Pasolini e il mondo queer oggi. Appunti per un dibattito, di Beatrice da Vela

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dai contributi dei partecipanti al gruppo Facebook “Pier Paolo Pasolini”
15 SETTEMBRE 2013

L’opera di Pasolini anticipa molte tematiche che il movimento queer internazionale ha cominciato ad affrontare almeno un decennio dopo; in Italia ancora si fa fatica a parlare di certi temi e si preferisce l’immagine monolitica e rassicurante di un Pasolini ‘martire dell’omofobia’.

Nel 1987 un seminale articolo di Giovanni dall’Orto cercava di fare i conti con Pasolini e il suo lascito per il movimento e la cultura queer in Italia, cercando di smontare la leggenda di un Pasolini santo martire di un Movimento che non lo aveva mai interessato (probabilmente non solo per questioni anagrafiche: lo sviluppo del movimento omosessuale italiano diventa fenomeno più visibile dopo la morte di Pasolini). Adottando una prospettiva letteral-biografica, Dall’Orto esaminava vari aspetti della sessualità pasoliniana, evidenziandone già allora le differenze con la sessualità della comunità queer [1] di allora ed evidenziandone gli aspetti arcaizzanti (Pasolini, spiega dall’Orto, viveva ancora l’omosessualità in modo ottocentesco); tuttavia questa riflessione non negava, e anzi, precisava, il posto di Pasolini nella costruzione di una cultura queer italiana, concludendo (Dall’Orto 1987 :83) “L’opera intera di Pasolini si presenta così come un monumento all’immaginario omosessuale, all’”inconscio collettivo” di una certa parte non trascurabile del mondo gay.”
Da quel 1987 sono passati ventisei anni. Che cos’ha fatto la cultura queer della figura di Pasolini? Sono state accolte le critiche di Dall’Orto? Che ruolo ha o dovrebbe avere l’eredità pasoliniana [2] per la comunità queer e specie per i suoi membri più giovani, che anagraficamente ne sono nipoti e pronipoti? Questi sono alcuni dei quesiti sui quale vorrei ragionare (anche se non è detto che essi trovino soddisfacente risposta).

Dall’Orto si occupava soprattutto della comunità e del movimento queer italiano, ma oggi questo è limitante, vista la dimensione sempre più europea e internazionale assunta dai movimenti e dalle comunità queer nazionali; come testimoniano una florida produzione accademica e militante e un generale interesse; forse il contributo di Pasolini alla costruzione di una cultura queer europea è al momento maggiormente recepito all’estero (ad esempio nel Regno Unito, dove è l’unica figura italiana ricordata dalla comunità queer; basti ricordare la tavola di discussione e di buone pratiche organizzata in concomitanza con la retrospettiva del BFI dal London Gay and Lesbian Film Festival, intitolata Queer Pasolini).

Arte romana. Coppa Warren, 50 d.C., argento, British Museum. Proveniente da Bittir (Bethther), presso Gerusalemme

Arte romana. Coppa Warren, 50 d.C., argento, British Museum.
Proveniente da Bittir (Bethther), presso Gerusalemme

