“Il Friuli”. Il testo di PPP per un programma Radio Rai del 1953

Friuli. Paesaggio

Su gentile concessione della Rai, “Pagine corsare” ha pubblicato il copione del testo sul Friuli (con tagli) che Pasolini scrisse per il programma radiofonico trasmesso mercoledì 8 aprile 1953 nell’ambito del ciclo Paesaggi e scrittori. Questa pagina pasoliniana di alto spessore letterario si impegna a leggere il paesaggio, nelle sue tante varianti, di montagna e di pianura, attraverso il filtro dei poeti e degli artisti che ne sono stati o ne sono espressione, come per una sorta di specchio, di emanazione e di chiarificazione.
Il testo, con il titolo Il Friuli,  è leggibile anche in Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, I, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999, pp. 458-471.   

R.A.I.
RADIO ITALIANA
SERVIZIO PROSA RIVISTA E VARIETÀ
mercoledì, 8 aprile 1953

Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini

 AVVERTENZA: SI RACCOMANDA ALLA CORTESIA DEGLI ATTORI LA PERFETTA CONSERVAZIONE DEL TESTO E LA SUA RESTITUZIONE.
ARCHIVIO COPIONI N°…

UN FISCHIO IN SECONDO PIANO DI TRENO A VAPORE E RUMORE DI RUOTE SUBITO SFUMATO.
NARRATORE

Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (se prende l’accelerato, magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, e appiattite a colorare il cielo di un viola secco, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambuchi, di saggine, lungo le prodaie. I casolari si fanno meno rosei, sui cortili spazzati come per una festa, coi fienili tra le cui colonne il fieno si gonfia duro e immoto. Ma è specialmente l’odore – che fiotta dentro lo scompartimento svuotato – a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco, riflesso di un’Italia alpestre del sapore neolatino ancora stupendamente recente.

Treno accelerato anni Settanta

                                    Treno accelerato anni Settanta

RUMORE DI TRENO A VAPORE ACCELERATO, POI VOCI VARIE SUBITO SFUMATE

Il vecchio poetico accelerato tocca così Sacile, con la sua misteriosa Livenza; e subito dopo Pordenone, bruno tra i verdi tenerelli del Noncello, e poi la Meduna, e poi Casarsa, e il Tagliamento. Incrociandosi con questo torrente gigantesco la ferrovia, che corrisponde poi alla linea delle Risorgive, taglia il Friuli in quattro settori. Quelli a nord non sono che sconfinati magredi. Tristi quanto immensi, ravvivati da qualche bosco ceduo, scompaiono giù verso i piedi delle Prealpi. I contadini  strappano coi denti il grano da questa pelle slavata, quasi germanica. Si muovono, figure di una disperata miniatura, nel grigio piombo dei loro villaggi, tra i portici di pietra e i ballatoi sospesi di legno, contro l’eterno sfondo dei monti carnici.
Qui, dove ora l’accelerato si ferma tra malinconiche falegnamerie, a Codroipo, è la prima occasione (e laggiù contro il cristallo dei monti non si rileva la macchia verde dell’ottocentesca Osoppo?) per restaurare nell’immaginazione un paesaggio friulano antico, o antiquato, estraneo comunque alla violenta vivezza con cui ora si para davanti agli occhi. Son questi infatti i luoghi del conte Ermes di Colloredo. E vediamolo subito, questo squarcio di paese, dipanando il moraleggiare del suo barocco strapaesano, attraverso gli ancora ariosteschi occhi  dell’avo della letteratura friulana. E’ un pezzo de la Seccaggine scritto nel 1675 o giù di lì.

