Pasolini, la poesia neo-dialettale e il caso del pugliese Vincenzo Mastropirro

La recente pubblicazione dei versi di Vincenzo Mastropirro, poeta e musicista di Ruvo di Puglia, richiama alla memoria l’impegno lirico e teorico di Pasolini, poeta friulano, autorevole creatore del filone della lirica neo-dialettale del secondo Novecento e  studioso  delle espressioni liriche nelle parlate marginali del mosaico linguistico italiano. Un riconoscimento di padre fondatore che gli tributa Marino Pagano, nel dar conto dei componimenti di Mastropirro raccolti nella silloge Timbe-Condra-Timbe (Tempo-Contro-Tempo) [ed. puntoacapo], che si fregia della prefazione di Manuel Cohen.  

La ricerca poetico-dialettale di Vincenzo Mastropirro
di Marino Pagano

www.bitontolive.it – 2 marzo 2017

Se a Pier Paolo Pasolini molto deve, è giusto che allo scrittore di Casarsa faccia riferimento anche questa nuova “puntata” della nostra rubrica. Un appuntamento in cui vi presentiamo un testo interessante, volto all’approfondimento del tema della poesia scritta in lingua dialettale. Si tratta di Timbe-Condra-Timbe (Tempo-Contro-Tempo), a firma di Vincenzo Mastropirro, poeta e musicista, bitontino di adozione ma ruvese di sempre rivendicata origine.
Il volumetto è edito da “puntoacapo”, specializzata nella poesia di qualità e artefice di una collana speciale di critica e scrittura neo dialettale, diretta da Manuel Cohen, spazio in cui ha trovato ospitalità il milanese Franco Loi, per fare un nome celebre, curatore per questi tipi di una raccolta dedicata a Raffaello Baldini, della scuola romagnola di poesia dialettale di Sant’Arcangelo (altro noto esponente fu Tonino Guerra).
I nomi e i riferimenti per significare una cosa semplice o, quantomeno, provvedere all’elusione di un supponibile rischio. La poesia dialettale di Mastropirro (vergata nel dialetto proprio di Ruvo di Puglia) è partorita da un fitto, rigoroso, filologico lavoro-lavorio di analisi della lingua, elaborazione di una semantica tanto vecchia quanto immarcescibile e cioè retoricamente felice perché abbeverata al lessico antico dei padri ma, in quanto tale, mai realmente superata. Antica, insomma, non certo obsoleta.
Ed ecco tornare fatalmente alla memoria le parole di Pasolini sul dialetto, sulla lingua ancestrale della nazione, sull’anima recondita e primordiale del linguaggio. Nel 1952, ancora giovanissimo, Pasolini scrisse un famoso lavoro sulla poesia dialettale, con una profonda introduzione alla pubblicazione, rimasta poi assai nota agli studiosi. Nacque così quel classico che indubbiamente il suo Poesia dialettale del Novecento, edito da Guanda, ancora è. Interessanti le dirette parole del poeta sul tema, un impegno che portò a compimento anche in altri lavori e celebri antologie di letteratura e poesia popolare italiana, ma anche nel saggio Poesia popolare e poesia d’avanguardia, apparso su Paragone, storica rivista fondata da Roberto Longhi.
Pasolini sottolinea la «difficoltà teoretica» del dialetto, «in un tempo in cui […] l’italiano che non era mai stato una lingua strumentale (se non in misura esigua) ma solo istituzionale e letteraria, comincia a essere effettivamente una lingua parlata».

 "Poesie a Casarsa" (1942). Copertina
“Poesie a Casarsa” (1942). Copertina

Ma che significa  «lingua parlata»? Il poeta fa riferimento ai «rapporti più umili», quelli »della famiglia e quindi dell’infanzia». Proprio per queste ragioni, per così dire private, a suo parere, «estremamente più complessa è dunque oggi la ragione di un ritorno al dialetto, a questa non più unica ma seconda lingua parlata […]».
Questi anche i tempi del poetare di Mastropirro. L’analisi del poeta-studioso, del resto, non si ferma certo qui. La sua importante opera, come detto, porterà al tema fondanti contributi. Il nostro pensiero a Pasolini per corroborare la specola culturale e di pretta ricerca in cui posizionare lo sforzo dialettico di Mastropirro. Un lavoro, dunque, non di mera trama di parole e di versificazioni o congetture liriche solute rispetto a un discorso di levatura sulla poesia e in particolare sulla poesia dialettale. Tutt’altro.
Certo, non mancano gli stilemi classici di un testo vernacolare. Si pensi alle tematiche valoriali, ai culti vetusti: uno su tutti, quello relativo al tempo e ai tempi dell’agricoltura. Un tempo che inizia con il Neolitico e finisce coi nostri nonni. Un tempo che persiste ancora per le ovvie e biologiche ragioni alimentari dei tutti ma che coinvolge e vede impegnati i pochi, ultimi e radicali testimoni di abitudini antropologiche che hanno segnato i secoli in una Terra, quella del Sud, all’agricoltura inevitabilmente votata.
Ecco U spannafèiche: «Saupe au spannafèiche / pemedòre e fiche seccòte, au saule d’aguste / pu’ timbe de natòle, quanne u fridde / te tène arreccuòte e u palòte s’arrecriàisce» (“Sullo stendino / pomodori e fichi secchi, al sole d’agosto / per il tempo di natale, quando il freddo, / ti tiene nascosto e il palato può godere”).
Anche qui: non nostalgia, passatismo, recupero del “tempo” stesso. Il passato è la chiave per l’elaborazione di una ponderata riflessione critica sul succedersi delle generazioni, spesso eterodirette e fortemente provate dalle vicissitudini sociali delle varie epoche. Un tempo che è ciclo e prigione. Ma il tempo è anche interiore, culturale, etico, personale. È il tempo a segnarci la vita e siamo noi a segnare il tempo, sembra dirci Mastropirro. Lo fa pure con molta ironia e corrosivo sarcasmo.
Non mancano, nella silloge, esempi di composizioni pensate in tal senso. Gli esempi potrebbero sprecarsi (e del resto questa non è stata pensata come una vera e propria recensione, piuttosto come una riflessione a partire dai versi dell’autore). Per Manuel Cohen, sapiente e colto prefatore del volume, quello di cui parliamo è forse il miglior lavoro in versi di Mastropirro. Abbiamo il vago sentore che egli possa aver ragione. Ma abbiamo anche la certezza che Vincenzo non si fermerà certo qui. Proverà il nostro a superarsi? Un poeta è sempre in formazione, tante vie scegliendo. Sarà dunque il campo proprio della prossima ricerca a suscitare la nostra curiosità e, come sempre, ne siamo certi, convinto apprezzamento