Negli ultimi dieci anni, a seguito di una crisi generale della società e della cultura politica italiana (e in generale di gran parte dell’attivismo) il movimento di liberazione omosessuale ha subito una contrazione e un netto ridimensionamento, tanto più grave questo ultimo se comparato con i progressi fatti dai movimenti nazionali per esempio in America, in Spagna, in Francia, in Inghilterra. Questo, tuttavia, non ha impedito a una cultura genericamente queer di svilupparsi e diffondersi nel nostro paese e, anche se con un certo ritardo, di aprire discussioni su temi ancora controversi, come la sessualità non esercitata all’interno della coppia, le pratiche sessuali non-vanilla ecc. Tutte tematiche, come vedremo, che si ritrovano nelle opere di Pasolini e che, mentre a livello internazionale sono usate per alimentare la discussione, in Italia vengono comodamente ignorate.
La cultura italiana queer, infatti, tende a ignorare Pasolini come ‘scrittore queer’ (sia per la narrativa che per la poesia). Se, per la narrativa, da una parte questo si spiega con una tendenza generale, infatti nella ricezione ‘popolare’ l’unico romanzo che ha avuto più volte l’onore della cronaca è Petrolio, e la produzione narrativa di Pasolini è passata in secondo piano rispetto alla produzione poetica, saggistica e cinematografica, dall’altra questo è dovuto alla complessità delle opere stesse nelle quali l’omosessualità non è mai proposta secondo i canoni della letteratura omosessuale tradizionale e convenzionale (storie d’amore – in genere tragico -, coming out e scoperta della propria sessualità). Nei romanzi, così come nel resto del corpus, la sessualità è spesso funzionale e usata non soltanto a fini descrittivi o sociologici. Per la poesia esiste anche un problema legato al genere e al progressivo restringimento dei lettori di questa forma artistica in Italia.
Dal punto di vista più strettamente accademico, invece, si è cominciato negli ultimi quindici anni a esaminare la produzione narrativa e poetica pasoliniana da una prospettiva queer, ne sono un esempio i saggi di Gargano (2002), che riattraversa l’opera pasoliniana esaminando il ruolo che il sesso ha in essa, e Gnerre (2000), che ci propone una lettura dell’omosessualità come strumento conoscitivo e maieutico.
Maggior ricezione hanno le opere cinematografiche, soprattutto Salò o le 120 giornate di Sodoma, che è divenuto, principalmente in contesto anglosassone, un vero e proprio simbolo della cultura di liberazione. Ne è un esempio la proiezione effettuata nel febbraio di quest’anno al BFI di Londra. Pur rimanendo un film tutt’ora confinato a un pubblico non-mainstream (ma più in Italia che in altri paesi), esso circola ed è ben conosciuto all’interno della comunità queer, per vari motivi che vedremo tra poco.
In Italia gran parte della comunità queer lo ritiene ancora un film pornografico e questo è indice del maggior tradizionalismo (e conformismo) della quale è afflitta una parte importante della comunità queer italiana.
In Italia è sopratutto la biografia di Pasolini a farne da padrone per svariati motivi. Anche qui prima di tutto si tratta di una tendenza generale, facilitata da un certo schema interpretativo letterale biografico (amplificato da una certa attitudine di Pasolini stesso [3]) ma che incontra il gusto del pubblico verso il pettegolezzo o il taglio scandalistico e infine bene ricordarlo, anche per un dato di immediatezza, o presunta tale, di comprensione: le vicende biografiche sembrano sempre più comprensibili di un’opera letteraria. Il fenomeno era stato già ben individuato da Giovanni dall’Orto ed è innegabile che sia ancora in atto: fare di Pasolini, se non un santo martire, quantomeno la bandiera della persecuzione nei confronti degli omosessuali in Italia. Ora, questo atteggiamento è esso stesso ambivalente perché se è innegabile che la persecuzione subita da Pasolini in vita era dovuta anche alla sua omosessualità, mai nascosta e talvolta volutamente esibita, e se sottolinearlo diventa una chiara rivendicazione politica (così Mario Mieli 1977: 145–9), dall’altra ridurre le vicende biografiche (compreso l’omicidio) a una lunga lotta contro l’omofobia della società italiana è schematico e riduttivo [4]. Se dunque è legittimo ricordare come, in vita e in morte, Pasolini sia stato vittima di varie forme di violenza a causa del proprio orientamento sessuale, emblema di una violenza subita ancora oggi quotidianamente dalla maggioranza degli omosessuali italiani, dall’altra questo atteggiamento diventa deleterio quando offusca il grande contributo letterario e politico di Pasolini e anzi, rischia di distorcerne il senso. D’altra parte questo interesse per il ‘personaggio’ Pasolini [5], investe in generale l’approccio maggioritario (non soltanto da parte della comunità queer) a questo scrittore.
