La Marana, luogo simbolo dei ragazzi di vita, di Claudio Marincola

Pasolini e le borgate romane

Dall’archivio de “Il Messaggero” di Roma (senza data, ma riportabile agli inizi del Duemila) è ripreso un articolo che descrive un luogo simbolo della narrativa romana di Pasolini: la Marana, geografia popolare di iniziazione, libertà, socializzazione e gioco per i ragazzi di vita delle borgate. Lo firma Claudio Marincola, giornalista della testata romana e appassionato narratore della vita (e della morte) di Pasolini nella Capitale.

La Marana
di Claudio Marincola

www.ilmessaggero.it /archivio

Moriconi Nando da Kansas City canticchia mentre scende beato per farsi il bagno alla Marana. Tra la vegetazione s’ode un urlo: “Americà facce Tarzan”. La scena fu girata nel 1953. Stesso punto, oggi. Un piccolo rom scende a riva, giunge sul bordo, bagna i piedi nell’acqua, s’immerge.
Tra il tuffo di ieri e quello di oggi, tra una Marana e l’altra, c’è un abisso lungo mezzo secolo. La borgata ora è diventata un quartiere. Le baracche sono case. Le case, che nel film si intravedono sullo sfondo, sono palazzine. Alcune anche firmate da architetti come Sabino Staffa, che fu allievo di Piacentini. Solo lei la Marana galleggia putrida e torbida nello stesso punto. Teoricamente la stessa, in realtà un’altra, un insieme di streptococchi, batteri e colibatteri.
Da qualche giorno è scattata la caccia alla Marana. Telefonate, ricordi, lettere, mail (al sito www.ilmessaggero.it) Ma quella doc, quella di Nando Moriconi, è in Via Pietralata, altezza via Val Brembana. Lì fu girata la scena madre di Un giorno in Pretura il film-cult interpretato da Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Maurizio Arena, Ubaldo Lay e Silvana Pampanini.
«In quel punto – racconta Stefano Mariani, una specie di capitano Achab – nel fiume Aniene c’era la confluenza di una Marana. Fu chiusa qualche anno fa con i lavori di costruzione del futuro Sdo. Sullo sfondo – prosegue il suo racconto Stefano – si nota la strada in discesa con i palazzi sul lato destro (Via Val Brembana); sulla sinistra solo alberi che separano ancora la strada dalla ferrovia (fino al 2000 con solo 4 binari). I tubi per la costruzione del collettore fognario che oggi trova sbocco proprio nel punto in cui fu girata la scena. In quegli anni era ancora possibile fare il bagno in quelle acque. Secondo i racconti di mio padre, oggi ottantenne, per la scena del bagno furono impiegati dei ragazzini della borgata».

Roma.Una Marana

Roma. Una Marana

Perché non mettere oggi un’insegna, una foto, qualcosa che ricordi quel momento di Roma e quel film? Sarebbe un’occasione per risanare. Sotto la spalletta che separa la strada dal fiume si è infatti formato un accampamento. Al centro dell’unico punto che sembra verde – cioè senza monnezza – c’è un ombrellone a spicchi colorati di quelli che si usano in vacanza, sulla spiaggia. È il rifugio di una famiglia di disperati. Uomini e topi sugli argini del fiumi. Ratti che nuotano, bambini senza nessun progetto di integrazione.
La Marana, o meglio le marane. Già. Perché ognuno ne ha una strettamente personale. Silvio Parrello, detto er Pecetto, è uno dei Ragazzi di vita di cui racconta Pasolini. Il libro dello scrittore friulano ha più o meno la stessa età di Nando Moriconi. Er Pecetto oggi fa il pittore, il poeta e l’attore. Vive a Donna Olimpia dove ha la sua bottega: «Con Oberdan, Agnolo e Zambuia andavamo sotto al Casaletto, ai Colli Portuensi – ricorda -. C’era una grande Marana dove una volta un poveretto s’affogò».
Un’altra Marana era al Ponte Bianco, alle vasche del Ferrobedò, accanto alle traverse dei treni. «Bastava una pozza d’acqua e noi ragazzetti ci tuffavamo. Per un bagno pagavamo 10 lire ma se arrivavano i vigili se scappava».
I racconti di Pasolini pullulano di Marane. «Mo je faccio vede io come ce se tuffa», gridò il Riccetto. E giù caposotto, pennelli, caprioli. I contadini in quell’acqua ci lavavano l’insalata del loro orto.
«Se è per questo prima della guerra nelle Marane ci pescavamo – riprende il suo racconto er Pecetto -; in via Vitellia, dove oggi c’è l’ingresso di Villa Pamphilj ce n’era una enorme. Quando pioveva, l’acqua saliva. Per traghettarci da una parte all’altra chiamavamo er Cipolla e dalla barca tiravamo le lenze: capitoni, anguille, cavedani, barbi, tinche, veniva su de tutto».
Nostalgia canaglia? Non sia mai. La Marana è un brodo primordiale, un’identità sparita di cui si può anche fare a meno. Ma chi nella sua vita ne ha una non la dimentica. «La mia Marana – scrive Paolo Tanas – stava in via Cilicia, in fondo al campo del Fachiro (non lo so perché si chiamava così) ed era un posto magico dove noi ragazzini andavamo d’estate quando le macchine erano poche. Non si andava a Ostia e le giornate d’estate duravano tanto, giocando a pallone o a guardie e ladri, a lattine e con tutti quei giochi che quelli della mia età (57 anni), ricordano benissimo. Ma l’avventura più grande restava la Marana: non ci crederete ma l’acqua era pulita perché arrivava dalla sorgente dell’Acqua Santa e ci si passava tutta la mattina a farsi il bagno rigorosamente in slip bianchi con l’elastico (leggi mutandine), si costruivano zattere con pezzi di legno trovati lì intorno; per vedere se reggevano il peso ci mettevamo sopra il più piccolo (sempre io) e affondava. Quanto mi divertivo! Anche se poi, tornato a casa, le prendevo da mia madre. Tanto la mattina dopo eravamo di nuovo lì!!».
C’era una Marana anche in via della Cava Aurelia (come ricorda Maurizio Valli) dalle parti dell’Acqua Santa. «Vivo a Roma da una vita – racconta Nicola Antonio Guastamacchia -, vi arrivai nel 1930. Proveniente da Bari, arrivai a Termini e ci avviammo verso il tranvetto bianco, così era chiamato, il tram che andava a Tor Pignattara. Aveva le sembianze di un treno del Texas con una veranda sia alla salita che alla discesa. Questo mezzo attraversava zone periferiche altamente abitate e purtroppo aveva stritolato sotto le sue rotaie parecchie persone. Per questo lo chiamavano l’ammazzacristiani. Noi bimbi di allora – prosegue Guastamacchia – per farci un bagno nella stagione più calda ci recavamo a piedi all’Acqua Santa dove sgorgava un’acqua minerale. Davanti alla ruota rossa del ruscello ci esibivamo in tuffi pericolosi. Quella era la nostra Marana, la Marana della povera gente».
E viene in mente Rocco, un altro dei personaggi di Pasolini. Uno appunto da Marana, uno che «se me vedi dentro l’acqua so’ ‘na sirena so’».

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