PPP professore a Ciampino. Un libro di Giordano Meacci (1999)

Roma. Il gasometro

Nell’ottobre 1999, per l’editore minimum fax (Roma), è uscito un bel saggio di Giordano Meacci, allora nemmeno trentenne, dal titolo Improvviso il Novecento. Pasolini professore. Il libro  ha contribuito a far luce sull’episodio poco noto (e poco esplorato fino ad allora) dell’esperienza didattica di Pasolini nei primi difficili anni romani presso la scuola media parificata “Francesco Petrarca” di Ciampino, gestita dai coniugi Bolotta in un villino oggi demolito, e per questo ha raccolto le tante testimonianze degli ex allievi e degli amici, segnati da quel maestro eccezionale come già era avvenuto per i ragazzi di Casarsa. Non per nulla il valore di questo libro-viaggio è confermato dalla riedizione che sempre minimum fax ne ha realizzato nel 2015.
Va detto ancora che questo saggio ha rivelato anche la penna intelligente e acuta di Meacci, che, oltre a pregevoli racconti, ha anche firmato di recente  insieme a Claudio Caligari e Francesca Serafini lo script del film-cult  Non essere cattivo (2015) dello stesso Caligari.
“Pagine corsare” ha prontamente dato spazio al libro pasoliniano del brillante saggista, pubblicando sia le pagine iniziali del libro ⌊Premessa (di viaggio)⌋, qui citate dalla nuova edizione 2015, pp. 27-34)  che due recensioni che, a firma di Piero Gelli e Barbara Palombelli, sono apparse nel 2000 rispettivamente su “Tuttolibri” e su ”Repubblica”.
Altro particolare degno di nota. Meacci è legato a Ciampino, dove è dedicata proprio a Pasolini la Biblioteca Comunale che dal  2015 accoglie al suo interno un promettente Archivio Pasolini, animato con tenacia dal regista e scrittore Enzo Lavagnini con l’intenzione di farne, in collaborazione con il gemello Centro Studi Pasolini di Casarsa, un punto di riferimento per gli studi pasoliniani, specie di ambito pedagogico.

"Improvviso il Novecento".Copertina

“Improvviso il Novecento”.Copertina

Premessa (di viaggio)
da Improvviso il Novecento. Pasolini professore
di Giordano Meacci
minimum fax, Milano 2015, riedizione, pp.27-34

A lungo davanti al palazzo in mattoni rossi di via Pignatelli 21 è rimasto un giorno di pioggia. Un pomeriggio di domenica che mi sorprese, fradicio, a specchiarmi nel vetro del portone.Anche adesso, mentre guardo la facciata in pieno sole, rimane nitida nella memoria la stessa curiosa sensazione di inadeguatezza che provai nel vedere il mio viso riflesso. Si tratta di uno di quei ricordi che si depositano dentro di noi per caso. Alle volte aspettano anni, nascosti da altre urgenze, apprestando con pazienza il loro ritorno. Poi all’improvviso riappaiono, a stupirti con la loro irragionevole, obiettiva linearità. L’avvicinarmi all’entrata del palazzo mi ha regalato l’immagine di me stesso con quindici anni di meno; beccato dall’acqua al ritorno dalla partitella con i compagni delle elementari.
Al posto di questo palazzo, negli anni Cinquanta, c’era un villino a due piani. La casa dei coniugi Anna e Gennaro Bolotta. Per circa dieci anni, tra la fine della guerra e “i fatti d’Ungheria”, anche l’unica scuola media di Ciampino. L’entrata della “Francesco Petrarca” – questo era il nome della scuola – è stata sostituita da due negozi (di alimentari e di biancheria intima, partendo da sinistra); il giardino della casa non esiste più: c’è un altro palazzo, grigio, confinante con il campo sportivo.
Alla scuola privata dei Bolotta ha insegnato, dal dicembre del 1951 alla fine del 1954, Pier Paolo Pasolini.

