Il CSPPP ricorda l’amico Mario Dondero, uomo mite, dolce e curioso

Se ne è andato via Mario Dondero, leggero, gentile e umile com’era in vita, e ora il mondo sarà un po’ più povero di umanità disinteressata e libera quale era la sua.  Ne piange la scomparsa anche il Centro Studi Pasolini di Casarsa, di cui Mario era diventato un grande amico generoso da quando nel 2010  fu allestita a Casa Colussi  la mostra delle splendide foto che scattò nei primi anni Sessanta all’amico Pier Paolo Pasolini, nel privato e sul set.
Lo ricordiamo con le parole che, tra i tanti amici commossi, gli ha dedicato su “articolo21” Paolo Matteo Maggioni.

Ciao Mario
di Paolo Matteo Maggioni

www.articolo21.org – 13 dicembre 2015

Mario Dondero ha sempre volato altissimo e se n’è andato, ex partigiano, la sera in cui la sua amata Francia ha respinto il Front National di Marine Le Pen. Ottantotto anni, genovese e genoano, fotografo di intensità rarissima, amava definirsi “compagno”, nel senso più alto e politico possibile, quello di una etica irrinunciabile, che partiva dal rispetto per la fotografia in bianco e nero, per la qualità, per i soggetti che andavano raccontati con dolcezza e dignità.
Era impossibile non accorgersi di Mario, quando arrivava in un luogo. Fosse una radio indipendente, una pizzeria, una libreria o il Parlamento. Amava parlare con chiunque. Chiedere come andava, ma non per attaccare bottone, perché gli interessava davvero. Poi fotografava tutti. Non c’era bisogno di chiedere di sorridere: lo facevano già tutti, ammaliati. Cantava in francese ma anche il canzoniere partigiano: una volta in coda in macchina, 25 Aprile del 2012, l’amico Tommi ed io godemmo di un concerto di tre ore buone, sul sedile posteriore, di un Mario euforico che aveva appena rivisto i suoi compagni della resistenza. Abbiamo benedetto l’arrivo dell’autogrill, ma solo per la salute delle nostre orecchie: l’anima invece era salva.
Allo stadio si esaltava per il Genoa e mi ricordo di aver discusso con lui di Criscito. Un terzino non certo indimenticabile che Mario considerava un campione, proprio lui che aveva fotografato George Best il giorno dopo la vittoria della Coppa Campioni del ‘68 (non ancora sbronzo). Alla domanda su quale fosse la sua foto più bella rispondeva sempre “la prossima” (anche se quella dell’albero della cuccagna, a suo dire, tecnicamente era la più difficile) e non dimentico quanta delusione avesse provato in uno dei suoi continui viaggi in treno, quando aveva smarrito una delle sue Leica preferite.

Pier Paolo Pasolini e la madre Susanna. Foto di Mario Dondero
Pier Paolo Pasolini e la madre Susanna. Foto di Mario Dondero

Mario fu uno scrittore per immagini e proprio gli scrittori erano pazzi di lui. Pasolini, su tutti. Un amico vero. L’unico a cui consentì di scattare l’immensa dolcezza del poeta per la madre Susanna, in quella foto in cui sembrano cosi lontani, cosi vicini. E poi, l’istantanea essenziale del nouveau roman, che mise in fila allo stesso muro, come in ricreazione, Beckett, Duras e altri scrittori cruciali per la letteratura del Novecento. 
Che tempismo, Mario, partire adesso. Proprio mentre la tv, che non hai mai cercato, si accorge di te, manda in onda documentari, escono raccolte e ricordi del tuo lavoro.
Io non dimentico lo scatto a cui sono più legato. Quello che facesti a Franco Basaglia, a Gorizia, la sigaretta a mezza bocca, seduto in mezzo ai suoi pazienti. Gente di cui si prendeva cura. Mimetizzato e umanissimo.
“Non mi interessa la bella foto, mi interessa l’incontro” dicevi, con quella democrazia di spirito per cui intellettuali ed ultimi andavano raccontati con la stessa intensità. Usai quella frase per la mia tesina da giornalista. Ti chiamai per comunicarti che avevo passato l’esame, che avevo preso il tesserino e mi dicesti che eri fiero di me.
Dalle foto bellissime del tuo archivio ci hai quasi solo smenato. Regalandone in giro, spedendole agli amici, dimenticando i borderò, un po’ come quando a Milano vivevi giovanissimo in una pensione di Brera, gestita dalla mitica signora Tedeschi. In camera con te Ugo Mulas, in quella a  fianco Luciano Bianciardi e Maria Jatosti, con l’incessante tichettìo di una macchina per scrivere che macinava traduzioni su traduzioni. Funzionava così, mi avevi detto, Mario: fai le foto, ma non hai i soldi per svilupparle. Allora si corre al banco dei pegni, si vende la macchina, si prendono i soldi e si portano a sviluppare i rullini. Poi si va al giornale, si spera di vendere le foto. Se va bene, si torna al banco dei pegni, si ricompra la macchina e con quello che avanza si fa il signore, per uno o due giorni. Con Mulas dividevi un paio di scarpe buone, uno solo. Uscivate con le ragazze una sera a testa, alternativamente. Per fortuna avevate lo stesso numero di piede.
Mancherai, Mario. Ma che bello averti conosciuto.