La mia impressione, tuttavia, è che dietro questa icona semplificata e a questo nuovo modello di martire, ci sia, oltre a una mercificazione del ‘fenomeno Pasolini’, soprattutto la pigrizia (o l’incapacità) intellettuale e anche la paura di discutere alcune tematiche dell’opera pasoliniana, che se all’estero stanno prendendo piede come centro della riflessione della comunità queer [6], in Italia se non sono veri e propri taboo, sono quantomeno ancora problematiche. Mi riferisco soprattutto alle diverse connotazioni della sessualità omosessuale esplicitate nell’opera pasoliniana, che in ambito di cultura queer, dovrebbero suscitare particolare interesse perché mettono in risalto certi aspetti che sono precursori di dibattiti che si apriranno soprattutto dopo gli anni Settanta. Questi argomenti possono essere sintetizzati in sei punti essenziali: a) il dibattito sui rapporti a pagamento/ sulla sessualità ‘fine a se stessa’; b) i rapporti con minori; c) rappresentazione di forme della sessualità ‘problematiche’ [7], in particolare il BDSM e alcune parafilie (Salò, Petrolio); d) la descrizione di un rapporto spesso conflittuale (ma su questo torneremo nel corso di questo contributo) fra la persona e la propria (omo)sessualità; e) il transgenderismo in relazione all’omosessualità; f) la possibilità di un innamoramento platonico da parte di un omosessuale per una persona del sesso opposto (Trasumanar e Organizzar canzoniere per Maria).
Fin dall’esordio romanzesco di Ragazzi di vita, Pasolini ha dato mostra di conoscere molto bene l’ambiente della prostituzione minorile maschile romana e, nonostante le testimonianze poetiche e biografiche dell’autore stesso, vi è stata una certa tendenza a neutralizzare questo dettaglio nel romanzo, facendolo passare come un puro dettaglio sociologico-folkloristico inserito in un dettagliato studio, ancorché romanzato, delle borgate romane del Secondo Dopoguerra. D’altronde un altro atteggiamento comune è quello di relegare questo comportamento a ‘bizzarria d’artista maledetto’, un comportamento ossessivo e auto-distruttivo che già vent’anni prima faceva presagire il suo tragico epilogo [8].
Come la comunità queer ha reagito a questo aspetto? Sostanzialmente con una rimozione, come giustamente nota Duncan (2006: 81): difficilmente i romanzi di Pasolini (compreso Petrolio) figurano nelle liste dei ‘romanzi gay italiani’, probabilmente perché, oltre a essere eclissati dalla maggiore fama del Pasolini poeta e regista, essi hanno ben poco in comune con i romanzi ‘gay’ più tradizionali (Ernesto di Umberto Saba, L’isola di Arturo di Elsa Morante…): non c’è il tema dell’amore, ancorché negato, poco o niente di esperienze sessuali appaganti e condivise, poco sulla scoperta della propria sessualità. Pagare per il sesso è tutt’ora percepito come qualcosa da fare tutt’al più nel silenzio e che per molti è anche difficile da comprendere. Vi è anche un altro fattore: sesso a pagamento equivale a promiscuità, anche questo un nodo spinoso all’interno della comunità queer, che dopo l’emergenza AIDS degli anni Novanta, ha fatto giustamente del sesso sicuro una propria bandiera, ma dall’altra parte ha teso a stigmatizzare comportamenti potenzialmente pericolosi. Bisogna ricordare infine che per un omosessuale nato negli anni ottanta o dopo è generalmente molto difficile da capire perché ci potesse essere bisogno di sesso a pagamento o di rapporti occasionali all’esterno della comunità.
A livello di riflessione intellettuale si sono distinti alcuni autori nel cercare di affrontare questo aspetto della poetica pasoliniana e di spiegarlo riportandolo nel contesto di una società per certi aspetti drasticamente diversa da quella odierna: Nico Naldini e Andrea Pini.
Il secondo in particolare, col libro, Quando eravamo froci, è efficace nel ricostruire un ambiente che per molti di noi è scarsamente immaginabile e abbastanza onesto, inoltre, da mettere in luce che il più diffuso costume di rapporti mercenari non era in concorrenza con la possibilità di legami più stabili.
Parlavamo di promiscuità e dell’atteggiamento ambivalente che la comunità queer ha nei confronti di quello che viene definito cruising (battere), una parte della cultura queer (specialmente maschile) che, pur formalmente ostracizzata, esiste ancora [9].

