Un giorno a Teramo (1960), di Pier Paolo Pasolini

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“Pagine corsare”  ha pubblicato un estratto da un più vasto articolo di Pasolini che  con il titolo 20-28 novembre 1960 uscì l’8 gennaio 1961 su “Il Giorno”, nella rubrica “Il racconto della domenica”. E’ quasi un reportage di viaggio, aperto anche a incisive riflessioni sull’umanità e sulle abitudini sociali dei luoghi attraversati, che si può leggere integralmente nell’edizione “Meridiani” Mondadori di Romanzi e racconti (a cura di W. Siti e S. De Laude, I, Milano 1988, pp. 1599-1623).

Un giorno a Teramo
di Pier Paolo Pasolini

“Il Giorno”, rubrica “Il racconto della domenica” –  8 gennaio 1961

⌊…⌋ Lasciando l’Aquila lassù, in cima al suo monte – corpo staccato dal paesaggio, nel paesaggio mattutino, bagnaticcio e rosa come un frutto, così fresco che ti gocciola nei visceri – mi fermo a un benzinaio: che, afflitto, mi dice che la «super» non c’è; entro in un bar, e la proprietaria, afflitta, mi dice che non c’è più latte.
Cosi mi stacco definitivamente dall’Aquila, e, salendo come un’aquila per i tornanti che  lambiscono il Gran Sasso – noioso, come tutti i ghiacciai – attraverso un paesaggio privo di qualsiasi cosa, – come se Dio, su tutte quelle montagne e quelle vallate, avesse buttato un mantello giallo e stracciato, secco per il gelo – e arrivo «inter amnia», tra i due fiumi, in una temperie più amica, a Teramo.
Mi sono alzato tardissimo, e ho dovuto correre come un pazzo: gli amici di Teramo mi pretendevano a tutti i costi a pranzo con loro, per farmi «assaporare» i cibi locali.
Mi aspettano con molta impazienza: puntano molto su di me. La situazione – dal loro punto di vista, beninteso – a Teramo, non è lieta: i cattolici e i fascisti qui vivono un particolare idillio: la tradizione clerico-fascista è antica, una categoria storica della città. Per quello che riguarda la mia persona, c’è un precedente. Ero stato invitato quest’estate in occasione del «Premio Teramo» a tenere una conversazione critica: e il dicitore Comello avrebbe letto delle mie poesie. All’ultimo momento, però, tutto è stato liquidato. I fascisti si sono opposti alla mia venuta, e l’hanno spuntata. Così adesso, il nuovo invito ha sapore di sfida, di rivincita.
Andiamo nel dolce solicello quotidiano verso la trattoria, attraversando l’intera città, che si attraversa in un momento: una larga piazza con una fontana tonda – capolinea di autobus contadini – un corso, la solita, torta borbonica – un duomo – una massa di vicoli, e gli sventramenti:  sacrileghi e stupidi.
Alla trattoria, nella parte vecchia della città, molto paesana, ci raggiungono altre persone: anch’esse piene di aspettativa nei miei riguardi, e questo mi angoscia non poco.
Ci sediamo al tavolo, davanti alle tentazioni della cucina abruzzese: ci sono le scr’pell’ ‘mbuss’, pacchetti di pasta con dentro del formaggio, pasta dolcemente ottusa e formaggio dolcemente acuto, dentro un brodo dorato; e poi i maccaroni alla ghitarra, che coincidono solo nel nome con quelli noti a Roma, in realtà sono più ferigni e delicati insieme, e senza funghi; e il tacchino a la canzanese, rustico anch’esso, compilato con la goffa squisitezza materna di una povera donna per la festa dei suoi guaglioni. Mentre mangio, guardo e  ascolto i miei commensali. X ha le inibizioni del letterato italiano, un handicap come dire, di perbenismo e di doppiopettismo, col culto dell’Intimo e dell’Assoluto: ma ne sta uscendo. E sento in lui la virginità della scoperta della liberazione laica e democratica. Y, coi suoi occhietti di scoiattolo, è un operaio autodidatta – anche un altro operaio è, bruno, davanti a me – e tace, di fronte alle persone colte che lo circondano: ma sia in lui che nell’altro si sente una forte chiarezza di idee, una irremovibile saldezza morale, che gli brilla nel caldo sguardo. Penso che è in giovani come questi che comincia a attuarsi il saldamento tra Nord e Sud: è naturale!, lo