“Il sogno di una cosa” in sloveno

Il sogno di una cosa. Copertina edizione Garzanti

Il romanzo friulano di Pasolini Il sogno di una cosa è stato tradotto in sloveno nel 2013 da Irena Trenc Frelih con il titolo di Sanje o nečem, per i tipi editoriali della casa editrice “Cankarjeva založba” di  Ljubljana. Con l’occasione di questa traduzione il giornalista Robert Škrlj ha pubblicato il 13 settembre 2013 sul periodico “Primorski novice” di Capodistria un suo articolo, frutto anche di una visita personale a Casarsa e al Centro Studi Pasolini. Qui lo riportiamo in italiano,  grazie alla bella traduzione dallo sloveno di Kristina Markova, giovane giornalista slovena residente a Gorizia, insegnante, traduttrice in molte lingue straniere, tra cui il serbo e il croato, e soprattutto appassionata dell’opera pasoliniana e grande amica di Casa Colussi.


Sulle tracce del cercatore del paradiso perduto dell’innocenza.
di Robert Škrlj

Scende la sera su Casarsa. L’anziano Luigi Colussi, per gli amici Gigiòn, si alza dal tavolo davanti al bar  “Agli Amici” con in mano un bicchiere di bianco friulano e intona con voce stentorea una villotta, un antico canto popolare. Pronunciati gli ultimi versi della canzone, Gigiòn torna a sedersi e con fierezza dice: «Le parole di questa canzone le ha scritte il nostro Pier Paolo».  Pier Paolo naturalmente è Pasolini, poeta, scrittore, regista, artista poliedrico. Per gli abitanti di Casarsa è ancora il «loro»  Pier Paolo, l’uomo che ha affrancato questa zona del Friuli dall’anonimato della storia, contribuendo, con la sua opera, a dare al dialetto friulano il valore di lingua letteraria.

«No, Pier Paolo non ha cantato nel coro, la sua voce era troppo debole », dice Gigiòn che nonostante l’età canta ancora nel coro del paese.  «Però scriveva i testi delle canzoni, in friulano naturalmente, e seguiva il coro durante le trasferte nei paesi vicini. Lo accompagnava Pina Kalc, la slovena che durante la guerra – e mi riferisco al periodo successivo all’armistizio dell’Italia nel ’43-  con la famiglia si rifugiò a Casarsa». Così Gigiòn ripercorre gli anni della giovinezza assieme a Pier Paolo e agli altri amici. «I genitori di Pina gestivano la farmacia (in realtà,si trattava di parenti addetti alla farmacia, n.d.r.),  mentre lei dava lezioni di violino. Suonava benissimo, soprattutto Bach. Con il suo violino accompagnava a volte anche il nostro coro». Pina Kalc impartiva lezioni di violino al giovane Pasolini. Era innamorata di lui, ma in maniera non corrisposta, almeno non nel modo che lei si aspettava. «Suonavano per ore ed ore e  il suono arrivava anche in strada»,  ricorda Gigiòn e col dito indica l’edificio dall’altra parte della strada, dove in penombra si intuiscono i contorni della casa della famiglia Colussi. In questa casa ebbe i natali Susanna Colussi (Colùs in friulano), madre di Pier Paolo. Ed è qui che ha sede il Centro Studi dedicato a Pasolini (Centro Studi Pier Paolo Pasolini, in breve PPP), fondato per mantenere viva la memoria della vita e dell’opera dell’artista durante il suo periodo friulano.Vi sono custoditi i manoscritti dell’epoca, le prime edizioni dei suoi lavori, una esposizione tematica permanente, fotografie e tanto altro.

La Casarsa di oggi non è più quella che Pasolini descriveva nei suoi lavori.Vi si è sovrapposta la stessa modernità che Pasolini spesso prendeva di mira nei suoi scritti. Tuttavia Casarsa è Pier Paolo Pasolini, un paese legato indissolubilmente al Centro Studi e alla sua memoria. Sono passati più di sessant’anni da quando il ventottenne Pasolini, a causa della sua “diversità” dovette abbandonare Casarsa. Ma il tempo rimargina tutte le ferite e smussa anche gli spigoli più vivi.

