Pasolini e la Magnani, sulla via per “Mamma Roma”, di L. Finocchiaro e S. Martín Gutiérrez

Sul set di "Mamma Roma" (1962)

Pasolini e la Magnani, sulla via per “Mamma Roma”

di Laura Finocchiaro e Silvia Martín Gutiérrez

 

Anna è romantica: vede la figura nel paesaggio, la figura in movimento,
immersa tra le cose come in un abbozzo impressionistico,
magari della potenza di un Renoir […].
Io cerco la plasticità dell’immagine,
sulla strada mai dimenticata di Masaccio […].
Non posso essere impressionistico.
Amo lo sfondo, non il paesaggio.[1]

Pier Paolo Pasolini

Dopo la presentazione del film Mamma Roma alla XXIII Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nel 1962, una buona parte della critica cinematografica italiana additò il nuovo film di Pier Paolo Pasolini criticandolo aspramente.

Tanti giudizi della stampa sul secondo lungometraggio del Poeta si concentrarono, in particolare, su un fallimento dell’opera e, né il regista né la protagonista del film, Anna Magnani, riuscirono a sfuggire ai numerosi attacchi che contribuirono ad accrescere alcuni già noti luoghi comuni sul loro conto.

Luoghi comuni che, rimasti invariati fino ai giorni nostri, disegnarono Pier Paolo Pasolini come un personaggio “scomodo”, reazionario, che avrebbe fatto meglio a limitare la propria attività artistica alla scrittura poetica; e Anna Magnani come l’esuberante e faziosa attrice dal carattere indomabile.

Ciò che gran parte dei critici e dei giornalisti resero noto in quell’occasione fu, quindi, l’incapacità e la difficoltà affrontata dal neo regista Pasolini a dirigere un’attrice come la Magnani, una professionista del cinema dalla personalità imponente, la cui professionalità male si conciliava con la recitazione degli altri attori del film, presi dal regista direttamente dalla strada.

Fu così che il maltrattato e censurato film Mamma Roma passò come mal riuscito, e addirittura “indecoroso”.

Una delle più importanti testimonianze sulla laboriosa lavorazione del film ci è stata lasciata dall’aiuto regista Carlo di Carlo che, durante i giorni passati sul set, annotò le sue considerazioni creando un vero e proprio diario, il “Diario di lavorazione del film Mamma Roma”.

Le parole di Carlo di Carlo ci raccontano momenti salienti della lavorazione del film, tra cui proprio quelli che videro Pier Paolo Pasolini e Anna Magnani discutere sul metodo di recitazione da adottare:

«Continuiamo gli interni a Casal Bertone. La Magnani è di un altro umore, ora che si è “rodata” e si è intesa
con Tonino. Ha indovinato le luci per il suo naso, che lei chiama “la sciabola”. Seguita però a discutere con Pier Paolo perché insiste a farle recitare le battute staccate e mai unite. Mai una scena intera. Dice che “recita” e non è naturale come la vuole lui, girando in questo modo inconsueto. L’odio, la rabbia, l’umore, insomma, improvviso e secco – com’è richiesto dal copione – non può essere “estratto” battuta per battuta. Ma Pasolini insiste.
Le discussioni seguiteranno anche nei giorni a venire e Anna alla fine prenderà l’abitudine e ne sarà contenta».

Grazie a questa testimonianza dell’aiuto regista, possiamo sì affermare la diversità con la quale il regista e la protagonista concepivano la recitazione e il cinema stesso e, soprattutto, prendere atto di come il loro confrontarsi fu, in realtà, costruttivo e fondamentale non solo per la realizzazione del film, ma per tutti i seguenti lavori cinematografici pasoliniani.

Ereditiamo un’altra fondamentale testimonianza dal set dai lunghi racconti che lo stesso Pasolini appuntò nel suo “Diario al registratore”. Il regista ci racconta uno dei momenti in cui discute con la protagonista del film:

Anna: «[…] Io ho capito benissimo che tu funzioni con degli attori che prendi e plasmi come una materia grezza. Essi, pur con la loro intelligenza istintiva, sono dei robot nelle tue mani. Ora, io non sono un robot».

Io: «Ma questo è una difficoltà che io avevo calcolato. Anna. Amalgamare te con gli altri era il problema principe del mio nuovo lavoro di regista: ne avevo piena coscienza all’inizio del film. Non sarebbe meglio, su questo, essere reticenti?».