spirito nazionale-popolare non può che salire dal basso. Quando essi saranno la maggioranza, spariranno le piccole storie locali, i particolarismi, le clientele, i gerghi, i dialetti. C’è anche un altro giovane: prestante, e quasi imberbe: si dice democristiano di sinistra: in realtà, dato anche che è così giovane, è semplicemente conformista. Anche come lui, ce n’è tanti ragazzi: ma l’unità che si compie in loro è l’unità del conformismo, ordinato dall’alto. Così l’Italia può essere sì, una, ma disperatamente provinciale. La borghesia non lascia altra alternativa. Voglio dire che anche la potente e illuminata borghesia neo-capitalistica milanese è provinciale.
La tavolata è completata da impiegati della Previdenza Sociale, progressisti. Z è un uomo di mezza età: e si sente la differenza che c’è tra lui e i giovani operai delle sue stesse idee. In lui restano dei particolarismi: abruzzese fino all’osso, da sceglierlo per un film, gli piace la schermaglia politica, la boutade, l’ironia, la spregiudicatezza: resta in lui qualcosa di anarchico, che è l’altra faccia dei conformismo superato e vinto. Non può parlare se non per allusione: e in ciò permane qualcosa di quello stile furbesco che è tipico dell’Italia borbonica.
L’altro suo collega è un antico fenicio: la fronte e l’occhio prominente, di formica sapiente, la testa grossa, i lineamenti minuti ma incisi, il labbro superiore sporgente sull’inferiore, il mento piccolissimo ma lavorato come da un orefice. Potreste trovarlo in veste di scriba in un vaso ellenistico. La sua anima è perciò delicata e sensuale: la sentivo palpitare in lui, seguendo gli ondeggiamenti della conversazione, come uno specchio su cui si riflettevano i nostri sentimenti un po’ goffi e intimiditi.
È sempre così l’arrivo, nell’aria ormai fresca, con gli amici intorno, i cappotti sventolanti; la gente stretta alla piccola porta novecento, come anch’essa un po’ frantumata e diradata dal vento serale di una città mai vista; le presentazioni frettolose sulla porta, le veloci strette di mano. Poi, dentro, la saletta già piena, come si dice, fino all’inverosimile, e le lamentele – tutte uguali – degli organizzatori contro le autorità che non hanno concesso una sala più grande; e insieme le frasi di compiacimento per certe piccole loro soddisfazioni contro «ben determinate» ostilità, ora debellate e travolte… Tutto questo nell’afa della folla accalcata (c’è sempre qualche assurdo pilastro o qualche parete sghimbescia, a rendere ancora più faticosa la capienza). E le facce: giovani e giovincelli coi vestiti scuri della festa e i cappotti un po’ stretti dell’anno prima; signore, rare, e sedute, con la compostezza della borghesia quando la cultura è salvezza e dignità, spesso eleganti, e sempre raccolte, in quell’androceo che sono di regola in Italia le manifestazioni culturali non mondane.
Laggiù in fondo il tavolo, col microfono – l’atroce strumento di tortura, esile e ferocemente eretto – e le sedie di coloro che saranno alla presidenza. Qui a Teramo vedo anche un tavolo perpendicolare, lungo la parete di destra, dov’è sistemata la stampa, coi cartellini coi nomi dei giornali.
Ed ecco la presentazione, un po’ impacciata, che riguarda la mia persona – umile e ristretta contro il microfono, sogguardata dalla calca muta – e le frecciate contro quei «ben determinati» individui assenti, e, almeno momentaneamente, con un palmo di naso.
Poi cominciano le domande: timide dapprincipio, anche perché sono timido io. Timido e quasi ostile, perché, sul primo momento, mi nasce dentro una specie di spenta rabbia contro la gente e contro me stesso e contro la situazione. Ma non c’è materia, come dice Leopardi, per quanto dolorosa che non possa essere dominata con un certo «barlume d’allegrezza». Bisogna insomma, che, tutto a un tratto, mi venga da sorridere, di me, degli altri; che nella mia pupilla quasi illividita brilli una goccia d’ironia, che comincia a divertirmi e a appassionarmi: così comunico una mia profonda e indistinta lietezza agli ascoltatori, che a loro volta cominciano a divertirsi e a appassionarsi. Allora passano due o tre ore come niente, come, credo, intorno al tavolo della roulette.
