I ricordi di Vincenzo Cerami allievo di PPP, di Virgilio Fantuzzi (2002)

Vincenzo Cerami

Padre Virgilio Fantuzzi, critico cinematografico de “La Civiltà Cattolica”, ha avuto di conversare nel 2002 con lo scrittore, sceneggiatore e drammaturgo Vincenzo Cerami, scomparso nel  2013. Vivo in lui il ricordo di Pasolini, che fu suo insegnante alla scuola media parificata “Petrarca” di Ciampino e che allora esercitò una influenza decisiva per la sua crescita e per la sua consapevolezza culturale. Nella conversazione emergono così  vari ricordi di scuola, a cui poi Cerami fa seguire alcune preziose considerazioni sul significato dell’arte e sul valore “metafisico” della grande comicità, come quella esemplata da Chaplin, Totò, Buster Keaton o Roberto Benigni.
L’articolo è apparso nel 2002 sul quaderno 3659 de  “La Civiltà Cattolica”. 

Vincenzo Cerami. Ricordi di scuola
Padre Virgilio Fantuzzi

“La Civiltà Cattolica” –  2002, IV,  quaderno 3659

… Cerami, sentendo che stiamo parlando di Pasolini, si avvicina anche lui al pianoforte. All’inizio degli anni Cinquanta egli frequentava una scuola di Ciampino dove Pasolini era insegnante di lettere. Complice la musica di Piovani, i ricordi, raggrumati nella mente, si sciolgono in un racconto lineare.

Vincenzo Cerami e Pasolini ai tempi della scuola di Ciampino

Vincenzo Cerami e Pasolini ai tempi della scuola di Ciampino

Avevo 12 anni quando ho incontrato per la prima volta Pasolini. Dentro di me c’era quella voglia di conoscere il mondo che si può avere soltanto a quell’età. Pasolini non si limitava a essere una parte del mondo che desideravo scoprire, ma è stato una sorta di Caronte, che mi ha traghettato verso una dimensione di me stesso della quale ignoravo l’esistenza. Se non avessi incontrato lui, oggi la mia vita sarebbe diversa da quella che è. Provenivo da una famiglia nella quale la cultura non era in auge. Mio padre era un militare appassionato di aeroplani. La sola carta stampata che circolava per casa era la rivista “L’aquilone”, che parlava di voli transoceanici. Arriva nella scuola. Pasolini, che allora avrà avuto 28-29 anni, sembrava un ragazzo come noi. Vestiva come noi. Era povero come noi. Giocava a pallone meglio di noi… Quando passava dietro la cattedra si trasformava. Diventava severo finché non riusciva a ottenere un silenzio perfetto. Poi si scioglieva e, nel corso della lezione, sapeva essere vivace e perfino allegro.
Io ero un bambino timido. In seguito a una malattia, che mi aveva tenuto isolato dagli altri, ero diventato introverso e poco socievole. Desideravo comunicare con lui, ma non sapevo come fare. Non riuscivo a parlargli. Ricordo che il primo contatto tra noi si è stabilito in occasione di un tema che ci aveva dato da svolgere a casa. “Una gita in montagna”, era questo il titolo. Provenendo dal Nord, Pasolini non sapeva che lì a Ciampino noi non avevamo mai visto una montagna. Mi misi a scrivere raccontando una improbabile salita al Terminillo con tempeste di neve, valanghe e pericoli di ogni genere, tra i quali risaltava la dimensione eroica che cercavo di attribuirmi. Volevo fare bella figura con lui e credo di esserci riuscito. Il tema gli piacque, tanto è vero che lo lesse ad alta voce in classe davanti a tutti. Fingendo di parlare d’altro, ero riuscito a parlare di me. Posso dire che, da quel momento, non ho mai smesso di scrivere temi liberi.
Non è facile per me dire così su due piedi che cosa ho imparato da Pasolini, ma la cosa più importante penso che sia la passione che mi ha trasmesso per qualcosa che era fuori di me. La passione per il mondo. L’altra cosa che mi ha insegnato è che, se volevo essere un buon narratore, dovevo parlare delle cose che conoscevo. Credo che il segreto della buona letteratura consista in questo: raccontarsi a qualcuno raccontando il mondo. La cosa vale in entrambi i sensi. D’altra parte, nessuno di noi può raccontarsi se prima non si inquadra all’interno del mondo in cui vive. Questo non è soltanto lo scopo della letteratura, ma anche quello delle arti visive. Se andiamo a vedere i graffiti tracciati dagli uomini primitivi sulle pareti delle caverne, ci accorgiamo che il primo atto di intelligenza compiuto dall’uomo consiste nel distacco con il quale è riuscito a osservare il mondo esterno, assumendo così un atteggiamento dialettico nei confronti della realtà. Questa è stata la prima funzione dell’arte. La seconda è di carattere testamentario. Trasmettere ai posteri le esperienze compiute da altri prima di loro, in modo che possano farne tesoro.

