A Chia, nel viterbese, la torre di Pasolini, di Marco Scataglini

Pasolini davanti alla torre di Chia. Foto di Deborah Beer (Archivio Cinemazero)

Nel 2005, a trent’anni dalla morte di Pasolini, il fotografo e scrittore Marco Scataglini racconta i luoghi del viterbese cari al poeta. Tra questi l’amata Torre di Chia, che Pasolini acquistò e che negli ultimi anni di vita elesse a rifugio, eremo e luogo di lavoro creativo.
A seguire un’ulteriore descrizione (senza data su “Pagine corsare”) del rapporto tra il viterbese e Pasolini, che si impegnò personalmente per la tutela del paesaggio dell’Alto Lazio e per la creazione dell’Università della Tuscia.

A Chia, il rifugio di Pasolini
di Marco Scataglini

www.repubblica.it – 9 giugno 2005

Il “rifugio si Pasolini” è la torre dove il regista, nella pace della campagna viterbese, si rifugiava negli ultimi anni della sua vita per scrivere e riflettere. Non lontano da qui girò nel 1964 anche qualche scena del Vangelo secondo Matteo, uno dei suoi film più complessi e controversi nel quale riuscì pienamente a cogliere il mistero del sacro. Tante sono le curiosità, gli itinerari naturalistici e culturali in una terra dove regnò la civiltà etrusca.

La torre di Chia

La torre di Chia

Nella vita di ogni artista c’è un luogo dell’anima, un centro geografico tangibile dove l’ispirazione fluisce libera, aprendo la strada alla creatività. Per Pier Paolo Pasolini – scrittore, regista, poeta – questo luogo è stato Chia, un grumo di case così piccolo che per rintracciarlo su una carta stradale occorre una lente d’ingrandimento, ammesso che poi ci si riesca davvero, a trovarlo, perché non è cosa facile: bisogna guardare nella provincia di Viterbo, laddove già questa declina verso l’Umbria, e seguire idealmente la Statale 675 che da Orte va verso Vitorchiano.
Passata Bassano in Teverina e prima del bivio per Bomarzo con il suo antico bosco popolato da mostri di pietra, ecco un puntino e una scritta minuscola ad indicare il borgo, oramai semiabbandonato.
“A Chia, Pasolini ha lasciato un ottimo ricordo. Si recava spesso nelle case della gente, si intratteneva con loro, era gentile e disponibile. Fece molto per il paese, creò una squadra di calcio per i più giovani, istituì un premio per chi lo abbelliva….”.  A raccontare lo scrittore-regista nei suoi aspetti quotidiani, magari minimi, ma proprio per questo più veri è Giuseppe Serrone. Lui non ha mai incontrato di persona Pasolini, ma la passione per questo luogo, che pare attrarre personaggi al di fuori degli schemi, li unisce al di là del tempo e dello spazio: “Quando arrivai a Chia sapevo ben poco di Pier Paolo… In realtà l’ho scoperto grazie ai racconti della gente, che tratteggiavano una personalità affabile e gentile, che mi ha subito incuriosito”.
Giuseppe è stato parroco di Chia dal 1991 al 2001 ed è un prete dalle idee chiare, in grado di fare scelte impegnative come quella, tre anni fa, di metter su famiglia, sposarsi e cambiare vita. “Non è stato facile, e proprio per aiutare i sacerdoti che come me hanno deciso di violare l’imposizione del celibato ho fondato l’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati…”, racconta. La sede nazionale? Ovviamente, è a Chia.
Per la cronaca, solo in Italia, secondo l’Associazione, gli ex preti sposati sarebbero circa 8-10.000, addirittura 100.000 nel mondo, cifre non proprio trascurabili, che possono offrire materia di riflessione, mentre camminiamo nei vicoli del borgo, così malinconicamente affascinante, in cui le case restaurate stanno fianco a fianco con i ruderi carichi di secoli, nelle cui fondamenta sono evidenti tracce etrusche. Su diverse porte scardinate, sui mattoni, sul legno modellato dal tempo, la mano gentile di un abitante del borgo ha scritto, con grafia regolare e senza lasciare firma, poesie, testi di canzoni, frasi in libertà.
Aggirandosi in questo Parnaso silenzioso, dove anche i muri sanno farsi leggere, ci si ritroverà necessariamente nella parte alta del colle, tra i ruderi del Castello con di fronte un ampio panorama, e ci si renderà conto che Chia è costruita proprio nella classica “collocazione etrusca”, sulla cima di un altipiano circondato da profonde e selvagge forre, da cui sale il rumore dei torrenti che nel medioevo muovevano le macine dei mulini, di cui ancora oggi restano testimonianze. È’ un mondo umido e nebbioso, romantico, dove la realtà cede facilmente all’immaginazione.
Così il ruscello che passa sotto Chia per scorrere verso quel che rimane del Castello di Colle Casale – solo un’altissima torre – può tramutarsi nel fiume Giordano dove Gesù fu battezzato. Come? Grazie alla trasposizione cinematografica che Pasolini fece del Vangelo secondo Matteo, da cui ottenne contemporaneamente uno dei suoi massimi capolavori, ma anche il film più controverso e contestato della sua carriera.
“Il film l’ho girato – e con Cristo!/ L’ho trovato, Cristo, l’ho rappresentato!” – scrisse poi, ma in realtà non fu facile reperire i finanziamenti, gli attori e soprattutto le location. “Agli inizi della primavera 1964 il Vangelo entrò in lavorazione. Le prime inquadrature girate furono quelle del battesimo di Gesù – e il Giordano venne ‘trovato’ fra Orte e Viterbo in una fessura scavata da un torrente in mezzo a rocce aspre e selvagge” – racconta lo scrittore Enzo Siciliano, grande amico di Pasolini, che nel film interpreta il ruolo di Simone – nel suo Vita di Pasolini (Rizzoli, Milano 1978, p. 273).
E prosegue: “In quell’occasione Pier Paolo scoprì la Torre di Chia di cui letterariamente si innamorò: decise di acquistarla, ma l’acquisto gli riuscì dopo non pochi anni”. Era allora, ed è ancora, un luogo così ricco di storia e di fascino che il regista non poteva non rimanerne attratto, forse spinto dal desiderio di una vita diversa, più rilassata: “Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti,/ che io vorrei essere scrittore di musica,/ vivere con degli strumenti/ dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare/ nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto/ sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri,/ e lì comporre musica/ l’unica azione espressiva/ forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”, scrisse nel 1966 (Poeta delle ceneri, in Tutte le poesie, a cura di W.Siti, II, “Meridiani Mondadori, Milano 2003, p. 1288).
Solo nel novembre 1970 il sogno poté avverarsi: Pasolini costruì allora, ai piedi della Torre, una casetta con grandi vetrate, un luminoso studio e una cucina. Negli ultimi tre anni della sua vita visse a tempo pieno a Chia, lavorando ad un romanzo Petrolio (Einaudi, 1992), rimasto incompiuto.
Nel pieno di un autunno cupo e triste, infatti, dopo essere rientrato da un viaggio a Parigi, si sedette ancora una volta alla guida dell’amata Alfa Romeo GT, per sfrecciare verso Roma, la città che più di ogni altra ha saputo raccontare con cruda profondità (basti pensare a Ragazzi di vita, il suo primo romanzo, uscito nel 1955). Gli amici che lo incontrarono dissero che era di umore molto malinconico e pensieroso.
Sul “Corriere della Sera” del 2 novembre del 1975, quella che era stata una vita di creatività, passione, amore per la letteratura e il cinema si trasformò di colpo in una drammatica notizia di cronaca: “Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. È accaduto stanotte a Ostia, a duecento metri dal mare. La scena del delitto è uno sterrato deserto su cui sorgono delle squallide casupole abusive, quasi delle baracche”.
Sono passati trent’anni da quel giorno: è questa l’occasione migliore per tornare nei “luoghi di Pasolini” alla ricerca della bellezza che tanto l’aveva colpito ed in cui ancora è possibile avvertire se non la sua presenza, almeno l’eco della sua straordinaria personalità.

