Intervista a Nico Naldini, poeta del “Piccolo romanzo magrebino”

Nel 2016 è uscito per i tipi di Guanda la raccolta poetica Piccolo romanzo magrebino, in cui Nico Naldini raccoglie in tre sezioni le splendide liriche ispirate fin dagli anni Novanta dall’amore per il Nord Africa, maturato in periodici e lunghi soggiorni in Tunisia. È un mondo che nei versi, spesso dall’andamento di cronaca, appare in via di estinzione o perfino è già scomparso, non solo per l’ispessirsi dell’integralismo islamico che vi è penetrato, ma soprattutto per il modo con cui Naldini lo rievoca e lo ritrae: transeunte e volatile, come un miraggio di corpi giovanili che si offrono e poi spariscono. Uno dei motivi ispiratori delle poesie è certo quello dell’eros e del desiderio, ma, sotto traccia, il tema centrale è il sentimento della bellezza fuggevole, che si riverbera  sulle cose e si esalta in concezione del vivere nostalgico.
Pubblichiamo qui una intervista di Mirella Serri al poeta, che non manca  di rievocare il suo primo grande maestro, Pier Paolo Pasolini, di cui Naldini è cugino e dal quale nella gioventù friulana della natia Casarsa  apprese il piacere della parola poetica.

Nico Naldini: “Nel Maghreb erotico riscopro Dante e Virgilio”
di Mirella Serri

www.lastampa.it – 17 gennaio 2017

Occhi neri, labbra carnose e sensuali, Belhassem assomiglia a un principe arabo instabile e capriccioso. Salem indossa scarpe da ginnastica bianche e ha lunghe gambe scure. Nabil che ama tanto rubacchiare ha un profilo scolpito: si allontana portando via un maglioncino dalla casa ancora in costruzione, dove i servizi igienici sono all’aperto tra palme e melograni. Questi giovani tunisini e tanti altri ancora sono stati i compagni di amore e di avventura ma anche le muse ispiratrici degli splendidi versi erotici raccolti da Nico Naldini nel Piccolo romanzo magrebino.
Narratore, saggista, giornalista, uomo di editoria e di cinema – ha lavorato con Federico Fellini, Francesco Rosi, Bernardo Bertolucci e con Pier Paolo Pasolini, suo cugino – Naldini in questo volume riunisce la sua summa poetica, a partire dai ricordi in versi dell’infanzia a Casarsa dove era nato nel 1929 e dove in tempo di guerra raccoglieva bossoli abbandonati e rincorreva adorante in bicicletta Pier Paolo, il suo maestro. L’esordio in dialetto, Seris par un frut, Naldini lo deve a Pasolini, fondatore delle edizioni dell’”Academiuta di lenga furlana” dove escono le sue prime composizioni.
Questa silloge poetica infine arriva agli anni recenti del buen retiro a La Marsa, nei pressi di Tunisi, dove lo scrittore friulano ha trascorso tanto tempo a comporre liriche e a rileggere i classici, da Omero a Virgilio, da Dante a Petrarca. Un universo descritto come un mondo di allegria, di odori e di colori oggi in procinto di scomparire.

"Piccolo romanzo magrebino" di Nico Naldini. Copertina
“Piccolo romanzo magrebino” di Nico Naldini. Copertina

Come mai?
Ho sempre lavorato nella mia abitazione nei pressi di Treviso. Quando volevo staccare la spina dagli impegni, mi rifugiavo in Tunisia a 18 chilometri dalla capitale. Di tanto in tanto buttavo giù notazioni e versi liberi e li spedivo per lettera al mio amico filologo Francesco Zambon che li ha conservati fino al momento in cui ha deciso di spingermi a pubblicarli. Non mi è mai piaciuto fare il turista di lusso. In Tunisia ho vissuto la vita delle giovani donne che la mattina si affacciavano ai balconi impegnate nelle faccende domestiche, delle bambine che giocavano nei cortili e dei ragazzi che, in t-shirt, calzoncini e infradito, rientravano dal lavoro di muratori con i riccioli scuri ingrigiti dalla polvere. All’inizio del 2016, però, l’atmosfera si era riempita di sospetti.

