Addio al “donzel”  Pierluigi  Cappello, poeta della parola innocente

Pierluigi Cappello al Centro Studi Pier Paolo Pasolini (2009)

E venuta, infine, la notte per Pierluigi Cappello, il poeta friulano di Chiusaforte che ha preso congedo dal mondo la mattina del 1° ottobre 2017. Cinquanta anni di vita breve da calvario fisico indicibile, dopo che un terribile incidente stradale nel 1983  lo aveva paralizzato su una sedia a rotelle, rubandogli la gioventù e il futuro. Ma quella condizione, che avrebbe umiliato chiunque, ne ha esaltato e acuito invece la vocazione di poeta naturale, puro, innamorato della parola necessaria e innocente. All’inizio del suo percorso, gli ha fatto da immancabile nume tutelare Pasolini, cantore  della “meglio gioventù”, di cui riprendere la parola “dialettale” per un raffinato esercizio di letteratura di secondo grado in cui proiettare maschere e fantasmi, per una sorta di astratta festa musicale. Poi sono venute altre tensioni e passioni, in italiano, in cui calare la libertà interiore di una dolce sensibilità onirica, capace di distillare il senso luminoso del mondo, catturato nella essenzialità di cose e colori e trasfigurato in assenza di movimento.
Pierluigi Cappello ha ricevuto in vita meritati riconoscimenti per il suo essere poeta in sé, non malgrado o contro la sua condizione di usignolo ferito dal destino. E il tempo lo  inserirà nell’albo d’oro delle voci esemplari della poesia italiana del secondo Millennio. Ma ora non è questo che conta. Ora è il tempo della commozione per il silenzio irrimediabile di una voce amica.
Mandi Pierluigi. Il Centro Studi dedicato al poeta che amavi ti accompagna nell’assetto di volo verso il tuo « inniò». (a.f.) 

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

È morto Pierluigi Cappello, il poeta-vasaio che sognava “inniò”
di Maurizio Crosetti 

www.repubblica.it – 1 ottobre 2017

Se c’era una cosa che veramente faceva imbufalire Pierluigi Cappello era ascoltare quella banalità, sempre la stessa: “Tu soffri tanto, tu sei su una sedia a rotelle da una vita, per forza scrivi così”. Lui ripeteva invece di essere un poeta malgrado la fragilità fisica, non grazie ad essa. L’ha spiegato a tutti per più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall’Austria al Friuli dopo l’ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più.
Pierluigi picchiava contro gli spigoli, muovendosi su quelle ruote che erano le sue gambe da quando ebbe l’incidente in moto: 16 anni lui, una promessa dell’atletica leggera, gli stessi del suo amico che morì sul colpo. “Ma sarei diventato poeta lo stesso, anzi di più, anche meglio”.
Pierluigi era un uomo bellissimo. Forse non è questa la prima cosa che si dovrebbe dire di lui, ma lo era. Sosteneva che il poeta è un vasaio, l’ultimo artigiano rimasto. Riempiva di pensieri e spunti le sue agendine nere, i post-it che incollava dappertutto, e non aveva fretta. Cesellò appena trenta poesie negli ultimi 6 anni strappati a una sofferenza fisica indicibile, dopo che la legge Bacchelli era finalmente riuscita a levarlo dalla baracca. Ma era ugualmente una vita grama, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d’invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po’ di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici. Lui li portava tutti nel petto, «gno cûr», mio cuore. La lingua friulana è stata il suo doppio registro, la parola delle radici, il suono forte e duro per dire l’indicibile.
È stato molto letto e molto amato, Pierluigi Cappello che ammirava l’anima di grafite delle matite, “la possibilità di cancellare e tornare indietro, magari lo si potesse fare davvero”. Ogni giorno la sua vicina di casa, la signora Marisa, anche lei accampata tra quattro assi traballanti (il terremoto come dolore che incombe, spaventa e minaccia, nodo tagliato, malanno che può sempre tornare) bussava alla porta con un tòc tòc gentile e chiedeva a Pierluigi se servisse qualcosa, e lo aiutava in una piccolissima cosa tra le tante che occorrevano e chiedevano il conto. Tutto lì intorno era simbolico e concreto, il sentimento del crollo continuo, le scosse che sfregiano la terra e il respiro, la resistenza, la ricostruzione quotidiana di sé. «Fuori il sole/è fiorito sui rami, sorridente/fra me che scrivo e la parola niente».
Parola dialogica, parola di scavo e d’incanto quella di Cappello, lo stesso dei bambini che prendono in mano i colori. «Giù, nel piccolo pugno, il pastello teneva/finestre aperte su un cielo grande,/lontano da noi». Ma nessuna romanticheria, nessuna concessione alla fragilità del corpo che da dentro grida. «Il poeta non scrive della rosa ma di questa rosa, delle sue sfumature, della sua breve durata». Considerava il dialetto “un modo per allargare la tastiera, un più ricco registro espressivo e un’occasione di convivenza troppo spesso sprecata”. Dopo anni trascorsi a modellare la creta dei versi con le mani, Pierluigi si era cimentato anche con la narrativa e il suo sguardo era sempre pieno di stupefatto nitore, un ramo puntava l’azzurro del cielo e subito il pianto lo bagnava. «Ci si sfila dal mondo così,/come da un vestito stanco delle feste,/quando viene la sera».
La sera di Pierluigi Cappello è infine venuta dopo troppa fatica sopportata, una sera scesa davvero come liberazione. Quanto mancheranno agli amici quegli occhi puliti e freschi come finestre spalancate nel vento del mattino, e il suo modo di leggere le parole ad alta voce, la profondità di quel suono. «Non ci siamo sposati, io e il mio dolore siamo una coppia di fatto» diceva, sorridendo ma senza concedere neppure un punto all’avversario. Altro che alleato, un ingombro semmai e non solo nel momento della scrittura. Tutto, per Pierluigi, era sforzo sovrumano eppure nessuno è riuscito ad essere più umano di lui, si trovasse tra i topi o immerso nel profumo del calicanto che in pieno inverno annuncia un’altra vita. Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c’è una parola bellissima e intraducibile, “inniò”, si potrebbe dire “in nessun dove”. Ecco, il caro Pierluigi ora è lì. «Jo? Jo o voi discôlç viers inniò,/i siei vôi il celest, piturât di un bambin». «Io? Io vado scalzo verso inniò, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino».

