“Al Biondo Tevere”. L’ultima sosta di PPP nella notte del 1^ novembre ‘75

Trattoria "Al Biondo Tevere". Roma

Nel 2007 il giornalista Rocco Carbone visita la trattoria “Al BiondoTevere”, dove Pier Paolo Pasolini si recò la notte del 1^ novembre 1975 con un giovane commensale prima del tragico agguato in cui, poche ore più tardi, avrebbe trovato la morte. L’articolo, a metà tra il reportage di viaggio  e la raccolta di testimonianze, è uscito nell’edizione romana de “la Repubblica”.

“Al Biondo Tevere”, ultima fermata
di Rocco Carbone

“la Repubblica” di Roma – settembre 2007

Subito dopo via del Porto Fluviale e il massiccio ponte della ferrovia la via Ostiense sembra assumere dei connotati diversi. A partire dalla piazza del Gazometro, la cui sagoma è netta nel cielo azzurro chiaro di questo mattino
d’estate, si distende e si allarga come una strada stracittadina, quale doveva essere fino a pochi decenni fa. Gli stessi edifici ai suoi lati, fatta eccezione per alcuni più recenti rimandano a questa sua identità già lontana: la centrale elettrica Montemartini a destra, poco oltre la vasta area degli ex Mercati Generali, con i suoi grandi spazi aperti e le i gialli edifici non privi di una loro, essenziale monumentalità. Più avanti ancora via Libetta e i suoi locali più o meno alla moda riservati ai divertimenti notturni dei giovani della capitale.
Appena prima che la via Ostiense si sciolga, a destra, sul Lungotevere S. Paolo e giusto di fronte alla basilica omonima ci sono tre basse costruzioni. L´ultima è un Irish Pub, la cui facciata scura e l’insegna verde evocano brume irlandesi, basse temperature ed elevati consumi alcolici. La seconda è una trattoria, dal nome più pertinente di Capoccetta. La prima delle tre è anch’essa un ristorante. La grande insegna luminosa sopra il cancello di ferro battuto è fatta di tre parole: “Al Biondo Tevere”. È là che sono diretto. Parcheggio il motorino accanto a una piccola stazione di servizio ed entro in un largo cortile dove, a quell’ora, non c´è nessuno o quasi. Su un lato c’è una costruzione provvista di grandi finestre, dalle quali vedo due file di tavoli addossati alle pareti e all’estremità interiore un vecchio forno a legna per la pizza. Il lato più lungo dello spazio aperto, in fondo, è invece occupato da una breve scalinata che porta al piano superiore, sede di un’ampia sala. Oltre la sala e la parete interamente a vetro
c’è una terrazza. 

Giuseppina Sardegna

                                Giuseppina Sardegna Panzironi

Il tavolo preferito da Pasolini…..
È il posto più bello del locale, ed è quello che più mi ha colpito la prima volta che ci sono stato, non molto tempo fa e quasi per caso. Si è a ridosso del Tevere, in una posizione elevata rispetto gli argini, e la vista che si gode è quella dell’ampia ansa del fiume che si dirige verso ponte Marconi e il mare dopo essersi lasciato alle spalle il Gazometro, ben visibile. C´è una vegetazione piuttosto fitta sulle rive, una densa macchia di un verde chiaro e brillante. Resto un po’ a osservare questo paesaggio urbano, poi ritorno sui miei passi e mi ritrovo in cortile. Mi guardo attorno. Seduta a un tavolo, in un angolo, c’è una signora con un vestito leggero che sbuccia dei baccelli di fave. È con lei che qualche giorno prima ho preso appuntamento per scambiare qualche parola. Si chiama Giuseppina Panzironi ed è la vedova del signor Vincenzo, titolare del locale fin dal secondo dopoguerra. È da cinquantun’anni che si occupa del ristorante, tuttora a gestione familiare, e lo dice con un certo orgoglio, mentre continua il suo lavoro. Conosce già il motivo della mia visita e comincia subito a parlare, con la sicurezza di chi già molte volte deve aver raccontato la stessa storia.

