Una testimonianza di Alberto Arbasino (21 ottobre 2005)

Alberto Arbasino

Il dibattito acceso nel maggio 2005 dalla ritrattazione del reo confesso Pino Pelosi sul delitto Pasolini diede modo allo scrittore e saggista Alberto Arbasino di rievocare l’amico Pier Paolo a trent’anni di distanza dalla  sua morte. Da qui, su “Repubblica”, un’intervista rilasciata nell’ottobre di quell’anno a Antonio Gnoli, a cui Arbasino, su un sottofondo di amarezza personale, consegna i suoi ricordi, come sempre conditi di intelligente  anticonformismo e di pungente ironia. (af) 

Arbasino: «Così io mi ricordo dell’amico Pier Paolo Pasolini»
di Antonio Gnoli

 “la Repubblica” – 21 ottobre 2005

La morte di Pasolini addolorò profondamente Alberto Arbasino. Ma il modo in cui morì gli parve irreale e provocatorio come la scena di un brutto film. «Ogni tanto si torna a parlare della morte di Pier Paolo come di uno dei tanti episodi misteriosi che accadono in Italia. A me è sembrato molto strano che Pasolini si mettesse in situazioni non dico di venire aggredito o ammazzato, ma ripreso, in posizioni compromettenti, magari con i pantaloni abbassati, da quei fotografi che correvano dietro le starlette. Sarebbe bastata una di quelle fotografie che lo cogliessero in atteggiamento sconveniente per compromettere l’ altezza civile e moralistica delle battaglie politiche che allora stava conducendo».

Sostiene che era troppo noto e troppo impegnato per non avvertire il pericolo di finire su qualche giornaletto scandalistico? 
Una qualunque rivistaccia lo avrebbe distrutto. Mi dicevo quindi: possibile che abbia commesso una tale imprudenza? E poi tutta la storia – le inquadrature, le vicende, le foto, i protagonisti – somiglia molto a un filmaccio di terz’ordine, fatto da degli imitatori di Pasolini che hanno scelto un luogo miserabile, tipo Accattone, per ambientarne la scena.

Il pasolinismo sarebbe servito per confezionare un omicidio?  
Non lo so, ma quello che gli è successo bastava ricavarlo dai suoi film;  perfino il ragazzetto era uguale a Ninetto. In un certo senso la sua morte mi veniva di paragonarla a quella di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta nei presso di un traliccio a Segrate, dove la sua casa editrice stampava i libri.

Sta cercando significati emblematici? 
No, ma delle coincidenze che sembrano nate da pessimi sceneggiatori.

Pessima la sceneggiatura, ma di chi era la regia?
Non si può dire che ci fosse una regia, ma lo si può pensare.

Che peso dà alle coincidenze?
Non si può far altro che osservarle.

Ma il fatto che questo caso riesploda ora, a distanza di trent’ anni, cosa le suggerisce? 
Vedrei la cosa in una prospettiva più ampia. Da qualche tempo gli scrittori del nostro Novecento vengono rievocati non per i loro libri che, a quanto pare, non interessano a nessuno, ma semplicemente perché hanno fatto una delazione alla polizia, scritto un biglietto al federale o si sono compromessi con l’Unione Sovietica. Siamo al gossip politico.

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino

Quando vi siete conosciuti con Pasolini?
In un’ epoca ormai remota. Mi pare fosse il 1956, io gli avevo mandato dei versi che avrebbe dovuto pubblicare su “Officina”, una rivista fatta da Pasolini e Leonetti dove si pubblicavano in prevalenza cose sperimentali.