Marco Scataglini

è un fotografo professionista specializzato in fotografia creativa destinata alla promozione del territorio, delle riserve culturali, ambientali, paesaggistiche e naturali dell’Italia. Fotografa e scrive di fotografia con rara sensibilità e bravura.  Al suo attivo molti libri e  vari articoli su riviste di settore.

Chia. Le cascate in cui Pasolini girò le scene del battesimo di Gesù nel "Vangelo secondo Matteo" (1964)

Chia. Le cascate in cui Pasolini girò le scene del battesimo di Gesù nel “Vangelo secondo Matteo” (1964)

L’impegno di Pasolini per il paesaggio e l’Università della Tuscia
⌊s.d.⌋

C’è da salvare la città nella natura. Il risanamento dall’interno. Basta che i fautori del progresso si pongano il problema. Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dalla industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio. Basterebbe un minimo di programmazione. Viterbo è ancora in tempo per fare certe cose. […] Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia.

Questa è una parte dell’intervista rilasciata da Pasolini, sotto la Torre di Chia, al giornalista e amico Gideon Bachmann, e pubblicata a pagina 3 del “Messaggero” di domenica 22 settembre 1974. Una profezia che calza a pennello contro il tentativo di devastazione, a mezzo cementificazione, della deliziosa e caratteristica Valle dell’Arcionello. E non è il giudizio o la raccomandazione di una persona qualsiasi. Si tratta di un indirizzo politico, sociale e civile, lasciatoci in eredità da un grande poeta, scrittore e regista.
E Pasolini ha amato veramente Viterbo e la Tuscia, senza lamentarsi di aver sottratto tempo ai suoi impegni personali: instaurò un rapporto proficuo con il territorio viterbese e, tra l’altro, s’impegnò personalmente per ottenere il riconoscimento statale dell’allora Libera Università della Tuscia.
Lo fece per dare un maggiore sviluppo all’Alto Lazio, spendendo pubblicamente la propria immagine, e il proprio talento, e manifestando a Roma, sotto e dentro la sede della Regione Lazio, a fianco degli studenti viterbesi.
Nel 1975, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva assassinato, ma la sua visione del mondo, il suo patrimonio culturale, il suo spirito vivono ancora nella maggior parte delle persone che si sono schierate in difesa dell’Arcionello.

Nota
Chia è una frazione di Soriano nel Cimino: un borgo di circa 400 persone posto a circa 300 metri di altezza sul livello del mare che si erge in posizione panoramica sulla valle del Tevere. L’antico nucleo (circa 1100 d.C.), seppure attualmente fatiscente e in completo abbandono, conserva ancora la sua pianta originale e ha un notevole interesse storico. I boschi sono disseminati di antiche tombe rupestri.

 

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