Delitto Pasolini. Le investigazioni di Oriana Fallaci per “L’Europeo” (21.XI.1975)

Oriana Fallaci

Con irruenza e indignazione anche Oriana Fallaci, grande giornalista e amica sincera di Pasolini, intervenne subito per cercare di fare chiarezza sulle modalità della morte del poeta, la cui versione ufficiale suscitò presto le sue perplessità. Sull’”Europeo”, in particolare il 21 novembre, uscirono alcuni accalorati articoli in cui la giornalista rivelò molti particolari inquietanti raccolti da alcuni informatori che si dicevano a conoscenza dei fatti ma che poi non uscirono dall’anonimato e non vollero, o non  ebbero il coraggio, di dichiarare la loro verità. “Pagine corsare” pubblicò questi interventi militanti, insieme alla deposizione rilasciata dalla Fallaci il 2 dicembre 1975 durante il processo istruttorio .

 I. Il testimone misterioso
di Oriana Fallaci

“L’Europeo” – 21 novembre 1975

Nossignori, l’intervista col ragazzo-che-sa non appare col nome del ragazzo-che-sa. Non daremo il nome di quel ragazzo. Non ne forniremo neppure i dati somatici, nella speranza che ciò serva a non farlo riconoscere dagli assassini di Pasolini prima che la polizia possa trovarlo e interrogarlo e proteggerlo. Oltretutto la sua non è un’intervista data spontaneamente e con gioia. È un’intervista strappata, estorta pezzo per pezzo, giorno per giorno, attraverso preghiere, chiacchiere, promesse, a un poveretto sconvolto dal terrore d’essere punito da «una pistolettata in bocca». Un poveretto che appartiene al mondo dei prostituti romani, cinquemila al colpo, dieci se va bene, e zitto sennò ti ritrovi morto anche te sul sentiero di qualche borgata. Chi ha visto il suo volto pallido di paura, i suoi occhi bagnati di angoscia, chi ha udito la sua voce disperata mentre si raccomandava: «Tu me devi capì, cerca de capì, la verità io ce l’ho qua in bocca. E me brucia. Vorrei dirtela proprio, vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la faccio perché quelli m’ammazzeno con ‘na pistolettata in bocca», si farebbe fare a pezzi prima di tradirlo. E io con lui. Costi ciò che costi, riteniamo e ritengo che non spetti a noi consegnarlo alla sua fine. A noi spetta soltanto registrare le sue frasi smozzicate, le sue ammissioni agghiaccianti, le sue piccole rivelazioni terribili, insomma la conferma che Pasolini non fu ucciso da Pelosi e basta: fu ucciso da un gruppo di teppisti che lo seguirono e gli tesero un agguato per rapinarlo o punirlo, magari su incarico altrui, quindi il testimone di cui parlai la scorsa settimana aveva visto bene, luna o non luna. A me, poi, spetta anche dimostrare che tra i diritti e i doveri di un giornalista v’è quello di pubblicare un’informazione che riguarda la comunità: sia pure col dubbio di un punto interrogativo.
Prima però devo chiarire qualcosa che mi sta molto a cuore. lo disprezzo chi non parla per paura, chi si nasconde dietro l’anonimato. lo ritengo complice in omicidio chi assiste a un omicidio o a una qualsiasi violenza e non tenta di impedirlo e poi tace. Io sputo il mio disgusto su chi vide ammazzare Pasolini e invece di corrergli in aiuto si rintanò zitto zitto nella sua baracca ad attendere che gli assassini scappassero via. La vigliaccheria, l’omertà, l’egoismo, la stessa prudenza sono a mio avviso crimini immondi. E aggiungo: niente, per me, è più immorale della paura. Non la paura che si prova, volenti o nolenti, ma la paura che non si vince con uno sforzo dell’anima. Però l’immoralità altrui ha un effetto delizioso su me: rafforza la mia moralità. E la mia moralità, sia personale che professionale, mi impone di non tradire la parola data a chi mi raccontò che Pasolini era stato ucciso da tre persone e non da una, e che non lo dicessi per carità, sennò- avrebbero-fatto-fuori-anche-me. (Oltretutto, le minacce mi infuriano, mi inducono a comportarmi subito nel modo opposto a quello che mi viene ordinato.)
Non tradire la parola data in questo caso era, ed è, un atto di umanità. Non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti le stesse debolezze o gli stessi rigori. La persona che mi raccontò non mi assomiglia. Non è pronta a rischiare, non è pronta a pagare sebbene abbia già pagato un pochino: la sera stessa in cui seppero che non aveva taciuto, venne picchiata e minacciata. E da allora vive in una paura che, se non è pari a quella del ragazzo-che-sa, vi assomiglia molto. Del resto anche le persone che stanno intorno a questa persona, i suoi amici e parenti e colleghi, hanno paura. Tutti coloro che hanno udito il suo racconto, con me e oltre a me, hanno paura. E son tanti. Il testimone cui allusi la scorsa settimana non si confidò, infatti, a un individuo e basta. Per due giorni disse a un mucchio di gente ciò che aveva visto e udito. Solo quando ne capì le conseguenze, si decise a «chiudere il becco», anzi a minacciare gli stessi che aveva informato senza che glielo chiedessero. E se baso i miei calcoli sul fatto che chiunque venga a sapere una cosa sensazionale la confida a sua volta a due o tre, concludo che esistono alcune decine di cittadini italiani a Roma in grado di fornire il nome del testimone. Perché non lo fanno? Perché hanno paura? Perché si trasmettono le minacce? Cosa c’è dietro questa lurida storia? “Chi” c’è? È così grande il rischio che corrono da fargli dimenticare un dovere civile e il bisogno di scaricarsi d’un peso greve come il nome di colui che vide?