Le domande che magri studenti o grigi professori, giornalisti maligni o timide ragazze, mi rivolgono, sono pressapoco sempre le stesse: realismo, rapporto tra lingua e dialetto, la letteratura nazionale-popolare e i suoi mezzi espressivi, Moravia, Cassola, Pavese, il cinema (e la censura) ecc.: ma c’è sempre qualche domanda inaspettata. Per esempio, a Teramo, un ragazzetto biondo, con una faccia furba da teddy-boy paesano, mi chiede a bruciapelo: che cos’è il marxismo? Devo rispondere a tutti: e del resto nessuna domanda è imbarazzante quando si è deciso di essere sinceri. Ogni volta, per rispondere, mi diverte a risalire, attraverso la domanda particolare, alla ragione più profonda che l’ha dettata, alla sua ideologia: il fascista o il social-democratico, o il qualunquista, lo colgo sempre…
Ci sono poi dei momenti che si sente intorno l’aria del linciaggio: offesi in certe loro care opinioni (per esempio, la «patria potestà» definita fascista, l’amor di patria definito come una scusa per non amare il prossimo, D’Annunzio definito pessimo poeta ecc. ) a un certo momento alcuni giornalisti mi assalgono con mitragliate di domande: ma più forte è, allora, il  «barlume d’allegrezza».
Insomma alla fine, credo, con ansia, di notare che la serata si è conclusa con una buona vittoria. La calca disarma, sfolla, indugiando. La dolce sera invernale di Teramo echeggia delle voci insolite. Molte persone, specialmente giovani e ragazzi, si radunano intorno a me, e  mi accompagnan­o, come un piccolo manipolo d’irregolari, verso l’albergo, a prendere la valigia.
Gli amici vorrebbero che restassi a Teramo, almeno per la serata. Ma non posso: credevo – come pare capiti a tutti – che Teramo fosse molto più a Sud: e invece è più a Nord di Roma. La sera dopo devo essere a Lecce. Voglio dormire per strada, a Vasto o a Termoli.
Mi accompagnano, arresi, a Giulianova, in macchina, per cenare insieme: si è aggiunto al gruppo dei grandi, quel ragazzetto che mi ha fatto la domanda sul marxismo: ha sedici anni,  e sta tranquillamente tra noi, senza la minima timidezza. Sfottendolo un po’, gli altri dicono che assomiglia al Riccetto di Ragazzi di vita (del resta si chiama Bravo di cognome): lui, chiotto, sorride: ma è avido di imparare, di capire, di essere presente. È una specie di impeto da cui molti italiani giovani sono trascinati, in questi ultimi tempi: c’è una specie di ansia d’informazione, di comprensione. La provincia è percorsa da notizie,  da forme di conoscenza di tipo nuovo, per l’Italia. C’è  quasi una assoluta contemporaneità nel meccanismo di assimilazione culturale fra i centri e la periferia: e la periferia non è più segnata dal tradizionalismo. A Teramo si parla degli stessi problemi che a Roma: pur essendo Teramo una città conservatrice. La figura del «passatista» è ormai del tutto irrilevante, in provincia: dato, del resto, che non esistono più le «avanguardie» al centro. Brulicano invece giovanotti che, addirittura con distacco quasi freddo, sono tematicamente al livello della cultura più progressiva. Se la potenza è in mano ai vescovi e ai prefetti, il tono culturale è, quanto meno, nelle mani dei giovani democristiani di sinistra.
Giulianova è, intorno, una specie di sepolcro novecento aperto sul mare: tutto  –  tettoie, muri, case, bar, stabilimenti – pare depositato  dalle mareggiate dell’estate defunta: e il vento scorazza su tutto, sfrenato e gelido.
Saluto con grandi abbracci gli ospiti di Teramo, e parto, verso il Sud, in compagnia del vento e del buio.

Nota

A questo link al sito della Biblioteca Dèlfico della provincia di Teramo, una raccolta di foto che testimoniano le visite di Pasolini in città in diverse occasioni lungo il corso degli anni ’60.

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