Della vita artistica di Pier Paolo Pasolini nel corso di questi tre anni si conosce ormai tutto. La scoperta di Roma, le prime collaborazioni cinematografiche, le amicizie letterarie, l’attività di saggista, l’incessante scrittura poetica, la stesura del primo romanzo. Molto meno si sa della sua quotidiana attività di insegnante, dalle sette di mattina alle tre del pomeriggio, nella scuola privata di Ciampino. Ne parla lui stesso alcune volte nelle lettere, a Gianfranco Contini, a Giacinto Spagnoletti, a Biagio Marin. A Livio Garzanti, al tempo di Ragazzi di vita. E si capisce, leggendole, che se da un lato era molto soddisfatto delle possibilità espressive che l’insegnamento gli offriva, dall’altro – soprattutto col passare del tempo – i continui spostamenti (da Ponte Mammolo prima, da Monteverde poi) e i condizionamenti imposti dal lavoro giornaliero alla sua attività letteraria lo affaticavano e lo infastidivano. La lettera a Giacinto Spagnoletti del gennaio 1952 è significativa: «Purtroppo devo limitarmi a un rachitico biglietto, perché è sera e sono esausto; e non so quando potrò scriverti di più. Mi alzo alle sette, vado a Ciampino (dove ho finalmente un posto di insegnante, a 20.000 lire al mese), lavoro come un cane (ho la mania della pedagogia) torno alle 15, mangio e poi ho l’Antologia per Guanda…». Anche in un’altra lettera, scritta due anni dopo a Biagio Marin, il 1° settembre del 1954, si colgono delle osservazioni molto chiare: «Andare su e giù a Ciampino, per 25.000 lire al mese, come faccio, è una cosa insopportabile. Eppure la sopporto…».
Tracce di Ciampino si trovano nelle poesie dei primi anni Cinquanta. È più che altro un nome tra i nomi nella lunga carrellata di immagini che partono dalle borgate e arrivano fino ai “quadri” della campagna romana. Le poche case intorno all’aeroporto – questo è ancora Ciampino, quando Pasolini vi arriva – si perdono nelle terzine del primo periodo, in quelle corse verso il meridione che seguono le linee dell’“Appennino”.
Alla vita ciampinese di Pier Paolo Pasolini i biografi hanno il più delle volte solo accennato; tanto che anche i più accorti tendono a confondere la stretta, discreta via Principessa Pignatelli con la più nota – e lontana – Appia Pignatelli. Allo stesso modo, nelle biografie variano (alle volte con differenze rilevanti) le date d’inizio e di fine dell’esperienza alla Petrarca. Ancora di recente Giacinto Spagnoletti, nel suo L’“impura” giovinezza di Pasolini (1998), la storia “critica” dell’amicizia con il poeta tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, segnala, a proposito dell’insegnamento a Ciampino: «Purtroppo non molti biografi hanno saputo descrivere con i dovuti particolari quest’oscuro periodo della vita di Pasolini».
Eppure la Ciampino del primo dopoguerra, coi suoi campi sterrati, la parvenza borghese della città-giardino inghiottita dai vigneti, gli sfollati in attesa di una casa, compendia bene quel momento di passaggio dall’arcaicità del mondo contadino alla colonizzazione neocapitalistica che Pasolini ha rappresentato nei suoi scritti. La stessa distanza da Roma, negli anni Cinquanta, è tale da relegare il paese in una zona franca di “provincia periferica”. Ricostruire la vita di quel periodo in un piccolo centro significa anche raccontare il “ti con zero” di una fase che avrebbe portato al crollo dell’“Italia contadina e preindustriale” («È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango», scriverà Pasolini a Calvino nel 1974).
Da queste premesse è nata la necessità di raccontare l’esperienza ciampinese di Pasolini attraverso le testimonianze dei suoi allievi di allora. Registrare le loro voci e riproporle così, semplicemente, senza aggiungere nulla di più di quello che essi ricordavano, non mi è parsa – da subito – la soluzione più giusta. Per il semplice motivo che si rischiava di attribuire un valore “assoluto” alle loro dichiarazioni; privilegiandone magari l’aspetto documentaristico, ma rendendole necessariamente asettiche, davvero lontane e prive di qualsiasi legame con la biografia artistica di Pier Paolo Pasolini.Ho voluto correre il rischio opposto, preferendo il racconto alla catalogazione. Mi è sembrato più corretto ritrarli nel presente della loro vita di ex allievi, raccogliendo tutte le testimonianze in un vero e proprio diario di viaggio. Una raccolta di appunti nella quale i ricordi degli studenti della Petrarca si fondono con i testi del loro antico professore. Tutto quello che mi veniva raccontato mi riconduceva, immancabilmente, a un luogo della scrittura, a una serie di versi, a una catena di fotogrammi che in qualche modo completavano e dilatavano la narrazione oggettiva.
Ascoltare i ricordi degli allievi di Pasolini è stato anche un modo per ritrovare il senso dei “primi anni”. Cercare di capire quale sia la funzione di un maestro. Per quel che ne sappiamo, Socrate potrebbe essere stato un personaggio letterario come Sherlock Holmes o Stephen Dedalus. Nato dalla necessità di Platone di avvalorare le sue tesi attraverso i dialoghi e di creare l’“idea” del maestro per tutta la cultura occidentale a venire.