Pasolini insegnante a Ciampino

Pasolini insegnante a Ciampino

Quando, in secoli a noi più vicini, nel susseguirsi degli stili tra tardo antico, bizantino e gotico internazionale arriva, con la forza sconvolgente di una meteora, l’invenzione della prospettiva, che apre spazi virtuali di fronte allo sguardo umano, possiamo appena immaginare la sorpresa di cui recano testimonianza i documenti stilati dai testimoni diretti dell’evento. Con il Caravaggio la luce assume un ruolo da protagonista e, dentro il quadro, comincia a farsi strada il racconto. Questa voglia di raccontare il reale arriva nel Seicento a una sorta di fanatismo che si manifesta nella natura morta, dove si vedono mele più vere del vero, con la buccia appena ossidata, con un vermicello che esce dal buco, e lì accanto un fico con la pelle screpolata, dalla quale sgorga una lacrimuccia zuccherosa… Pare quasi che il pittore si diverta a far venire l’acquolina in bocca a chi guarda il quadro. In seguito gli artisti hanno cominciato a capire che la realtà non poteva essere scambiata con la sua riproduzione materiale per quanto minuziosa, e hanno fatto piazza pulita di tutti i tecnicismi da laboratorio di ottica: camera oscura, lenti di ingrandimento…
Nella seconda metà dell’Ottocento arrivano gli impressionisti, ai quali terranno dietro gli espressionisti e tutti i movimenti che si sono avvicendati nella prima metà del Novecento. L’immagine si scompone per farci capire che, più della cosa vista, conta il modo in cui la si vede. Si arriva così fino all’astrattismo che sfocia nella pittura informale, materica e gestuale, prima che dall’America sbarchi in Europa la Pop art con Andy Warhol che racconta gli anni Sessanta con un barattolo di zuppa (marca Campbell). Erano gli anni nei quali i giovani della mia generazione hanno cominciato a occuparsi seriamente di cinema. Ricordo le proiezioni al Filmstudio, le discussioni con i redattori della rivista “Cinema & film”, il Festival di Venezia del ’64, dove Il Vangelo di Pasolini si confrontava con Deserto rosso di Michelangelo Antonioni. Uno proteso verso l’arte del passato (la lezione di Roberto Longhi assimilata da Pasolini sui banchi dell’Università di Bologna), l’altro in rapporto con le forme più spinte dell’arte contemporanea…
L’arte da quando esiste, come la letteratura e come adesso il cinema, ha sempre cercato di raccontare il reale. Osservare il mondo non vuol dire assumerlo in maniera acritica così come è… Quando immagino i personaggi dei quali racconto la storia nei miei libri, provo nei loro confronti un sentimento duplice di ammirazione e di pena. Ammiro la loro dimensione di creature. Venero la santità del loro corpo. Mi esalta l’erompere vitale del loro esistere… Parto dal principio che nasciamo tutti nudi, piccoli e inermi… Poi cominciamo a guardarci attorno e scopriamo che siamo nati in un posto piuttosto che in un altro. Ci mettono addosso degli abiti. Ci insegnano una lingua. Guardiamo la televisione. Mangiamo certe cose e assimiliamo a poco a poco quella che chiamiamo cultura. Questa cultura serve per la convivenza civile, ma è pur sempre una corazza in qualche modo repressiva rispetto allo stato di innocenza con il quale Dio ci ha fatto nascere.
Vedo ciascuno di noi come una sorta di san Francesco, il quale, da giovane, era vestito di abiti sfarzosi perché figlio di un ricco mercante. Un bel giorno si toglie di dosso questi vestiti, che gli conferivano un aspetto da uomo ragguardevole, e scopre di avere un corpo gracile e magro. Uno scricciolo, come direbbe Montale. Si è messo un sacco addosso, ha cominciato ad amare l’aria, l’acqua, il fuoco…, le pietre inerti, che sono lì da milioni di anni, gli alberi, gli uccelli… L’uomo e la pietra sono, per Francesco, la stessa identica cosa. Nella mia condizione di scrittore vedo l’uomo così. Però lo vedo anche vittima di una serie di comportamenti che gli vengono imposti dalla cultura o dalla sottocultura alla quale appartiene, dalla società che elabora miti… Tutte cose delle quali dovrebbe avere il coraggio di spogliarsi per ottenere quella libertà che è legata alla condizione della sua originaria purezza[…] .

I comici: personaggi metafisici
Mentre Piovani riprende a suonare, mi viene in mente che Cerami, lavorando accanto a Pasolini, ha frequentato a lungo Totò negli anni in cui, appaiato con Ninetto Davoli, recitava nel film Uccellacci e uccellini e negli episodi La terra vista dalla luna Che cosa sono le nuvole?