VOCE CONTE ERMES (NON LETTO MA RECITATO)

 Lu vert dal ciamp, speranze dal recolt
al sfadiàt vilàn puarte mestizie…

«Il verde del campo, speranza del raccolto, all’affaticato villano porta tristezza, il grano pare malato d’itterizia tanto è giallo, malgrado il concime. Mal nutrito di tristo fieno, risparmiato dal freddo, secco e sfinito il bove torna dal gregge, e una torbida bevanda accresce anziché ristorare la sua sete. Il Feltrino sbattendo gli zoccoli di legno conduce il gregge mezzo morto piangendo al prato ma subito stomacato dall’arso alimento non mangia, si distende e sta senza far nulla. Il pesce nella mia peschiera è appiattito sotto l’indurito suo liquido elemento: il ghiaccio forma una lastra al monumento e lì sotto tutto è morto e frantumato. Come l’uomo, se è ferito mortalmente, il suo sangue si ritira tutto nel cuore, così il rigagnolo che scaturiva fuori si è raccolto sotto la crosta della terra. L’orgoglioso e terribile Tagliamento che torbido porta via monte e piano, si fa oggi se soffia Tramontana d’acqua no, ma di fumo un gran torrente».

NARRATORE 1

Certo che il Colloredo vede queste distese di magre campagne sotto la specie del latifondo, e i villani appaiono nella sua poesia con le facce astute e bitorzolute dei devoti delle pale d’altare; però quelli ch’erano per lui i dati essenziali di questo paesaggio, lo restano anche per noi, nell’estrema odiernità del Friuli più “visto”: quei campi induriti e gialli, su cui passano le formicolanti greggi dei Feltrini, quel bue desolato in mezzo all’erba secca, quel Tagliamento «d’acqua no ma di fumo un gran torrente». Stagna sopra la pura visione, che ora esplode libera di gelseto in gelseto, di radura in radura, fino al vapore dei monti, limpida e come felice –la sovrabbondanza del discorso troppo attento alo scherzo, alla satira, al contenuto un po’ grasso: che a noi presenti, moderni e post-romantici rende inaccessibile il seicentesco paese del conte Ermes.  Del resto l’accelerato in non più di venti minuti, attraverso radure che si fanno ancor più plumbee e aridamente verdine,  ci fa compiere, nella topografia, un salto di tre secoli di cronaca letteraria: ché tanti separano l’avo dal padre della poesia regionale.

MUSICA BREVE = SFUMA
NARRATORE 2

Lasciata alle spalle l’enorme piattaforma di Campoformido, siamo giunti a Udine; trasferendoci dalla campagna alla città, dal popolo alla borghesia. E Pietro Zorutti (1792-1867) è appunto un poeta piccolo-borghese che vede il paesaggio con lo spirito della scampagnata domenicale: il Romanticismo giunto in provincia in seno agli Asburgo, si è fatto sano. E per tutta la vita il buon Zorutti empie i suoi calendari, che ancora deliziano con loro presupposto di salute morale e di allegria paesana i lettori che qui non mancano, e cercano soprattutto nella poesia una modesta sublimazione del buon senso. Ma quale sforzo d’immaginazione occorre per vedere tra i versi di Sior Pieri una “veduta” della sua Udine romantica e risorgimentale: non ne compare che qualche indefinita inquadratura di quella periferia non industriale che noi non riusciamo più a concepire. E poi la campagna: una campagna tutta utilitaria, perfettamente priva del mistero romantico, e romantica solo perché facilmente musicale. Eppure il paesaggio zoruttiano esiste: i friulani lo amano, lo conservano. Vuol dire che per vederlo bisognerà operare una traduzione, ridurre cioè a immagini il tono bonario e basso dello Zorutti, concretare in visione quel suo “spirito” spicciolo e fortunatamente rappresentativo.

Udine.Il colle del Castello

                                                  Udine. Il colle del Castello

NARRATORE 1

Allora salterà fuori la malinconia un po’ invernale di quel grosso paese-capoluogo che è Udine, la cui dignità municipale campeggia nei nobili bianchi e grigi di Piazza Vittorio: luogo di care memorie per chi ha combattuto nella Grande Guerra. E lo testimoni l’impeto originario con cui viene riprodotto il Friuli bellico, quello del ’17, nelle pagine di Kobilek di un Soffici già irrobustito dal suo ritorno agli ordini umani, ma ancora felicemente vociano; e le pagine sulla ritirata di Betocchi, scritte a dare a quei tragici giorni una fluente, rorida venustà frontespiziana;  fino ai versi “grigioverdi” di Giorgio Caproni, dedicati però a un’Udine su cui già incombe l’orrenda ombra del Litorale Adriatico:

