Viaggio in Campania. Pasolini nella luce di Caserta (1951), di Francesco Piccolo

Caserta veduta

«Viaggiatore incantato», si autodescrisse nel 1951 Pier Paolo Pasolini, che progettava di titolare così, con bellissima e stupefatta evocazione verbale (Le Puglie per un viaggiatore incantato, appunto), un breve ciclo narrativo di impressioni ricavate in un tour nel Sud, da Caserta fino al Basso Salento. Il racconto-reportage, da piazzare a frammenti sulla stampa quotidiana, rimase in realtà sulla carta e, tranne l’uscita di tre schizzi (I nitidi trulli di Alberobello, Visioni del Sud e Le due Bari), consegna le intenzioni di una possibile scrittura visionaria soprattutto alle parole dello smagliante sigillo preliminare. I tre brevi scritti uscirono comunque sulla stampa di allora  (I nitidi trulli di Alberobello, «Il Quotidiano», 18 marzo 1951; Visioni del Sud, «Il Quotidiano», 28 marzo 1951; Le due Bari, «Il Popolo di Roma», 8 agosto 1951), ma  scomparvero dalla bibliografia pasoliniana finché due di essi,  Visioni del Sud e Le due Bari, non rividero la luce nell’edizione mondadoriana dei “Meridiani”  Romanzi e racconti 1946-1961, (1998, pp. 1416-1423). In particolare Visioni del Sud colpì l’attenzione del casertano  Francesco Piccolo, allora promettente scrittore agli esordi e poi destinato a una bella carriera di romanziere e sceneggiatore. A lui si deve un’acuta pagina, uscita su “Il Mattino” di Napoli (29 luglio 2002) che sullo spunto della parola pasoliniana racconta la luce feroce e accecante del sole di Caserta: luce bellissima, ma inutile in mezzo alle antiche ferite di una tragica geografia.

La luce e la noia di Caserta
di Francesco Piccolo

«il Mattino» di Napoli – 29 luglio 2002

È il 1951. Pier Paolo Pasolini sta facendo un suo viaggio nel Sud dell’Italia, più frammentario e impreciso, più corto e clandestino, di quello di Piovene, ma come al solito ficcante. Con quella profondità del principiante, è appena arrivato «dalle Puglie» ed è sceso da un treno per attraversare una città che non conosce e di cui dice cose che la svelano come se si fosse denudata davanti a lui, come se stesse aspettando lui. Caserta. Scrive dalla stazione, Pasolini, perché questa passeggiata dura pochissimo, oltre quella che oggi si chiama Piazza Dante per arrivare a Piazza Mercato per poi tornare indietro, di corsa, a rifugiarsi nella sala d’aspetto della stazione e difendersi da quella noia, da quella luce che a starci dentro uno nemmeno se ne accorge che è così potente, da quel mancato rumore che sembra averlo stordito.
Certo, a parte il rumore del traffico di oggi, che però non è più affrontabile come rumore, dice cose che valgono ancora, quasi intatte. Sono questioni non di superficie, non di sguardo per capirci, ma Pasolini ficca gli occhi direttamente dentro l’anima della città, cogliendone gli aspetti più feroci: la noia e la luce, e anche quelle cose né antiche né recenti che centrano il bersaglio di certa provincia meridionale.
[…] Così, in un giorno d’ottobre del 1951, arriva un poeta bassino, dal corpo sottile e nervoso, coperto da occhiali scuri e trascinato da un passo curioso e timoroso e va a toccare con distrazione le ragioni profonde di una condizione, di un suono ovattato che sente (o meglio, che quasi non sente). «Totale e concreta come la luce è la noia. Gli abitanti di Caserta sembrano afoni. Mi sono spinto verso il cuore della cittadina, fino a un vasto piazzale dove si stava smontando il mercato della mattina, tra bivacchi di cavoli e fichi d’India, senza sentire un grido».