Veniamo alla seconda questione, forse la più spinosa, i rapporti con i minorenni. L’argomento è molto problematico per la comunità omosessuale in quanto riflette la confusione all’interno della stessa riguardo a ciò che è lecito/illecito, ciò che è considerato psichiatricamente e psicologicamente sano o malato. Prima di procedere, vorrei fare un po’ di chiarezza terminologica.
Secondo il DSM-V [10], uno dei più autorevoli manuali di psichiatria, si definisce pedofilia l’attrazione esclusiva o prevalente nei confronti dei bambini (vengono definiti bambini le persone fino al dodicesimo anno di età e che non abbiano raggiunto lo sviluppo puberale) quando la differenza di età tra adulto e bambino è almeno di sette anni. La pedofilia è inserita nelle cosiddette parafilie. La pedofilia può essere di tipo differenziato (attrazione verso bambini di un solo genere) o indifferenziato.
Diverso, e ben più diffuso, tanto da essere quasi topico, nella comunità queer è la cosiddetta efebofilia, esclusa dal DSM-V e pertanto non considerata una malattia della psiche (fatti salvo i casi dove questo comportamento assuma le caratteristiche di un’ossessione, impedisca cioè al soggetto di svolgere le sue normali attività). Si definisce efebofilia l’attrazione sessuale esclusiva o prevalente per adolescenti tra i 15 e i 19 anni o che hanno già sviluppato – in tutto o in parte – le caratteristiche sessuali di una persona adulta.
Su questi binari si muove molto dell’immaginario pasoliniano. Non è incomprensibile perché per la comunità queer questo sia un argomento spinoso: soltanto da relativamente pochi anni l’omosessualità in tutte le sue manifestazioni è stata riconosciuta come una variante sana della sessualità umana ed è stata quindi rimossa dal DSM (17 maggio 1990); nella mentalità di molti, soprattutto in Italia, gli omosessuali sono ancora considerati dei ‘deviati’ o dei ‘malati’, è dunque logico che una comunità abituata a difendersi continuamente cerchi di allontanare il più nettamente possibile la confusione con una malattia (specie una che ha così presa nella coscienza collettiva perché va a colpire gli indifesi per eccellenza, cioè i bambini).
Rispondono a questo aspetto due opere di Aurelio Grimaldi, Nerolio-sputerò su mio padre e Un mondo d’amore.
Nerolio (1996) è una pellicola che già nel sottotitolo denuncia le proprie intenzioni: superare un metaforico complesso edipico del regista nei confronti di Pasolini, uccidere il proprio padre per potersene affrancare. Il film gioca su un’ambiguità di fondo: ben si capisce che il protagonista sia Pasolini, ma allo stesso tempo questi non viene mai chiamato per nome, ma alluso in vari modi: non solo i tre episodi del film sono direttamente collegati a momenti delle opere pasoliniane o a dati biografici (la cui interpretazione è spesso molto forzata), ma il protagonista presenta delle caratteristiche che volutamente ricordano quelle di Pasolini (gli occhiali, l’abbigliamento, una certa rassomiglianza fisica; mentre altri particolari sono stranianti, primi fra tutti il modo di parlare e lo stesso tono e timbro della voce). Tuttavia l’impressione che si ha è quello di un tentativo rabbioso e mal riuscito di ‘character assassination’, che non ottiene lo scopo di liberarsi da un’eredità importante perché non la digerisce.
In particolare la rappresentazione della sessualità ha un ruolo fondamentale (e quasi fa da cardine) dell’intero girato; non è un caso se l’episodio centrale, che racconta la storia di un giovane scrittore esordiente disposto a tutto, anche a prestazioni sessuali contrarie al proprio orientamento, pur di accedere alla pubblicazione: se la struttura è molto triviale e scontata, è importante per il senso dell’opera il dialogo centrale tra i due protagonisti, dove lo scrittore, in un momento di provocatoria sincerità (ma non nel senso pasoliniano, essa sembra più dedita allo scandola per se ipsum piuttosto che finalizzato a una catarsi o a una riflessione) confessa le proprie prodezze sessuali, confessando, in modo a dir il vero piuttosto compiaciuto, di essere un pedofilo.
Quella della pedofilia è un tema che torna anche nel secondo film di Grimaldi dedicato a Pasolini, Un mondo d’amore (2002). In questo film, che narra lo scandalo di Ramuscello e la fuga di Pasolini e sua madre a Roma, Grimaldi tratta il personaggio di Pasolini con una delicatezza incomparabile rispetto al film precedente (talvolta trasformandolo in un personaggio persino troppo delicato, molto immaturo e quasi abulico, mentre risulta un personaggio molto più forte Susanna Pasolini); eppure il regista riesce comunque a dipingere l’ambiguità nella sessualità pasoliniana (pur se le modalità con cui il protagonista del film si difende dalle accuse rivoltegli dall’ufficiale di polizia, citando Gide e altri esempi di letteratura queer, sembra un po’ troppo didascalico e rende il dialogo inverosimile).
Particolarmente significativa è la scena finale del film quando Pasolini, scrivendo una lettera al cugino Nico, guarda un gruppo di ragazzi e bambini che giocano a pallone; il film si chiude con il protagonista che prende in braccio un bimbo in fasce. Il regista rende molto bene una serie di emozioni complesse, che vanno da un desiderio di paternità negata, a un’attrazione palesemente erotica.
