una discussione tra i due. Ecco che scendono dalla macchina. «Quello insisteva», dice ancora Pelosi. Contro una staccionata il diverbio si accende più violento. Racconta il giovane: «Pasolini ha preso un bastone e mi ha colpito». Effettivamente sulla sua testa c’è una ferita, c’è voluto un punto di sutura. Pelosi reagisce, stacca un pezzo di legno dalla staccionata e si scaglia sullo scrittore. Dà colpi su colpi finché non lo vede cadere a terra. Si allontana di qualche passo e, secondo la ricostruzione della polizia, fugge. Pasolini, sanguinante da due ferite che gli hanno quasi strappato le orecchie, riesce ad alzarsi e lo insegue.
Lo scrittore è un uomo robusto. «Probabilmente». dice un commissario, «voleva rincorrere il ragazzo non per fargli del male, ma per dirgli di smetterla di litigare». Pasolini vuole calmarlo. Lo chiama con quel soprannome. “Rana”, con cui Pelosi è conosciuto dai suoi amici per i suoi occhi un po’ sporgenti. “Rana” glielo aveva confidato poco prima. Nel silenzio dello sterrato si odono soltanto le loro grida. Quando viene ripreso, il ragazzo si scatena, colpisce ancora dopo aver strappato una targa da un cancello di legno dipinto di un rosa intenso: dietro quel cancello c’è abbandonata una sedia a dondolo per bambini.
Colpi alla nuca, sul cranio, sul volto, Pasolini crolla, agonizzante. sulla polvere grigia. Il ragazzo torna alla macchina, mette in moto e gli piomba addosso, sradicando, nella furia, un paletto di cemento armato. Sulla schiena di Pasolini ci sono i segni delle ruote. Lo scrittore indossa un paio di jeans, una maglietta verde che gli lascia le braccia nude, e un paio di stivaletti.
E adesso la fuga dell’assassino. Sono le una e quindici. Anche lui sanguina dalla ferita, si asciuga, guidando, con un fazzoletto che gli investigatori troveranno sui sedili beige dell’Alfa Romeo accanto a una raccolta del “Politecnico” di Vittorini. La “GT” sbuca sul lungomare e comincia la sua pazzesca corsa alla ricerca della strada per Roma. In viale Duilio imbocca un senso vietato. C’è una macchina dei carabinieri che si lancia all’inseguimento. Riferiscono i militi Antonio Cuzzupè e Giuseppe Guglielmi: «Ci siamo buttati all’inseguimento e poco dopo, di fronte allo stabilimento balneare “Tibi dabo”, ci siamo affiancati alla “GT”. L’uomo ch’era al volante ha fatto finta di fermarsi e poi è ripartito a tutta velocità. L’abbiamo ripreso dopo 700 metri e bloccato».
È l’una e venti. Nessuno ancora sa che Giuseppe Pelosi ha ucciso lo scrittore Pier Paolo Pasolini. I due carabinieri lo agguantano e lo portano in caserma. Racconta l’appuntato Cuzzupè: «Dopo averlo identificato, Pelosi ha ammesso il furto dell’auto. In un parcheggio di Roma. Piangeva, ripeteva: “Mamma perdonami per quel che ho fatto”. Diceva ancora che lunedì doveva riprendere a lavorare. Non ci siamo sorpresi, nemmeno quando s’è rimesso a piangere perché gli si era detto della macchina di Pasolini. “Hai rubato a uno scrittore famoso”…».
Quando Giuseppe Pelosi è condotto nel carcere minorile di Casal del Marmo, alle 5 del mattino, nessuno ha ancora scoperto il corpo di Pasolini. Sul cadavere incombe il silenzio dello sterrato. La prima a scorgerlo è la signora Maria Teresa Lollobrigida. Ma non capisce subito. È scesa per scaricare i pacchi dalla macchina del marito. Sono le 6.30 e la luce è incerta. La donna dice: «Hanno buttato un sacco di immondezza, questi sporcaccioni». S’avvicina per toglierlo e, a due passi dal sacco d’immondizia, grida: «Alfredo, è un morto, c’è tanto sangue». Alfredo e suo figlio, Gianfranco, 27 anni, accorrono. «Corri dalla polizia», intima il padre. E Gianfranco salta in macchina a va al commissariato.
La donna, piccola, bruna, resta accanto al corpo di Pasolini assieme ad altri familiari. Erano venuti nella casupola per festeggiare con gnocchi e vino bianco un compleanno. C’è ancora tanto silenzio che, dopo cinque minuti, alle 6.45, è rotto dalla sirena della polizia.
Il commissario Vitali di Ostia si china accanto a Pier Paolo Pasolini. Comincia a venire gente. Lo scrittore giace bocconi, il braccio destro ripiegato sotto il torace, il sinistro lungo il fianco. Il commissario, quando gira il corpo dello sconosciuto, mormora stupito: «Mi sembra Pasolini…». È lui. C’è la sua camicia inzuppata di sangue vicino alla porta dei goal del campo sportivo, ci sono pozze di sangue a segnare i momenti in cui avrebbe inseguito Giuseppe Pelosi. Al primo sole c’è qualcosa che brilla a un metro dal corpo: un anello d’oro con un rubino rosso incastonato.
È la prova contro Giuseppe Pelosi, perché appartiene a lui: nessuno, però, ancora lo sa. Giungono i carabinieri, riferiscono la storia dell’automobile guidata da un giovane, si telefona allora alla caserma dell’Eur che si trova nei pressi di via Eufrate ove abita Pasolini. «Non è rientrato», dice la governante. È avvertito Ninetto Davoli che, alle 10, arriva sul luogo. «E Pier Paolo», dice piangendo. In quegli stessi istanti un carabiniere ricorda un particolare: il giovane arrestato nella notte a bordo dell’auto si lamentava perché aveva perso un anello. «E un anello di valore, tutto oro», diceva. Qualcuno esamina la “GT” color argento: sotto la fiancata sinistra appaiono tracce di materia cerebrale, si scorgono capelli e sangue.

All'Idroscalo. Foto di Ilija Soskic

All’Idroscalo. Foto di Ilija Soskic

Il giudice e i poliziotti si precipitano al carcere minorile di Casal del Marmo dove è stato portato Giuseppe Pelosi. Non è difficile far parlare il ragazzo di borgata. Gli era accanto un avvocato. Il giudice chiede: «Questo anello è tuo?». Con quel suo «sì» Giuseppe Pelosi crolla. E man mano racconta la sua versione. Dice: «L’ho colpito ma non volevo ucciderlo e nemmeno schiacciarlo con la sua macchina». Il magistrato ha emesso, nel primo pomeriggio. un ordine di carcerazione per omicidio volontario pluriaggravato. Il processo si farà a porte chiuse perché l’imputato è minorenne.
Commenta Ninetto Davoli: «In una società così violenta la morte di Pier Paolo era prevista». Chi è Giuseppe Pelosi? «Prima era un angelo, un pezzo di pane», dice la madre, «crescendo, però, si è rovinato». Rosa Paoletti in Pelosi aggiunge: «Ma non potevamo stargli dietro perché tutti e tre dobbiamo lavorare per campare. Lo vedevamo così poco…». Spiega Davoli a noi giornalisti: «Perché vi stupite, perché cercate di creare chissà quali storie dietro questa vicenda? A Roma si uccide per rabbia. Roma è violenta. Roma non conosce ancora il suo nuovo atroce volto».

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