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

Addio a Pierluigi Cappello, il poeta della gentilezza che usò la parola come riparo dal destino
di  Antonello Caporale 

www.ilfattoquotidiano.it -1 ottobre 2017

Mi è venuto di dirgli – appena ci siamo salutati – la cosa più stupida: non arrenderti. Mi ha risposto con un sorriso, fingendo che non fosse una stupidaggine. Abbiamo subito parlato della cinciallegra che lo scovava ogni mattina dal ramo dell’ippocastano piantato appena oltre la finestra, in modo che dal suo letto lo potesse sorvegliare nella crescita, accudire ed esserne accudito. Il castagno d’India era il suo compagno di stanza e la cinciallegra la sua amica quotidiana. Li ritroverete nelle sue poesie, nell’anima di grafite della sua matita, sempre nei suoi pensieri. Pierluigi Cappello è stato il poeta della gentilezza. Il più giovane, forse il più grande poeta italiano contemporaneo. La sua parola gli usciva di bocca dolce e musicata. L’ha usata come riparo e viaggio perenne al destino che gli aveva inflitto l’immobilità per via di un incidente in moto da ragazzo. Midollo spinale in frantumi, sedia a rotelle.
Paolo, amico e medico di tutta la sua vita, mi ha avvertito sette giorni fa: la malattia corre veloce, non c’è più tempo. Alla lettura del messaggio ho ricordato le parole di Pierluigi, alcuni mesi fa, improvvise per me: «Paolo mi ha garantito che se tutto dovesse andare male non mi farà soffrire». Così è stato.
Lui aveva nove anni, io diciannove quando ci fu la scossa. Lui di Chiusaforte, Friuli di confine, di montagna, io di Palomonte, venti chilometri a sud di Eboli. Estremo Nord e profondo Sud. Il ricordo del terremoto ci aveva uniti. Eravamo ambedue fratelli di sventura, figli dell’Italia delle terre tremule. Lui aveva conosciuto prima di me, il 6 maggio 1976, quel che la natura fece a Gemona, dove nacque, la città martire e nelle decine di altri paesi. Io quello del 23 novembre 1980, che colpì l’Irpinia. I nostri ricordi erano però identici, il mondo contadino e arcaico, il teatro quasi selvaggio e perduto della sciagura, il tempo della ricostruzione, la vita provvisoria e avara nei prefabbricati.
Non ci siamo lasciati. Ho letto tutte le sue poesie, e lui si è interessato al giornalismo. Mi chiedeva continuamente foto, ovunque fossi. Era il suo modo di viaggiare, di guardare il mondo. “Col tempo il letto si è trasformato in un tappeto volante”, scrive in Questa libertà, la sua autobiografia. Le raccolte delle poesie più belle le ritroverete in Azzurro elementare e Stato di quiete, edite da Rizzoli. Le filastrocche, pensate per i suoi adorati nipoti, in Ogni goccia balla il tango.
Pierluigi la settimana scorsa mi ha dato in mano il suo addio alla vita, la bozza del libro che verrà: Ogni giorno dal cielo alla notte. Riflettendo sulle sue pene fisiche e sul significato della parola sopportazione, si accommiata così: «Non so darmi una risposta se non sostituendo il verbo “sopportazione” con la locuzione “essere capaci di abbandonarsi”. Abbandonarsi, nel mio caso specifico, alla lingua, alla parola, in definitiva alla vita». Poi ha chiesto a Fabiola, la sua compagna, di farmi ascoltare la sua Inniò, parola friulana bellissima che in italiano si tradurrebbe “in nessun dove”, cantata da Alice. E poi ci siamo abbracciati. «Ci si sfila dal mondo così/come da un vestito stanco delle feste/quando viene la sera».
Mandi Pierluigi.

 

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