La tomba di Pasolini

Pier Paolo è sepolto nel cimitero di Casarsa. La tomba appare modesta, con la lapide che riporta gli anni di nascita e di morte: 1922-1975. Accanto è sepolta la madre Susanna Colussi, vedova Pasolini, alla quale Pier Paolo era molto legato. Qualcuno ha posato sulla lapide un paio di occhiali dalla montatura nera e spessa, come lui portava di solito. Un’altra mano ha depositato una manciata di sassolini dai colori vivi. Qui e là sono sistemati alcuni fiori di prato. «Molti giovani vengono a visitare la sua tomba», dice Angela Felice, direttrice del Centro Studi PPP di Casarsa. «Ho il  ricordo molto vivo di un ragazzo che, seduto sul bordo della lapide, la carezzava dolcemente. Oggi i giovani non hanno molti punti di riferimento e percepiscono istintivamente la dignità e la purezza di Pasolini, la sua coerenza intellettuale, il suo essere controcorrente in maniera sincera. Anche se è morto, vedono in lui un punto di riferimento». Perfino da morto Pasolini rappresenta una minaccia per i potenti.  Se ufficialmente fu ucciso dal giovane Pino Pelosi, in realtà egli fu eliminato da coloro che temevano la sua voce e il suo essere libero. Anche la sua tomba potrebbe dare fastidio. Oltre il muro del cimitero, in corrispondenza della tomba, c’è un alto palo metallico con in cima delle telecamere. Il cancello del cimitero si chiude automaticamente, così da impedirvi l’ingresso durante la notte. Ma basta tutto questo a fermare coloro che non gli hanno mai perdonato la sua diversità?

Nel cimitero sono sepolti anche il padre di Pier Paolo, Carlo Alberto Pasolini, e non lontano, in un ossario comune di partigiani, suo fratello Guido Alberto. Nel febbraio del 1945, a Porzûs, un gruppo di partigiani della brigata Osoppo fu fucilato da partigiani garibaldini sotto comando dei partigiani di Tito.  «E’  stato ucciso da partigiani sloveni»,  si legge in un depliant del Centro Studi PPP. Si sarebbe trattato in realtà di un regolamento di conti tra partigiani italiani “rossi” e “bianchi”. La morte di Guido accompagnerà Pier Paolo per tutta la vita con un forte senso di colpa, ma egli non proverà mai nessun odio verso gli sloveni.

Jugoslavia e comunismo

Di Jugoslavia e Slovenia Pasolini parla nel suo primo romanzo Il sogno di una cosa (Sanje o nečem), da poco pubblicato in traduzione slovena. La vicenda narra di tre ragazzi della zona, due dei quali dopo la guerra decidono di recarsi in Jugoslavia per costruire il socialismo. La delusione verso la terra promessa del socialismo costringerà i ragazzi a tornare in Friuli, dopo aver rischiato di morire di fame. Una visione non proprio positiva della Jugoslavia socialista.

Di Pasolini possiamo dire che era un comunista, ma un comunista atipico. Fu anche, per un certo periodo, segretario della sezione del paese di San Giovanni, vicino Casarsa. Nel 1948, sotto un loggiato quattrocentesco, venivano affissi i suoi manifesti politici scritti in italiano e in friulano, attualmente conservati nel Centro Studi PPP.

L’approccio di Pasolini al comunismo non era di matrice prettamente ideologica, poiché la sua scelta fu dettata dal bisogno di essere dalla parte dei poveri e degli emarginati. Infatti, anche dopo l’espulsione dal partito, a causa della sua omosessualità, egli rimase fedele all’ideale comunista. Non si sottomise mai all’apparato del partito, con la linea ufficiale del quale fu sempre in contrasto. Quando nei suoi romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta descrisse la vita degli abitanti delle borgate romane, fu accusato dal partito di schierarsi dalla parte dei sottoproletari e degli emarginati in maniera non coerente con l’ideale socialista. La figura di Pasolini non era facilmente collegabile a qualsivoglia ideologia.