Quel nome io non lo conosco. Ogni volta che il telefono squilla spero che sia per darmi il nome. E invece mi dà solo una voce strozzata dalla paura. La centralinista dell'”Europeo” v’è così abituata che, ogni volta, mi passa la comunicazione dicendo: «E uno di quelli con la voce strozzata dalla paura». Poi me lo passa e la voce strozzata dalla paura chiede ansimando: «E proprio lei Oriana Fallaci?». E io rispondo: «Sì, sono io. Lei chi è?». E la voce: «Non posso dirglielo… ma ho da riferire che… quel delitto… Posso fidarmi?». «Sì, può fidarsi». «Guardi che per me è un rischio grosso e… Be’, richiamo dopo». Dopo richiama, magari, per farfugliare il suo panico, offrire appuntamenti impossibili, innervosirsi se mi spazientisco. E, a meno che io non sappia più intuire le cose, e all’improvviso sia rimbecillita, finisco col pensare che il suo nervoso sia autentico, il suo panico sia sincero. V’è qualcosa o qualcuno che li spaventa. E, tanto per restare sul tema della paura, non credo che la paura del testimone che tace sia paura della moglie. Certi colleghi cui non è piaciuto ch’io stuzzicassi il vespaio mi fanno torto a ritenere che abbia preso per buono l’intero racconto. Il particolare delle catene e delle rnoquettes, per esempio, mi ha sempre lasciato perplessa, ma alla storia dello sciagurato che non vuoIe compromettersi per via della moglie non ho addirittura creduto. Non è lei che il testimone teme, sono coloro che terrorizzano i probabili informatori. Stanno troppo in basso o troppo in alto?
Forse egli li conosce bene, ed essi conoscono bene lui. Forse egli si fece vedere quando accese la luce nella baracca. Forse essi sanno che la baracca dove si accese la luce era sua. E a proposito della luce accesa: chi ha detto che fosse luce elettrica? Avrebbe potuto essere un lume a batteria e anche una torcia elettrica. Avanti, signor testimone che ora mi legge, ce lo dica con una lettera anonima. Per rinfrescarle la memoria, intanto, io le dico che cosa ho appreso di lei: che la sua casa è a Roma e che la sua moglie è siciliana o calabrese, che ha due figli, che un suo amico è camionista o addetto ai trasporti, che un altro è un muratore uso a costruire abusivamente “villette” all’idroscalo. La persona che mi raccontò e che io non tradisco, sennò lei la picchia, mi disse anche qualcos’altro. Fu quando esclamai: «Se costui ha paura che sua moglie scopra che era a letto con un’altra donna o una prostituta, perché non telefona alla polizia senza dare il suo nome?»  Mi disse: «Perché quelli capirebbero lo stesso che a smascherarli è stato lui. Se la fanno con la droga e, quando c’è di mezzo la droga, chi canta finisce sottoterra».
Vediamo dunque perché esistono almeno numerose probabilità che abbia fatto centro riferendo una storia che era mio dovere riferire e insinuando il dubbio che la polizia ci avesse regalato una versione un po’ sbrigativa o un po’ ingenua. Vediamolo rifacendoci alle domande che io ponevo in base a un ragionamento così elementare da non andarne fieri: «Perché il Pelosi non parla e si assume tutte le responsabilità? Perché lui stesso ha messo sulla pista la polizia raccontando di avere perso un anello che nessuno fino a quel momento sapeva che fosse suo? È possibile perdere un anello durante una colluttazione? Non si darà il caso che Pelosi abbia gettato l’anello lì di proposito?»  Di proposito lo ha gettato davvero. Non solo Io afferma il ragazzo intervistato da Mauro Volterra prima di pentirsi e gridare: «Lasciame andà, nun so gnente, nun t’ho detto gnente!», ma lo si deduce dal fatto che non poteva perderlo durante la colluttazione. Infatti gli era stretto. Lo afferma la sua amica Stella Angeletti Di Martino che glielo notò e chiese di guardarlo sul proprio dito ma lui non riusciva a sfilarlo. (La notizia è di “Paese Sera”.) Lo sanno i carabinieri che sul Pelosi hanno fatto una prova e hanno concluso: «Novecentonovantanovemila casi su un milione non poteva perdere l’anello».
Quindi Pelosi imbeccò la polizia, contando sul fatto che essa ci sarebbe cascata. E la polizia ci cascò, non conoscendo la legge di gravità formulata da Newton e nota in tutte le scuole elementari come “la mela di Newton”. Sulla testa di Newton era caduta una mela, grazie alla legge di gravità. Sulla testa della polizia italiana era caduto un anello, grazie alla stessa legge di gravità. Però, mentre Newton ci aveva ragionato un po’ su, la polizia italiana non ci aveva ragionato su per niente. Era una domenica piena di sole, e con un bel ponte. Perché cercare complicazioni? Regalarsi il sospetto che Pelosi avesse voluto firmare il delitto lasciando l’anello avrebbe posto una quantità di domande difficili. Ad esempio: per quale motivo il ragazzo voleva accusarsi, assumersi ogni responsabilità? Poteva esistere un motivo?
Non c’è bisogno d’essere Newton per concludere: sì. Supponiamo infatti ch’io sia un ragazzaccio senza nulla da perdere e supponiamo ch’io viva di furtarelli, di scippi, di auto rubate e poi rivendute a pezzi, nel mondo della prostituzione e della droga. Supponiamo che io abbia un debito da saldare con quel mondo perché ho fatto uno sgarro o un errore, e che i miei compari vogliano servirsi di me per rapinare Pasolini. È già successo, a Pasolini, d’essere rapinato dai ragazzacci: più volte, e anche pochi mesi fa. Di notte Pasolini non va mai in giro con più di ventimila lire in tasca, però porta sempre con sé il libretto degli assegni. Alcuni mesi fa, il colpo degli assegni è riuscito. Pasolini voleva farsi un sandwich con due del Colosseo e, anziché in un prato, quelli l’hanno portato su un ponte. Qui, minacciandolo di buttarlo sotto, nel Tevere, gli hanno fatto firmare un assegno da 250 mila lire. (I  carabinieri lo sanno, l’episodio è agli archivi.) Al Colosseo e ai giardinetti se ne parla ancora, con ammirazione e con rabbia: bravi, sì, ma perché solo duecentocinquantamila? Col libretto degli assegni potevi pretendere molto di più, tutto ciò che volevi. Il colpo va tentato di nuovo, e Pelosi ci sta. Farà da esca. Lo condurrà in un luogo sicuro, e in pochi minuti tutto sarà sistemato.