Vi conoscevate di nome? 
Diciamo che entrambi agli inizi degli anni cinquanta gravitammo attorno alla rivista “Paragone”, fu lì che pubblicai le mie primissime cose. “Paragone”, sotto le ali di Roberto Longhi e Anna Banti, è stata la migliore rivista letteraria italiana. Normalmente vi collaboravano Bassani, Testori, Citati, Garboli, Calvino e naturalmente Pasolini. In seguito accadde un episodio curioso. Avevo mandato a Bassani, presso la redazione di “Botteghe Oscure”, il manoscritto dell’Anonimo lombardo, che più tardi sarebbe uscito con Feltrinelli. Bassani perse la lettera che accompagnava il manoscritto e perciò nessuno sapeva chi fosse l’autore di quel manoscritto. Pasolini che non mi conosceva, ma aveva letto il solo mio racconto comparso su “Paragone”; con grandissimo fiuto filologico, me ne attribuì la paternità. E in seguito, come accennavo, mandai i miei versi per “Officina”. E lui, ricordo, mi diede appuntamento, sotto il Ponte Sant’Angelo, ai famosi bagni del Ciriola.

Strano appuntamento per due intellettuali.
Era un posto che lui amava. Ricordo che mi ricevette in costume da bagno malgrado la stagione non fosse propizia. E con grande ospitalità mi presentò dei piccini bruttissimi.

E lei come reagì? 
Mi ero provocatoriamente vestito in grisaglie e cravatta regimental, neanche dovessi andare nella redazione del “Mondo” di Pannunzio. Reagii interpretando la parte del vecchio gentleman arrivato dal Nord Europa che a Copenaghen o a Amsterdam ne aveva viste ben altre. Mi sembra che non gradì particolarmente quel gioco vagamente internazionale.

Per uno come lui probabilmente la paradossalità di certe situazioni era vissuta con fastidio.
Direi che in generale era un uomo molto teso e nervoso. Aveva quel tipo di tensione delle persone che sono abbastanza timide e quindi si fanno forza diventando un po’ aggressive.

Era anche un uomo pieno di inquietudini. 
Come tutti in quegli anni. Cercavamo varie forme con cui esprimerci: giornalismo, romanzo, poesia, teatro, cinema. Sperimentavamo a volte con successo, altre con dei flop clamorosi.

Pasolini era uno che ce l’ aveva fatta. Penso al cinema. 
Era indiscutibilmente più bravo e poi aveva una perseveranza rara.

Cosa pensa del suo cinema?
A me piacquero moltissimo Accattone e Il Vangelo, poi ho avuto qualche dubbio. Rimasi, per esempio, molto perplesso su Salò-Sade. In fondo tutto quello che c’era da sapere su Sade lo avevo appreso da tempo nelle mie frequentazioni nelle librerie parigine.

Intende dire che era un film troppo scontato? 
Di cattivo gusto. Il Salò-Sade – che ha entusiasmato certi e sdegnato altri – poteva dare anche una certa angoscia, pensando allo stato mentale di chi lo aveva concepito e messo a punto.

A quale stato mentale allude? 
Voglio dire che l’ angoscia che quel film mi trasmetteva non era tanto per le immagini che vedevo, quanto perché un amico si era arrovellato su quei fantasmi.

Pasolini amava a volte far fare ad alcuni amici piccole parti nei suoi film. Le ha mai chiesto di lavorare con lui? 
No.

E se lo avesse fatto? 
Avrei voluto vedere cosa mi offriva. Aveva un modo di coinvolgere gli amici un po’ speciale.   Quando girò Il Vangelo c’erano un po’ quasi tutti gli amici. Ricordo che Rodolfo Wilcock fece una piccola interpretazione nel Vangelo. Mi raccontò dell’ entusiasmo per aver passato una settimana in Puglia, dove Pasolini girava fra Trani e Molfetta: il giorno Vangelo e la notte divertimento straordinario con i giovani che assediavano il set.

Com’era vissuta l’ omosessualità in quegli anni? 
In quegli anni non c’erano termini che designassero omosessualità o pedofilia. Oggi sono espressioni politicamente corrette. Allora non esisteva il nome e dunque non esisteva neppure la cosa. Assenza di pregiudizi. Non c’ erano i film hard, le edicole non traboccavano di riviste porno. I giovani cercavano sfoghi sbrigativi e senza impegno. Al massimo ci scappava una pizza e un pacchetto di sigarette.

Ha una immagine lievemente idilliaca dell’ omosessualità.
È stato un periodo relativamente breve. In seguito il paesaggio sociale si modificherà. E questo avrà il suo peso su Pasolini.

