Una visita all’Idroscalo di Ostia (2006), di Jordi Corominas i Julian

Il monumento di Ostia dedicato a Pasolini, dello scultore Mario Rosati

Nel 2006 lo scrittore e fotografo  spagnolo Jordi Corominas i Julián visitò l’Idroscalo di Ostia, dopo l’inaugurazione della scultura di Mario Rosati e il recupero dell’area. Qui di seguito le sue impressioni, che con il corredo di fotografie sono state concesse a “Pagine corsare” in un testo che è stato tradotto in italiano da Angela Molteni dall’originale in spagnolo.

Silenzio congelato con vento metafisico: l’Idroscalo di Ostia
di Jordi Corominas i Julián

In nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato
Pier Paolo Pasolini

Dal mio arrivo a Roma alla fine di giugno, desideravo visitare l’Idroscalo e rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini. Ero da tre settimane nella Città eterna, cosciente che avrei potuto realizzare la visita soltanto un fine settimana, quando non avrei avuto l’obbligo di continui spostamenti per far fronte ai miei impegni.
Scelsi sabato 15 luglio. Mentre andavo alla stazione pensavo a come fosse cambiata la mia relazione con lo spazio capitolino. Sette anni prima, quando ero uno studente di vent’anni, passeggiavo in cerca di rovine antiche, come se tutto ciò che era contemporaneo non esistesse. Ero un saggio ignorante. Conoscevo molte cose ma non davo valore ai nomi delle strade, piccoli tasselli di un puzzle pieno di vissuti trascendentali nel marasma della quotidianità.
Il cinema e la letteratura hanno alterato quest’ordine. Nel 1999 cercavo i Fori imperiali. Nel 2006 camminavo e preferivo imbattermi, senza che me l’aspettassi, con Via di Panico o andare al Pigneto, cosa impensabile tempo addietro. In me era cambiato l’interesse nei confronti delle opere umane. I poeti moderni avevano scalzato il marmo del potere antico.
E anche quel viaggio a Ostia era conseguenza della metamorfosi. Presi il treno ed ebbi una strana sensazione, come se il tempo si fosse arrestato. Il vagone, nel quale era impossibile sedersi per la quantità di tipi da spiaggia che conteneva, continuava a essere un mezzo arcaico di trasporto, mi ricordava Una domenica d’agosto di Luciano Emmer. Sedili di legno, spazio infimo e persone esaltate dalla vicinanza del mare. Gli adolescenti rumoreggiavano e io, impaziente, voleva soltanto tener d’occhio il percorso, perché a dispetto delle ricerche fatte in internet non avevo alcuna idea di come arrivare all’Idroscalo. Sul web si parlava di un autobus diretto, ma ciò mi appariva troppo empirico, troppo facile davanti all’importanza del posto.

Idroscalo di Ostia. La via. Foto di Jordi Corominas i Julian

Idroscalo di Ostia. La via. Foto di Jordi Corominas i Juliàn

Quando scesi a Ostia Centro, andai alla stazione degli autobus. Salii su uno che portava a Via dell’Idroscalo e sperai pazientemente che quel bus mi ci facesse arrivare. Scesi dopo due fermate, sentii il chiasso dei villeggianti, poi improvvisamente sopraggiunse il silenzio, in una pianura con campi deserti ed erba bruciata e una strada dritta, infinita.
Mi trovavo vicino al mio obiettivo. Mancavano circa cinquecento metri che diventarono eterni. La mia unica compagnia erano reticolati, erba, deserto urbano e poche automobili che rompevano la quiete. Tutto era sempre più pasoliniano. Guardava a sinistra e a destra e fotografavo aspettando il momento in cui sarei arrivato all’Idroscalo. Mi muovevo alla cieca. Trent’anni dopo la morte del poeta non vi sono cartelli che segnalino dove si trovi il posto in cui qualcuno mise fine all’esistenza del poeta. L’orizzonte non dava alcuna indicazione. Il mare, punto inutile di riferimento, non appariva. Vedevo una torre lontana, scarpe sparse, calzini appesi alla recinzione, bottiglie rotte, si affollavano ricordi chimerici, memoria filmica.

