I ricordi friulani di Nico Naldini, di Mario Anelli

Nico Naldini

Pubblichiamo un’intervista a Nico Naldini che, a cura di Mario Anelli, apparve sull’ “Adige” dell’11 novembre 2005 in occasione dell’uscita del libro Come non ci si difende dai ricordi (ed. Cargo, Napoli). Un libro prezioso e toccante in cui Naldini, allora professore a contratto a Trento presso la cattedra di Filologia romanza di Francesco Zambon, riepiloga anche la sua giovinezza, forgiata a Casarsa dal cugino-poeta Pasolini nel clima di un fertile laboratorio letterario, culturale ed esistenziale.

Pasolini in cerca di verità 
Intervista a Nico Naldini
di Mario Anelli

“L’Adige” –  11 novembre 2005

Naldini, Come non ci si difende dai ricordi è una proclamazione, un’istruzione per l’uso. Perché?
Non ho preteso difendermene in quanto i ricordi mi si ripropongono ogni ora del giorno. Io vivo come una vita parallela, quella reale e quella della memoria, convivo con i personaggi del passato in modo diretto e pulsante, da Pier Paolo a Parise e Comisso e altri. Le situazioni vissute assieme a loro sono quelle di sempre: amore e odio, speranze e delusioni.

Nella prefazione, Dacia Maraini scrive di un ricordo infantile di Pasolini, la sua scoperta della «teta veleta», dicendo che quel motto magico gli aveva dischiuso il segreto del piacere erotico. Che significa?
(Sorride).Le ha pronunciate da bambino, quando non sapeva ancora bene parlare. Nella dolcezza delle sillabe traduceva un sentimento ineffabile: il legame edipico con la madre, quel legame attorno al quale è ruotata tutta la sua vita.

Nella prima parte del suo libro, lei scrive di Vito e Ferruccio, che desiderò e amò, con accenni a Pasolini. Poi, nella seconda, dell’estate del 1941, dei campi di Versuta, delle borgate di Roma e qui Pasolini riempie le pagine. Perché ha scelto di scrivere in questo modo di suo cugino Pier Paolo?
Sono luoghi generatori di altri luoghi della memoria, tutti mi riconducevano a situazioni già vissute nella mia gioventù assieme a lui. Ho seguito un filo interiore, mi interessava arrivare a lui in questo modo.

Anche nelle pagine dedicate al luogo compreso tra Tagliamento e Livenza?
Quella è la zona del dominio linguistico friulano, molto caro a tutti noi, parlato oggi da poche persone. Sono i luoghi della nostra infanzia dove io lo seguivo, nei paesi e nelle sagre attorno a Casarsa.

Nelle pagine dedicate ai campi di Versuta, lei scrive del peccato di Sodoma come «nodo irrisolto», ne argomenta e sembra inviare chiari messaggi alla Chiesa. 
Mi riferisco alla condanna assoluta dei contadini e della Chiesa contro gli omosessuali quando eravamo giovani. I contadini li consideravano un’eresia biologica, perché visti come esseri che non generano braccia per la terra.

"Come non ci si difende dai ricordi" di Nico Naldini. Copertina

“Come non ci si difende dai ricordi” di Nico Naldini. Copertina

Che ne pensa dell’atteggiamento attuale della Chiesa verso l’omosessualità? 
Non lo capisco. Sotto Giovanni XXIII mi sembra ci fosse un’apertura, una comprensione umana. Pasolini aveva stabilito rapporti di lavoro con la cittadella di Assisi. Adesso si torna a posizioni moralistiche di chiusura, si fanno confusioni terribili tra pedofilia e omosessualità. La prima è autentica perversione, l´omosessualità non è da confondersi, per ragioni precise di scelte erotiche. L’omosessuale non corrompe bambini. L’atteggiamento della Chiesa mi sembra molto contrastato al suo interno, tra apertura e chiusura dovuta a un dottrinarismo antico. Nel Vangelo non c’è nulla.

Che cercava Pasolini nei ragazzi? Sere fa Adriano Sofri, entrando in argomento durante un’intervista presso la Normale di Pisa, ha parlato della pederastia di Pasolini, dando una definizione acuta e finalmente non ambigua. Cercava solo sesso?
No, sesso e amore. Il sesso è venuto dopo. In quegli anni giovanili era sesso sentimentale, sesso che scopriva se stesso, che scopriva il campo dei sentimenti. Allora lui era sentimentalmente molto impegnato.

