Pasolini, Collodi e l’Italia, paese dei balocchi al lume della TV, di Alfonso Berardinelli

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Il Paese dei Balocchi conquistato dalla televisione

Il trionfo della destra non è solo politico, ma culturale. Dimenticato Pasolini, i salotti dell’intelligencija progressista non si sono opposti al dilagante strapotere della tv. Berlusconi come l’Omino di Burro: un apologo collodiano.

di Alfonso Berardinelli
Archivio storico «MicroMega», 1994

 

Belle frasi sulla vittoria della destra

La sinistra in Italia non vince le elezioni neppure quando lo merita. Quando poi non lo merita, è perfino giusto che perda. La società italiana prodotta da un’economia semiclandestina e dalla pubblicità attiva direttamente al governo del paese, senza più noiose mediazioni. La mediazione razionale in Italia, in politica, non veniva usata onestamente e razionalmente, per raggiungere scopi condivisi e discussi. La mediazione era l’arte di creare tenebrosi labirinti. Ora la Pubblicità ha vinto sulla Politica. L’Italia è diventata moderna all’improvviso. Si mostra un po’ oscenamente nuda, tale e quale era realmente diventata negli ultimi quindici anni.
Dopo queste elezioni siamo dove eravamo già, siamo nello stesso paese. Solo che adesso tutti, anche i «progressisti», sono costretti a saperlo. L’Italia degli anni Ottanta ha avuto (con un certo ritardo) il suo riconoscimento ufficiale.
Una delle scoperte più notevoli di queste elezioni è la seguente: la grande stampa esercita un’influenza molto inferiore e più lenta di quello che si credeva. I giornali contano poco. Chi si sofferma più a leggere con attenzione i dotti e documentati articoli della «Repubblica», del «Corriere della Sera», della «Stampa»? Non siamo mica nel Settecento o nell’Ottocento! Ora chi vuole informarsi e farsi un’idea della situazione non legge né riviste né libri né giornali. Accende la televisione. Tutti lo fanno. E la maggioranza di quelli che lo fanno ha tratto coerentemente le sue conclusioni culturali e politiche. Conta chi vince in televisione. Gli altri sono deboli e ambigui: sono innamorati di una cosa che non hanno.
«Voi educatori avete delle responsabilità», mi ha detto un conoscente. Aveva ragione. E insieme aveva torto. Aveva ragione perché gli educatori dovrebbero educare, cioè trasmettere il meglio della tradizione culturale, in modo che il presente non sia sovrano assoluto, ma possa essere anche valutato e giudicato. Aveva torto perché non sapeva che i cosiddetti educatori, cioè gli insegnanti e soprattutto i docenti universitari, è da molto tempo ormai che non danno nessuno spazio alla valutazione e al giudizio, alla distinzione tra il peggio e il meglio. Insegnano invece che di qualunque materia culturale si deve fare scienza obiettiva, e che qualunque stupidaggine può essere studiata «con metodo». Si tratta di tagliare accuratamente e scientificamente il pollo, senza chiedersi se quel pollo è mangiabile o no.
Oggi non esistono educatori. Nella migliore delle ipotesi, esistono specialisti che creano altri specialisti: a volte reali, a volte immaginari, e spesso destinati alla disoccupazione e a una sinistra che si è imbottita di filosofie della Forza, dell’Essere, del Potere, della Decisione, non ha fatto che consolarsi, eccitarsi e drogarsi per anni. Ha sognato sogni neppure molto belli, sogni che aveva preso in prestito dalla destra. E ora ci si meraviglia dei risultati elettorali?
Forza Italia! è infantile, trionfale, calcistico, vagamente osceno. Ma Ragiona, Italia è implorante, paternalistico. Non si ragiona all’ultimo momento. L’ultimo momento è già tardi. Ragionare richiede tempo, non si può ragionare quando si sta prendendo la rincorsa per fare un salto.
Dovunque, nelle piazze, nelle stazioni, sui treni, ai semafori, per anni i profughi e gli immigrati extracomunitari con la loro sola presenza hanno fatto propaganda per la destra. Bisognava dire e proporre qualcosa, non era un’esperienza collettiva di poco conto. Ma la sinistra era così spaventata dal problema degli immigrati che non osava quasi nominarli.
Quando la sinistra non capisce (o non può dire) la verità sulla vita sociale e culturale della maggioranza, quando la sinistra crede di fare a meno dell’«aspra verità» e ignora che il suo stesso elettorato è diventato xenofobo e conservatore, allora la destra vince.
Declino (meritato) del liceo classico. La nuova classe dirigente non ha fatto il liceo classico e può vantarsene. Dal liceo viene l’élite snobistica, ipocrita e fatua di sinistra, non la classe dirigente futura, che è sbrigativa, ben vestita, rozza, arrivista.
Quando diciamo che così è stato sconfitto lo Stato, è stata sconfitta la Politica, ricordiamoci per favore che la Politica e lo Stato non sono e non erano la filosofia e la persona di Norberto Bobbio: sono stati ben altro, per decenni, e il liberal-socialismo di Bobbio era sconfitto allora come è sconfitto adesso.
Basta, non si può demonizzare così un uomo così perbene come Silvio Berlusconi! Pacato conduttore e pastore delle anime degli Italiani, lui, cari amici e concittadini, non è il Diavolo. Lui è tutt’altro. E un personaggio che tutti voi dovreste conoscere bene: è un fondamentale personaggio di Pinocchio, su cui il nostro profeta nazionale impareggiabile, Carlo Collodi, ha già da tempo detto l’essenziale.