Idroscalo di Ostia. Foto di

Idroscalo di Ostia. Foto di Jordi Corominas i Juliàn

Può sembrare che esageri, ma durante quegli istanti nella mia mente sentii Bach, mi apparve Franco Citti in Accattone Ostia e cercai di immaginare l’Alfa Romeo che percorreva quell’asfalto, preludio omicida. Vicino a una curva, l’unica in quella follia, osservai un’apertura nella recinzione e lessi, di fianco a un palo putrido: “Parco dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Ero arrivato: quello che contemplavo assomigliava solo in parte al ricordo simulato di videocassette, letture, voci e pensieri su quanto accaduto nella lontana notte del due novembre 1975.
Immaginavo uno spazio più ampio, senza limiti. Non speravo neppure di trovare meraviglie di elementi artistici o di ossequi municipali. È ben noto che l’omaggio ai poeti in questi tempi di videoclip è una testimonianza, si fa per convenienza, non per sentimento, come se istituire luoghi per il ricordo culturale fosse un’operazione di falso prestigio destinato a zittire le voci di una nostalgia concreta, quando parlare era essenziale e poteva avere conseguenze importanti che avrebbero potuto evitare l’attuale omologazione. L’Idroscalo e il principio del silenzio, viaggio verso l’uguaglianza interessata dal controllo a partire da una morte tragica – e qui l’aggettivo non è decorativo – per tutti e per ciascuno di noi.
I miei primi passi stupiti mi diressero al triste monumento. A dispetto delle fotografie procedo senza sapere che cosa rappresenti la statua. La strada antecedente, che prima era pascolo di pecore e campo di calcio per i giovani della zona, sembra una modesta Ara Pacis della modernità, con versi del poeta di Casarsa e targhe, nascoste tra erbacce, con i titoli delle sue opere. Alcune panchine sembrano voler compiere la funzione, almeno così recita il cartello all’entrata, di parco. Un parco? I nomi sono importanti. Pasolini morì in un pratone dell’Idroscalo, non in un parco, luogo che normalmente ispira tranquillità, gioco e riposo, non morte. Per ricordare il passato conviene parlare alto e chiaro. Non sarebbe stato meglio indicare il posto come Idroscalo di Ostia, dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini?

Idroscalo di Ostia. Il monumento. Foro di Jordi Corominas i Julian

Idroscalo di Ostia. Il monumento. Foro di Jordi Corominas i Juliàn

La ristrutturazione operata dimostra l’interesse, preteso da persone e da enti, di conferire un minimo di dignità a un posto chiave della memoria storica recente, non solo italiana, bensì mondiale. Passeggiando per il centro storico di Roma mi sono trovato in più di un’occasione in Via Caetani, e devo dire che mi sembra più degna la targa in omaggio ad Aldo Moro che tutta la nuova struttura dell’Idroscalo. L’idea di parco, e i versi del poeta incisi sulle pietre, come se seguissimo un percorso tracciato dal Mago di Oz, ha un aspetto troppo postmoderno, quasi, permettetemi di essere eccessivo, di parco tematico minimalista, e non lo penso per avere visitato il luogo in pieno mese di luglio.
La soluzione? Non sono io, e neppure voi a doverla proporre. Si è fatto un passo avanti rassettando il posto, certo, ma la strada per raggiungere un’impossibile perfezione è ancora lunga. Devono essere eliminate molte leggende, molte bugie, molti luoghi comuni affinché il poeta (qualcosa di simile succede in Spagna con il luogo in cui fu assassinato Federico García Lorca) abbia una vera e degna dimensione in senso storico per il ricordo, affinché la sua opera serva e la sua morte non sia una scusa in più per montare grossolani programmi televisivi e omaggi che si contengano nell’arco delle ventiquattr’ore.
Tuttavia, il posto ha qualcosa che supera l’aspetto istituzionale. Ce l’ha perché chi scrive si è commosso calpestando quella terra, ha pensato, si è dovuto sedere per meditare, per sentire che in quel luogo se n’era andata via un’anima fondamentale assassinata con violenza, unico modo con il quale sopprimere una voce sincera, il che non può nascondere l’imprescindibilità di rivendicare un mondo senza ipocrisie.
Mi sedetti, fumai una sigaretta, osservai l’ambiente e provai – a dispetto di essere scrittore riconosco che è molto difficile spiegarlo – una strana sensazione. Quando morì Pasolini non ero ancora nato. Ho saputo chi fosse soltanto quattro anni fa. Ora egli mi dà qualcosa ogni giorno, imparo, condivido e analizzo, e chissà per quale motivo stare lì, vicino al suo ultimo respiro, mi faceva provare una tensione accresciuta dal silenzio. Pensavo e rimanevo con la mente totalmente svuotata a causa dell’intensità di ciò che stavo vivendo – che cos’era? – in quel ristretto angolo del pianeta.
Rimasi più di mezz’ora all’Idroscalo, solo. Alcuni autisti di passaggio mi guardavano seduto sulla panchina senza capire che diavolo facessi. Problemi di segnaletica? Mi elogio per un’ignoranza viziata alla quale si possono imporre conoscenze utili.
Tornato a Roma parlai della mia esperienza con una persona che ama l’opera e la persona di Pier Paolo Pasolini e notai che ero più rilassato.
Dopo alcuni giorni credo che il migliore omaggio che possa rendere al ricordo del poeta siano le foto che illustrano questo testo, meglio di niente, poiché con tali immagini tutti e ciascuno di noi possiamo riflettere e cercare di ricordare il poeta e ciò che è stata la sua ultima ricchezza espressiva. Immagini che stimolino il pensiero, mutismo fotografico che, chissà, comunichi senza che gli si chiedano parole.
[Testo e fotografie © Jordi Corominas i Julián – Tutti i diritti riservati]