In Comizi d’amore (1963), Pier Paolo Pasolini, prima di iniziare la sua inchiesta sulla «sessualità degli italiani», si affida alle «autorità di Cesare Musatti e di Alberto Moravia», chiedendo loro un’opinione sul valore della sua ricerca. Allo stesso modo, nel corso del film, Pasolini unisce alle interviste delle persone incontrate in giro per l’Italia (da Milano a Napoli all’entroterra calabrese), altri interventi degli stessi Moravia e Musatti insieme con i commenti di Giuseppe Ungaretti, di Oriana Fallaci, di Camilla Cederna. Cerca, in sostanza, di offrire una visione il più possibile ampia e variegata della realtà che descrive.
Già prima di iniziare il mio viaggio verso Pier Paolo Pasolini e l’Italia degli anni Cinquanta, prima di raccontare le storie degli allievi della Petrarca, mi sono voluto creare, confortato dal precedente pasoliniano, un percorso privato attraverso il Novecento che potesse aiutarmi a interpretare meglio il materiale che andavo raccogliendo.
Ed è per questo che mi è sembrato necessario tornare indietro nel tempo (e nello spazio: passando da New York a Roma e a Ciampino) fino alla giovinezza di Pasolini a Casarsa. Perché se da un lato mi si offriva la possibilità di mettere a fuoco alcuni aspetti particolari della biografia di Pier Paolo Pasolini, dall’altro questi stessi aspetti si legavano a filo doppio alla mia personale vicenda formativa e alla scoperta del mio Pasolini.
Ed è per questo che ho cercato di unire al rigore ricostruttivo la necessità dell’improvvisazione, approfittando delle suggestioni che mi arrivavano in corso d’opera. Ne è nato una Bildungschrift mediata dalla mia visione soggettiva, che si muove attorno alla “formazione” di Pasolini e, contemporaneamente, a quella degli studenti della Petrarca.
Fernanda Pivano – partendo da un incontro con Pasolini – mi ha dato un’interpretazione del rapporto tra la cultura del dissenso statunitense e quella dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Ho chiesto a Luca Serianni di parlarmi della lingua letteraria di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, e ho pensato di fermarmi a riflettere con Sandro Veronesi sulla lezione artistica di Pasolini. Con Attilio Bertolucci ho parlato della Roma dell’immediato dopoguerra e del suo dialogo in versi «con Pier Paolo». Insieme alle loro testimonianze “esterne”, le parole degli allievi; fino a quel vero e proprio diario di viaggio che ho tenuto in Friuli, nel corso della mia scoperta di Casarsa.
Tutto il racconto è preceduto da un dialogo a posteriori con Vincenzo Cerami, che nella sua doppia dimensione di scrittore e di ex alunno è un vero e proprio legame tra i due mondi raccontati. Fondere insieme due mondi diversi mi è sembrata la soluzione più vicina al modello di Comizi d’amore. Anche alla luce di una riflessione di Barth David Schwartz sulla visione del mondo di Pasolini, quando descrive l’ironia dei “circoli culturali della capitale”:

Dimenticavano – o non riuscivano a comprendere – che era innanzitutto un democratico, un naturale egalitario aristocratico. Come avrebbero potuto – così profondamente consapevoli della posizione sociale, spesso e volentieri arrivisti snob – comprendere che il modo in cui trattava i potenti e le celebrità era lo stesso in cui trattava Ninetto e i Citti?

