“Una storia sbagliata” per PPP, a 10 anni dalla morte di De Andrè (2009)

"La ricotta" (1963) di Pasolini

Per i dieci anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, avvenuta l’11 gennaio 1999, “Pagine corsare” ha ricordato nel 2009 la figura del grande cantautore-poeta di Genova e, in particolare, la canzone Una storia sbagliata, che insieme a Massimo Bubola egli scrisse per Pasolini nel 1995. Un brano il cui significato è spiegato allo stesso Faber, che ne raccontò in un’intervista, qui pubblicata, la genesi e le ragioni.   

Per PPP. “Una storia sbagliata”
di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola

«[…] Sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterànel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti di cui il consumismo ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci »[P.P.Pasolini, Gennariello, 1975].
Il 2 novembre 1975, quella grande lezione di vita (cominciata, nel marzo del ‘75, pensando a un “ideale” Gennariello) è stata soffocata dalla grigia polvere di uno spiazzo nell’Idroscalo di Ostia. La scomparsa di Pasolini non è stata solo la dolorosa perdita di un grande intellettuale; prima di Pasolini scomparvero improvvisamente Elio Vittorini, Beppe Fenoglio, stroncati da crudeli malattie, e ancora prima, Cesare Pavese, anch’esso in maniera tragica. La morte di Pasolini, tuttavia, è stata avvertita, e lo è ancora oggi, come la perdita di qualcosa di incolmabile e di irripetibile.
Per quale motivo? Sicuramente non solo per l’aspetto letterario o artistico. Anche Pavese e Vittorini, per esempio, sono stati scrittori eccellenti, intellettuali impegnati e, gramscianamente, “persuasori” culturali. Pier Paolo Pasolini ha significato e rappresenta qualcosa in più. Ha concretizzato la figura dell’intellettuale che analizza, sviscera il presente. Spesso si è parlato della valenza profetica di alcune analisi condotte dallo scrittore. In realtà è stato uno sguardo attento e lucido sull’attualità e sulla contemporaneità. Che è una delle capacità di analisi più difficile e di cui sembrano essere carenti i “commentatori” a noi contemporanei.
La descrizione del cambiamento della società italiana, delle degenerazioni politiche e sociali, dell’imbarbarimento e dell’omologazione culturale, unita a un non comune e poliedrico senso artistico, hanno portato lo scrittore a esercitare un grande fascino e una rilevante influenza culturale.
Una storia sbagliata è il titolo della canzone dedicata da Fabrizio De Andrè a Pier Paolo Pasolini e la cui prima pubblicazione è del 1995 nel Cd Luna di giorno. Le canzoni di Pier Paolo Pasolini. Di questo brano ci parla lo stesso De Andrè nel volume Fabrizio De André. Passaggi di tempo scritto da Doriano Fasoli: il testo di De Andrè, tratto da una intervista, è qui riportato. A seguire, il testo della canzone e un ricordo di Fabrizio De Andrè, firmato da Francesco Persili (A.M.).

Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè

PPP “Una storia sbagliata” secondo Faber
di Fabrizio De Andrè

«È una canzone su commissione, forse l’unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta da Franco Biancacci, a quel tempo a Rai Due, come sigla di due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e di Wilma Montesi. In quel tempo, se non ricordo male, stavo cominciando a scrivere con Massimo Bubola l’ellepì che fu chiamato L’indiano (quello per intenderci che ha come copertina quel quadro di Remington che rappresenta un indiano a cavallo). E così gli ho chiesto di collaborare anche a questo lavoro.
Ricordo che decidemmo tout-court di fare la canzone su Pasolini, e non tanto perché non ci importasse niente della morte della povera Montesi, ma per il fatto che a noi che scrivevamo canzoni, come credo d’altra parte a tutti coloro che si sentivano in qualche misura legati al mondo della letteratura e dello spettacolo, la morte di Pasolini ci aveva resi quasi come orfani. Ne avevamo vissuto la scomparsa come un grave lutto, quasi come se ci fosse mancato un parente stretto.
Nella canzone comunque esiste una traccia di questa ambivalenza, cioè del fatto che ci si riferisce a due decessi e non ad uno solo. E lo si capisce nell’inciso quando canto: “Cos’altro vi serve da queste vite / ora che il cielo al centro le ha colpite”.
Come nasce una canzone? Direi che buona parte del senso e del valore della canzone sta prima di tutto nel suo titolo, cioè Una storia sbagliata, vale a dire una storia che non sarebbe dovuta accadere. Nel senso che in un clima di normale civiltà una storia del genere non dovrebbe succedere.
E poi mi pare ci siano altri due versi che a mio parere spiegano meglio di altri il senso della canzone: “Storia diversa per gente normale / storia comune per gente speciale”. Laddove per “normale” si deve intendere mediocre e poco civilizzato e per “speciale” normalmente, civilmente abituato a convivere con la cosiddetta diversità. Mi spiego meglio: per una persona matura e civile direi che è assolutamente normale che un omosessuale faccia la corte ad un suo simile dello stesso sesso. E assolutamente normale anche che se ne innamori. Dovrebbe esserlo anche per il corteggiato eterosessuale che ha mille modi di difendersi senza ricorrere alla violenza. Purtroppo la cultura maschilista e intollerante di un passato ancora troppo recente, ed allora ancora più recente di quanto non lo sia adesso, e che definirei un passato ancora recidivo, ha fatto credere alla maggioranza che il termine normalità debba coincidere necessariamente con il termine intolleranza.
Ecco, un altro aspetto tragico che abbiamo voluto sottolineare nella canzone per la morte di Pasolini è quello legato ad una moda purtroppo ancora adesso corrente, e che si ricollega anche lei al clima di ignoranza e di caccia al diverso. E cioè il fatto che della morte di un grande uomo di pensiero sia stata fatta praticamente carne di porco da sbattere sul banco di macelleria dei settimanali spazzatura e non solo di quelli. Il verso “È una storia per parrucchieri” vuol dire che è una storia che purtroppo la si leggeva allora e ogni tanto la si legge ancora oggi sulle riviste equivoche mentre si aspetta di farsi fare la barba oppure la permanente. Questo è un po’ in generale il senso della canzone.

“Una storia sbagliata”. Il testo
di Fabrizio De André-Massimo Bubola

E’ una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po’ complicata
è una storia sbagliata.

Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d’inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos’altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E’ una storia di periferia
è una storia da una botta e via
è una storia sconclusionata
una storia sbagliata.

Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del cuore
una notte un po’ concitata
una notte sbagliata.

Notte diversa per gente normale
notte comune per gente speciale
cos’altro ti serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E’ una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

E’ una storia da carabinieri
è una storia per parrucchieri
è una storia un po’ sputtanata
o è una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos’altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

Per il segno che c’è rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.

L'Alfa GT di Pasolini

L’Alfa GT di Pasolini

Fabrizio De Andrè, la poesia (e la speranza) delle minoranze
Un ricordo di Faber a dieci anni dalla morte
di Francesco Persili