Ricordate l’Omino di Burro? Strano nome davvero per uno strano individuo. Sì, l’Omino di Burro è un piccolo uomo come tutti noi, non è un Grand’Uomo. E comune e normale e medio. Soltanto è più liscio, è più roseo, più calmo, più sicuro, più bello… Rileggete Pinocchio, cari elettori e concittadini, rileggete quel nostro classico perfetto, che è padre e madre di tutte le favole che si sono viste nel nostro così amato Paese. Ma soprattutto andate a rileggere con l’occhio reso lucido dalle vicende presenti quel capitolo fondamentale in cui Pinocchio (il Popolo Italiano) viene portato nel Paese dei Balocchi, dove, dopo un paio di mesi beati, si sente spuntare «un bel paio d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto».
Bisogna notarlo e osservarlo bene, nella sua faccia, nei suoi gesti e nelle sue parole quel tale Omino di Burro, che conduce tutti nel Luminoso Futuro nel quale i giovani e i disoccupati vanno tutti a lavorare in televisione, si pagano poche tasse, si ride, ci si diverte a vedere sempre partite di calcio, perché lì, in quell’Italia, è sempre domenica, c’è sempre una luce dorata e calda, i gesti sono misurati, e un Grande Capo Buono, un vero Padre del Popolo, veglia su di noi, sia che siamo giovani, sia che siamo vecchi , oppure, come lui, di una mezza età che si promette eterna… «Che bel paese, che bel paese, che bel paese» l’Italia in cui il dolce Omino di Burro ci porterà se saliamo sul suo carro.
Io non conosco altra storia bella come questa per illuminare le vicende presenti.
«Finalmente il carro arrivò», dice Collodi (arrivò il carro di Berlusconi), «e arrivò senza fare il più piccolo rumore». É esatto anche questo: perché il nuovo Omino di Burro (in ogni momento difficile ne compare uno in Italia, soccorrevole e suadente) è l’Uomo delle Televisioni e delle Partite di calcio: era già fra noi, abitava già stabilmente nell’anima o nell’inconscio di tutti gli Italiani, modellati così nel corso di tutto il decennio dorato degli anni Ottanta: quando l’Italia inventò il modo (i mille modi) di dare uno Stile alla Volgarità, fino a che nessuno o pochi si sarebbero accorti della differenza fra l’una e l’altra cosa. Così quando il carro dell’Omino di Burro è arrivato nessuno poteva credere che le sue ruote fossero così morbide e «fasciate di stoppa e di cenci» per non allarmare. Imbottiture: anche le ruote per camminare devono essere imbottite e soffici come cuscini.
E questo carro lo tiravano «dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame». E non sono proprio così tutti quei bravi asinelli che stanno aggiogati al Carro di Berlusconi e lo mandano avanti? Grande varietà (Gran Varietà ) ma solo apparente: tutti lì legati insieme con la stessa mansione di tirare lo stesso carro: «Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e alni rigati a grandi strisce gialle e turchine» (maglie da calciatori? casacche da carcerati?).
Vi sembra un insulto, vi sembra un’esagerazione parlare di persone umane come fossero degli asinelli? No, cari lettori, non sono asinelli, lo sono diventati. Guardate bene, leggete bene: «Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma», no, non erano lavoratori che faticano, erano animali trattati bene, di lusso, perché «avevano ai piedi degli stivaletti da uomo di vacchetta bianca». Ciuchini che tirano un carro. Ma eleganti, con scarpette di lusso, costose e firmate!
«E il conduttore del carro?» Eccolo finalmente quell’uomo che ci porterà tutti nel meraviglioso Paese dei Balocchi in cui tutte le famiglie italiane credono: il paese dove tutte le belle figlie saranno ballerine in un eterno show pieno di costumi colorati e di luci, il paese in cui tutti i nostri ragazzi saranno senza sforzo dei comici di successo, dei calciatori di successo, con maglie a strisce e scarpette meravigliose, di lusso, di vacchetta bianca…
L’Omino di Burro, il conduttore di anime, il Grande Persuasore, è, secondo Collodi, «tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa»: sì, perché il nostro Omino o Ometto è un seduttore di donne di casa, promette loro la felicità della Pubblicità. Tutte lo amano, anche senza saperlo, perché lui è entrato nella pasta del loro Inconscio, è la farina dei loro Sogni.
Ma ecco: «Tutti i ragazzi , appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi».
Il carro si riempie subito, è affollato da non credere. Ci si vuole entrare per forza dall’entusiasmo, a costo di starci dentro «ammonticchiati gli uni sugli altri come tante acciughe nella salamoia». Quell’affollamento è per loro una delizia, guai a lamentarsi, la sofferenza non esiste, non esiste più («Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare; ma nessuno diceva ohi, nessuno si lamentava»). In quel carro l’illusione funziona da anestesia, l’attesa di arrivare nel paradiso dove non si studia e non si lavora era tale, «li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno». Tutte le cose brutte e noiose sembrano abolite non appena si sale su quel carro.
E poi c’è Lucignolo, il turbolento Umberto Bossi, il ragazzo indisciplinato, «quella birba di Lucignolo» Bossi. Chi l’avrebbe detto? Basta una promessa dell’Omino di Burro e ogni turbolenza si acquieta: «Appena il carro si fu fermato, l’Omino si volse a Lucignolo e, con mille smorfie e mille maniere, gli domandò sorridendo: “Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese? “».
E Umberto salì, Umberto ubbidì. A qualunque costo e prezzo il turbolento bottegaio sarebbe salito sul carro, anche scomodo.