Anna: «No, io credo che occorra avere dei piccoli conflitti di chiarificazione. La via d’intesa tra due persone intelligenti si trova sempre. Altrimenti io ho la sensazione di funzionare senza avere la coscienza di quello che faccio; invece io ho bisogno, assoluto, di avere questa coscienza».

E Pasolini, nei suoi stessi appunti confermerà:

«In realtà dopo un giorno soltanto, e non più, di crisi, i rapporti tra me e lei sono corsi via lisci, limpidi, leali».

Ciò che possiamo intuire, quindi è che, nonostante le difficoltà iniziali, tra l’altro inevitabili visto il lungo e significativo percorso artistico che entrambi avevano già alle spalle, il regista e l’attrice furono ben disposti l’un l’altra, desiderosi del rispetto reciproco e attenti a mantenersi chiari e leali.

Dal principio, entrambi credettero fermamente in quella nuova, entusiasmante e insolita collaborazione; eppure, solo oggi siamo davvero coscienti di come, l’incontro tra questi due grandi personaggi, abbia contribuito ad arricchire la storia del cinema italiano.

Ma come nacque la stima e l’interesse tra Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini? Ripercorriamo in ordine cronologico alcune importanti tappe che li condussero a collaborare.

1945 – Si proietta a Udine il nuovo film di Roberto Rossellini Roma città aperta. Il giovane Pier Paolo, che vive a Casarsa, percorre quaranta chilometri in bicicletta per andare a vedere il film. Il cinema rappresenta già per Pasolini una grande passione. E, in particolare, la scoperta del lavoro rosselliniano avrà un grande impatto sulle sue opere future.

1953 – Pasolini vive a Roma, presso Ponte Mammolo. In quegli anni, percorre volentieri le periferie della città che lo incuriosiscono e lo stimolano in special modo.
Non esclude, comunque, di frequentare i quartieri più centrali, ed è in una di queste occasioni, a Trastevere, che
Pasolini decide di rivedere presso il Cinema-Teatro Nuovo il capolavoro di Rossellini.

Questa volta, però, il suo sguardo si soffermerà soprattutto sul linguaggio estetico del film, da lui stesso rievocato in un poema nel 1961:

Ma che colpo al cuore quando, su un liso
cartellone… Mi avvicino, guardo il colore
già d’un altro tempo, che ha il caldo viso
ovale dell’eroina, lo squallore
eroico del povero, opaco manifesto.
Subito entro: scosso da un interno clamore,
deciso a tremare nel ricordo,
a consumare la gloria del mio gesto.
Entro nell’arena, all’ultimo spettacolo,
senza vita, con grigie persone,
parenti, amici, sparsi sulle panche,
persi nell’ombra in cerchi distinti
e biancastri, nel fresco ricettacolo…
Subito, alle prime inquadrature,
mi travolge e rapisce… l’intermittence
du coeur. Mi trovo nelle scure
vie della memoria, nelle stanze
misteriose dove l’uomo fisicamente è altro,
e il passato lo bagna col suo pianto…
Eppure, dal lungo uso fatto esperto,
non perdo i fili: ecco… la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città di Rossellini…
Ecco l’epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano,
le tetre forme della dominazione nazista…
Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
è lì che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi.[2]

«Nel film di Rossellini, il grido della Magnani Francesco! Francesco!, il suo furioso divincolarsi e correre dietro il camion con i prigionieri, prima di cadere sotto la raffica del mitra, era diventato un simbolo della Resistenza, raccontando la lotta antifascista in modo più diretto ed emblematico di migliaia di pagine e documenti storici».[3]

Ma cosa affascinò Pasolini tanto da spingerlo a rievocare, nella sua poesia del 1961, il film Roma città aperta?

Per Pasolini, Anna Magnani si era trasfigurata in un’immagine quasi religiosa diventando, così, messaggera di una realtà tragica, che come quella cantata dagli antichi poeti, si faceva assordante e universale.