Udine come ritorna
per te col grigioverde
e il sole! Dove si perde
la mia memoria, torna
dell’erba la brace verde
al Castello – l’esangue
pietra che ora al tuo sangue
più leggero somiglia…

MUSICA IN P.P. SUBITO SFUMA
NARRATORE 2

Da Udine su verso Nord:  non dopo aver dimenticato di guardare l’orizzonte collinoso di Tricesimo e Tarcento, che i friulani hanno il non ingiustificato debole di considerare di bellezza toscana. Ma è da queste parti che si compone il raccolto e nobile paesaggio dei racconti della contemporanea dello Zorutti, ma di lui assai più alta, la contessa Caterina Percoto.

NARRATORE 1

E’ un paesaggio che recupera il mistero romantico ma sempre impiantandosi su una salute popolana, e la malinconia  non è che una leggera benché intensa brunitura sul realismo che Luigi Russo, meglio che in un versante verghiano colloca in un versante manzoniano: un mondo aristocratico, o, meglio, gentile, di vedere la gente contadina e il suo paese, con simpatia solo indirettamente sociale ma serenamente religiosa.
Ma andiamo a Nord: la nobile tristezza percotiana si fa sempre più intenta, desolata man mano che il treno di Vienna ci porta dentro le gelide prealpi e le alpi. Scompare la dolcezza italica e si para ai finestrini appannati l’Italia alpina. Il paesaggio è qui pura natura: non fa che violentare i sensi coi massicci muraglioni di monti contorti nel cielo e negri di boschi. Finché nella calma valle di Tarvisio, presso il confine australe, qualcosa si rianima, ha accenti familiari, affettuosi: è questa una colonia di friulani venuti su dalla Bassa, dalla Carnia, a lavorare nelle miniere di Cave del Prèdil, a fare quasi Far West o Rocky Mountains. Ma, alle loro voci, i monti ingobbiti e eccelsi si animano: hanno una vita non più geologica ma friulana e quindi umana.

IN P.P. CORO FRIULANO
NARRATORE 2

Ma se, partiti da Udine, verso Nord, anziché proseguire, sino al confine, dove col Friuli cessa l’Italia, fossimo scesi alla Stazione-della-Carnia, e avessimo aspettato il trenino che si interna verso quelle terre, fin da quaggiù visibilmente nude di povertà, nella loro alta solitudine odorante di ciclamini scottati dal sole?

O che tra faggi e abeti erma sui campi
smeraldini la fredda ombra si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero

che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu…

NARRATORE 2
Ah, non è per nulla che in questi versi carducciani si conclama la gloria comunale; qui il tempo si è fermato, come la lingua, a una sua frase arcaica: e che sapore purissimo di dignità. Nei monti carnici disboscati dalla fame, nei torrentacci scheletriti, nei paesi immoti in un commovente odore di letame, la vita popolare tiene racchiuso in sé  come il senso di uno stato umano assoluto. E ciò che a noi appare desolato, solenne e semplice, non poteva non essere amato dal Carducci, anche se a lui portato da un estro magnanimo, ma insieme libresco. Del resto, questo paesaggio carniello che a lui deve la sua celebrità, e la sua immagine ufficiale, acquistava anche in lui toni assai più domestici e realistici; e allora s’intende che ci riferiamo al Carducci delle lettere, al grande Carducci delle lettere, quello così moderno e gioioso e libero, che il De Robertis squisitamente ama. Leggiamone una, di queste lettere, scritta il 7 agosto 1885 alla moglie; il Carducci ci racconta con abbandono quasi di ragazzo di una gita fatta nella valle di Incaroio: «un viaggio di 30 miglia, tutto a piedi, e per quali vie».