10 gennaio 2009

È l’altra Lanterna di Genova. Un lampo che ti fa strada, tra le onde e le nuvole basse, una luce che c’è. C’è da sapere che Fabrizio De Andrè è quella speranza che viene dal mare. Una musica che stabilisce legami, una parola che crea possibilità, quella vita che sempre ricomincia. Dal basso. Tra gli abissi dell’esistenza, negli occhi degli ultimi, in mezzo alle storie dei dimenticati. Lui c’è, sempre.
Cercare Faber a 10 anni dalla morte è lasciarsi trascinare dalla curiosità, mettere la faccia al vento. Rotta su Genova, nel sottoporticato di Palazzo Ducale, una mostra ricorda il poeta della canzone. Il progetto, curato da Guido Harari, Pepi Morgia, Vincenzo Mollica e Vittorio Bo, è realizzato da Studio Azzurro, gruppo di avanguardia della video arte italiana. Non sarà l’unico modo per stare ancora con lui. Fabio Fazio domenica 11 gli dedica lo speciale di Che tempo che fa con Lorenzo Cherubini già Jovanotti in collegamento dal cimitero di Spoon River, e le radio manderanno alla stessa ora in contemporanea Amore che vieni, amore che vai. Ci saranno anche rappresentazioni teatrali, concerti di piazza e lunedì 11 la serata De Andrè
all’Auditorium di Roma con Nicola Piovani e Mauro Pagani. Tanta roba. Emozioni, nostalgie, le inevitabili malinconie e la devozione missionaria di chi, come Wim Wenders, non ha fatto in tempo a scoprirlo che si è messo subito al lavoro per recuperare il tempo perduto. Il regista tedesco, dopo aver inserito nel suo film Palermo Shooting la ballata Quello che non ho, sta progettando un mega-show a New York con la partecipazione dei più grandi artisti internazionali come Leonard Cohen, David Byrne e Paul Simon. Wenders racconta di essere stato rapito dalle atmosfere mediterranee di Crêuza de mä, una canzone in dialetto genovese che rappresenta un riuscitissimo esempio di world music.
Persone comuni e artisti da hit parade s’aggrappano al poeta della canzone e alle sue narrazioni che seminano dubbi e distillano verità. Basta un accordo, e ti tocca cercare Faber per tutta la vita. Perché nel suono c’è il timbro di una voce capace di dare il nome alle cose, e la vivacità di uno sguardo che non ha paura di affondare nei recessi dell’esistenza senza conformismi, né (pre)giudizi sommari. Fabrizio è quella voce, quello sguardo, quel repertorio di insofferenze e di utopie. Per questo continua ad essere la colonna sonora di attese e proteste, cadute, slanci ed equilibri in bilico.
”Quello che non ho, è quello che non mi manca”. Ecco, uno dei tanti versi che restano scolpiti nella memoria. Accade di rado, ma quando l’ironia brucia la pesantezza delle parole, un testo smette di essere solo un brano che accompagna una melodia. Diventa un paesaggio dell’anima, un modo per capire il mondo. Nel succo delle sue storie, nella fragilità degli innamoramenti, nella scelta (e nella perdita) degli ideali. Nel capovolgimento di ogni punto di vista. Si situa su questa latitudine la poesia di De Andrè, si nutre di contrasti. La disperazione e la speranza. Le illusioni e le delusioni. Le ipocrisie dei borghesi e la vitalità dei vinti. Le ombre dei sogni e lo splendore della realtà.
«Fabrizio oggi è di tutti», spiega la moglie Dori Ghezzi perché ciascuno ritrova in Fabrizio una parte di sé. I vent’anni, gli amori, i furori, le incertezze, i chiaroscuri, gli eccessi e quel senso di rabbia e di anarchia. Perché l’homo Faber è un indiano, un marinaio di foresta, un ribelle. Ha l’orgoglio dell’appartenenza, la simpatia per la minoranza e la libertà di viaggiare in direzione ostinata e contraria. Una voce contro, un eretico. Come Pier Paolo Pasolini più che un intellettuale del dissenso è un uomo che dissente. E come il poeta di Casarsa ha valori corsari e una ricerca che muove controcorrente. Si sporca con i colori della strada, s’impregna dell’odore dei carruggi. Si confonde nelle notti, e fra le solitudini, di Via del Campo (delle mille razze, delle comari e della povertà) per restituire l’umanità di figure dolenti e minute che sembrano danzare leggere in quei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Prostitute, imbroglioni, travestiti e clochard colti sul fatto e presi in simpatia fra il nodo dei vicoli e il mare aperto. Segui Faber e ti entra dentro la Zena di angiporto. Popolare, schiva, un filo Superba, che accoglie ritraendosi e lascia andare di nuovo, senza rimpianti, con la consapevolezza di chi sa che prima o poi tanto ripasserai di là. Belìn, tanto dove credi di andare? Una barca, l’aria che sa di sale, scene di mercato, una scala in salita. La cima di una vertigine. Genova e così sia, come diceva Giorgio Caproni, il mare in un’osteria.
Fuori dal mucchio, contro le leggi del branco, i conformismi, i comodi recinti delle abitudini, giusto in Italia De Andrè poteva essere schedato dalla polizia, controllato dai servizi e sospettato di far parte di gruppi rivoluzionari di sinistra collegati alla bomba di piazza Fontana o, addirittura, di simpatizzare per le Brigate Rosse. Ma quale terrorista, per dirla con Fernanda Pivano che ha tradotto l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, poi messa in musica da Faber:  De Andrè non è solo un cantautore, è un grande poeta. «Non il Bob Dylan italiano, semmai è Bob Dylan il De Andrè americano». Perché Fabrizio è una lanterna magica che fa luce sul senso profondo del reale e ci fa capire molte cose: tra le altre, che i sogni si sognano ma la realtà si racconta. E se cerchi bene sulla tua cattiva strada, sul fondo del Sand Creek, all’hotel Supramonte, in mezzo a quella crêuza de mä, ovunque trovi storie in cui ogni parola è carne e la musica diventa una forma di conoscenza della vita e del mondo. Letteratura da combattimento di chi «offre la faccia al vento, la gola al vino, e mai un pensiero non al denaro, non all’amore, né al cielo». D’accordo, ma stavolta si fa un’eccezione. E un pensiero lo si ruba non al cielo, ma a Fabrizio De Andrè. «Meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati». Sarà pure così, ma tanto Faber, se lo cerchi, sta sempre lì. Dalla parte dei deboli, dalla parte delle minoranze. Da qualche altra parte. Dalla parte nostra.

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