Un altro elemento molto importante della ricezione nazionale e, soprattutto, internazionale di Pasolini all’interno della cultura queer è senz’altro Salò o le 120 giornate di Sodoma. Se è vero che il film è una grande allegoria socio-politica, allo stesso modo è innegabile che per il tipo di immagini rappresentate e anche per il messaggio stesso del film è presente una fortissima componente sessuale e anche erotica, che inevitabilmente è stata recepita dalla comunità queer. Salò è a tutt’oggi una delle opere d’arte più esplicite nel mettere in campo le più disparate pratiche sessuali, anche al limite della legalità e soprattutto è unico nel sottolineare il legame strettissimo tra corpo, sessualità e potere, un tema che ha assunto una sempre maggior rilevanza all’interno del dibattito queer (anche perché si è cominciato, soprattutto negli ultimi quindici anni, quando le comunità si sono ormai stabilizzate e uscite allo scoperto, a riflettere sui meccanismi di potere, controllo ed emarginazione che sono presenti nella comunità queer, rompendo così l’illusione di una comunità di pari, dove tutti sono liberi e rispettati alla stessa maniera. Questa infatti non è che una falsa rappresentazione, poiché, per assurdo che possa sembra in una comunità di emarginati, le dinamiche di potere riproducono in scala le stesse gerarchie della società occidentale (maschilismo, patriarcalismo, emarginazione del diverso).
Tuttavia, Salò è importante anche per un altro motivo, perché è una rappresentazione visuale molto efficace di un tipo di immaginario erotico abbastanza comune all’interno della comunità queer, ma a tutt’oggi stigmatizzato e sul quale il dibattito è ancora concitato (all’estero, perché in Italia se ne parla ancora meno, come per tutte le cose riguardanti o percepite come riguardanti esclusivamente il sesso), l’immaginario BDSM [11].
La dinamica di potere che si instaura sia fra i carnefici e le vittime (ed il fatto che queste siano rappresentate non in modo simpatetico acuisce il parallelo tra il film e le dinamiche SM), ma soprattutto le dinamiche tra i quattro signori e le loro guardie richiamano a un immaginario sadomasochistico, suscitando coscientemente (in modo da attuare così una dolorosissima catarsi) l’eccitazione (intellettuale, ma anche erotica) nello spettatore. In questo si può leggere, oltre che una riflessione sugli effetti deformanti del potere sulla psicologia umana, anche una riflessione più ampia sul potere inarrestabile e perciò spaventoso della fantasia. Se questi elementi sono già presenti in nuce (soprattuto a livello di forma, più che di contenuti), nell’originale sadiano, Pasolini riesce con sublimità a trasporre il dibattito in forma contemporanea, il film in questo modo affronta anche la questione della consapevolezza, che le vittime paiono avere, e del consenso, che se non c’è nel caso delle vittime, c’è sicuramente nel caso dei rapporti tra padroni e guardie. Tutti questi temi sono solo recentemente entrati nel dibattito attorno al BDSM.
Senza scendere in un’analisi dettagliata che occuperebbe troppo spazio in questa sede, va anche ricordato che il film rappresenta molti elementi del BDSM, al di là dell’elemento psicologico, come la presenza di legacci in pelle e museruole, l’umiliazione delle vittime costrette a rimanere nude, il role-play e l’inversione di genere fino a spingersi nel campo delle parafilie vere e proprie (la necrofilia, ancorché soltanto raccontata, la coprofagia, l’urofilia).
Questa tematica, che trova in Salò la sua forma più compiuta, è tuttavia presente in gran parte della poetica pasoliniana, basti pensare al tema del sacrificio, o a certe scene di Petrolio, che se non direttamente afferenti all’immaginario BDSM hanno quanto meno in comune con esso la rappresentazione di pratiche sessuali non-vanilla [12].
Eppure culturalmente questo aspetto è stato recepito per lo più per sminuire l’opera pasoliniana e Petrolio in particolare (è questa, sostanzialmente, la letture che di Petrolio dà Trevi in Qualcosa di scritto, ma per una revisione delle posizioni della critica letteraria sull’argomento si veda Benedetti: 2012), ubbidendo a quello schema letterario-biografico del quale parlavamo all’inizio, ma in una prospettiva che sminuisce, forse inconsapevolmente, opera e autore.
A parlarne in modo più esplicitamente queer, ma pur sempre accademico, è Naldini (2005: 92), che tuttavia si limita a rilevarne la presenza in tutta l’opera pasoliniana e a legarvi un dato biografico volto a spiegare l’omicidio di Pasolini.
Dal punto di vista di ricezione popolare, una dei pochissimi esempi è il brano The Spirit of Love, una particolare composizione di musica post-industriale, del gruppo queer Catholic Boys in Heavy Leather. Il dibattito intorno all’opera e ai suoi temi è però molto vivo (Salò è stato al centro della discussione del citato panel del BFI ‘Queer Pasolini’ e la visione del film è stato uno dei maggiori eventi del London Gay and Lesbian film festival 2013).