Giosuè Carducci

                                                                              Giosuè Carducci

VOCE DI CARDUCCI

La gita aveva toccato prima Paluzza, poi aveva puntato sul Treppo; dopo Treppo, il Durone, con una salita tremenda, e la discesa peggio che la salita: « giù per balzi –scrive il poeta- ch’erano poi torrenti secchi; tra sassi, sotto il sole. Arrivammo a Paularo verso mezzogiorno. Risolvei e affermai di non voler andare più avanti; di rimanere la notte lì. Cominciai a bere acqua con vino bianco…».  Il vino fu abbondante, del barolo squisito, e per di più un risotto con due pollastri regalati dal parroco. Sì che il viaggio baldanzosamente riprese.
«Con quel barolo in corpo», continua il poeta, «fui il primo a dire di ripigliare il viaggio. Per un pezzo, strada bellissima, regione incantevole, fiumi, torrenti, boschi di abeti e di larici, rupi, cascate, villaggi sparsi quae là. Ma, col buio, cominciò il brutto. Bisognava far via per un sentiero, che orlava, per dir così, un precipizio verde e orribilmente bello, ma pericolosissimo, a pendio sul Chiarsò, fiume che rumoreggiava in fondo. Ed era buio. E il sentiero andava a zig-zag, e c’erano gradinate selvagge di macigni che erano una bellezza. Io andavo avanti a tentoni reggendomi ad una pertica che due giovani, uno innanzi uno dietro a me, tenevano per mano. E durò un’ora. Un altro faceva lume bruciando dei giornali…». […]

MUSICA BREVE IN P.P. TRENO
NARRATORE 1

Dicevamo in principio che la ferrovia, incrociandosi col Tagliamento, divide il Friuli in quattro settori: ma l’ascoltatore avrà osservato che siamo restati costantemente ai finestrini che davano a settentrione, verso la montagna. E se invece ci fossimo trovati nel corridoio? Oh, certo, il paese lì vicino, sotto la verde scarpata, non sarebbe apparso molto diverso. Da quando intorno a Sacile l’odore linguistico si fa quello ladino, e le cose si tramutano in poetici nomi dai plurali sigmatici – le foglie in fuejs, le rogge in rojs, le sorgenti in resultivis – lo stesso umile e alto silenzio contadino, con l’intimo odore aspro-dolce, pasquale, accompagna il viaggiatore. Solo che in fondo, invece dell’ombra della montagna, l’orizzonte si sprofonda in un biancore che pare risucchiarlo nel vuoto, slabbrarlo nel mistero di una cerea lontananza. E’ il vecchio, smunto Adriatico. E’ il Sud, Venezia, l’altra storia, la vita non comunale ma nazionale….

MUSICA IN SOTTOFONDO
NARRATORE 1

Ma allora, se avessimo voluto sentire meglio questi luoghi, non ci sarebbe convenuto prendere l’altro treno, ugualmente poetico, e appassionante, quello che da Venezia porta a Trieste? Saremmo così passati proprio nel cuore della Bassa Friulana, per Portogruaro, Latisana…. rasente Teglio, Cordovado, la fonte di Venchiaredo: per i luoghi di Nievo, insomma. Che sono, quanto a equivalenza poetica, i più alti del paesaggio friulano: dal castello di Fratta, inciso, fluente, zeppo di particolari, ferito da un tratteggio meticoloso e violento di bulino, alle larghe vedute lagunari, cariche di spumosa e spianata malinconia. Il Nievo non poteva esistere che qui, in questo Friuli non troppo Friuli, vòlto alla nazione attraverso le grandi campagne illeggiadrite dalla chiara civiltà adriatica.
Piuttosto che dalle assai note Confessioni preferiamo trascegliere da Il conte pecoraio: è una visione prealpina della notte dell’Epifania.

MUSICA
VOCE

«Anche le colline di Torlano si erano vestite di bianco, come costumano le giovinette nel furor dell’estate; e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a poco, prendendo una sola sembianza, un solo colore di buio. Già le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare di un’altra; e una terza s’avvivò sulla costa, e una quarta e una quinta divamparono via via di greppo in greppo, finché non fu vetta di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco: proprio come nei quadri del mistero della Pentecoste dove non c’è Apostolo cui non sorvoli sul capo la divina fiammella». […]