“Sicuro che ci voglio venire ”.
“Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c’è più posto. Come vedi, è tutto pieno”.
“Pazienza!”, replicò Lucignolo, “se non c’è posto dentro, io mi adatterò a star seduto su le stanghe del carro”.
E spiccato un salto, montò a cavalcioni su le stanghe.

Come andrà a finire? Anche questo nuovo Omino di Burro si dimostra incredibilmente suadente. Femministe scanzonate, comici cinici, operai che guardano in alto, gente che si prepara a fare il salto e ogni sorta di turbolenti individui improvvisamente ubbidiscono, perdono la testa, si riempiono di un entusiasmo da mutanti, saltano a cavalcioni sulle stanghe del carro. Ma Pinocchio?
Il popolo italiano, che all’inizio sembrava un po’ riluttante, alla fine ha trovato inesistibile il richiamo dell’Omino di Burro, è salito sul suo carro e si è messo in viaggio per il Paese dei Balocchi e dei Miracoli Economici che non finiscono mai. Gli inviti fatti in coro dal carro strapieno erano troppo insistenti: «Vieni via con noi e staremo allegri, vieni via con noi e staremo allegri». Quando mai un italiano, un vero italiano a simili richiami è riuscito a resistere? Quando la bugia è molto dolce, si prende il dolce e si dimentica che è una bugia.
L’Omino di Burro però non è sempre tenero come appare. Lo si capisce subito. Se succede che ci sia un asinello ribelle o poco disciplinato, possono anche succedere cose poco belle. Niente caos sul carro di Berlusconi, non ci si illuda di fare a modo proprio. (Qualcosa è già successo a Indro Montanelli.)
In quel tempo, in un caso di disubbidienza, avvenne questo: «( …) l’Omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà dell’orecchio destro».
Attenti, ciuchini ribelli e turbolenti che salite su quel carro o lo tirate. Attenti alle vostre orecchie…