Jean-Baptiste Roman (1792–1835), Eurialo e Niso (1827), Musée du Louvre

Jean-Baptiste Roman (1792–1835), Eurialo e Niso (1827), Musée du Louvre

Vi sono poi altri temi complessi dell’opera pasoliniana, che riguardano la comunità queer e che hanno ricevuto un’ancor minore attenzione, pur essendo temi al centro del dibattito.
Uno di questi, come evidenziato già da dall’Orto, è la considerazione della propria omosessualità. Nell’opera pasoliniana, così come nelle lettere, Pasolini descrive la condizione di omosessuale in maniera contraddittoria e spesso conflittuale: se da una parte l’omosessuale non è un malato e il rapporto omosessuale non è un peccato, dall’altra è innegabile sia il senso di estranietà provato nei confronti di una sessualità ‘altra’, sia il sentimento di pesantezza e di esclusione, motivo per cui Pasolini non può essere preso come modello positivo di ‘omosessuale liberato’ (un bellissimo esempio è la lettera a Silvana Mauri del 10/02/1950). Se certamente quest’atteggiamento è imputabile sia ai tempi che alla formazione pasoliniana, allo stesso tempo vi si ritrovano i toni e gli atteggiamenti comuni a chiunque scopra, in questa società, la propria omosessualità.
La lettera è stata ripresa in teatro da Filippo Timi nel 2010.

Un altro spunto molto interessante è il ruolo del travestitismo/transgenderismo nelle opere di Pasolini, che è stato letto più volte come un’assimilazione dell’omosessualità al cambiamento verso il genere opposto, ma che, invece, è uno spunto di partenza per una riflessione più ampia sui generi sessuali e sociali (cioè sulla costruzione del genere nella società). Emblematici in questo senso sono sia Salò, come già fatto presente, che Petrolio. Se in Carlo avviene un vero e proprio passaggio da un sesso all’altro, relegandoli in una strana condizione assimilabile a quella di un transgender o di un intersex (la psicologia di Carlo non diventa una psicologia completamente femminile), questo mette in discussione la nozione stessa di genere come costruzione sociale (cos’è che, al di là della combinazione cromosomica casuale, definisce l’essere uomo o l’essere donna?) e l’importanza della virilità e della femminilità poste in relazione con una sessualità eterosessuale od omosessuale.