Sarà a questo punto il caso di spiegare perché la scelta dei compagni di strada non è stata casuale.
Mio padre è arrivato a Roma nel ’54. Aveva dodici anni. È stato – come tanti altri assieme a lui – un inurbato del primo dopoguerra. Per scelta, è vero: fu mio nonno a volerlo. Ma non ha certo influito, nella storia di mio padre, questa differenza di cause rispetto agli immigrati “per necessità”. Nel giro di pochi giorni le colline senesi della sua infanzia si sono trasformate nei montarozzi di sabbia dei cantieri di Ponte Bianco.
Mia madre ha sposato mio padre a diciassette anni. Ha lasciato le sue, di colline, quelle che nascono a Chiusi e corrono verso l’Umbria, ed è venuta a vivere a Roma con lui.
Io sono nato a Roma, nel 1971. Ho vissuto un’infanzia spezzettata tra i boschi dell’Umbria e della Toscana, le estati cittadine di Monteverde nuovo, l’asfalto spianato da poco delle nuove strade di Ciampino.
Ho conosciuto Pasolini attraverso i suoi libri e i suoi film.
Quando ho cominciato a pensare a questo libro, al tentativo di ricostruire un breve periodo della vita di Pier Paolo Pasolini e di Ciampino, mi sono subito reso conto che – lo volessi o no – ero costretto a ripercorrere a ritroso il Novecento fino a trovare la guerra; e un mondo diverso dal mio. Abbandonata dall’inizio qualsiasi pretesa di completezza, mi sono accorto che l’unica strada da percorrere era quella privata, salvando le mie memorie insieme con quelle delle persone che incontravo.
Questo libro, un diario di viaggio che va dal febbraio al novembre del 1997, è ben presto diventato ai miei occhi, paradossalmente, oggettivo. Usando le parole dell’Hemingway di Verdi colline d’Africa (tradotte da Attilio Bertolucci): «L’autore ha cercato di scrivere un libro completamente vero per vedere se il profilo di una regione e l’esempio di un mese di vita descritti con fedeltà possano competere con un’opera di fantasia». Si tratta soltanto di sostituire nazione a regione e anno a mese (e di non aspettarsi Hemingway, ovviamente).
Se si guarda bene, all’interno di questo “scritto di formazione” trovano posto (e sia chiaro che si tratta di debiti dichiarati per amore di verità, non di pretese corrispondenze) oltre all’opera di Pier Paolo Pasolini, La lepre di Vincenzo Cerami, i libri di Fernanda Pivano, le Aritmie di Bertolucci, Occhio per occhio di Sandro Veronesi, la lezione storico-linguistica di Luca Serianni (soltanto per ricordare il perché di un viaggio comune). Ma anche i Cuentos di Osvaldo Soriano, i Viaggi di Moravia, il Diario d’Irlanda di Heinrich Böll, Festa mobile di Hemingway, i Racconti di Carver. E tutti gli altri libri, le improvvisazioni di Novecento filtrate dalla figura di Pasolini, attraverso i quali ho cercato di leggere la realtà che vivevo – forse anche senza accorgermene – nel momento in cui scoprivo le tracce del “già detto” e le usavo per interpretare il presente. Con quello stesso stupore compiaciuto di quando ritrovai per caso il gesto di mia nonna che si “riavviva” i capelli in un personaggio involontario (l’avevano ripresa senza che se ne accorgesse) di Straziami ma di baci saziami.

Giordano Meacci

Giordano Meacci

Pasolini e Meacci, un giovane studioso che promette bene
di Piero Gelli

“Tuttolibri” – 2000

Il libro è il diario di un viaggio fatto per ricostruire gli anni dell’insegnamento ciampinese di Pier Paolo Pasolini (1951-1954). Anni che vedono il suo arrivo a Roma, gli inizi di una tormentata carriera letteraria, dalla stesura delle prime sceneggiature cinematografiche a Ragazzi di vita, attraverso l’episodio poco noto dell’insegnamento nella scuola media “Francesco Petrarca” di Ciampino per «ventisette dollari al mese». La figura di Pasolini trentenne, non ancora noto per le sue opere poetiche e narrative, filtra dalle parole dei suoi ex allievi degli anni Cinquanta, dai ricordi degli artisti che lo hanno frequentato e dall’analisi che intellettuali contemporanei fanno della sua figura e della sua attività artistica.
Degli anni in cui Pasolini insegnava a Ciampino, agli inizi dei Cinquanta, effettivamente non si sa molto; quindi il saggio-reportage di Giordano Meacci alla ricerca dei suoi allievi, partendo da Vincenzo Cerami, il più illustre, per poi interrogare gli sconosciuti altri, è per molti versi assai solleticante. Anche perché l’autore, non ancora trentenne, guarda al tempo e alla figura dello scrittore con la passione di un antropologo; ascolta “gli anziani” che vissero l’era Pasolini non con la nostalgia di costoro, ma col rammarico quasi di aver mancato un periodo mitico. Inoltre è colto, è un allievo coscienzioso, preparato, di Luca Serianni, e lo si avverte dalla precisione dei riferimenti e delle citazioni, ben diversamente da molti dei suoi coetanei, subito pronti a insegnare scrittura creativa, pur avendo letto solo testi freschi di stampa.
La parte più interessante del saggio Improvviso il Novecento è il dialogo con gli studenti, oggi sessantenni, di un siffatto professore: come lo ricordano e in che modo la loro vita a venire ne è stata segnata. E più che Cerami quindi, che per la sua salute di scrittore ha dovuto senz’altro salvaguardarsi da un maestro troppo invadente, incuriosiscono gli ignoti: dai coniugi Bolotta, che trasformarono la loro casa di Ciampino in una scuola media privata, al gallerista Ugo Ferranti, al commerciante Giulio Romani, che ricorda di come il professore giocasse bene a pallone, per non citare che alcuni, dal momento che in tutti emerge il sentimento di riconoscenza, traspare la consapevolezza di un’esperienza unica.
Accanto ad altri ricordi, come quelli di Attilio Bertolucci, che di Pasolini era amico e fu il suo tramite editoriale con Livio Garzanti, accanto a una ricognizione scrupolosa del tempo e del paesaggio della Ciampino d’allora, Meacci allarga l’orizzonte, cerca altre testimonianze. Ed eccolo a Milano, per incontrare Fernanda Pivano o per interrogare l’amico Sandro Veronesi. Tuttavia la Pivano, da sempre lontana culturalmente e intellettualmente da Pasolini, c’entra assai poco con l’assunto del libro e ancor meno Veronesi, scrittore indubbiamente di valore ma qui inserito solo per amicizia, nonostante gli strambi… attivi. Perché non ascoltare invece Laura Betti? O Nico Naldini? Così il saggio, di rigorosa partenza, appare alla fine un coacervo di informazioni e riflessioni sul personaggio, con alcuni capitoli molto belli, come il viaggio a Casarsa, altri più pretestuosi anche se interessanti come l’intervista a Serianni.
Meacci è un giovane appassionato, “ingordo”, raccatta dove può, non si cura di gonfiare il volume, di trasformarlo in un brogliaccio denso di notizie e di impressioni perché è trascinato dall’ammirazione. Così questo brogliaccio di pagine intense, nonostante la sua incongruità, è preferibile ai numerosi saggi accademici e alle tesi di laurea, seguiti alla morte del grande e scomodo personaggio: lo rendono leggibilissimo una scrittura limpida, e lo animano una passione e una conoscenza che promettono bene.