Notizie agli amici stranieri

Esiste una cultura italiana? Alcuni negli ultimi tempi, sopraffatti dallo sconforto, hanno cominciato a dire di no. In un paese di recente democrazia e recente industrializzazione, nel quale sembra che non esistano regole di convivenza, dove le mode culturali provenienti dalla Francia e dagli Stati Uniti cancellano da un giorno all’altro problemi che sembravano importantissimi, non è facile capire che cosa sia cultura.
In senso molto lato, in senso cioè «antropologico», come si dice, certo anche la mafia e la camorra sono forme di cultura. Si potrebbe anche dire, guardando l’Italia da lontano, che i comportamenti concentrati in forma criminale nella mafia e nella camorra si trovano diffusi in dosi omeopatiche dovunque e dominano la vita del paese. I legami di solidarietà si stanno allentando e prevalgono il familismo, il localismo, il corporativismo, l’autodifesa aggressiva delle diverse «tribù».
Sì, perché dal punto di vista dei comportamenti sociali gli italiani sono un po’ dei barbari. Hanno un forte intuito sociale, ma navigano «a vista», senza rotta e senza bussola, come se non ci fossero mai patti e accordi da rispettare. Per questo la vita sociale italiana è enormemente e oscuramente complicata e richiede un grande dispendio di energie e di immaginazione. Guidare per esempio nel traffico di Roma o di Napoli può essere anche divertente: ma richiede una disposizione al gioco e alla competizione che esaspera chi preferirebbe considerare l’uso dell’automobile una prassi meno creativa. Questo è cultura? Forse. Per condurre in Italia un’esistenza più o meno normale bisogna essere di continuo anormalmente attenti e furbi. Da questo punto di vista la creatività italiana è un inganno, un bluff. E solo il prezzo da pagare per sopravvivere senza troppi danni ai danni di qualcun altro, in una società senza regole.
Le rapide trasformazioni sociali e lo sviluppo delle comunicazioni di massa degli ultimi venti o trent’anni hanno cambiato profondamente la mentalità e il sistema culturale italiano. A metà degli anni Settanta Pier Paolo Pasolini, poco prima della sua morte, lanciò accuse violente contro la televisione. Questo strumento e canale di cultura, a cui molti attribuivano una funzione illuministica e democratica, era invece secondo Pasolini uno strumento di propaganda del dio-mercato, diffondeva capillarmente uno stile di vita consumistico, realizzava una specie di «genocidio culturale». Il passato veniva distrutto, la memoria annullata, e così pure tutta quella pluralità di culture regionali, di classe, di minoranza che avevano caratterizzato l’Italia per secoli e che neppure la dittatura fascista era riuscita a distruggere.
Molti rimproverarono a Pasolini di scoprire e annunciare con enfasi cose risapute. Da tempo sociologi tedeschi, americani e francesi, critici della cultura di ogni tendenza, da Ortega a Marcuse, avevano già descritto gli effetti irrazionalisti, oscurantisti e manipolatori della cultura di massa. Il fatto è che in Italia queste cose, lette nei libri, non si erano mai viste così potentemente in azione. Avvenne così un caso insolito. Dopo la sua morte, Pasolini incontrò un consenso inaspettato, che dura fino a oggi. Nacque una specie di mito intorno a questo poeta e regista assassinato da un «ragazzo di vita» in circostanze oscure, proprio nel momento in cui stava dicendo, nell’incomprensione generale, che in Italia era nato un nuovo fascismo: molto più potente e sofisticato di quello storico, e perciò difficile da riconoscere, fondato sulla modernità e sullo sviluppo: uno sviluppo (economico) senza progresso (morale e politico).
I progressisti, i democratici, i borghesi illuminati si illudevano. Continuavano a ragionare secondo schemi invecchiati: democrazia e dittatura, fascismo e antifascismo, sviluppo e arretratezza, progresso e reazione. La realtà secondo Pasolini era ormai un’altra: il Nuovo Regime non aveva bisogno di ideologie né di repressione, gli bastavano le merci e l’onnipresenza della loro immagine. Quando un’intera società era «omologata» dagli stessi valori e dagli stessi comportamenti «piccolo-borghesi», allora si doveva constatare una vera e propria «mutazione antropologica» degli italiani. Che non erano più né cittadini liberi, né operai oppressi, né borghesi ipocriti e moralisti, né conservatori, né progressisti: ma anzitutto consumatori. E strumento culturale decisivo di questo Nuovo Potere era già allora per Pasolini la Televisione.