Infine un altro argomento, che citerò brevemente, è quello della cosiddetta ‘amicizia amorosa’, cioè delle possibili relazioni amorose (solitamente platoniche) con persone dell’altro sesso. Questo argomento è bene esemplificato dalle poesie di Trasumanar e Organizzar dedicate a Maria Callas: parole d’amore, sull’amore e sull’impossibilità di amare ‘completamente’ (in senso fisico). Anche qui, come abbiamo più volte ribadito, la lettura che viene data è quella del gossip e dello scandalo, invece di investigare un tema considerato ancora scottante: vi è infatti una parte della comunità queer che vuole etichettare questo tipo di esperienza come bisessualità (costituirebbero dunque la prova che eterosessualità e omosessualità sono soltanto un costrutto sociale), chi invece li vede come un ‘tradimento’ al proprio orientamento sessuale, magari fatto per omofobia interiorizzata. Posizioni più razionali, che partono dal principio che la sessualità umana non si può ingabbiare, dal punto di vista psicologico, in etichette predefinite e che queste sono utili solo nel campo della rivendicazione politica, sono ancora minoritarie.
Gli spunti per un superamento dell’immagine ‘santificata’ di Pasolini e per comprenderne l’importanza seminale, sia per la chiarezza nell’esposizione di certe tematiche, anche anticipando il dibattito di molti decenni, sia per il valore grandissimo di testimonianza della cultura queer italiana ed europea sono moltissimi; ma questo implica, come sempre nel caso di autori così complessi e ancora di più nel caso di Pasolini, le cui opere sono state coperte da un’alluvione di studi più o meno validi tra i quali è molto difficile discernere, un grande impegno intellettuale e culturale, un impegno che riparta dalla lettura e dalla visione diretta e senza intermediari critici della sua produzione artistica e che sia accompagnata da un dibattito coraggioso e sincero, che metta in discussione non soltanto le opere, ma anche i concetti (e i preconcetti) stessi della comunità queer. Solo in questo modo, a mio avviso, è possibile, specie per noi che per età siamo così distanti, beneficiare del lascito pasoliniano, senza cedere a tentazioni mistificatrici, rendendo davvero omaggio alla sua figura.

 