Caserta. La Reggia

Caserta. La Reggia

Poi torna nella piazza circolare e vede un vigile solitario che litiga col piedistallo rotondo a strisce bianche e nere, perché vuole trascinarlo via e diffonde nel silenzio un frastuono feroce. E la conclusione è la stessa di tutti, che sopportiamo da anni: la cosa migliore è passare col treno senza fermarsi, dice Pasolini, e guardare la bellezza del Palazzo Reale «scolpito nella sua polvere, rosa, di quel rosa che hanno le architetture nei sogni». Qualche volta viene rimproverato alle persone, che se ne vanno a vivere lontano, di diventare spietati con la propria città. Esse si sono semplicemente tirate fuori per un po’, e quando ritornano sentono addosso tutto quel che non riuscivano a sentire quando la quotidianità li aveva abituati ai rumori. Sono come quelli che vivono in case dove i condizionatori d’aria recano refrigerio ma fanno un rumore infernale, per gli altri, perché loro non se ne accorgono. Almeno fino a quando i condizionatori vengono spenti, e all’improvviso arriva un silenzio così potente che scoprono con dolore di essere stati assordati senza saperlo.
La differenza tra una passeggiata di Pasolini curiosa e distaccata e quella di una persona che torna nella propria città dopo un tempo lungo sta nel dolore. Chi torna ama così profondamente i propri luoghi che non può fare a meno di svelare il dolore che provoca quel che fa male e che nessuno sente più; ma chi è un poeta può essere feroce allo stesso modo, perché si sveglia ogni mattina con il dolore del mondo che grava su di sé; così, quando scende dal treno, sa prendere sulle sue spalle quel malessere che ha incontrato in tutte le persone che ha incrociato e in quelle che non ha incrociato per una questione casuale, ma che nell’aria hanno lasciato la scia della loro esistenza.
Questa sortita avviene sei anni prima che questi luoghi entrino nella sua vita, la incontrino per militanza e destino. Solo nel 1957, infatti, pubblicherà prima su «Nuovi Argomenti» e poi ne Le ceneri di Gramsci il poemetto Terra di Lavoro, che racconta ancora di un viaggio in treno, mentre lo sguardo del poeta si posa sulle facce sofferenti, sole, abbandonate, dei contadini della campagna casertana.
Non è un destino occasionale, quello che lega Pasolini a questa terra. Venti anni dopo questa passeggiata, infatti, uscirà il film Decameron che sarà girato per gran parte a Caserta vecchia.
Il pensiero di un aspirante scrittore, che giovanissimo cercava conferme della sua esistenza nelle strade della propria città, cadeva spesso sulle sere di Pasolini durante il Decameron, sul fatto che probabilmente in quelle settimane di riprese avrà passeggiato per queste strade dove lui passeggiava. Come per dire: anche qui hanno camminato grandi poeti. E ora, grazie al recupero dei “Meridiani”, ci si imbatte in questa pagina scritta molti anni prima, in cui Pasolini testimonia passo per passo un suo percorso dentro Caserta. E qualsiasi cittadino può seguire il suo cammino attraverso le parole, sapendo cosa ha guardato e cosa non c’era allora. Può sentire la ferita dei colpi inferti, una ferita lontana e sempre aperta. Però può consolarsi della luce, alzando la testa per cercare di coglierla. Ma, appunto, a starci dentro, la luce, non si riconosce la sua luminosità. E allora è inutile.

Francesco Piccolo
(1964) è scrittore e sceneggiatore. Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (Premio Strega 2014), Momenti di trascurabile infelicità (2015). Negli Einaudi Tascabili sono stati riproposti Storie di primogeniti e figli unici (2012), Allegro occidentale (2013) e L’Italia spensierata (2014). Ha firmato sceneggiature per Nanni Moretti (Il Caimano, Habemus Papam, Mia madre), Paolo Virzì (My name is Tanino, La prima cosa bella, Il capitale umano), Silvio Soldini (Agata e la tempesta, Giorni e nuvole), Francesca Archibugi (Il nome del figlio). È stato anche autore di programmi televisivi quali “Vieni via con me”, “Quello che (non) ho” e “Viva il 25 aprile”.
Ha vinto il Premio Strega 2014 con il libro Il desiderio di essere come tutti, romanzo-confessione  sulla sinistra italiana edito da Einaudi.
Collabora con “Il Corriere della Sera”.

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