Ci si chiede tuttora in Italia, di tanto in tanto, se Pasolini aveva ragione e in che misura. Di recente anche gli illuministi più rosei e volenterosi, più disposti ad una pedagogia ragionevole e incoraggiante , come Umberto Eco, stanno un po’ cambiando idea. La televisione (ora è chiaro) rischia di esercitare una vera e propria dittatura su tutto il sistema culturale. Non è una minaccia solo per i poeti, i romanzieri, la gente di teatro, gli intellettuali sofisticati. La televisione condiziona e rende impotente perfino la grande stampa e toglie spazio al cinema. Culturalmente in questi ultimi dieci anni l’Italia è diventata il Paese della Televisione: di uno spettacolo ininterrotto, che ha qualcosa di mostruoso e di grottesco e nei confronti del quale, come ora si capisce (un po’ tardi), si hanno poche difese critiche. Le trasmissioni televisive sui libri sono spesso imbarazzanti e penose: non fanno altro che trasmettere l’idea che il modo migliore, più rapido e mondano per incontrare i libri non è comprarli e leggerli, ma vederne in televisione le copertine e scrutare per un paio di minuti i goffi autori che ne riassumono il contenuto in due parole: in fretta, per favore, «perché il tempo a disposizione è scarso», e poi segue la pubblicità.
La storia culturale italiana, va ricordato, non ha contribuito molto alla formazione di una vera democrazia. Gli italiani, in fondo, hanno inventato politicamente una cosa sola: il fascismo. Sarà veramente un caso? Ne saremo veramente guariti? Tra l’altro il fascismo non fu affatto un fenomeno solo di arretratezza. Fu anche una risposta all’arretratezza. Quello di Mussolini è stato un regime carismatico e totalitario di massa piuttosto «moderno» che (contrariamente all’hitlerismo) ha continuato a fare scuola anche in altri continenti: in tutti i luoghi in cui uno sviluppo ritardato ha reso necessarie forti dosi di populismo nazionalistico e di controllo repressivo per evitare conflitti di classe laceranti.
Inoltre la cultura di sinistra è da anni alquanto fiacca. Trionfano filosofie verbosamente astratte, che non aiutano certo gli italiani a ragionare sui fatti e i dati empirici. Le mode di Nietzsche e Heidegger, dilaganti in Italia per influenza francese, un certo snobismo del linguaggio oscuro e allusivo, hanno ostacolato ancora una volta la crescita di una cultura capace di analizzare, raccontare e descrivere come funziona la nostra società nazionale. Sono forme in cui torna il nostro vecchio idealismo, la nostra vecchia tendenza a dissociare le parole dalle azioni. Le culture del post­moderno hanno preparato per gli intellettuali gabbie neo-umanistiche e neo-retoriche solo di poco aggiornate.
Inoltre si può osservare che l’Italia non ha mai avuto una robusta tradizione narrativa e teatrale, capace di rappresentare con serietà realistica conflitti morali privati e pubblici. Facciamo una gran fatica, in Italia, a capire come realmente siamo e che cosa realmente facciamo. Le migliori descrizioni dell’Italia e degli italiani sono spesso tuttora quelle che fanno gli osservatori stranieri.
E vero che libri come Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, uscito nel 1945, Il Gattopardo di Lampedusa e il Pasticciaccio di Gadda, usciti nel ’57 e nel ’58, sono tuttora istruttivi come ritratti della nostra storia e identità. Ma poi? Della società italiana più recente e modernizzata ci sono ben pochi resoconti, e nessuno della stessa qualità letteraria (La Storia di Elsa Morante, del 1974, è un grande libro epico sull’Italia, ma racconta fatti degli anni Trenta e Quaranta ).
Italo Calvino, che aveva il talento per raccontare l’Italia degli ultimi decenni, ha rinunciato a farlo per un pregiudizio antirealistico: si è trasferito a Parigi, sempre più preso da un tipo di letteratura occupata a parlare di se stessa. Lo stesso Leonardo Sciascia ha finito per prendere una strada analoga, dando della Sicilia e della mafia un’immagine troppo sofisticata e «universale», più barocca che illuminista, con l’ambizione di diventare un piccolo Borges italiano. Una cultura dovrebbe essere (chiedo scusa per la metafora un po’ ottocentesca) anche lo «specchio» della vita di un paese. La cultura italiana purtroppo è uno specchio che ci fa sempre un po’ troppo belli (consolandoci) o un po’ troppo deformi (facendoci ridere). Ma forse sarebbe più esatto dire che siamo finiti nella camera degli specchi di un lunapark, dove ci illudiamo di essere sempre in scena, sempre noi, moltiplicati per mille, e non troviamo la strada per uscirne.