1960 – Pasolini scrive per Il reporter un testo sulla comicità degli attori italiani. In questa occasione, tornerà a riflettere e a scrivere su Anna Magnani, che paragonerà ad Alberto Sordi. Ma questa volta il poeta percepirà che le qualità artistiche innate della Magnani erano state, negli anni, svuotate dalla loro essenza: i suoi gesti, il suo modo di parlare, il suo sguardo, erano diventati ormai assoluti nella scena cinematografica internazionale. Scriverà:

«Eppure la Magnani ha avuto tanto successo, anche fuori d’Italia: il suo «particolarismo» è stato subito compreso, è diventato subito, come si usa dire, universale, patrimonio comune di infiniti pubblici. Lo sberleffo della popolana di Trastevere, la sua risata, la sua impazienza, il suo modo di alzare le spalle, il suo mettersi la mano sul collo sopra le zinne, la sua testa scapijata, il suo sguardo di schifo, la sua pena, la sua accoratezza: tutto è diventato assoluto, si è spogliato del colore locale ed è diventato mercé di scambio, internazionale. È qualcosa di simile a quello che succede per i canti popolari: basta trascriverli, aggiustarli un po’, toglierci la selvatichezza e l’eccessivo sentore di miseria, ed eccoli pronti per lo smercio a tutte le latitudini».[4]

Pasolini ha quindi percepito il pericolo di come Anna stesse subendo un’omologazione. Nel passaggio della Magnani dalle produzioni italiane a quelle americane, il suo modo di esprimersi così abbandonato e popolare viene talmente manipolato e condizionato da renderlo del tutto commerciale, rischiando di far sparire per sempre la sua purezza.

Quando, lo stesso anno, Pasolini è chiamato a collaborare alla realizzazione di un volume Donne di Roma, scriverà un testo in cui attraverso la sua pratica poetica, farà della Magnani una portatrice del suo canto popolare[5]:

«Dall’aria di sfida di Anna, può nascere qualsiasi cosa: ma quello che ci si aspetta sempre, comunque, è che canti. Uno stornello. Di quello vecchi, appena rinnovato da qualche allegra invenzione, e che finisce ridendo. Lei non può che esprimersi cantando, perché ciò che ha da esprimere è una cosa indistinta e intera: la pura vita, sua, e delle generazioni di donne romane che sono state al mondo prima di lei…».[6]

1961 – È l’anno dell’opera prima di Pasolini regista. Accattone viene proiettato al Festival d’Arte Cinematografica di Venezia. Dal pubblico e da una buona parte della critica il film è ben accolto.

Durante la prima, fra gli spettatori in sala è presente anche Anna Magnani, che in seguito dichiarerà:

«Pasolini è un poeta. Mi è bastato vedere Accattone per convincermene. Uno che al primo film riesce a scrivere in quel modo con la macchina da presa, come regista dà tutte le garanzie». [7]

La Magnani esce dal cinema sconvolta e, entusiasta del primo film pasoliniano, avanza subito al produttore Alfredo Bini, un suo nuovo desiderio: «Mi devi far fare un film con Pier Paolo!».[8]

Anna non girava un film da quasi due anni: l’ultimo era stato Risate di gioia di Mario Monicelli, altro film che, nel complesso, non convinse la critica. La Magnani aveva, come sempre, un atteggiamento molto prudente nei confronti delle proposte cinematografiche che riceveva, in quanto non voleva mettere a repentaglio la sua carriera. Era decisa, quindi, ad accettare solo ruoli che sentiva di poter interpretare con sincero trasporto:

«Faccio solo i film che mi interessano, che giudico adatti a me, nonostante le continue, insistenti offerte che ho avuto e che seguito ad avere».[9]

Pasolini, che aveva già stilato la storia di quello che sarà il suo secondo lungometraggio, sceglierà senza esitazione di avere lei come protagonista:

«Non potevo sperare una protagonista migliore.[10] Nel mondo ci sono cinque o sei attori veramente grandi. Una è Anna Magnani».[11]

Il 28 aprile viene consegnato ad Anna Magnani il “Premio Tor Margana”. A festeggiarla, tra i tanti nomi noti del panorama culturale di quel periodo c’è anche quello di Pier Paolo.

È proprio durante la cerimonia di premiazione che Pasolini legge e dedica ad Anna il suo poema su Roma città aperta, venendo applaudito dai presenti e calorosamente ringraziato da Anna.

Nel mese di dicembre, entrambi sono a Parigi per la presentazione della nuova rivista Pour vous. Al Cinema Bonaparte del quartiere di Saint Germain des Prés, il 9 dicembre viene proiettato Accattone. Si tratta di un’anteprima organizzata dalla comunità europea degli scrittori.

Pasolini può essere presente alla riunione e alla proiezione nonostante la denuncia sporta contro di lui da un benzinaio romano. «Il giudice mi ha lasciato partire – spiega Pasolini – perché gli ho promesso di tornare».

