Casarsa, Chiesa di Santa Croce – Lapide commemorativa Turchi

All’interno della chiesa di Santa Croce si trova una lapide votiva che ricorda l’invasione dei Turchi del 1499. La lapide non appartiene a questo luogo sacro della comunità casarsese, ma è stata trasferita qui nell’anno 1880 e proviene dalla piccola chiesa della Beata Vergine delle Grazie, che venne portata a compimento con pitture e decorazioni nel 1529, quando la comunità di Casarsa, in segno di ringraziamento per essere stata risparmiata dalle invasioni turche, adempie a quanto la lapide esprime.

«1499 ADI30 7BRE NEL SOPRAD. MILESIMO FURONO LI TURCHI IN FRIULI ET PASORONO PER DESOPRA LA VILA ET NOI MATIA DE MONTICO ET ZUANE COLUSO FESIMO AVODO DE FAR QUESTA SANTA CHIESA SE LORO NON NE DAVANO DANO ET PER LA GRATIA DELA NOSTRA DONNA FUSSIMO ESAUDITI ET NOI CON LO COMUN FESSIMO LA PRES ENTE CHIESA NOI CAMERATI BASTI AN DE JACUZ ET ZUAN DE STEFANO GAMBILIN FESSIMO DIPINZER DEL 1529 ADI 7 SETEMBRE»

A questa lapide votiva è ispirato il dramma teatrale I Turcs tal Friûl, un atto unico in friulano scritto da Pasolini durante il corso drammatico della guerra. Questo cammeo drammaturgico è riemerso postumo nel 1976, ma fu composto a Casarsa, nei primi incunaboli forse già dal maggio 1944. Il testo, col suo andamento da “mistero”, tra tragedia greca e sacra rappresentazione, si situa al crocevia di tante e diverse sollecitazioni: la mitologia favolosa dei racconti di casa Colussi, elargiti da Susanna Colussi, madre di Pier Paolo; il fatto storicamente documentato della reale ondata aggressiva dei Turchi che lambirono il Friuli nel 1499, sfiorando e risparmiando il paese di Casarsa; la ferocia contemporanea della seconda guerra mondiale, che in quel 1944 trasformò Casarsa in luogo di pericolo e di allarme, con invasioni naziste, azioni partigiane, bombardamenti anglo-americani che miravano al ponte e alla ferrovia sul Tagliamento.

Manoscritto originale di Pier Paolo Pasolini

Sono fonti e fatti diversi, dunque, di cui però nei Turcs non resta traccia documentaria o cronachistica, perché gli spunti valgono solo per sprigionare il senso metaforico di una vicenda archetipica, scandita dal ritmo ternario di dolore, morte e rinascita. Ed ecco che, in questa drammaturgia della minaccia, si accampa l’affresco di una piccola comunità popolare, alla periferia appartata del mondo, che la Storia costringe a confrontarsi con il presagio della violenza, l’ostilità dell’”altro”, la paura. E ancora, di fronte al pericolo incombente della fine, ecco che il coro di paese discute ed elabora al suo interno il diagramma delle possibili reazioni di autodifesa: da un lato, la rassegnazione, di fronte al mistero del destino e al volere imperscrutabile del cielo; dall’altro, lo scatto combattivo, attivo e vitale, anche con aspetti di grido di contestazione. Sugli uomini che dibattono e si dividono in opposte fazioni, sorvegliano le donne, unite da una comune complicità di vestali e soprattutto dall’essere madri, emblemi di Mater Dolorosa, che conoscono il dolore, ne patiscono gli effetti in silenzio e, all’affanno maschile, offrono il viatico straziato della pietà affettuosa. In scala ideale, sono madri di crescente potenza consolatrice: Lussia, con la sua dolcissima fragilità; Anuta Perlina, con la saggezza disincantata di chi ha già patito il pianto; la Vergine invocata, con la sua protezione superiore e ineffabile. Ma, a stornare davvero la minaccia del Turco, giovane e selvaggio, non serve altro mezzo che la morte.

Manoscritto originale di Pier Paolo Pasolini

E la morte, dunque, si porta via Meni, il giovane che ha scelto di reagire all’impotenza fatalista degli altri, come un Cristo, un capro espiatorio o un eroe tragico di tragedia antica che, con il suo sacrificio, sa ricomporre misteriosamente la ferita, riconsentire la rinascita e favorire la catarsi collettiva. Nel suo cuore segreto, questa limpida parabola sul destino degli uomini, colto alla radice di una essenziale verità, tesse di fatto una riflessione sulla morte che rigenera la vita e si organizza come un’educazione ad essa, pedaggio implacabile e ineliminabile che ci fa uscire dall’Eden e ci immette nella fatica della Storia. Soffia il vento, infine, sul piccolo microcosmo paesano miracolato e riacciuffato dal pericolo del buio. E intanto nel rito del testo, sacro e pagano insieme, in cui il giovane Pasolini ha dotato quel mondo di parola scritta, esce il dono dei sentimenti e delle idee universali che sorreggono il mistero del vivere: l’amore, la paura, la pietà materna, il dilemma tra fede e ragione e tra preghiera e protesta, l’utopia della salvezza.