MUSICA P.P. SFUMA
NARRATORE 2

Ma il paesaggio friulano del Novecento, almeno fino all’inizio dell’ultima guerra, è soprattutto pascoliano: intendiamo dire di quel particolare pascolianesimo che è dei poeti dialettali, in naturale ritardo sulla civiltà letteraria. […]

NARRATORE 1

Ercole Carletti […] sta a rappresentare con la sua canuta, inquieta figura quello che potrebbe essere il tipo della civiltà di lassù, un tipo che sulla passione italiana inoculi un moralismo, diremmo, centro-europeo. Leggiamo, tradotto, questo paesaggio veduto in sogno, da L’insiúm, che comincia:

DICITORE

«Ai fat, Nusse, stegnòt un bièl insiúm». « Ho fatto, Nuccia, stanotte un bel sogno. Mi sembrava – dove?…  laggiù, lontano, lontano – che si stava insieme: e sull’orlo di un fiume si camminava tenendoci come bambini per mano. Si andava via tenendoci per mano, perduti, soli: la primavera luccicava e odorava; l’acqua passava facendo specchio ai pioppi, ai cespugli fioriti, ai salici della riva. Sotto voce provavamo qualche canto: montagnette, oppure tu stella oppure ancora non posso dimenticarti; e intanto ci dava il tempo, col battere, il nostro cuore: col battere a doppio. E da per tutto, che quiete, che sereno e le scarpate rigate di rose, sul verde novello… Sopra una boschina delle allodole estrose gorgheggiavano…».

Paesaggio friulano

                                                                            Paesaggio friulano

MUSICA P.P. SFUMA
NARRATORE 2

In Argeo, in Carletti, anche in Fruch, e in altri meno rilevanti, è un germe, ma puramente in germe, ché bisogna presupporre tutta un’altra educazione e un altro mondo, la più recente interpretazione del paesaggio friulano, quella della scuola poetica casarsese. Che geograficamente è assai più vicina ai luoghi del Nievo. E’ lì, la patria dei félibri friulani, la terra delle prodezze infantili e giovanili, dove le perpendicolari del Tagliamento e delle risorgive si incontrano, a metà strada tra i monti e il mare. E’ una pianura difficile a capirsi: di una bellezza così pura da farsi quasi astratta, intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli e quieti come piccoli santuari…. Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva dentro la pianura pedemontana sempre spalancata contro un cielo nettissimo. […]

NARRATORE 1

Boschetti rugginosi, casolari dai muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una tela del più puro Corot. E poi i paesi, i primi paesi della Bassa e i primi dell’Alta; allegri, aperti e un po’ plebei, quelli, plumbei, aristocratici, già corsi da un secco odore alpestre, questi. La loro vita finisce con l’Or di notte e ricomincia prima che nasca il sole col Mattutino. E’ una mattina prestissimo, che è ancora quasi buio, al rintocco della campana: Cento campane d’oro, di Domenico Naldini: «Cento campane d’oro sono nell’aria, a mescolarsi con l’alba. Nel vetro agghiacciato il cielo era un fiore d’incenso. San Giovanni, Orcenico, Valvasone, cento campane d’oro sono nell’aria».

DICITORE

Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria,
a insembrassi cu l’alba.
Tal veri inglassàt il sèil
al era un flòur di insèns.
San Zuàn, Dursinìns, Valvasòn,
sent ciampanis di oru a son pa’ l’aria.

NARRATORE 1
O ecco una mattinata di domenica, a Navaròns, sui primi gioghi delle Prealpi, nei versi di Novella Cantarutti: Gusto d’esser viva: «Gusto d’esser viva nel giorno che sbatte le ali. La nebbiolina si dissolve sbiancata a filo dei prati. Gusto d’esser viva sulla strada che conduce a Messa, sotto gli alberi, fra le ombre bagnate dalla luce».

DICITORE

Gust da essi viva
ta la dì
ch’a discrosa
li’ ali’.
La caliga
a si distrút
sblanciada
avuàl dai praz.
Gust da essi viva
pa la strada
ch’ a mena a Messa,
sot i lens,
pa li ombreni’
bagnadì di lusòur.