Casarsa come ventre materno

La Casarsa di oggi è a tutti gli effetti la Casarsa di Pasolini, anche se in realtà egli naque a Bologna nel 1922, dove suo padre, Carlo Alberto, prestava servizio come ufficiale di fanteria. Proprio il lavoro del padre costrinse la famiglia Pasolini a cambiare spesso città. La casa materna a Casarsa era la meta estiva abituale dei Pasolini. Qui si stabilirono dal 1943 al 1950.Questo lasso di tempo influenzò notevolmente il pensiero e la creatività di Pasolini, lasciandovi un segno indelebile. In seguito alla scoperta della sua omosessualità, nel gennaio del ’50, assieme alla madre parte da Casarsa e si trasferisce a Roma. Ma l’esperienza friulana lo seguirà come un fiume sotterraneo fino alla tragica fine sulla spiaggia di Ostia nel 1975.

«La Casarsa materna rappresenta per Pier Paolo un guscio protettivo femminile, un punto cardinale per conoscere se stesso e le sue radici, un luogo  assoluto del suo universo», riflette a voce alta Angela Felice, mentre, con la sua vecchia, ma vitale Mini Morris, mi accompagna tra i luoghi della memoria del giovane Pasolini: da Casarsa a San Giovanni e da lì a Versuta, Valvasone e infine a San Vito al Tagliamento. Queste sono le ambientazioni delle prime opere di Pasolini. Il fiume Tagliamento che divide in due il Friuli è anche confine di due Friuli: «di cà da l’aga» – da questa parte dell’acqua, quando l’aga-acqua prende la forma del fiume, diventando confine netto tra due mondi. «Il Friuli dalla riva destra del Tagliamento è stato per Pasolini una sorta di ventre linguistico»,  racconta Angela. «Il friulano che si parlava  intorno a Casarsa era ancora intatto. Questa parlata, a differenza del friulano della riva sinistra del Tagliamento, quindi quello di Udine o di Cividale, non aveva conosciuto una forma scritta. Era innocente e incontaminato».Così appariva agli occhi di Pasolini anche la vita intatta e autentica degli abitanti di questa parte del Friuli. Il giovane Pasolini era attratto dal valore arcaico e di origine antica di quel linguaggio, collegato al principio onomatopeico del mondo, quando la parola faceva tutt’uno con la realtà e non era ancora compromessa con la mediazione della storia e della letteratura.

In questo friulano primordiale e vergine Pasolini scrisse i suoi primi versi, incitando poi i suoi allievi (tutti di Casarsa e dintorni) a non vergognarsi di utilizzarlo, anche se il regime fascista osteggiava l’uso dei dialetti. Le poesie in friulano sono state pubblicate nella raccolta Poesie a Casarsa e in seguito in La meglio gioventù. Pasolini fu anche fondatore delle riviste in lingua friulana note come “Stroligùt”, che si posero come obiettivo anche  quello di essere un fulcro per tutte le lingue neolatine, in primis la lingua ladina. Il 18 febbraio del 1945, Pasolini si trova a Versuta, paese vicino Casarsa, per sfuggire assieme a sua madre ai bombardamenti. Qui fonda un circolo poetico-culturale friulano: l’ “Academiuta di lenga furlana”