Lei l’ha conosciuto fin da bambino e l’ha seguito per tutta la vita. Cosa interessava veramente a Pasolini?
La vita nel mondo, non quello dei ricchi, essendo molto convenzionali. Gli interessava il popolo. I ricchi parlano la stessa lingua, il popolo usa una lingua propria in ogni villaggio con tradizioni e patrimoni culturali propri. Voleva conoscere il mondo dai livelli più bassi, dove era più facile cogliere il senso della vita non alterata da culture omologate.

Lo scontro con il Pci avvenne solamente perché rifiutava la sua omosessualità o non forse perché il Pci d’allora, potere monolitico, non sopportava il pensiero critico?
Pasolini era intriso di cattolicesimo vivendo nel mondo contadino, ma non s’è mai detto né credente né miscredente, sentiva forte la presenza del sacro, magari in un albero, in una chiesa, in una casa, là dove c’è l´orma e la sofferenza dell’umanità. Una grande influenza su di lui l’ebbe Eliade, lo storico delle religioni, che gli ha rivelato gli aspetti profondi della spiritualità dei popoli che converge verso un punto identico seppur detto con nomi diversi.

Che ne pensa di tutto questo ricordare Pasolini in queste settimane? 
Lo si racconta in modo pittoresco, non si dicono le cose reali, anche perché attorno a lui si sono create varie maschere: il famoso, l’angelico, l’infame, il perseguitato. Un poeta sono le sue opere, la vita può portare qualche elemento di comprensione delle opere, non altro.

Non rischierà di finire sulle magliette (*) come Mao ed il Che, magari come l’icona dello scrittore maledetto?  Terribile pena del contrappasso per lui: essere consumato da quel mercato omologante che delle diversità culturali fa marmellata dolcificata.
Me ne vergognerei con tutto quello che ho fatto, per tutta la vita, per distruggere il sorgere di qualsiasi icona.

Lei dice che il vero Pasolini è il poeta, più che lo scrittore. E´ l’opinione di Enzo Siciliano. Pochi giorni fa disse che Pasolini dissodò meglio di tutti gli altri, nel Novecento italiano, la terra della lingua italiana.
Io seguo ciò che lui stesso diceva: non ammetteva differenziazioni della sua opera, per lui era continuare uno stesso lavoro, con gli stessi tempi, ispirazioni e valori da affermare. Cambiavano solo i mezzi: dalla parola all’immagine.

Cosa accetta e cosa no del pensiero di Pasolini? 
Mi sono sempre dedicato a lui. Sono cresciuto nella stessa famiglia, aveva sette anni più di me. Il mio rapporto era di grande ammirazione, come tutti i membri della famiglia, del resto, perché lui dava risultati in ogni campo dove si applicasse, per molti anni mi sono confuso in questa ammirazione, poi ho cominciato a lavorare per conto mio e lui è stato il mio attento giudice. Non avrebbe certamente accettato una sua imitazione. Ho pubblicato per conto mio e ho collaborato ai suoi film, dal Decameron Salò.

«La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi», ha scritto Pasolini. Lei l’ha conosciuto bene. Dica, oggi come lo si comprende?
Se ne continua a parlare in modo vacuo e impreciso. Viene privilegiato l’aspetto più polemico, la discussione sulla società italiana. Invece, è alla sua poesia che bisogna tornare con un lavoro critico e soprattutto non lo può fare la televisione. Si straparla molto sulle cause della sua morte, si sono elencati otto tipi di complotti, ma senza prove. O si agisce seriamente, nel senso di nuove indagini o la si smetta di attribuire a Cefis e a Montedison il piano della sua uccisione. Io tengo il problema sospeso, finché non ci saranno prove, che però non possono essere date da un drogato e delinquente come Pelosi, io non credo nemmeno una virgola di ciò che ha detto. Sono da percorrere altre piste.

Ne ha una?
Il mio lavoro è stato di smantellare quelle esistenti: nessuna mi convince.

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Una sfilata

Una sfilata

(*) Uno stilista, a mio parere di pessimo gusto, ha presentato recentemente in una sfilata le magliette con ritratti di Pier Paolo Pasolini. Si usa ancora in questo Paese indignarsi? (2005, Angela Molteni)

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