La rosa di Susanna e Paolo De Rocco: un ricordo

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A otto anni della sua prematura scomparsa, avvenuta il 7 maggio 2012, ricordiamo l’amico Paolo De Rocco, architetto paesaggista di fama, impegnato da sempre nella battaglia per il superamento delle barriere architettoniche e nell’opera di riqualificazione e salvaguardia dell’ambiente. Fra i suoi tanti lavori ricordiamo gli interventi di ricostruzione e tutela del cimitero degli ebrei in Comune di San Vito al Tagliamento, dei luoghi nieviani (la fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (la beorcia della chiesetta di S.Antonio abate e la fontana di “rustic amòur a Versuta, la sistemazione arborea della tomba di Pasolini e della madre Susanna a Casarsa).
Suo padre era Federico De Rocco, importante pittore della scuola sanvitese e amico di gioventù di Pier Paolo Pasolini, con il quale condivise la passione per la pittura e l’esperienza dell’Academiuta di Lenga Furlana, di cui fu uno dei fondatori. A Susanna Colussi lo legava la passione per le rose e a lui dobbiamo la fortunata sopravvivenza della “rosa di Susanna”. Su questo episodio proponiamo un brano del bel libro di Andrea De Robilant Sulle tracce di una rosa perduta. Uno scrittore. Un fiore misterioso. Un viaggio tra storia e giardini (Corbaccio Editore, 2014).

 

De Rocco era sposato ma viveva da anni separato dalla moglie Costanza in un piccolo appartamento a San Vito al Tagliamento, una quindicina di chilometri a nord di Alvisopoli. Non aveva un suo giardino e aveva dunque preso l’abitudine di piantare rose nei giardini di amici, nelle piazze, lungo le strade provinciali e nei cimiteri di paese. Di mestiere faceva soprattutto lavori di restauro: ville in rovina, vecchie chiese, edifici pubblici. Ogni volta che finiva un lavoro sceglieva una rosa antica e la piantava lungo i muri restaurati oppure in qualche aiuola nelle vicinanze. Nessuno glielo chiedeva, ma nessuno glielo impediva.
Il povero De Rocco morì d’infarto e fu solo dopo la sua scomparsa, quando anch’io mi ero messo sulle tracce della moceniga, che imparai a conoscerlo meglio. Delle tante storie che sentii a proposito della sua abitudine di piantare rose, una mi colpì in modo particolare perché era legata alla figura di Pier Paolo Pasolini, che era cresciuto a Casarsa della Delizia, un paesino a pochi chilometri da San Vito. Alla fine degli anni Quaranta Pasolini venne accusato di aver avuto rapporti omosessuali con alcuni minori. Fu cacciato dalla sezione del Partito comunista locale e dalla scuola dove insegnava. Costretto a lasciare Casarsa, si trasferì a Roma con la madre, Susanna, una donna di carattere che per stare al fianco del figlio si fece assumere come domestica nella capitale. Pasolini fece subito breccia nel vivace ambiente letterario romano di quegli anni e in poco tempo divenne il personaggio che conosciamo: scrittore di successo, importante saggista, cineasta di fama internazionale, fino alla sua terribile morte il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite. La salma venne portata a Casarsa e tumulata nel piccolo cimitero. L’omofobia degli anni Cinquanta si era ormai attenuata e al funerale c’era una gran folla.

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Nel paese d’origine la madre di Pasolini aveva un orto accanto a casa, dove piantava ortaggi e tanti fiori. Il suo preferito era una rosa color porpora che i vicini chiamavano la rosa di Susanna (le donne del borgo si scambiavano le rose, che spesso mantenevano il nome della proprietaria). Dopo il trasferimento a Roma, la rosa continuò a crescere tra rovi ed erbacce nel vecchio orto abbandonato. Molti anni dopo la morte di Pasolini, il comune trasformò la casa di famiglia in un museo. De Rocco, che ricordava la storia della rosa di Susanna, tornò dove un tempo c’era l’orto. Lo trovò sepolto sotto i calcinacci dei lavori di restauro dell’abitazione. Alcune rose, tuttavia, erano incredibilmente ancora vive. De Rocco fece una talea, ottenne una nuova pianta e la interrò sulla tomba dove Pasolini era sepolto accanto alla madre. La rosa fiorisce ancora – o almeno, fioriva ancora l’ultima volta che sono stato a visitare la tomba. Ma per quanto ne so, nessuno è mai riuscito a identificarla e la gente del posto continua a chiamarla «la rosa di Susanna».

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Illustrazione di Nino Fuga, pp. 40

La fotografia di copertina dell’articolo è stata scattata nella casa di Via Eufrate, all’Eur di Roma, negli anni Settanta. Foto di Morici/Archivio Farabola. Si ringrazia il sito www.cittapasolini.com per averla messa a disposizione del Centro Studi.

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