Pasolini insegnante a Ciampino

Pasolini insegnante a Ciampino

Quando Pasolini faceva il professore
di Barbara Palombelli 

“la Repubblica” – 2000

«Sul treno che tutte le mattine di quei primi anni Cinquanta portava il trentenne professor Pasolini alla Francesco Petrarca, il saggista Pasolini progettava l’Antologia della poesia dialettale del Novecento, il poeta Pasolini meditava sulle «coloniali notti in cui Ciampino / abbagliato sotto sbiadite stelle / vibra di aeroplani di regnanti». Il giovane Pier Paolo Pasolini studiava dal finestrino le pure stesure del paesaggio, le rovine che proiettano, di là dalle rotaie, gli ultimi fotogrammi di Roma sulla policromia controllata della campagna. Qualche gregge qua e là, «un rassegnato dover essere dell’acquedotto…».
Scriveva Pier Paolo Pasolini: «Mi alzo alle sette, vado a Ciampino (dove ho finalmente un posto di insegnante, a 20 mila al mese), lavoro come un cane (ho la mania della pedagogia), torno alle 15, mangio e poi…». È il 1952 e Pasolini può dedicarsi alla lettura soltanto poi…
Giordano Meacci, uno degli studenti più brillanti della cattedra di Storia della Lingua Italiana alla Sapienza di Roma, ha ricostruito quegli anni in un saggio-inchiesta, cercando tutti i testimoni di quella straordinaria esperienza, da Fernanda Pivano ai Bertolucci, dalle storie felliniane ai ricordi di Sandro Veronesi. Improvviso il Novecento. Pasolini professore, è pubblicato da minimum fax.
Fra gli allievi della “Petrarca”, c’è il ragazzino Vincenzo Cerami, che ricorda così l’incontro con il professor Pasolini: «Ero stato bocciato in prima media, da un altro professore… all’inizio dell’anno mia madre parlò con lui. Gli disse delle mie difficoltà; cercò di spiegargli che non ero un bambino sereno… Pier Paolo non le disse nulla. Però poi, in quei tre anni, con molta intelligenza pedagogica e anche, direi, psicanalitica, è riuscito pian piano a farmi diventare estroverso. Io sentivo la necessità di parlare con questo giovane professore, che aveva ventotto, ventinove anni. Che parlava una lingua così lontana…».

Il treno di Ciampino

Il treno di Ciampino

Note
Attualmente (2015)  a Ciampino vi è una bella Biblioteca Comunale (via IV Novembre) dedicata al nome di Pier Paolo Pasolini  e sede dell’Archivio Pasolini.

Mappa di Ciampino

Mappa di Ciampino con la sede della Biblioteca Comunale

 

 

 

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