Occhiali

Occhiali

Così avviene. Pasolini è però coraggioso e robusto. Tenta di ribellarsi e bisogna pestarlo: a un punto tale che resta lì come morto. C’è una breve discussione concitata: che fare? Tanto vale finirlo, sennò ci riconosce. D’accordo: e se gli passassimo sopra con l’automobile? Sì, e poi? Poi nulla: gli si porta via l’automobile e la si vende a pezzi. Grazie tanto, dice Pelosi, ma ai giardinetti hanno visto salire me sulla “GT”: la colpa la daranno a me. A te la danno comunque, rispondono i compari, però una cosa è se scoprono che hai agito con altri a scopo di rapina e una cosa è se gli racconti d’aver agito da solo: per legittima difesa in quanto Pasolini ha offeso il tuo onore didietro. Sei minorenne. Nel caso peggiore ti becchi due o tre anni, nel caso migliore vai assolto: povero-ragazzo-insidiato-e-sedotto-da-un-depravato- come-Pasolini. Pelosi se ne convince. I due scappano e lui resta solo, accanto al cadavere sfigurato. Ha un attimo di smarrimento, grida la frase udita dal testimone che tace: «Mo’ me lasciate solo, mo’ me lasciate qui!». Ma subito si riprende. Si sfila l’anello, lo getta per terra, parte con la “GT” contromano e a velocità esagerata. Lo beccano in un quarto d’ora. E poiché in Italia i tutori dell’ordine non sono certo come Newton, accettano senza fiatare la tesi dell’auto rubata. Non si disturbano neanche a notare che sul sedile posteriore c’è, bene in vista, un golf macchiato di sangue. Il golf di  Pasolini. Se ne accorgeranno tre giorni dopo. E allora sorgerà il problema: perché il golf macchiato di sangue stava nell’automobile e la camicia macchiata di sangue stava tra le immondizie, cioè lontano dal corpo di Pasolini in canottiera? Possibile che Pelosi abbia fatto tutto da sé, compreso spogliare un corpo pesante come un corpo senza vita? E com’è che, malgrado quel traffico, Pelosi non è quasi macchiato di sangue? Non si darà il caso che qualcuno lo abbia aiutato?
Ora supponiamo che io sia lo stesso ragazzo e che qualcuno mi voglia usare per tendere un agguato non a scopo di rapina ma per eliminare un uomo scomodo come Pasolini. Dietro di me, stavolta, non due compari della mia età ma alcuni magnaccia o alcuni tipi molto potenti che Pasolini ha disturbato e disturba. Alcuni tipi, diciamo, che vogliono farlo morire due volte, cioè fisicamente e moralmente: nella vergogna. Se mi chiamo Pelosi, servo bene allo scopo. E, se accetto, è un gioco da nulla. Magari accetto perché non ho scelta, perché anche in questo caso ho un debito da saldare. Un debito che vale un’incriminazione per omicidio, un processo dove vengo assolto per legittima difesa o condannato a una pena mite perché sono minorenne e ho difeso il mio onore. Un processo insomma dove il vero imputato non sono io ma Pasolini. Del resto non è detto che lo debba ammazzare, questo Pasolini. A chi ci ha ordinato e pagato l’agguato io ho ben ripetuto che preferirei un pestaggio e basta. E questa ipotesi non è fantasia. Si basa sulle dichiarazioni fatte a me da un barista che si chiama Gianfranco Sotgiu e che si dice disposto a deporre dinanzi al giudice istruttore. L’incontro col Sotgiu è avvenuto nel mio ufficio, presenti il nostro collega Paolo Berti e il nostro collaboratore Mauro Volterra.
L’uomo era molto spaventato ed esitante. M’aveva telefonato più volte, dandomi appuntamenti che non si materializzavano mai, e solo dopo infinite incertezze s’è deciso a venire da me. Ecco la sua testimonianza, parola per parola. «Fu giovedì pomeriggio, verso le quattro o le quattro e mezzo. Giovedì 30 ottobre. Fu al bar Grande Italia, in piazza Esedra. Nel bar ci sono due telefoni a gettone, uno per le chiamate urbane e uno per le chiamate interurbane. Io ero entrato per cercare un numero nelle Pagine gialle. Il numero era di un campo sportivo a Trastevere, diretto da un prete. Volevo telefonare al prete e chiedergli se il campo era disponibile per una partita. Le Pagine gialle stavano sotto l’apparecchio delle interurbane, quel ragazzo stava telefonando dall’apparecchio accanto. Non mi ricordo tutto ciò che diceva ma ricordo queste parole: “Va bene, mi faccio portare al posto dove sono già stato. Se è solo da menargli ci sto, sennò lasciamo perde”. E dopo un po’ disse: “Aò, me raccomando. Solo pe’ un po’ de botte e basta”. E poi disse: “Ah, senti. Me servirebbe un po’ de soldi”. E poi disse: “Eh, no, che faccio. Aspetto fino a sabato pe’ un po’ de soldi?”. E poi: “Vabbe’, t’aspetto qui sotto i portici, se puoi venire in piazza Esedra sotto il cinema Moderno”. Attaccò il ricevitore, uscì, e quasi subito tornò. Dico quasi subito perché io stavo ancora lì a cercare il numero del campo sportivo in Trastevere. E questa telefonata la sentii tutta, insomma la ricordo tutta. Io mi girai quando sentii che faceva il numero, mi venne spontaneo. Fu una telefonata breve. Disse: “Pronto, me chiami Franz”. Poi disse, e non so se lo disse a Franz: “Senti, ci ho ripensato. Vorrei andare al cinema e se è possibile ti aspetto alle otto, otto e mezzo. Se vieni a quell’ora”. E l’ultima parola che disse prima di riattaccare fu: “Aò, me raccomando. Porta il dollaro”. E uscì. Io questo ragazzo non lo avevo mai visto. E in faccia non lo vidi neanche tutto, all’inizio, perché alla prima telefonata non faceva che soffiarsi il naso. Alla seconda mi voltava un poco le spalle, ma era più visibile. E appena ho visto le fotografie del Pelosi sul giornale ho pensato: io questo l’ho visto, lo conosco. Ho riconosciuto bene la parte superiore della faccia, il naso, le sopracciglia, gli occhi. E gli zigomi pieni. Era un ragazzo alto all’incirca come me ma più robusto di me, soprattutto alle spalle. Più che guardo le sue fotografie più che Io riconosco. E fu riconoscendolo nelle fotografie che mi scattò il ricordo. Mi scattò con la frase: “Aspetto fino a sabato pe’ un po’ de soldi’”. Alla polizia non ho detto ancora nulla perché ci ho paura. Una grande paura. Quella è gente che mena, che ammazza. Magari mi trovano e poi… Ci devo pensare bene prima di rimetterci. Io mi levo un peso dallo stomaco, ma ci rimetto. Rischio. Da lei mi sono deciso a venire quando ho letto sul giornale di questa faccenda. M’è sembrato che il mio fosse un episodio importante. E se c’entrasse la politica? Lei scriva pure le cose che ho detto. lo le giuro che sono vere. Lo giuro sull’anima mia.»
