Una testimonianza di Mimmo Calopresti (2005)

Mimmo Calopresti

Per il catalogo, edito da Silvana, della  mostra  Pasolini e Roma (Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1b, 21 ottobre 2005 – 22 gennaio 2006; curatori Enzo Siciliano e Federica Pirani), Mimmo Calopresti scrisse il bellissimo testo che qui è ripubblicato.
Egli allude in particolare allo straordinario recupero  nel 2004 del documentario di 85’ girato da Pasolini in occasione dello sciopero dei netturbini il 24 aprile 1970 e fortunosamente ritrovato, anche se senza audio, tra gli scaffali dell’Archivio Audiovisivo di Mondo Operaio e Democratico, di cui all’epoca Calopresti era presidente. Quel raro filmato è diviso in tre parti, dapprima con le riprese delle “fumose” assemblee degli scopini, cui partecipò lo stesso Pasolini, consigliando di “lottare, ma senza mai perdere la pazienza”; poi con le immagini della discarica di Roma e, infine, con le interviste ai netturbini sul posto di lavoro ai Mercati Generali di Roma.
Il tema aveva tutti i presupposti  per suscitare l’interesse di Pasolini alla sorte di questi  lavoratori, ultimi tra gli ultimi, pària della società che in condizioni disumane di lavoro e di igiene ripulivano le città dalle scorie urbane accumulate da un consumismo già galoppante. Nella poesia
Appunti per un romanzo sull’immondezza   li aveva definiti  «angeli» e campioni di «umiltà» che parlano «con grazia anche dei propri diritti», alla pari delle marionette Totò e Ninetto che, nello struggente cortometraggio Che cosa sono le nuvole? (1968), muoiono e rinascono  trai rifiuti delle discarica dove li ha gettati il  “monnezzaro”  Domenico Modugno.
Pasolini, in linea con questa  sua personale poetica della “monnezza” e degli “stracci”, girò il documentario sullo sciopero degli scopini  per conto del Comitato cineasti italiani contro la repressione e secondo un impegno di controinformazione che doveva passare per i circuiti alternativi a quelli tradizionali e che, non per nulla, lo vide nel 1970 dietro la macchina da presa anche per il documentario
12 dicembre sulla strage di piazza Fontana dell’anno precedente.
A sua volta, nel 2005, Calopresti  montò parte delle preziose immagini girate da Pasolini all’interno di un suo personale omaggio al poeta-cineasta corsaro dal trasparente titolo Come si fa a non amare Pasolini. Appunti per un romanzo sull’immondezza, arricchito da un cammeo con Laura Betti e dalle testimonianze di  Bernardo Bertolucci e Enzo Siciliano.
Nella sua testimonianza scritta, tuttavia, Calopresti  si spinge oltre il ricordo del filmato che ha miracolosamente ritrovato e  giunge a fissare il segreto dell’arte di Pasolini nella grazia poetica della rivelazione del reale. (angela felice)

"Appunti per un romanzo sull'immondezza" (1970) di Pasolini. Fotogramma

“Appunti per un romanzo sull’immondezza” (1970) di Pasolini. Fotogramma

 Mimmo Calopresti: “Come si fa a non amare Pier Paolo Pasolini”

E oggi 24 aprile 1970
è giorno di sciopero: l’Ordine degli scopini
è entrato nella storia;
bisogna essere contenti, come se gli angeli
fossero scesi sulla terra, a sedersi sulle panchine dei viali
e dei muretti della borgata;
è giorno di Rivelazione;
è caduta ogni separazione tra il Regno d’Ognigiorno
e il Regno della Coscienza;
ciò che resta intatta è l’umiltà;
perché chi ebbe una vocazione vera
non conosce la violenza; e parla con grazia
anche dei propri diritti.
(Pier Paolo Pasolini, da Appunti per un romanzo sull’immondezza, 1970)

Nel 1970 Pier Paolo Pasolini girò un documentario prodotto dall’Unitelefilm, uno dei prodotti del Comitato Cineasti Italiani contro la repressione. I versi sopra riportati fanno parte di una vera e propria ode che doveva accompagnare le immagini girate e montate. Pasolini ne parlò in qualche intervista e disse che era parte di un progetto più ampio: accennava addirittura a un film di molte ore che riguardava il Terzo Mondo (“Paese Sera”, 19 giugno 1970). Laura Betti, dopo la morte del suo amato Pier Paolo, dirigendo il Centro Pasolini, provò a cercarne il girato per diversi anni, senza alcun risultato, e alla fine ci rinunciò: non si dimenticò però di farvi riferimento nel suo film Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno (2001), facendo volare (sue parole testuali) Pier Paolo sopra una grande discarica di immondizia.
Poi, per molti anni, il filmato fu dato per disperso, anche se alcune filmografie francesi ne fanno riferimento specifico. Ma il film, anzi, la parte filmata del Romanzo dell’immondezza, è lì dove doveva essere, all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, oggi fondazione indipendente e negli anni ’70 parte dell’ Unitelefilm. Il film è diviso in tre parti: la prima raccoglie le riprese dell’assemblea degli scopini; nella seconda scorrono le immagini della discarica di Roma; nella parte finale ci sono delle interviste agli stessi scopini sul loro posto di lavoro: alcuni, per esempio, fanno vedere i loro armadietti, e mi sembra che parlino delle proprie condizioni di vita. Mi sembra, perché, mentre sono riuscito qualche tempo fa a vedere le immagini di alcuni rulli di pellicola, per lo meno premontati, non sono ancora riuscito a rintracciare il sonoro di quelle immagini.
Ma ecco che lo scorrere di quelle facce, che, riunite in assemblea, nel loro muto movimento labiale discutono dello sciopero, scopre il romanzo pasoliniano. Non sono gli umili lavoratori della scopa che Pasolini sta guardando, ma gli angeli scesi sulla terra il 24 aprile 1970, il giorno della sciopero, come scrive lui nel suo poema, giorno della rivelazione e della presa di coscienza, divinità meravigliosamente umili, che parlano con grazia dei loro diritti: non si sente cosa dicono, non importa. La cosa importante è che non riescono a fare a meno di avere grazia.
Ecco quindi Pasolini, immerso dentro la sua poesia, come gli succede sempre quando fa cinema o scrive. Pasolini guarda tutto, compresa l’immondizia, con l’attenzione di chi sta cercando qualcosa di importante ed è sicuro di riuscire a trovarlo. Lui lo sa, lo ha sempre saputo, la rivelazione (rivoluzione) è l’attimo poetico. La presa di coscienza della realtà è il momento della conoscenza. Il suo compito d’artista ha sempre voluto dire stare in quella realtà, l’unica realtà che si possa comprendere e raccontare.
Un piccolo pezzo di carta trascinato dal vento che svolazzava in mezzo alla strada attirava la sua attenzione. Questo ho sentito dire da Bernardo Bertolucci che seguiva come aiuto regista il film Accattone: metteva all’interno dell’inquadratura quel che casualmente incrociava il suo sguardo, perché era il tratto pittorico di cui aveva bisogno.
Il cinema di Pasolini fa i conti con tutto quello che si agita intorno a lui, ma il suo agire non è rappresentare la realtà, essere militante (così si diceva negli anni ’70) del reale: per lui la cosa importante è la ricerca del particolare pittorico da inserire nel grande affresco della vita. Una morte violenta quella di Pasolini, ma una vita vissuta con molta grazia, come ancora una volta si può vedere da questo piccolo progetto di film che ci ha lasciato in uno scaffale in via Sprovieri 14 a Roma.

 

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