NARRATORE 1
O, del facitore di questo scritto, una sera che cade intorno a Casarsa: Il fanciullo morto. «Sera luminosa, sul fosso cresce l’acqua, una donna incinta cammina per il campo. Io ti ricordo, Narciso, tu avevi il colore della sera, quando le campane suonano a morto».

DICITORE

Sera imbarlumida, tal fossàl
a cres l’aga, na femina plena
a ciamina pal ciamp.

Jo i ti recuardi, Narcis, ti vèvis il colòur
de la sera, quand li ciampanis
a sùnin di muàrt.

MUSICA LENTA-QUINDI BREVE SOTTOFONDO
NARRATORE 2

Ma non è per ipocrisia, se concludiamo queste rapide proiezioni del paesaggio friulano attraverso le sue fasi letterarie, con delle vedute popolari. E intanto, diciamo subito che non si tratta di equivalenti in poesia di un’arte popolare da iconografia o da ex voto. La cosa è molto più poetica. Si tratta della più alta, perfetta traduzione in termini linguistici dei dati del paesaggio: ma in modo indiretto, per una assoluta convivenza e coesistenza del popolo che canta con il paese in  cui canta. E diamo atto della “salute”, della “laboriosità”, della “religiosità” che sono gli attributi riferiti per convenzione, lassù, nelle riunioni e nei simposi regionalistici, al popolo: tuttavia quelle che ci importano sono una salute e una religiosità ben più interiori e poetiche: sconfinanti, dentro, con doti popolari sconosciute al folclore o alla demopsicologia. Benché, di geografico, o meglio, topografico, non ci siano che dei nomi, dove meglio che in questa villotta si può sentire il sapore crudo e povero e solare della Carnia in un giorno di sagra? «Sulle rocce di Collina, sui monti di Rigolato, ho trovato la mia ragazza col rastrello attorcigliato…. Oh che buona l’acqua fresca di Ludaria e Rigolato: voglio prenderne un bottaccino e portarlo a Cividale”.

DICITORE

Su li cretis di Culino,
su lis monz di Rigulat
ài ciatàt la me muroso
cul ris-cel intortolàt.

Joi che buino l’ago fres-cio
di Ludario e Rigulàt:
‘i voi toli una butacio
e puartalo a Cividàt.

O la tenerezza della notte in un borgo nascosto sotto i monti, con le ultime voci sgolate tra gli orti e la piazzetta, in questa villotta, antichissima, raccolta a Gemona? «Io ti amavo da piccolina, quando avevi un sette otto anni, e adesso che ne hai sedici, ti amo più che mai. Ma sei sola, o benedetta, sei sola a far l’amore? Ah, no, no, che non sono sola, c’è la mamma, e con il lume».

DICITORE

E jo i ti amavi di picinine
quan che tu vevis un siet vot àins.
E ma cumò che tu ‘nd às sèdis
jo ‘o ti ami plui che mai.

Ma sestu sole, o benedete,
ma sestu sole a fa l’amòr?
E po no, no ch’i no soi sole,
a jè la mame e cul lusòr.

NARRATORE 1
O la desolata luminaria dell’alba che si stampa, d’oro, sui pendii e i villaggi raggelati, in questa che è una delle più canate villotte friulane? «Sulla più alta cima si alza buonora il sole, ma questa non è l’ora di abbandonar l’amore».

DICITORE

Su la plui alte cime
al jeve il soreli a buin’ ore:
ma cheste no jè l’ore
di bandonà l’amòr.

A centinaia si contano questi brevi canti: il momento in cui la fisionomia umana fa poeticamente parte del paesaggio. In cui le ragazze splendidamente bianche della Bassa, o le “puemis” dalle guance di ciliegia della Carnia; i giovanotti mori – alpini ancora inerbi che scrivono sui muri dei casolari o della chiesa «Alpìn jò, mame» o «Viva il ’33, la clase inemorata» – o i giovani “montagnari” con gli allegri calzoni di velluto-  rivivono in una vita completa, nel cui sentimento profondo – musicale-, essi sono una cosa sola coi monti o i campi dove vivono. Natura geografica tradotta in natura umana, il Friuli più perfetto è nei canti del popolo friulano.

CORO FRIULANO

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