Si tende, dunque, questo tipo di agguato. Esso richiede un appuntamento con Pasolini, è vero, ma i suoi amici più intimi come Ninetto Davoli ammettono che di solito Pasolini non improvvisava le sue avventure. «Prendeva l’appuntamento anche con due o tre giorni di anticipo. Infatti, di solito, me lo diceva. Era raro che l’avventura la decidesse lì per lì. Perché era prudente». Però, se è vero che Pelosi conosceva già Pasolini, tutto diventa semplice. Supponiamo che l’appuntamento esistesse già, anche se Ninetto non lo sapeva. Pasolini arriva puntuale, la sua cena con Ninetto e la moglie di lui è durata soltanto fino alle dieci e mezzo. Carica prima un ragazzo che per qualche ragione non va o che è il protettore dei prostituti, torna indietro, lo fa scendere e costui chiama Pelosi. Si avvicina Pelosi, «Ciao, sei Pasolini?», e sale sulla “GT”. Si allontanano discutendo dove andranno. Pelosi vuol essere certo di dare l’indirizzo giusto, perché gli altri lo seguano come stabilito. Dopo un poco la GT riappare. Pelosi scende con una scusa: deve riprendere le chiavi di casa che aveva lasciato agli amici. Bugia di un bugiardo irrimediabilmente e sempre bugiardo: le chiavi di casa le prende ma allo stesso tempo consegna quelle di una “850”. La sua. Il ragazzo terrorizzato che s’è confidato col nostro collaboratore Mauro Volterra non ha forse fatto capire che la Mini Morris non era una Mini Morris? Cos’era dunque? La “850” di Pelosi? Durante questo scambio di chiavi Pelosi dice anche dove andranno: prima al ristorante Biondo Tevere e poi all’idroscalo. Quindi torna alla “GT” di Pasolini e di nuovo i due partono: seguiti da un’automobile che potrebbe essere la “850” e da una motocicletta. A bordo dell’auto e della motocicletta, i teppisti scelti per il pestaggio.
Un pestaggio mortale anche nelle intenzioni? Vicino al ristorante si appostano. Oppure hanno un appuntamento con Pasolini cui non sempre piace disporre di un prostituto soltanto? Durante l’attesa quelli dell’automobile cambiano idea. Forse tra loro c’è il ragazzo terrorizzato che dice: «lo so’ riuscito a uscinne». A seguire Pasolini e Pelosi, o a incontrarsi con loro, sono soltanto i tipi della motocicletta. E, all’Idroscalo, la tragedia si compie più o meno come racconta il testimone-che-tace. Insomma, più o meno secondo la versione che io offrii sull'”Europeo” la scorsa settimana. Sottolineo il “più o meno” perché niente ci prova per ora che l’alterco ebbe inizio in una baracca. Con molte probabilità esplose subito fuori. Ma il resto del racconto convince: «Pasolini riuscì a raggiungere l’automobile e si apprestava a salirci quando i due giovanotti della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono a colpirlo. Stavolta con le tavolette di legno e con le catene». C’erano queste catene? lo non lo so, però c’erano due tavolette e un bastone. Le due tavolette erano quelle dove c’è scritto ‘Buttinelli A.” e “Via Idroscalo 93”. Ma insomma! C’è bisogno di essere Newton o Sherlock Holmes per capire che quando uno picchia da solo non adopera tre oggetti?!? Ma quante mani ha? Tante quante la dea Kali? Oppure adopera prima il bastone, poi una tavoletta, poi un’altra tavoletta, perdendo tempo a cambiare, mentre Pasolini si difende? Ragioniamo col cervello o con i piedi? Neanche sul piano della logica vogliamo prendere in considerazione il racconto del testimone-che-tace? La polizia risponde: «Non poteva vedere perché non c’era la luna». Non poteva neanche udire tre voci diverse che gridavano, perché non c’era la luna? No, senza luna diventiamo ciechi e sordi in Italia. Non udiamo più nulla e non vediamo più nulla, neanche a cinquanta metri, a trenta, neanche se da qualche parte giunge un chiarore, per esempio dai capannoni oltre la strada asfaltata, neanche se la scena avviene (mettiamo) intorno a una certa GT coi fari accesi. Siamo un popolo senza virtù, un popolo che sa tenere il becco chiuso e che adora l’anonimato, ma siamo un popolo così romantico. Facciamo dipendere tutto dalla luna, e guai se non c’è.
Il resto è più o meno la ripetizione di ciò che avvenne se fu un agguato a scopo di rapina e non di pestaggio. Col particolare dell’anello eccetera. E se quell’anello a Pelosi lo avesse regalato qualcuno, ad esempio qualcuno che è implicato nella lurida storia? E se Pelosi se lo fosse sfilato e lo avesse lasciato cadere per vendicarsi d’esser stato messo in un pasticcio che (s’era raccomandato) doveva limitarsi a un po’ di botte e basta? Forse è il caso di pensarci e forse no. Ben consigliata, o mal consigliata, la famiglia di Pelosi ci informa ora che «Pino aveva un attaccamento feticistico per il suo anello». Feticistico? Che parole difficili può imparare la povera gente ignorante grazie alla legge. E comunque dubito che avremo le risposte invocate. Troppo tempo si è perso, troppe occasioni. Se pensi che la polizia non si curò nemmeno di recintare il luogo del delitto e impedire alla folla di cancellare le tracce. Ad esempio, le tracce di una motocicletta. Se pensi che alcuni giovanotti giocavano a pallone lì intorno e il pallone finiva ogni tanto sul cadavere di Pasolini. Se pensi che il cadavere venne lavato prima di completare gli esami della scientifica. Si voleva lavare anche la nostra coscienza? Oddio, ma per quello non basterebbero le cascate del Niagara. Arida e sporca come il cuore di chi non parla, essa non sa affrontare nemmeno un granello di verità. E quando qualcuno per caso lo offre, osservando i diritti e i doveri di un cittadino e di un giornalista, subito s’alza un gran vento. E spazza via quel granello, in un turbinare di sabbia.