Il locale negli anni ’70
«Potevano essere le undici, forse meno – dice scostando le bucce da una parte – quando Pasolini è arrivato con quel ragazzo. Era il giorno prima dei Morti, il primo novembre del 1975. Mio marito stava già chiudendo la cucina, ma andò lo stesso al loro tavolo, quello là – continua indicandomi un angolo della sala al piano terra-. Pasolini era un nostro cliente, veniva spesso qui, a pranzo e a cena. Lo conoscevamo bene, e poi chi non lo conosceva? Era famoso. Quando veniva mangiava poco. Poco e senza sale, perché diceva che il sale fa male. Spesso spaghetti aglio olio e peperoncino. Poi si fermava al tavolo, vedeva passare i ragazzi, prendeva appunti, scriveva. Sa, in tutti quegli anni che è venuto qui né io né mio marito abbiamo pensato che… beh, che avesse un interesse particolare per quei giovani, sa cosa voglio dire. Era una persona bene educata, che non diceva mai una parola di troppo. Aveva un conto aperto qui, che pagava con degli assegni in bianco, che dovevamo poi riempire noi. Comunque, quella sera il ragazzo, Pelosi, che non avevamo mai visto prima ordinò un petto di pollo. A quei tempi non si serviva come si serve adesso, ma con la pelle e con l’ala. Il ragazzo protestò un po’ quando se lo vide davanti; poi Pasolini, che aveva ordinato solo una birra, lo convinse dicendogli che era più buono, più saporito. Pelosi mangiò il pollo e alla fine se ne andarono, mio marito accompagnò Pasolini fuori dal cancello, fino alla sua automobile. Poi è successo quello che è successo».
Arriva il figlio Roberto, che è la persona che adesso si occupa della gestione del locale. Abitano tutti nel palazzo accanto, mi dice che trascorre l´intera giornata nel ristorante, solo dalle quattro alle sei di pomeriggio riesce ad assentarsi, sempre se non c’è qualche imprevisto. Anche i suoi figli collaborano servendo ai tavoli assieme agli altri camerieri.
La signora Giuseppina riprende il suo racconto. «Qui, ai primi del Novecento, c´era un fienile. Era l’ultima costruzione prima della campagna. Poi, negli anni ’50, cominciammo a servire qualcosa da mangiare agli operai della zona. In questa zona c´erano una conceria, un vetreria e altre piccole fabbriche. Venivano gli operai edili che lavoravano alla Garbatella, con il loro fagotto con il cibo. Noi davamo il vino. Elsa Morante veniva spesso qui a scrivere, dopo la morte di Pasolini l’abbiamo vista solo un’altra volta ancora. Visconti ha girato qualche scena di Bellissima con Anna Magnani. Quando negli anni Settanta abbiamo ristrutturato il locale per metterci a norma, rinnovando la veranda e chiudendola con delle vetrate, Moravia si arrabbiò. Disse che dovevamo lasciare tutto come prima, non toccare niente… Oggi vengono in tanti a chiederci di lui, di Pasolini, e delle altre persone famose che venivano qui a mangiare».
«È vero», la interrompe il figlio Roberto. «L´altro giorno è venuta una giornalista di quella rivista americana… come se chiama… Nesquik… Nesvik…». Fatico un po’ prima di capire che si tratta del Newsweek, e un altro po’ ancora prima di riuscire a spiegargli che si tratta di uno dei più venduti settimanali americani. Ma Roberto, come la madre, non sembra dare al fatto così tanta importanza. Quest’ultima soprattutto sembra piuttosto orgogliosa di aver conosciuto un tempo delle persone di valore, e di conservarne una memoria affettuosa, quasi privata, come se si trattasse di persone di famiglia.
Si è fatto tardi, cominciano ad arrivare dei clienti. Prima di andare via prenoto un tavolo per due, per la sera stessa, naturalmente sul terrazzo. Più tardi saprò se mi sarà stato riservato uno di quelli buoni, accanto alla ringhiera e con la vista più bella. Come disse una volta uno scrittore francese oggi un po’ negletto, in fondo essere famosi vuol dire prenotare al proprio ristorante preferito e scoprire che ci è stato dato il tavolo migliore.

 

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