Idroscalo di Ostia. Scritte. Foto di Jordi Corminas i Julian

Idroscalo di Ostia. Scritte. Foto di Jordi Corminas i Juliàn

Silencio congelado con viento metafísico: el Idroscalo de Ostia
de Jordi Corominas i Julián

In nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato
Pier Paolo Pasolini

Deseaba, desde mi llegada a Roma a finales de junio, visitar el Idroscalo y rendir homenaje a Pier Paolo Pasolini. Llevaba tres semanas en la Ciudad Eterna y era consciente que sólo podría realizar la visita en fin de semana, sin los agobios del ir y venir para cumplir con mis compromisos.
Elegí el sábado 15 de julio. Mientras iba hacia la estación pensaba en cómo había cambiado mi relación con el espacio capitolino. Siete años antes, cuando era un estudiante de veinte años, paseaba y buscaba la ruina, como si lo contemporáneo no existiera. Era un sabio ignorante. Conocía muchas cosas pero no daba valor a los nombres de las calles, pequeñas piezas de un puzzle lleno de vivencias trascendentales en el marasmo de la cotidianidad.
El cine y la literatura alteraron el orden. En 1999 buscaba foros imperiales. En 2006 caminaba y prefería toparme, así sin esperarlo, con la Vía di Panico o ir al Pigneto, algo impensable tiempo atrás. Mi yo cambiado por el interés hacia otras obras humanas. Los poetas de la modernidad habían desbancado al mármol de poder antiguo.
Y ese viaje a Ostia también era consecuencia de la metamorfosis. Cogí  el tren y noté la extraña sensación de tiempo inmóvil. El vagón, donde era imposible sentarse ante la aglomeración de voluntad playera, seguía siendo un vestido arcaico de transporte, recordándome Una domenica d’agosto de Luciano Emmer. Sillas de madera, ínfimo espacio y personas exaltadas ante la cercanía del mar. Los adolescentes chillaban y yo, impaciente, sólo quería bajarme para investigar, pues pese a las pesquisas realizadas en internet no tenía ni idea de cómo llegar al Idroscalo. La red hablaba de un autobús directo, pero ello me parecía demasiado práctico, demasiado fácil ante la importancia del lugar.
Cuando me bajé en Ostia Centro fui a la estación de autobuses. Subí a uno que llevaba a la Vía del Idroscalo y esperé paciente a que la máquina me transportara. Bajé dos paradas antes, sentí el bullicio de los veraneantes y de repente encontré el silencio en medio de bloques de pisos rodeados de campos yermos con hierba quemada y una carretera en línea recta, infinita.
Me encontraba cerca de mi objetivo. Quedaban unos quinientos metros que se hicieron eternos. Las rejas y la hierba, el desierto urbano y unos pocos coches que rompían la quietud eran mi única compañía. Todo era cada vez más pasoliniano. Miraba a izquierda y derecha y fotografiaba esperando el momento de llegar al Idroscalo.
Me movía a ciegas. Treinta años después de la muerte del poeta no hay carteles que indiquen donde se encuentra el lugar donde alguien puso punto y final a su existencia. El horizonte no indicaba nada. El mar, punto inútil de referencia, no aparecía. Veía una lejana torre, zapatos esparcidos, calcetines en las rejas, botellas rotas y se me agolpaban recuerdos no vividos, memoria fílmica.
Puede parecer que exagere, pero durante aquellos instantes en mi mente sonó Bach, apareció Franco Citti en Accattone y Ostia e intenté imaginar al Alfa Romeo recorriendo ese asfalto de preludio homicida. Cerca de una curva, la única en esa locura, atisbé una abertura en la reja y leí, al lado de un pútrido palo, Parco dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Había llegado y lo que contemplaba se parecía sólo parcialmente al falso recuerdo de vídeos, lecturas, voces y pensamientos sobre lo acaecido aquella lejana noche del dos de noviembre de 1975.
Me imaginaba el espacio más amplio, sin límites. Tampoco esperaba encontrar ninguna maravilla por arte y gracia del municipio. Es bien sabido que el homenaje a los poetas en este tiempo de videoclip es algo testimonial, se hace por conveniencia, no por sentimiento, como si edificar lugares para el recuerdo cultural fuera una operación de falso prestigio destinado a acallar voces de la verdadera nostalgia, cuando hablar era importante y podía tener consecuencias importantes que evitaran la actual homologación. El Idroscalo y el principio del silencio, viaje hacia la igualdad interesada de control a partir de una muerte, y aquí el adjetivo no es ornamento, trágica para todos y cada uno de nosotros.