Pasolini. Disegno di Davide Toffolo (2011). Tecnica mista su cartoncino

Pasolini. Disegno di Davide Toffolo (2011). Tecnica mista su cartoncino

II. È stato un massacro 
di Oriana Fallaci

“L’Europeo” – 21 novembre 1975

Questa è, parola per parola, la ricostruzione del dialogo avvenuto a più riprese tra il nostro collaboratore Mauro Volterra e il ragazzo che sa come morì Pasolini, o meglio chi (oltre al Pelosi) uccise Pasolini. Ho ritenuto giusto lasciare le frasi del ragazzo così come furono dette da lui, e cioè in dialetto romanesco, per non alterarne in nessun modo la spontaneità e l’autenticità. Ho ritenuto opportuno rispettare rigorosamente la successione cronologica dei colloqui avvenuti tra Volterra e il ragazzo per non manipolare in nessun modo la loro importanza e la loro utilità. Le notizie contenute dentro le parentesi che interrompono il dialogo spiegano come avvennero i drammatici incontri e sino a che punto il ragazzo fosse terrorizzato dalla paura d’essere ucciso.

«Te ne devi annà, capito? Te ne devi annà! lo so’ riuscito a uscinne da questa storia, ne so’ uscito fori. Perché me voj rimette in mezzo ar casino? Perché me voj rovinà? Va via, va via!»

E in quale modo sei riuscito a uscirne?
Mo te lo vengo a dire a te! Perché te lo dovrei dire a te’?

Perché ci potresti guadagnare un po’ di soldi. Io te le pago queste informazioni.
Nun li vojo li sordi tua! Che ci faccio con li sordi tua? Mannaggia, è facile parlà per te che nun rischi gnente. Tu con questa storia ce fai carriera. Ma io me becco na pistolettata in bocca, capito? La pelle è mia, mica è tua, capito?

Ti assicuro che non dirò mai a nessuno d’avere avuto certe informazioni da te. C’è il segreto professionale.
E io come faccio a fidamme? E se poi lo racconti invece? Tu ormai me conosci come faccia.

lo, il viso tuo, dopo averti parlato lo dimentico.
Ce credo proprio, ce credo. Tu quando l’hai dimenticato vieni a ricercamme per ricordallo un’altra volta. E me fai la fotografia all’improvviso, de nascosto. Bel guadagno ritrovamme con la fotografia sur giornale. E sotto la fotografia la scritta: “Ecco er testimone”. Aò! Mica so’ stronzo.

[Il primo incontro tra Mauro Volterra e il ragazzo è avvenuto in una via di Roma. Anzi in una via frequentata da prostituti, ladri, ricettatori: l’ambiente che ha ucciso Pasolini. Era notte. Il ragazzo, scoperto dopo una lunga e paziente ricerca, era profondamente impaurito. Cercava di sottrarsi alle domande di Volterra sgusciandogli via e camminando svelto lungo il muro. Sapeva la verità ma sapeva anche che dirla avrebbe potuto costargli molto. Allo stesso tempo, sembrava combattuto tra quella paura e la voglia di parlare, il bisogno di parlare per liberarsi d’un peso. La schermaglia tra lui e Volterra durò circa mezz’ora, e cioè fino a quando il nostro collaboratore si allontanò, deciso a ritrovarlo. Lo avrebbe ritrovato, infatti, due giorni dopo. Il dialogo che segue si riferisce all’incontro di due giorni dopo.]

«Ah, ma allora nun ce semo spiegati! Nun hai capito che nun te vojo vedé, che nun te dico gnente! Ma perché sei tornato? Lé, hai fatto un viaggio a voto. Stai a perde tempo.»

Una cosa soltanto. Lo sai dov’è la baracca di Pasolini all’Idroscalo?
Sì che lo so. Te potrei pure dì andove sta con esattezza. Ma nun te dico gnente. Capito? Gnente! – Ma chi sa gnente! Stavo a scherzà!

Sai anche chi erano gli altri che l’hanno ammazzato?
Ah! T’ho capito! È questo che voj sapé: chi so’ quell’altri.

Si, gli altri due.
Chi t’ha detto solo due? Mannaggia, se te dicessi la verità fino alla fine, ce sarebbe de fà un volume! Lé, io te saluto e me ne vado. Amici più di prima.

Non andartene, via, stai calmo… Non avere paura. Camminiamo un po’. Che t’importa se camminiamo insieme per un po’.
Vabbé… In fondo mi sei pure simpatico.

Dì, ma qui non si vedono più quelli che hanno la motocicletta? Chi ce l’ha la motocicletta?
Vuoi dire la Gilera 124? Quella ce l’ha il Roscio.