Totò e Pasolini sul set di "Uccellacci e uccellini"

Totò e Pasolini sul set di “Uccellacci e uccellini”

Non solamente ho conosciuto Totò, al quale mi rivolgevo chiamandolo principe – precisa Cerami -, ma, quando ho potuto, ho attinto informazioni su di lui interrogando coloro che lo hanno conosciuto prima di me. Fellini mi ha raccontato di averlo visto recitare in teatro prima della guerra. Diceva che il Totò che siamo abituati a vedere al cinema non è nemmeno un decimo di quello che era a teatro. Da giovane Totò era magrissimo e tutto snodato (un po’ come adesso è Benigni). Si arrampicava su per il sipario e poi scendeva con evoluzioni da ginnasta, come Buster Keaton, che era coperto di cicatrici perché il padre (attore anche lui) quando era piccolo lo lanciava da una parte all’altra del palcoscenico. Fellini mi diceva di aver assistito a qualche spettacolo di Totò da dietro le quinte. Quando usciva a raccogliere gli applausi e le richieste di bis, diceva ai siparisti: “Adesso li faccio ridere con la i”. Andava fuori, faceva una gag e si sentiva il pubblico che rideva: “iii…”. Era capace di far ridere con la i, con la a, con la u. Decideva lui quando e come doveva ridere il pubblico. Era una macchina comica dotata di un ingranaggio perfetto. Non sbagliava mai un colpo.

Chiedo a Cerami se, avendoli conosciuti entrambi, è capace di fare un paragone tra Totò e Benigni.

I comici  sono personaggi unici. Non vale la pena di paragonarli l’uno con l’altro. Prima di Totò e Benigni c’è stato Petrolini. Comici si nasce. Non c’è nessuna scuola, nessun laboratorio che li possa forgiare. Petrolini, Totò e Benigni sono tre grandi regali che il Novecento ha fatto agli italiani. Se li mettiamo idealmente l’uno accanto all’altro, il loro aspetto non ha nulla di attraente. Lo dico con grande rispetto nei loro confronti ma, a guardarli, mettono paura. Petrolini aveva un naso adunco e una faccia stralunata. Totò lo ricordiamo tutti per il mento a sghimbescio. Benigni è magro come un chiodo… Sono persone buffe. Comici, appunto. Ma che cos’è la comicità? Non si può confondere la comicità con la commedia. Se scrivo una commedia trovo cinquanta attori che la possono interpretare, intercambiabili l’uno con l’altro. Se invece scrivo un copione per Totò o per Benigni, so che non può essere interpretato da nessun altro. Sono attori, certo. Ma sono qualcosa di più di un attore. Sono maschere. Recitano con tutto il corpo. I loro film, se li guardiamo bene, sono ripresi con la macchina sempre lontana; pochissimi primi piani perché risulterebbero inquietanti; la luce è sempre diffusa perché le ombre fanno pensare al dramma… Il comico non ha psicologia. Non ha dietro di sé un quadro di riferimenti familiari o sociali.
Stanlio e Olio chi sono? Quale grado di parentela li unisce? Sono fratelli, cugini?… Quando si sono incontrati per la prima volta? Perché litigano e stanno sempre insieme? Sono sposati?… A volte si vedono le mogli, altre volte non si vedono… A volte si travestono essi stessi da donna per fingere di essere la moglie l’uno dell’altro… Non sappiamo nulla. Di Charlot sappiamo forse qualcosa? Lo stesso si può dire di Buster Keaton e di altri. Si tratta di personaggi metafisici, che rincorrono bisogni elementari: la fame e l’amore. Non è facile allestire la griglia che fa da supporto a un film comico. Non deve essere infatti un pretesto per cucire insieme sketch, ma la proposta di un vero film, che tenga conto delle caratteristiche di questi attori-personaggi e dia spazio alle loro straordinarie capacità espressive. Un grande poeta, John Keats, diceva che non è bello quello che è vero, ma piuttosto al contrario è vero soltanto quello che è bello. Questo concetto, che assomiglia a un gioco di parole, sta al fondo di ogni opera d’arte. Se l’opera è bella ti conduce inevitabilmente verso la verità. Anche un film comico, che sembra fatto solamente per regalare a chi lo vede un’ora di spensieratezza, può aiutare a capire il senso del momento nel quale viviamo.

Charlie Chaplin in "Monsieur Verdoux"

Charlie Chaplin in “Monsieur Verdoux” (1947)

Noi italiani siamo abituati a considerare lo spettacolo comico come appartenente a un genere minore rispetto alla tragedia e al dramma. Anche Chaplin, d’altra parte, non ha mai vinto un Oscar ed è stato perfino ostracizzato quando è uscito in America quello che forse è il suo film più bello, più profondo e più vero, Monsieur Verdoux. Si ha l’impressione che a volte i comici siano sottovalutati e bistrattati, ma poi, quando si va a verificare, i migliori sono sempre loro: Chaplin, Buster Keaton, i fratelli Marx, Billy Wilder con le sue commedie… La comicità non consiste soltanto nella capacità di far ridere il pubblico. È un momento magico. Lo spettatore assiste a un vero e proprio miracolo creativo: la performance di un artista irripetibile che, con tocco leggero, riesce a far vibrare le corde più riposte del suo spirito.

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