Cosa stava accadendo?
La mia casa sorge ai bordi un’antichissima foresta ricca di rocce e burroni. Questo territorio così impervio, la sera si affolla di giovani che arrivano con bottiglie di birra e vino negli zaini o sotto le giacche. Era, fino a poco tempo fa, il raduno di una gioventù meravigliosa, spensierata e assai diversa da quella occidentale, così viziata, insipida e insignificante. Poi ho avvertito i primi segnali di xenofobia. La comunità magrebina era allarmata e divisa tra coloro che erano disposti a correre addirittura dei rischi per me e quelli che non tolleravano più la mia presenza. In Tunisia la parola Isis è tabù, mai nessuno la pronuncia eppure è ben nota e assai vicina: il paese è un ricettacolo di foreign fighters in procinto di andare nelle zone calde di guerra. Sono rientrato in Italia e poi ho accusato il colpo: mi è sembrato di perdere parte della mia esistenza, ho avuto persino vari incidenti domestici. In quella casa sul limitare della fitta vegetazione ero abituato a praticare l’esercizio della memoria che è uno dei supporti della mia poesia.

Cioè? 
Mi mettevo con una poltroncina sulla stradina sterrata, chiudevo gli occhi e rielaboravo piccoli frammenti di ricordi e anche di liriche su Fellini, Giovanni Comisso, Goffredo Parise, Elsa Morante, Andrea Zanzotto, Sandro Penna e tanti altri amici.

In particolare a chi pensava? 
Molto del mio tempo l’ho dedicato a Fellini: per anni ci siamo frequentati quotidianamente, lo accompagnavo in macchina a Cinecittà oppure a pranzo al mare, a Fregene. Era molto speciale e aveva bisogno di persone speciali e fidate al suo fianco. Amava discutere di letteratura ma gli piaceva farlo in maniera superficiale, si annoiava facilmente.

L’intellettuale a cui è stato più legato?
Pasolini, che mi ha coinvolto profondamente. Ho ripensato di frequente, per esempio, al dolore provato da Pier Paolo quando ha saputo che il suo giovane compagno Ninetto Davoli aveva deciso di sposarsi. Paolini si rifiutò di essere presente al matrimonio. La cerimonia era appena terminata quando lo vedo spuntare da dietro l’angolo della chiesa pallido come un cencio. «Guarda come si è vestito!» mi dice alludendo con disprezzo all’abito del novello coniuge. «E che macchina!»: la Rolls Royce gliel’avevo procurata io chiedendola in prestito al produttore Grimaldi. La moglie di Ninetto non gli piaceva ma poi si è fatto conquistare, lei lo coccolava, gli mostrava grande rispetto e affetto.

Momenti belli?
L’ultimo viaggio in Spagna. Eravamo andati a trovare Salvador Dalì per chiedergli il manifesto cinematografico per Salò. Dalì si mostrò entusiasta e disse di aver avuto una grande idea. E poi cercò di rifilarci una sua opera di dieci anni prima.

 Come ha reagito alla morte di Pasolini?
Ho ricomposto spesso il puzzle che riguarda l’assassinio di Pier Paolo. Fellini si era raccomandato: «Non guardare le fotografie!». Ma non mi potevo tirare indietro. Pier Paolo non era violento o aggressivo. Nemmeno sul set alzava mai la voce. Tranquillo e sicuro di sé, a volte era solo un professorino un po’ didascalico. Riusciva ad essere molto convincente, come nelle scene di Salò in cui spinse una donna e una ragazzina molto reticenti a simulare un approccio omosessuale. A Pino Pelosi – poi riconosciuto colpevole dell’omicidio – deve aver fatto una proposta per un rapporto che il ragazzo non voleva concedere. Nonostante le innumerevoli versioni e interpretazioni, io sono convinto: Pier Paolo, quando era a terra coperto di sangue, cercò di sfilarsi la camicia per tamponare l’emorragia e pensava adesso “mi tiro su, torno a casa e faccio finta che non sia successo niente”. Dopo la sua scomparsa mi sono ammalato, ero circondato da specialisti che non sapevano più dove mettere le mani.

Nico Naldini e Pasolini nel 1947
Nico Naldini e Pasolini nel 1947

La vita di Naldini è cambiata: ha scritto saggi, poesie e biografie, tra cui quella di Pasolini di cui ha curato tanti inediti. Le liriche però descrivono una passione d’amore molto diversa da quella praticata dal cugino: «Pier Paolo voleva trascorrere tutta la vita con Davoli e addirittura parlava delle loro due tombe una a fianco dell’altra. Io sono catturato dalla bellezza della gioventù, che è come un filone d’oro che non si esaurisce mai». Un giacimento su cui, ci ricorda Naldini, si stende un’ombra. Oggi sono ostacolati i viaggi dei ragazzi magrebini in fuga dai loro mondi profumati di gelsomini. E così la poesia erotica di Naldini diventa lirica di denuncia e d’indignazione per gli incivili muri e barriere: «Vieni Athab, salta i meridiani /. Ma in un punto andrai cauto / dove gli Stati mettono i guardiani…/ Scivola in fretta lungo i confini / tra poco cadrà la neve».