Chi?
Ma che me fai dì? Me fai di quello che nun vojo dì! Te ne voj andà? Mo vedi come sono i giornalisti? Te fanno le moine davanti e appena te revorti te fregano. Te ne voi andà? T’ho detto pure troppo. Anzi nun t’ho detto gnente, capito?

Senti, io non voglio i nomi e i cognomi. Mica sono un poliziotto.
Anche se nun sei un poliziotto, come faccio a sapé che nun me voj mette in mezzo, che nun me voj denuncià, che nun ciai quarcun altro appresso? E sai che te dico? Come faccio a esse certo che nun sei un poliziotto, che sei un giornalista peddavvero?

Ecco la mia tessera di giornalista. E, se non ci credi, vieni al giornale. Ci mettiamo in una stanza e parliamo là.
Manco pe’ gnente! Così da quella stanza nun esco più. Al giornale me vedono in troppi. E tu… Ma tu me voj fa’ ammazzà! Me voj fa’ finì con na pistolettata in bocca! Te lo voj mette en testa che se parlo m’ammazzeno?!? Ascoltame, lé: io te la direi la verità. Te la direi tutta, perché me sta qui. Però se la dico me pijo la pistolettata in bocca. E nun ce riesco! Nun ce riesco!

Provaci.
Ora ciò da fà. Vedemoce domani.

D ‘accordo. 
Però se parlo nun te dico tutto, t’avverto. Te dico mezza verità e basta, capito? Perché se te dico tutta la verità intera, poi te devo sparà a te. Te devo sparà in bocca.

Il secondo incontro è avvenuto in un punto diverso della città, cioè in un punto non frequentato dai prostituti e dai ladri. È avvenuto anch’esso di notte e, stavolta, il ragazzo era più che impaurito: era terrorizzato. Aveva ricevuto minacce da qualcuno, forse? Qualcuno che lo aveva visto con Volterra o che lo aveva saputo? L’impressione di Volterra è che il terrore non gli venisse dai compagni di vita ma da persone più lontane e più forti. Contemporaneamente, v’era nel ragazzo una durezza insospettata la prima volta. Diciamo la durezza che nasce nei deboli dalla paura. La sua voce era fredda, decisa, quando ha esclamato: «Se te dico tutta la verità intera poi te devo sparà a te, te devo sparà in bocca». E su questa frase si sono lasciati per ritrovarsi l’indomani, in una strada del centro.

[Ciò che segue è il dialogo del terzo incontro, incominciato con scena muta. L’appuntamento era infatti dinanzi a un negozio, ma quando è giunto Volterra il ragazzo non stava dinanzi al negozio. Volterra l’ha visto in un portone, che si nascondeva. Lo ha chiamato allora con un gesto della mano. Il ragazzo ha risposto con un moto di stizza. Poi ha attraversato la strada, gli ha detto con ostilità: «Aspettami qui». Infine è andato dietro una colonna, ha tolto dalla tasca un foglietto e, sveltissimo, gli ha dato fuoco con un fiammifero. Quando Volterra gli si è avvicinato, per terra restava un mucchietto di cenere. E il ragazzo la calpestava, in preda all’ira.]

«Ecco, me l’hai fatto brucià! Ce avevo scritto mezza verità, in quel biglietto, e ce l’avevo scritta per te… E tu me l’hai fatta brucià.»

Io?!?
Si, te, mannaggia a te. Perché m’ero preparato tutto, mannaggia a te. Te volevo pedinà pe’ vedé se eri solo peddavvero o se ciavevi quarcuno dietro, e dopo, se ero sicuro che nun ciavevi nessuno dietro, te davo er biglietto e scappavo. Così nun me cercavi più. Hai rovinato tutto.

Non importa, mi dici le stesse cose a voce. Tanto io le cose le so già: da te voglio una conferma e basta. Hai letto l’articolo della Fallaci?
Io i giornali nun li leggo mai.

Allora andiamo a comprare il mio. Cosi leggi quello.
Giurame su mamma tua che nun me fai uno scherzo.

Lo giuro su mamma mia. Voglio solo che tu legga quell’articolo.
[Si sono avviati verso un’edicola e hanno comprato “L’Europeo”. Il ragazzo ha voluto pagarlo. Poi, con “L’Europeo” in mano, sono entrati in un bar, hanno chiesto due caffè, si sono seduti a un tavolo. Anche i due caffè ha voluto pagarli il ragazzo. Il ragazzo sfogliava le pagine su Pasolini con curiosità e diceva: «Ah, è questo “L’Europeo”?». Quando Volterra gli ha indicato il mio pezzo a pagina 23 e il titolo “Ucciso da due motociclisti?” s’è messo a leggerlo attentamente e annuendo con dondolii della testa. A circa metà del pezzo, o poco prima, ha improvvisamente sbattuto il giornale sul tavolo.]

Ma ce l’hai qui la verità! Ce l’hai qui nell’articolo! Che voj da me? È successo così! Che voj da me’?

Una conferma.
Te la dò, te l’ho data. Che me voj fà dì? Se parlo ancora finisce che si capisce chi sono io. Lo fai capire insomma. Perché io da questo articolo l’ho già capito chi è l’omo che ha visto. È quello che va a fare l’amore laggiù con… No, no, fa conto che nun so gnente, che nun t’ho detto gnente.»

Va’ avanti, finisci di leggere l’articolo e poi parliamo.
[Il ragazzo ha ripreso la lettura ma, giunto alla seconda parte della seconda colonna, ha assunto un’aria ironica e delusa.]
No, le catene no. Quelle nun ce stavano. Su quelle le hanno detto na bugia. E poi chi le usa più le catene pe’ menà?

Lo sappiamo. Lo sapevamo che probabilmente v’erano inesattezze nel racconto. Ma dovevamo riferire quel che c’era stato riferito, senza censure, sennò avremmo rischiato di tagliare cose vere.
Però a parte le catene… Mannaggia! Ma chi gliele è andate a dì queste cose? Chi è stato?