Per aprire una discussione

Gli eterni ottimisti di sinistra pensano: adesso finalmente nascerà una nuova e vera opposizione. Altri si chiedono: e chi la farà nascere, chi la guiderà, voi? E vero che il potere rende paranoici (vedi Craxi) . Ma il mezzo potere rende stupidamente fieri (vedi Occhetto). Non c’è critica della società senza critica della cultura dominante in quella data società. Chi lo ricordava?
Prendete i ragazzi nati e cresciuti nelle famiglie della sinistra. Cercate di analizzare con calma e obiettività la loro composizione culturale: abitudini, aspirazioni, sogni, consumi. Non sono forse figli di Berlusconi almeno al 55 per cento? Una percentuale del genere, tradotta in termini elettorali, che cosa porta?
Una democrazia ha un bisogno vitale di alimentarsi culturalmente. La cultura di massa, o più precisamente le merci culturali preferibilmente prodotte e vendute dal capitalismo, sono adatte o no alla democrazia? La stupidità diffusa quotidianamente dai media e dalla pubblicità è del tutto inefficace? è come se non ci fosse? non ha effetti?
Pensate davvero che la semplificazione, la brutalizzazione del mondo culturale lasci una popolazione del tutto indenne?
Il filosofo razionalista e liberale Karl Popper ora sembra allarmato e dice che la televisione «corrompe le menti». Scopre quello che il suo avversario Theodor Adorno diceva mezzo secolo fa.
Il marxismo aveva creduto di crescere e fortificarsi ingoiando e facendo sparire tutta una varia tradizione di sinistra, dall’illuminismo in poi. Il marxismo doveva essere la super-pillola teorica che conteneva il più potente nutrimento necessario per vincere. Ma la super-pillola ha prima fatto impazzire e poi ha debilitato chi la prendeva sostituendo con essa ogni altro e più comune nutrimento.
Quando il marxismo è crollato insieme con i partiti grandi e minuscoli che lo distillavano, ci si è accorti che intorno era rimasto ben poco. I soli eccitanti culturali ancora in circolazione erano di destra. Così gli assuefatti della super-pillola marxista si sono buttati su altre droghe, mistiche, mitiche, presocratiche, post-filosofiche, e perfino, senza sottilizzare troppo, para-naziste e neo-cristiane.
Così, per farsi forza, raffinati dandy di città immaginavano di essere cavalieri teutonici, eremiti orientali , sciamani tantrici, guerrieri o mistici islamici…
Faccio tanti auguri alla cultura di sinistra che si prepara all’opposizione, che si prepara alla rivincita. Si goda i suoi maîtres à penser.
Perfino discutendo di cultura di massa, qualcuno pensa, ogni tanto, di rifugiarsi nella chiaroveggenza di Heidegger, uno dei filosofi più amati dai «progressisti». Vi sembra affidabile un filosofo che ha avuto sotto gli occhi la nascita e la crescita del nazismo e non si è accorto che era il nazismo?
Culturalmente la destra aveva già da tempo superato e colonizzato la sinistra. Non c’era quasi intellettuale di sinistra che non sentisse il bisogno di apparire raffinato e spregiudicato citando, quasi sempre, quasi tutti gli autori di destra. Come se la destra fosse un fossile inoffensivo, qualcosa di «storicamente superato». Eterna illusione dei progressisti è quella di credere di essere, loro e solo loro, moderni e dalla parte della Storia che avanza. Credere che il futuro sia per definizione di sinistra e il passato, invece, sia per essenza di destra: ecco una delle cretinerie della cultura di sinistra da cui la destra ha ricavato vantaggio senza neppure accorgersene. Secondo qualche ingegnoso retore di sinistra, la distinzione fra destra e sinistra era una distinzione superata. Solo la sinistra può essere così stupida da credere che la destra sia superata. La destra questo errore non lo fa mai.
Provate a immaginare una grande sala piena di elettori «progressisti». Provate a immaginare le cose che dovreste dire per piacere loro, per essere applauditi. Ebbene, non ditele. Le cose che ora avrebbero l’applauso sicuro della sinistra sono esattamente quelle che hanno portato la sinistra all’agonia.

Pro memoria

Fa senso sentire quanti trucchi e mezzucci usavano i potenti del passato a vantaggio e a fondamento del loro potere, perché hanno sempre trovato gente adatta a loro, la quale si lasciava catturare da qualsiasi trappola che le si le tendeva e si è lasciata ingannare sempre tanto facilmente da non essere stata mai così assoggettata come quando è stata presa di più in giro.
Etienne de la Boétie, da La servitù volontaria (1553 c.)

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