Note
[1] Uso il termine inglese ‘queer’ per semplice comodità, per definire l’insieme di individui che si riconoscono e si autodefiniscono all’interno della comunità non-eterosessuale ed etero-normativa. Sono consapevole che questa terminologia in Italia è ancora dibattuta; il suo utilizzo in questa sede non ha uno scopo politico, ma solo sintetico (non dover ripetere ogni volta né sigle ancor più controverse, come LGBT, LGBT+ ecc.) né limitarsi alla categoria ‘cultura omosessuale’, che, secondo l’autrice, è fortemente restrittiva.
[2] Per questo contributo mi sono tanto concentrata soltanto su un aspetto dell’eredità culturale pasoliniana, che è molto più vasta e complessa; di conseguenza la prospettiva qua adottata è necessariamente parziale. Tuttavia ritengo innegabile che la tematica omosessuale e in un certo senso la prospettiva e l’esperienza omosessuale (senza arrivare agli estremismi di Belpoliti: 2010) abbia grandissima rilevanza nell’opera pasoliniana e anzi ne costituisca un elemento importante.
[3] Riprendo una giusta osservazione di Stefano Casi (1987: 5): nel caso di Pasolini non è corretto parlare di biografia, quanto di un biografismo positivo, come “trasfigurazione delle ingenze quotidiane ed esistenziali dell’autore nella sottolineatura palesemente e trionfalisticamente autobiografica delle stesse”; una caratteristica, si potrebbe aggiungere, molto frequente nella formazione di una personalità omosessuale.
[4] Si vedano in questo senso, ad esempio, le dichiarazioni di esponenti del movimento gay riguardo alla riapertura del processo per l’omicidio di Pasolini, sempre collegato in modo esplicito all’omofobia.
[5] Uso il termine personaggio perché più che un interesse a comprendere l’umanità dell’ntellettuale, c’è una certa tendenza a trivializzarne il carattere, sia accontentandosi della persona mediatica creata – volontoriamente e involontariamente – da Pasolini, che quella forgiata di riflesso dai media, sia operando un’ulteriore semplificazione (o santo o diavolo).
[6] Ad esempio nel mondo queer anglosassone dall’angolazione del regista ‘morto per omofobia’ (ottica ripresa per esempio in Ostia – the death of Pasolini (1987) di Julian Cole, c’è stato uno spostamento di interesse più pertinente, facendo di Pasolini piuttosto l’emblema di un intellettuale infangato anche post-mortem perché omosessuale, ma ammazzato perché intellettualmente scomodo (Questa la tesi, ad esempio, di Kathy Lee Crane in Pasolini’s Last Words (2012). Uno studio più dettagliato, che per il momento escludo da questo contributo, meriterebbe la ricezione di Pasolini nelle opere di Derek Jarman, in particolare Sebastiane (1976), Caravaggio (1986) e Edward II (1991).
[7] Non mi inoltro nell’acceso dibattito su come si definisca il BSDM in rapporto alla sessualità, se esso sia cioè un insieme di pratiche sessuali oppure un vero e proprio orientamento sessuale.
[8] Questa sembra essere, ad esempio, la linea adottata da Sandra Petrignani nel suo Addio a Roma, Neri Pozza, 2012.
[9] Uno degli effetti dell’epidemia di AIDS è stato anche quello di accentuare una certa tendenza del mondo queer alla cosiddetta ‘normalizzazione’. In altre parole le progressive conquiste del movimento queer, facendo venir meno in molti paesi i motivi di esistenza del movimento stesso, vedono adesso un grande dibattito sulla necessità o meno di avere ancora un ‘movimento di lotta’, che di conseguenza autoghettizzi in una certa misura i propri membri, o se non sarebbe più proficuo ‘scomparire’ all’interno di quelle società che garantiscono alle persone queer diritti equiparati, a vari livelli, a quelli delle persone eterosessuali. Per fare ciò, però, i membri della comunità queer dovrebbero perdere la loro identità e conformarsi alle regole della società borghese in tutto e per tutto (privilegiando rapporti monogami stabili, abolendo i gay pride ecc.).
[10] E’ bene ricordare che dal punto di vista psichiatrico non c’è un giudizio morale sulla malattia.
[11] Bondage-Disciplina-Dominazion-Sottomissione-Sadomasochismo. Non mi inoltro nell’acceso dibattito sulla natura del BDSM, se sia cioè semplicemente un insieme di pratiche sessuali (kink) oppure un orientamento sessuale vero e proprio. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito soprattutto questo tema ha occupato il dibattito della comunità queer, che si è sviluppato (e non ancora risolto) in modo molto articolato e utilizzando diversi approcci, da quello psicologico, a quello neo-femminista, al marxismo ecc. In Italia per adesso è arrivata solo la eco di questa discussione, tanto che, pur avendo una qualche visibilità ai nostri gay pride nazionali, il BDSM è ancora politicamente emarginato all’interno della comunità italiana.
[12] Per esempio la celeberrima gang-bang dell’Appunto 55, che riproduce dinamiche e linguaggi tipici dell’immaginario BDSM.
Opere citate
C. Benedetti, C, Pasolini e la gogna sessuale, in «Venerdì di Repubblica», 8/06/2012 (consultabile su http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article239)
G. Dall’Orto, Contro Pasolini, in Casi, S. Cupo d’amore, Centro di documentazione il Cassero, Bologna 1987, pp. 68–87.
D. Dunkan, Reading and Writing Italian Homosexuality. A case of possible difference, Aldershot, Ashgate 2006.
C. Gargano, Ernesto e gli altri. L’omosessualità nella narrativa italiana del Novecento, Editori Riuniti, Roma 2002.
F. Gnerre, L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano, Baldini e Castoldi, Milano 2000.
M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi, Torino 1997.
N. Naldini, Come non ci si difende dai ricordi, Cargo, Roma 2005.
A. Pini, Quando eravamo froci: gli omosessuali nell’Italia di una volta, Il Saggiatore, Milano 2011.
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