P.S.
Il saluto di Fermo a Mario sarà mercoledì 16 dicembre 2015, nel pomeriggio. Un abbraccio a Laura, l’instancabile compagna di questi ultimi anni, al suo gallerista Arialdo e a Marco Cruciani, il documentarista che ha dedicato a Mario anni di viaggi comuni e un bellissimo road movie. Si chiama Calma e gesso, e sta girando per cineteche e club.
“Se dovessi rispondere a chi mi chiede quali siano le qualità essenziali per sopravvivere in questo difficile ruolo da franco tiratore”- raccontava Dondero- “calma e gesso, gli direi, come i giocatori di biliardo”.

[idea]Mario Dondero[/idea]
di famiglia genovese, è nato a Milano nel 1928 e poi, dopo vari vagabondaggi, si è trasferito a  Fermo, dove è morto domenica 13 dicembre 2015. Dopo gli anni della formazione nell’ambiente intellettuale milanese e alcune esperienze di giornalismo scritto, inizia a lavorare come fotografo per numerose testate, tra le quali “Avanti!”, “l’Unità”, “Le Ore”, “Cinema Nuovo”, “Settimo Giorno”, “Il Mondo”. Nel 1955 si trasferisce a Parigi dove collabora con “L’Espresso”, “L’Illustrazione Italiana”, “Le Monde”, “Le Nouvel Observateur”, “Le Figaro”. La sua permanenza nella capitale francese dura, con una parentesi in cui vive a Roma, sino alla fine degli anni Novanta. Diventa amico di molti scrittori e intellettuali francesi (Roland Topor, Claude Mauriac, Jean Cayrol). Notissima, e ormai entrata a pieno titolo nella mitologia letteraria del Novecento, la foto di gruppo di scrittori del cosiddetto Nouveau roman (Nathalie Sarraute, Samuel Beckett, Alain Robbe-Grillet, Claude Mauriac, Claude Simon, Jerome Lindon, Robert Pinget, Claude Ollier), ripresi a Parigi nell’ottobre del 1959, davanti alla sede di Les Editions de Minuit. Rientrato definitivamente in Italia, collabora con numerosi quotidiani e periodici, tra i quali “la Repubblica”, “il Manifesto”, “Diario”, sviluppando i suoi personali reportage di ricerca in tutto il mondo, mossi sempre da un nomadismo irrequieto, libero e curioso. Vincitore nel 1985 del Premio Scanno, nel corso del 2008, anno del suo ottantesimo compleanno, gli sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti. L’Accademia di Belle Arti di Macerata gli ha conferito il titolo accademico honoris causa Premio Svoboda al talento artistico e creattivo. Ha vinto il Premio Friuli Venezia Giulia Fotografia nell’ambito di Spilimbergo Fotografia, dove ha presentato la mostra I rifugi di Lenin, e il Premio Chatwin a Genova, dove ha presentato la mostra Omaggio a Praga / sulle tracce di Utz…e di una indimenticabile primavera. Inoltre, sempre nel 2008 sono stati pubblicati su di lui i volumi Dondero 4 20 e Donderoroad.
Dal dicembre 2014 al marzo 2015 alle Terme di Diocleziano di Roma gli è stata dedicata una straordinaria antologica sui suoi leggendari scatti che hanno immortalato i momenti, i luoghi e i personaggi  più significativi del secolo breve.
Era particolarmente orgoglioso di essere membro onorario della Compagnia unica dei portuali genovesi.