Se io te lo dico, ti dimostrerei che non rispettiamo il segreto professionale. E avresti ragione a non fidarti di me quando ti assicuro che nessuno saprà chi è stato a darmi la conferma. Leggi ancora. Leggi fino in fondo.
[Ha letto fino in fondo, con attenzione quasi morbosa, e alle ultime righe ha avuto uno scatto ai bordi dell’isteria.]
Sì! Questo è vero, sì! E vero!

Cosa è vero? 
La storia dell’anello! Ce l’ha lasciato apposta. È vero che Pelosi l’ha lasciato apposta! Lo so!

Vuol dire che l’ha fatto per incriminare se stesso o qualcun altro?
Lasciame stà! Lasciame andà! Nun dico gnente! Nun ho detto gnente! Devo andà via! Ciò un appuntamento!»

[Il ragazzo s’è accorto troppo tardi d’essersi lasciato sfuggire qualcosa che giudicava molto pericoloso. E ciò lo ha gettato in preda al panico, anzi alla disperazione. Sconvolto da ciò che aveva detto, s’è alzato, è uscito dal bar, s’è messo a correre lungo il marciapiede. Volterra lo ha raggiunto, lo ha costretto a fermarsi, e con una mano gli teneva il braccio destro, con l’altra gli mostrava il denaro respinto il giorno prima.]

Guarda, questi soldi sono davvero per te. E se non ti bastano te ne do ancora. Perché non vuoi guadagnare un po’ di soldi senza rischiare nulla?
Nun li vojo! Che ce faccio con li sordi se me pijo una pistolettata in bocca? Nun li vojo!

Ma di chi hai paura? Di chi? Prendili.
No. Cerca de capì. Nun posso. Io con questi sordi me ce potrei divertì due settimane e magari anche un mese. Ma se li piglio io nun ce arrivo a un mese, nun ce arrivo nemmeno a due settimane. Ascortame, lé – tu te tieni li sordi tuoi, e io me tengo la pelle mia.»

[S’è divincolato, ha ripreso a scappare. Volterra lo ha inseguito e raggiunto, costringendolo a rallentare il passo e a camminargli accanto. Hanno continuato così, camminando l’uno accanto all’altro, per circa un’ora e mezzo. Hanno girato, a piedi, mezza città. Alcuni tratti li facevano in silenzio completo, altri discutendo sull’opportunità di fermarsi e parlare o no. Tutto il dialogo che segue va letto senza dimenticare il panico e la disperazione che aveva preso il ragazzo. Ansimava, tremava, si guardava alle spalle per convincersi di non esser seguito. Ogni tanto sembrava anche cedere alla tentazione di guadagnarsi quei soldi e annunciava che al prossimo bar si sarebbero fermati, ma poi il bar non gli andava bene e la marcia riprendeva: come un incubo.]

Tu me devi capì, cerca de capì. Io la verità ce l’ho qua in bocca, lé. E me brucia. Vorrei dirtela proprio, vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la faccio. Ciò troppa paura. Ma che ce guadagno a parIà’? Ma che sono li sordi se m’ammazzeno’? Quelli m’ammazzeno!

Via, calmati. Calmati.
Senti come scotto. Senti come brucia la faccia mia. Nun lo vedi che so’ tutto rosso? So’ un foco. Nun ce la faccio. Famme calmà. Quando me so’ calmato, provo a parlà. Te giuro che ce provo perché n’ho voglia. Al primo bar con le sedie ce fermamo e te dico tutto. No, tutto no: te dico mezzo. Ma te dico.

Bene. Questo bar qui ti piace?
No. C’è troppa gente.

Allora questo. Questo è quasi vuoto, guarda.
No, nun me piace. Meglio la chiesa. La scalinata della chiesa. Mettemose là.

Mettiamoci qua.
Mo aspetta, eh? Aspetta che me riposo un pochetto. No, nun me va bene neanche qui. Ce vedeno in troppi.

[S’è rialzato. Si sono rialzati. Hanno ripreso a camminare. Si sono fermati a un sottopassaggio. E qui, finalmente, ha incominciato a parlare.]

Quella sera… Guarda, quella sera… Ecco: Pasolini, è arrivato con er “GT”. È arrivato lì, ai giardinetti davanti al bar. E arrivato e ha fatto montà subito uno che nun era il Pelosi. Ed è partito con lui e hanno fatto un giro. Un giretto de cinque minuti, diciamo, una cosa così. Poi è tornato e il ragazzo che aveva fatto montà è sceso. Il ragazzo è sceso, è andato verso il Pelosi e l’ha preso da parte e se so’ parlati. Allora Pelosi è montato lui sulla macchina de Pasolini. E sono andati via ma dopo un poco sono tornati. Robba de poco tempo. E Pelosi è sceso. È venuto verso de noi. S’è messo a parlà con noi. Si, c’ero pure io. Vabbé, c’ero pure io.

E che vi ha detto il Pelosi?
Tu me voi rovinà! Nun te lo dico che ha detto! Famme annà via!

Calmati. Continua il racconto.
Lo continuo perché me piaci. Dei sordi tua me ne frego. Però te devo ricordà che la verità tutta intera nun te la posso dì, te ne posso dì mezza e basta, quell’altra mezza te la devo raccontà con quarche bugia pe’ fà confusione. Sennò me riconoscono che so’ io che t’ho detto le cose. E la verità è che quando il Pelosi è risalito de novo sulla “GT” de Pasolini… E Pasolini s’è allontanato de novo con lui a bordo… ecco… l’hanno seguito. Dietro ce se so messe una Mini e una moto. Voglio dì una Vespa 125. No, una Vespa 50… Nun Io so che era. Nun te Io dico che era.»

Lo sai, ma qui dici la bugia. Neanche la Mini era una Mini, vero?
Lo vedi che fai er pezzo de merda? Lo vedi che me voi imbroglià? E che, so’ fregnone io?

E la Vespa non era una Vespa. Perlomeno, non era una Vespa 50. E magari era una moto.
Lasciame annà, lasciame annà. La cosa più importante te l’ho detta!

No, ancora no. Vai avanti, ti prego.
Bé… L’hanno seguito. L’hanno seguito prima al ristorante. E qui l’hanno aspettato e…

[Su queste parole s’è alzato, di scatto, pentito, deciso a fuggire, e Volterra è riuscito a trattenerlo. Il ragazzo si divincolava.]

