Sullo scaffale. “Il segno della contaminazione” di Alessandro Cadoni

La realtà, quest’istanza scandalosa, specie per chi negli anni ’60 si occupava di rappresentazione, è forse la più ricorrente tra le ossessioni di Pasolini. Se, per un certo verso, la cultura formalista di quegli anni dimensionava la presenza del reale in ogni forma d’arte a un effetto cagionato dal segno, Pasolini metteva invece in piedi un sistema estetico in cui reale e narrato (rappresentato) sopravvivono congiunti attingendo allo stesso ossigeno: la radiografia del segno, lo stile. Parte da queste premesse l’interessante saggio del giovane studioso Alessandro Cadoni Il segno della contaminazione. Il film tra critica e letteratura in Pasolini,  edito da Mimesis nel 2015 e impreziosito da una nota introduttiva di Hervé Joubert-Laurencin. Nel libro, che fa esplicito riferimento all’impianto teorico di Erich Auerbach, si indaga lo stile pasoliniano attraverso una doppia lente: l’analisi del campione testuale e le mescolanze stilistiche, ovvero la ‘contaminazione’. L’inedita applicazione di questa attrezzatura metodologica letteraria all’immagine cinematografica aiuta a mostrare come Pasolini invada continuamente i confini tra finzione e vita, tra sublime e umile, tra testo e realtà, producendo infine una forma peculiare di film-saggio che lo proietta in un dialogo vivo con la contemporaneità.
Sul lavoro di Cadoni pubblichiamo qui due recensioni che convergono nel segnalare il carattere brillante di una nuova ricerca che ha arricchito la bibliografia critica pasoliniana.

"Nel segno della contaminazione" di Alessandro Cadoni. Copertina
“Nel segno della contaminazione” di Alessandro Cadoni. Copertina

Una recensione
di Dario Ciulla
nucleoartzine.com – 8 marzo 2016

La prima necessità del Pasolini regista era rappresentare la realtà, nuda e cruda, con un intento antropologico e politico, oltre che poetico. Nel saggio Il segno della contaminazione. Il film tra critica e letteratura in Pasolini, Alessandro Cadoni prende spunto dalle riflessioni che, in ambito letterario, il filologo Erich Auerbach enunciò nelle pagine del suo testo  Mimesis, per tessere un’accurata analisi in merito alle commistioni stilistiche che hanno permesso a Pier Paolo Pasolini di definire un’idea di cinema unica e personale:
«Ma qual è nello studio di Mimesis l’aspetto a cui, fra gli altri, Pasolini da maggiore risalto? Senza dubbio, proprio l’idea direttiva della “ mescolanza degli stili ”, spesso declinata sub specie della “contaminazione”». (Cadoni, p. 38)
L’idea direttiva dei saggi di Auerbach individuava una problematicità tragica all’interno dell’ordine quotidiano delle cose, un elemento comune di ogni suo testo analizzato: dall’Odissea, alla Divina Commedia fino alle tragedie shakespeariane. Con il Cristianesimo si crea una breccia nella teoria classica e, con ciò, una commistione stilistica attraverso l’idea di Redenzione, che pone a pari livello individui di diverse strutture sociali. Ciò non può non comportare un’analisi, consapevole o inconsapevole, del contesto storico in cui l’autore vive e attraverso cui trascrive la realtà, creando così un legame tra se stesso e il proprio interlocutore. Cadoni passa in successione diversi autori e periodi storici, muovendosi sempre sul sentiero analitico di Auerbach e arrivando alla conclusione di come la commistione dei generi, oltre ad evidenziare lo stile di un determinato autore, ne individui anche l’intento analitico e critico della società in cui egli vive:
«La mescolanza stilistica, in  definitiva, può corrispondere a un’allegoria critica del legame fra scrittore e realtà e, a un secondo stadio, di quello fra interprete, scrittore e realtà: sempre partendo dall’assunto crociano secondo cui ogni storia è storia contemporanea». (Cadoni, p. 30)
Ecco dunque che ci si sposta dal contesto letterario a quello cinematografico: il contesto di Pasolini, che era un assiduo lettore di Auerbach e del quale il saggio non tralascia alcuni aneddoti interessanti. Ad esempio, si narra di un incontro tra lui e Fellini, precedente alla stesura de Le notti di Cabiria, in cui Pasolini si avvale di alcuni spunti tratti da Mimesis per descrivere i tratti del regista e dello scenario che li circondava. La commistione stilistica è evidente in Pasolini: i suoi personaggi, appartenenti agli strati più infimi della società (quel misto di papponi, prostitute e ladri), sono sollevati in un contesto alto per mezzo di accorgimenti artistici che ribaltano totalmente il contenuto di ciò che lo schermo riproduce. A tal proposito, Cadoni non può non soffermarsi sulla “soggettiva indiretta libera”, attraverso cui, al pari del discorso indiretto libero in letteratura, l’autore parla e mostra servendosi della caratterizzazione dei propri personaggi:
«Ciò sta a significare che all’atto di creazione (scrittura o impressione della pellicola) corrisponde l’unione verticale di una psicologia e di una tecnica “d’autore” con la psicologia e la lingua dei personaggi (mimesi)». (Cadoni, p. 47)
Da ateo, il regista pone sempre un’atmosfera religiosa all’interno delle proprie pellicole: un accorgimento letterario, quanto pittorico e musicale, perfettamente in linea con quella concezione aristotelica di arte, secondo cui l’esatta riproduzione veniva offerta solo attraverso l’unione di diverse componenti altrettanto artistiche. Che si tratti della citazione tratta dal Purgatorio dantesco in Accattone o del Matthäuspassion di Bach ne Il Vangelo secondo Matteo, l’intento autoriale consiste nel rapportare l’infimo e il sommo con un fine poetico e, soprattutto, politico.  Proprio come l’ideale cristiano, l’arte pasoliniana arriva a sradicare gli stilemi neorealisti fondendoli in un magma d’idee e contenuti, dal comico al tragico, dal sacro al profano, dall’ordinario al grottesco.
Il saggio di Alessandro Cadoni si serve di numerosi spunti e citazioni per avvalorare la propria tesi, scomponendo una per una le inquadrature dei film di Pasolini, con l’intento di analizzarne la struttura stilistica. In tempi recenti, in cui l’anniversario della morte del poeta ha suscitato non poche polemiche in ambito cinematografico, un saggio del genere risulta davvero utile per ogni appassionato che voglia scoprire a fondo i meccanismi contenutistici di un uomo che, pur cosciente delle discrepanze strutturali dei due mezzi che l’hanno caratterizzato (letteratura e cinematografia), è riuscito ad inglobarli entrambi secondo la più pura concezione di arte.