Tra il pubblico presente in sala, seduta proprio accanto a Pier Paolo, c’è Anna, con la quale condividerà l’emozione e la soddisfazione per l’ampio consenso del pubblico parigino. Dopo la proiezione parigina, la Magnani dichiarerà a un
giornalista americano: «Sono ansiosa di lavorare con Pasolini, dato che abbiamo questo nuovo grande regista».

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1962 – Dopo l’incontro parigino si inizia a pensare alla realizzazione di Mamma Roma. Pare che Alfredo Bini non sia d’accordo con Pasolini rispetto alla scelta di Anna come protagonista:

«Speravo che Anna Magnani non facesse Mamma Roma perché era come un wurstel su una torta di panna o una ciliegina su un goulash. Ma Pasolini si era fissato con lei. Così andai a trovarla e le dissi che se voleva fare quel film, doveva lavorare gratis, con un 20 per cento sugli utili. All’inizio, urlò e se la prese col suo agente per l’affronto della proposta. Me ne andai convinto che la faccenda fosse archiviata e invece il giorno dopo lei mi chiamò per dirmi che accettava».[13]

Finalmente, la volontà di Pasolini di far recitare la Magnani nel suo prossimo film prevale sul negativo punto di vista del produttore. Pasolini conosce Anna, e ha già ben chiaro il giusto approccio nei suoi confronti:

– Giornalista: «La vede spesso la Magnani in queste settimane di preparazione del film?»

– Pasolini (sorride togliendosi gli occhiali): «No, quasi mai: ho assistito a una prova di certi vestiti e basta. Abbiamo tutti e due un grande rispetto reciproco, ma poiché siamo carichi di difetti, non vogliamo, per ora, stare troppo insieme».

– Giornalista: «A parte i difetti, qual è l’elemento che sente d’avere in comune con la Magnani?»

– Pasolini: «L’angoscia. Siamo due esseri pietrificati dall’angoscia. Per questo il nostro incontro è così difficile: perché è l’incontro di due angosce, e quindi di due personalità non modificabili».[14]

Ma oltre alla loro angoscia comune, Pasolini rivela, di Anna, “un animo di poeta in nuce”, e focalizza i suoi elementi caratteristici che piacerebbe assegnare al suo prossimo personaggio:

«La vedevo distratta: continuava a fissare una chitarra appesa al muro. “Chi la suona?”, chiedeva ogni tanto al cameriere. E il ragazzo, intimidito dal fatto di trovarsi di fronte l’attrice, non le rispondeva. Ad un tratto chiese che gliela portasse, e cominciò, accompagnandosi con quel povero strumento da trattoria, a modulare impercettibilmente, a fior di labbra, melodie napoletane e siciliane: non ho mai sentito cantare con maggior dolcezza e delicatezza. È questa Magnani assolutamente nuova che voglio portare sullo schermo in Mamma Roma, il mio
secondo e ultimo film d’ambiente romano, che comincerò a girare tra un mese».[15]

Ancora prima dell’inizio delle riprese, sarà la Magnani stessa, consapevole dei pettegolezzi che circolano tra i giornalisti, a dichiarare:

«Appena si è sparsa la voce che sarò la protagonista di Mamma Roma diretto da Pasolini, qualcuno si è già creduto in dovere di affermare che Pier Pa’ dovrà passare i suoi guai con me. E invece sono sicura che tutto si svolgerà nel migliore dei modi, avendo già raggiunto con lo scrittore-regista un’intesa perfetta sul personaggio al quale, nei prossimi giorni, comincerò a dare vita».[16]

Il 9 aprile, nel quartiere romano di Casal Bertone, viene dato il primo ciak di Mamma Roma, uno dei film più attesi dell’anno, destando curiosità silenziose tra i giornalisti e gli elementi della stessa troupe, pronti a registrare i primi accenni di un probabile scontro tra regista e attrice. Nel mese di giugno, una giornalista presente sul set risolverà con queste parole l’interrogativo della troupe e dei giornalisti riguardo l’andamento dei rapporti tra i due artisti:

«Tutti si aspettavano clamorose baruffe tra Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini sul set di Mamma Roma: ma la dolcezza e la calma del regista hanno conquistato il carattere difficile dell’attrice ottenendone un’inconsueta docilità».[17]

L’angoscia e la poesia di Anna e Pier Paolo seguiteranno a incontrarsi, mescolarsi, durante tutta la lavorazione del film.

Com’è poi proseguito il destino di Mamma Roma lo abbiamo già accennato in partenza. Il giudizio duramente critico riuscì, nel tempo, a convincere persino Pasolini e la Magnani del fallimento dell’opera. Entrambi, negli anni, ne parleranno sempre con una punta di insoddisfazione e amarezza.