In che senso?
I ragazzini non sono più poveri, nascono vere e proprie categorie professionali. Per giunta si approfondisce il divario fra un cinquantenne come Pasolini e un quindicenne.

Nasce la marchetta. 
Si specializza. Spariscono figure come il marinaio in divisa bianca entrato nell’ immaginario erotico di Cocteau e Genet, o di certi scrittori inglesi. In qualunque porto allora si andasse, da Tolone a La Spezia, li trovavi ad attendere.

Ma non erano i soggetti che Pasolini prediligeva. 
Pier Paolo amava i minorenni, un’inclinazione che oggi sarebbe oggetto di una riprovazione assoluta.

Gli piaceva invadere il mondo del sottoproletariato. 
Ne era attratto. Lui era un signore con macchina vistosa e lì, in quelle borgate, andava per épater.

Beh, non solo épater, ad alcuni si è legato. I Citti e i Davoli hanno fatto parte della sua vita. 
Ma di Ninetto era innamorato! Ci sono tra l’ altro le lettere che scrisse a Volponi – la persona meno omosessuale che si poteva conoscere – nelle quali parlava di questo amore a volte disperato.

Disperato?
Quando Ninetto si sposò, Pier Paolo sembrava una vedova inconsolabile.

Lei accennava a una certa assenza di pregiudizi negli anni Cinquanta. Però Pasolini fu cacciato dal Pci per immoralità.
Fu un fatto di puritanesimo piccolo borghese. Neppure nella Dc, dove c’erano politici che non facevano mistero delle loro avventure notturne, sarebbe potuto accadere.

Vuole dire che era un partito più tollerante? 
Una tolleranza da parrocchia veneta, che accettava i gusti di un campanaro o di un sagrestano. Comunque negli anni Cinquanta un moralismo piccolo borghese veniva fuori, come ostentazione nel proletariato, con quei giovanotti che si incontravano nei cinema, sui bastioni, nei cessi delle stazioni, ai giardinetti, cioè in tutti i luoghi dove si poteva consumare sul posto.

E nelle classi alte? 
Non c’ era nessun moralismo. Froci tantissimi. Magari alcuni di loro erano oggetto di discussione ideologica nei partiti, o di pettegolezzo sui giornali piccolo borghesi di sinistra o di destra. Ma certo non si faceva alcun mistero nel raccontare avventure e prodezze. Come del resto facevano Comisso e Palazzeschi che con rimpianto dicevano: “ahhh, non sa cos’è la douceur du vivre chi non ha conosciuto i moschettieri del duce, quei gerarchi maschioni che venivano chiamati Ferruccio di giorno e Maria di notte2. Ma questo era il vero gossip. (…)

Altra epoca. 
Inarrivabile.

L’ultima volta che vide Pasolini? 
Ci incontrammo proprio sul luogo dove si sarebbe svolto il suo funerale: Campo de’ Fiori. Ci incrociammo alla Carbonara, un ristorante dove aveva portato Sandro Penna. Fu l’ ultima volta che lo vidi.

Che impressione le fece? 
Mi parve pentito della buona azione di essersi trascinato Penna a pranzo. Il vecchio poeta era particolarmente lamentoso. Pier Paolo aveva il sorriso stanco. Di lì a poco sarebbe partito per andare a girare Salò-Sade.

Che giudizio dà dello scrittore? 
Il suo libro che ho più amato è Le ceneri di Gramsci.

E la sua poesia friulana?
Tanto vale parlare dei poeti di Voghera.

È stato un grande saggista? 
Indubbiamente lo è stato.

Anche quando parlava di lucciole. 
Ce le siamo portate appresso per lungo tempo. A volte la sua intelligenza si disperdeva nelle polemichette fra “Rinascita” e “Paese Sera”.

In vita la sinistra non lo ha amato. 
Di quella roba non avevo nessuna impressione. Ma questa era l’Italia. Minima e rissosa. Bastava prendere un aereo e dopo dieci minuti avevi tutto alle spalle.

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