Ninetto in "Che cosa sono le nuvole?"
Ninetto Davoli  in “Che cosa sono le nuvole?”

Una recensione
di Erminio Fischetti
www.mangialibri.com – marzo 2016

La storia e lo stile sono le due caratteristiche fondamentali che animano e determinano l’oggetto film. Se nel cinema classico il secondo elemento viene influenzato dal primo, in quello d’autore, viceversa, la narrazione si concentra maggiormente sui connotati politici e ideologici.
Lo studioso David Bordwell, tra gli altri, mette però in discussione questa doppia valenza. Chi dice infatti che un film cosiddetto compiuto, con una trama canonica, non possa trovare forza anche nella sua forma? A lungo si è dibattuto su questo, e molti altri studiosi ne hanno scritto, da settant’anni almeno a questa parte. Nella trasposizione dalla pagina allo schermo sono le influenze e i rimandi, le corrispondenze tra i due mezzi ad essere alla base del dibattito, a questo proposito, all’interno del mondo intellettuale.
Pier Paolo Pasolini è stato prima promulgatore e poi oggetto di questo discorso, portando a definire, in qualche modo, il saggio nel film o il film come esercizio di critica letteraria, con la mescolanza in assoluto tra “alto” e “basso”, “classico” e “popolare”: pensiamo al film Capriccio all’italiana ‒ girato nel 1967 e distribuito l’anno successivo ‒ in sei episodi, ognuno firmato da un regista diverso, nel quale Pasolini, tra i cineasti coinvolti insieme a Bolognini, Steno, Monicelli, Pino Zac e Franco Rossi, dirige l’episodio Che cosa sono le nuvole? con Totò, Ninetto Davoli, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Laura Betti, Domenico Modugno e Carlo Pisacane. In questo caso specifico Pasolini, infatti, armonizza gli “stili in un’ottica colto-popolare” nella quale utilizza Mozart attraverso l’uso strumentale di due mandolini, la musica napoletana del succitato Modugno con Tu sì ‘na cosa grande, il teatrino delle marionette per parodiare l’Otello di Shakespeare …
Alessandro Cadoni, assegnista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea e docente di scuola superiore, da sempre dedica i suoi studi alle influenze tra letteratura e cinema, in particolare all’utilizzo delle teorie letterarie nel film, inteso come mezzo. È naturale che su queste basi le sue ricerche non possano non aver visto come protagonista una delle principali figure del mondo culturale italiano novecentesco, Pasolini, uomo e intellettuale complesso e complicato, che in questo testo viene analizzato nella maniera più trasversale possibile. Considerando che nell’ultimo anno, complice il quarantennale della morte, su Pasolini sono stati pubblicati saggi e studi di ogni sorta, quello di Cadoni risulta essere uno dei più completi e interessanti; non pone in contrapposizione solamente i due mezzi testé citati, ma mette in gioco la contaminazione di altre discipline come pittura e musica: Caravaggio, Mozart, Bach…
Cadoni ricostruisce Pasolini non solo attraverso l’analisi di alcune sequenze dei suoi film o la critica di alcuni suoi romanzi, ma anche tramite il pensiero di molti studiosi, scrittori e filosofi, associando le loro teorie alla sua articolata produzione artistica: Auerbach, Warburg, Bachtin, Dante, Ejzenstejn, Tasso, Fortini, Tarkovskij, Shakespeare.
Il bellissimo, complesso, intelligente saggio diventa un compendio di 300 pagine capace di mantenere, con grande piglio divulgativo, ben saldo un “discorso” talmente ricco e ampio che in qualsiasi altro modo si sarebbe potuto perdere e non avrebbe aggiunto nulla a quanto già detto da altri. Si conceda il paragone culinario: questo libro è uno di quei buonissimi passati di verdure dove ci sono tutte le vitamine che fanno bene alla salute.

[info_box title=”Alessandro Cadoni ” image=”” animate=””](1979) è assegnista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari. Docente di materie letterarie nelle scuole superiori, con la sua tesi dottorale in Logos e Rappresentazione (Università di Siena) ha vinto ex aequo il Premio Pasolini 2010. Tra i suoi interessi, la narrativa italiana contemporanea, le possibilità di utilizzo della teoria letteraria nell’analisi del fi lm, la storia della critica cinematografica e letteraria. Collaboratore di diverse riviste e, dal 2008, del quotidiano «La Nuova Sardegna», dove si occupa di critica letteraria e teatrale, ha scritto tra l’altro, oltre che su Pasolini, su Grazia Deledda, Roberto Longhi, Barthélemy Amengual, Mario Soldati, Cesare Cases, Salvatore Mannuzzu.[/info_box]