La ricerca di un uomo autentico

La ricerca del paradiso perduto di una vita autentica e di un linguaggio vergine, che nasce dalle cose stesse e dai sentimenti intatti delle persone legate alla terra, accompagnò Pasolini anche dopo l’abbandono forzato del Friuli. Lo cercò tra gli emarginati delle periferie romane, nel Sud Italia, in Basilicata e in Puglia dove girò Il Vangelo secondo Matteo. Quando si rese conto che anche nel dimenticato Sud Italia stava ormai giungendo in maniera inarrestabile la modernità, con il suo carico di falsità, cercò quest’ uomo puro in Africa. Presto si rese conto che il mondo che aveva conosciuto a Casarsa stava inesorabilmente scomparendo. «Sentiva che il mondo rurale nel quale era cresciuto e maturato era destinato ad estinguersi, lasciando spazio ad una nuova, inumana preistoria capitalista», constata Angela. « C’è già in lui il presentimento che le ultime isole dell'”età  del pane”, a differenza di quelle  dell” età  dell’oro”, sono destinate a scomparire». Il cammino nei luoghi della giovinezza di Pasolini, “dall’altra parte del Tagliamento”, svela che lo spirito di questa preistoria capitalista ha già vinto, e ha divorato e digerito il mondo antico dei contadini friulani, allontanando e trasformando la loro lingua e le loro abitudini. Il mondo è sempre più uniformato, il consumismo lo ha reso grigio, monotono.

Le tracce della gioventù perduta

Al Centro Studi di Casarsa si tenta di colmare il vuoto dell’ innocente e incontaminata anima friulana, che irradia da tutto ciò che Pasolini ha lasciato. E passeggiando in questi giorni tra gli spazi espositivi di Casa Colussi, tra le fotografie di Danilo De Marco che raccontano quella gioventù perduta, ci si rende conto con amararezza di quale abisso temporale ci sia tra la ricerca pasoliniana della “meglio gioventù” e la “nuova gioventù” di oggi. Negli scatti di De Marco sono immortalati in tarda età gli amici, i compagni di interessi comuni, gli allievi di Versuta e Valvasone, che con nomi fittizi apparvero talora  nei suoi racconti e nelle sue poesie. L’amaro titolo della mostra, “La perduta gioventù”,  rappresenta anche l’innocenza perduta del mondo. In una delle foto appare anche la defunta Pina Kalc, immortalata dal fotografo nel 1992 a Fiume. Pina abbandonò Casarsa subito dopo la guerra, per tornarvi in seguito in occasione di una breve visita quando ormai Pier Paolo non c’era più. Fu accolta molto bene dagli abitanti, che sono sempre molto calorosi con chiunque abbia un legame con il loro “grande figlio”, ma rimase con gli amari ricordi di un amore non corrisposto.

La chiesetta a Versuta

L’itinerario tra i luoghi di Pasolini, a Casarsa e dintorni,  svela in maniera emozionante l’inizio di ciò che, dopo l’esilio forzato a Roma, l’avrebbe reso scrittore, poeta, regista e saggista maturo. Come se, da tasselli sparsi su questo territorio, si cercasse di delineare l’immagine di un uomo completo. Quasi a ricercare, nelle radici profonde, l’essenza di un albero maturo. Qui in Friuli si sono formate le basi della visione pasoliniana del mondo. Qui egli ha tracciato la netta linea di confine tra un mondo sincero ed innocente e uno sempre più falso e inautentico.

A Versuta, paese dove si rifugiò con sua madre durante l’occupazione tedesca, si trova la chiesetta dedicata a Sant’Antonio eremita, della metà del quattordicesimo secolo. Sopra la piccola porta d’ingresso si trova la statua del santo con un maialino, simbolo di un’antica tradizione contadina. All’interno le pareti sono affrescate con alcune scene della vita di Sant’Orsola, Santa Caterina e Cristo tra gli apostoli. Gli affreschi furono per lungo tempo coperti da uno spesso strato di intonaco, finché Pier Paolo non li salvò dall’oblio. Con grande perseveranza, aiutandosi con una cipolla, grattò via la calce insieme ai suoi allievi fino a far riaffiorare le antiche immagini. Anche questo fu Pasolini. Quando molti anni dopo girò uno dei suoi film più importanti,  Il Vangelo secondo Matteo, molti si chiesero se Pasolini fosse diventato credente. «No», rispose lui. « Con questo film volevo solamente esprimere il mio profondo interesse verso il sacro, il mitologico, l’epico. La mia visione del mondo  in sostanza è epica, religiosa» . «E non lasciate che la Chiesa ci porti via Cristo», aggiunse in seguito.

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