Mis primeros y estupefactos pasos se dirigieron al triste monumento. Pese a las fotografías sigo sin saber que representa la estatua. El camino previo, que antes era pasto de ovejas y campo de fútbol para los jóvenes de la zona, parece un modesto Ara Pacis de la modernidad, con versos del poeta de Casarsa y placas, ocultas entre hierbajos, con todos los títulos de sus obras. Algunos bancos parecen querer cumplir la función, al menos así reza el cartel del ingreso, de parque. ¿Un parque? Los nombres son importantes. Pasolini murió en el Idroscalo, no en un parque, lugar que suele inspirar tranquilidad, juego y reposo, no muerte. Para recordar el pasado conviene hablar alto y claro. ¿No sería mejor denominar el lugar Idroscalo di Ostia, dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini?
La remodelación que el lugar ha sufrido muestra un interés, reclamado por personas y entidades, por conferir un mínimo de dignidad a un puesto clave de la memoria histórica reciente, no sólo italiana, sino mundial. Paseando por el centro histórico de Roma me he encontrado en más de una ocasión en Via Caetani, y debo decir que me parece más digna la placa en homenaje a Aldo Moro que toda la nueva estructura del Idroscalo. La idea de parque, y los versos del poeta en piedras, como si siguiéramos un camino a lo Mago de Oz, tiene un punto demasiado posmoderno, casi, permítanme ser redundante, de parque temático de rebajas, y no lo pienso por visitar el lugar en pleno mes de julio.
¿La solución? No soy yo, como tampoco ustedes, quien tiene que proponerla. Hemos dado un paso adelante adecentando el lugar, cierto, pero el camino para lograr una imposible perfección aún es largo. Se han de eliminar muchas leyendas, muchas mentiras, muchos tópicos para que el poeta, algo similar ocurre en España con el lugar en que fue asesinado Federico García Lorca, tenga una verdadera y digna dimensión en sentido histórico, para el recuerdo, para que su obra sirva y su muerte no sea una excusa más para montar burdos programas televisivos y homenajes de veinticuatro horas.
Sin embargo, el sitio tiene algo que supera lo institucional. Lo tiene porque el que escribe al pisar esa tierra se conmovió, pensó y necesitó sentarse para meditar, para sentir que sí, en ese sitio se había ido un alma fundamental asesinada con violencia, única forma de matar la sinceridad del que no oculta la necesidad de clamar por un mundo sin máscaras.
Me senté, fumé un cigarrillo, observé el entorno y noté, pese a ser escritor reconozco que es muy difícil explicarlo, una extraña sensación. Cuando falleció Pasolini no había nacido. Hace cuatro años apenas sabía quien era. Ahora él me da cosas cada día, aprendo, comparto y analizo, y quizá por eso estar ahí, cerca de su último suspiro, me hacía sentir un aire tenso que el silencio acrecentaba. Pensaba y permanecía con la mente en blanco como consecuencia de la intensidad de lo vivido, ¿qué era?, en ese reducido rincón del planeta.
Permanecí más de media hora en el Idroscalo, sólo. Algunos conductores me miraban sentado en el banco sin entender qué demonios hacía. ¿Problemas de señalización? Me decanto por una ignorancia consentida por los que pueden imponer conocimientos útiles.
Ya en Roma hablé de mi experiencia con una persona que ama la obra y la persona de Pier Paolo Pasolini y me noté más relajado.
Pasados los días creo que el mejor homenaje que puedo rendir al recuerdo del poeta son las imágenes que ilustran este texto, más que nada porque con ellas todos y cada uno de nosotros podremos reflexionar e intentar recordar al poeta con la que fue su último caudal expresivo. Imágenes que incitan al pensamiento, mutismo fotográfico, que, quizá, hable sin que le pidamos palabras.

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