Anna, nel 1963, durante un’intervista con Oriana Fallaci lamenterà:

«[…] Potevo recitare la parte della buona: ma che ci ho guadagnato? Brutti film, film sbagliati. Cominciai con Castellani a fare la buona: e il risultato fu Nella città l’inferno. Continuai con Monicelli a fare la buona: e il risultato fu Risate di gioia. Ed anche con Pasolini ho fatto la buona e il risultato è stato Mamma Roma, un film anche commercialmente sbagliato. E su chi cade la colpa di simili sbagli? Su me».[18]

Mentre Pasolini, nel 1968, durante una conversazione con Jon Halliday dirà:

«Mi picco un po’ di non fare errori nella scelta della gente che metto nei miei film […]. L’unico errore che ho commesso è stato quello con Anna Magnani per fare una vera piccoloborghese, probabilmente ne avrei cavato una buona interpretazione. Il guaio è stato con non l’ho presa per fare questo, l’ho presa per fare una popolana con aspirazioni piccoloborghesi, e Anna Magnani non è affatto così. Poiché scelgo gli attori per quello che sono e non per quello che devono fingere di essere, ho sbagliato nella valutazione del personaggio, e per quanto la Magnani abbia compiuto uno sforzo commovente per fare quello che le chiedevo, il personaggio non è venuto fuori davvero. Volevo far risaltare l’ambiguità della vita di un sottoproletariato con una sovrastruttura piccoloborghese. Questo non è venuto fuori, perché Anna Magnani è nata e vissuta da piccoloborghese e quindi come attrice non ha le caratteristiche adatte per quel personaggio».

Furono in tanti, allora, a non capire la poetica cinematogra ca di Pier Paolo Pasolini, e a temere, più che apprezzare, le caratteristiche attoriali di Anna Magnani.

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Eppure, una delle scene più famose del cinema italiano resta, ancora oggi, quella di Pasolini, in cui Mamma Roma insegna a ballare il tango al figlio Ettore; una scena che, nell’immaginario della stessa Magnani, era già un capolavoro ancora prima di essere girata:

«A Pier Pa’, mi devi credere: se mi vien la ruzza giusta facciamo una scena grande, con quel tango». [20]

 

NOTE

[1] L. Pestelli, Si trova il miglior Pasolini nella sceneggiatura di Mamma Roma, «La Stampa», mercoledì 19 settembre 1962.
[2] P.P. Pasolini, Proiezione al ‘Nuovo’ di Roma città aperta, in La ricchezza da La religione del mio tempo, Milano Garzanti, 1961, p. 53-54.
[3] G. Brunetta, Cent’anni del cinema italiano. Dal 1945 ai giorni nostri, Milano, Laterza, 1991, p. 96.
[4] P.P. Pasolini, La comicità di Sordi, gli stranieri non ridono, in «Il Reporter», 1960.
[5] P.P. Pasolini, Il canto popolare (1953-54), in Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957.
[6] P.P. Pasolini, Sette storie di Pier Paolo Pasolini, in Donne di Roma, Milano, Il Saggiatore, 1960, p. 16-17.
[7] G. Barni, Anna Magnani parla del film con Pier Paolo, in «La Stampa», 2-3 aprile 1962.
[8] Noi donne, 1962.
[9] P.P. Pasolini “Diario al registratore” in «Il Giorno», 20 maggio 1962.
[10] P.P. Pasolini, in «Tempo», 1962.
[11] P.P. Pasolini, «TeleCineriz», 1962.
[12] Articolo da «L’Unità», 17 ottobre 1961.
[13] P.P. Pasolini, Diario al registratore, in «Il Giorno», 20 maggio 1962.
[14] A. Barberis, in «Il Giorno», 26 marzo 1962.
[15] Ibidem.
[16] G. Barni, Anna Magnani parla del film con Pier Paolo, in «La Stampa», 2-3 aprile 1962.
[17] E. Santangelo, Mamma Roma tigre ammansita, in «La fiera del cinema», giugno 1962.
[18] O. Fallaci, Mamma tragica, in «L’Europeo», aprile 1963.
[19] P.P. Pasolini, Pasolini su Pasolini. Conversazioni con Jon Halliday, Parma, Guanda, 1992, p. 57.
[20] N. Minuzzo, Mamma di vita, in «L’Europeo», marzo 1962.

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