Nun me toccà!… Metti giù le mani!… Lasciame andà!… Ce vedeno!

Non ci vedono. E se mi prometti di non scappare. ti lascio. Anzi guarda: o mi metto tre scalini sotto, così non ti osservo nemmeno quando parli.
Vabbé.

Ora dimmi: c’eri anche tu nel gruppo che l’ha seguito fino al ristorante? Ma quanti eravate?
Lasciame annà! Lo vedi che nun ce stai ai patti? Lo vedi che me voi fa’ ammazzà? Nun me chiede niente!

Cosa intendevi quando hai detto «io da questa storia son riuscito a uscire»? Intendevi dire che l’hai seguito fino al ristorante e basta e che te la sei cavata fuggendo dopo?
Non me regge! Lasciame annà! Maledetto a me! Chi me l’ha fatto fà quella sera d’andà ai giardinetti? Perché nun sono andato al Colosseo?

È stato Pelosi, vero, a dirvi d’andargli appresso?
Io nun so gnente, gnente. Nun te dico più gnente. Tu me voi rovinà.

Senti, se mi dici di più ti faccio guadagnare davvero dei soldi.
Te dico tutto ar telefono. Te chiamo io al numero tuo dell’ufficio tuo. Me l’hai dato il numero dell’ufficio tuo. Te chiamo tra un’ora, anzi tra mezz’ora. Ma lasciame.

Ti lascio se mi dici una cosa. Una cosa sola. Perché è morto Pasolini?
Perché… Nun è che volevamo… Gli volevamo solà er portafoglio e…

[E qui è scappato. Con tanta decisione, con tanta rapidità che Volterra non ha tentato nemmeno di raggiungerlo. È rimasto lì a vederlo entrare in una via secondaria e poi sparire. Quando abbiamo visto il nostro collaboratore giungere al giornale, egli era bianco per la tensione e per la stanchezza. Al giornale ci siamo messi tutti ad aspettare la telefonata del ragazzo. Abbiamo aspettato mezz’ora e un’ora e un giorno e due giorni e più. Ma la telefonata non è arrivata mai. Mentre aspettavamo, chiedevo a Volterra di interrogare la sua memoria per convincermi che la frase pronunciata dal ragazzo era «Volevamo solà er portafoglio» e non «Volevano solà er portafoglio». E la memoria di Volterra ripeteva «Volevamo». La speranza di sbagliarsi, invece, gli diceva «Volevano».]

Oriana Fallaci durante il processo contro Pelosi. 8 marzo 1976

Oriana Fallaci durante il processo contro Pelosi. 8 marzo 1976

III. Deposizione di Oriana Fallaci
al processo istruttorio (2 dicembre 1975)

A domanda risponde:
«Ebbi i primi accenni, in ordine all’eventualità che il Pasolini non fosse stato ucciso solo dal Pelosi, ma anche da due motociclisti, e che ciò fosse stato visto da qualcuno, e che l’iniziale versione raccolta dalla S.V. non fosse quindi esatta, da una giornalista americana del “Chicago Tribune”, Kay Withers, che ritengo abiti a Roma e che a sua volta riferiva voci provenienti da due giornalisti dell’agenzia “Reuter”. All’inizio non detti peso all’accenno, ma il racconto tornò alla mia memoria allorché ebbi un incontro con una persona che mi dette la narrazione sulla morte di Pasolini da me riportata nell’articolo Ucciso da due motociclisti? su “L’Europeo”. Prima della pubblicazione dell’articolo. e anche per ottenere il giudizio di un collega e per approfondire i fatti, volli avere un altro colloquio con l’individuo alla presenza del dott. Libero Montesi, vice-direttore della rivista a Roma: ma alle nostre sollecitazioni per ottenere dall’informatore il nome del testimone che dalle baracche avrebbe visto, la notte dell’assassinio, lo svolgimento dei fatti, egli si dimostrò spaventatissimo e rifiutò dichiarando che il testimone si sarebbe rifiutato di parlare con chiunque perché aveva paura e non avrebbe parlato nemmeno “coperto d’oro”. Anche l’invito rivolto all’informatore affinché anche per scritto anonimo o telefonata il giornale potesse acquisire maggiori conoscenze, non ebbe successo, né ebbero successo ulteriori tentativi di persuasione.
Noi cercammo di appurare altre notizie dal direttore della “Reuter”, che disse di non sapere nulla. La Withers mi riferì poi, o almeno così dedussi da una successiva conversazione con lei, che uno dei due giornalisti della “Reuter”, da lei interpellato, le aveva detto di aver letto le voci relative sulla stampa.
Non sono in grado di dare indicazioni sul Gianfranco Sotgiu  (generalità che io ricavai dal passaporto da lui esibitomi) e che venne a parlare con me: era un uomo magro, di media statura, di età tra i 25 e i 30 anni, con i capelli scuri e con leggere inflessioni romanesche nell’accento.
Voglio precisare che, circa la persona che mi informò, e che desidero che si indichi sempre come persona senza precisazione di sesso (intendo in tal modo che si rettifichino i punti del verbale in cui la si indica con la qualificazione maschile), non ritengo di fornire alcun particolare, considerandomi vincolata dal segreto deontologico. La indicazione di Stella Angeletti Di Martino la ricavai dal “Paese Sera”.
Aggiungo a richiesta della S.V. che la persona che ci informò non volle alcun compenso.
Dopo la pubblicazione del mio primo articolo ebbi una conversazione nel mio ufficio con il Malusà Libero, il quale mi offriva una sua personale ricostruzione dei fatti. Anzi preciso che tale persona non si qualificò, e che il nome di Malusà Libero mi viene fatto dalla S.V. Aveva comunque una barba biondiccia che gli ricopriva la parte inferiore del viso. Non mi parve persona attendibile e quindi al più presto la congedai, anche perché il suo rifiuto a qualificarsi e a fornire le ragioni del suo interessamento mi lasciarono perplessa.»

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