Casarsa, Versuta, Valvasone. Il Friuli del giovane PPP

Pasolini con la squadra di Casarsa (1941)

Versuta, Valvasone, Casarsa, San Giovanni di Casarsa: sono i luoghi centrali della mitologia di Pasolini,che  maturò in Friuli fondamentali esperienze formative in ambito sentimentale, poetico, culturale, pedagogico e politico.  “Pagine corsare” ha dedicato una specifica attenzione a questa geografia che fu topografia sentimentale e teatro della fertile attività del giovane Pier Paolo. 

I luoghi friulani della formazione di Pasolini, poeta e insegnante

Casarsa della Delizia 
Pier Paolo Pasolini visse a lungo a Casarsa della Delizia, oggi in provincia di Pordenone (era il paese natale della madre), nel periodo della guerra e del dopoguerra. Oltre all’attività che lo vide protagonista come insegnante, intellettuale, animatore culturale, militante autonomista e poi comunista, da ricordare anche l’impegno con l’ “Academiuta di lenga furlana”, fondata nel vicino villaggio di Versuta il 18 febbraio 1945: un cenacolo fondamentale per la ventata di novità portata nel panorama della letteratura friulana per l’elevazione poetica dell’idioma locale.

Un'immagine della vecchia Casarsa

Un’immagine della vecchia Casarsa

Versuta
Versuta è una località del comune di Casarsa della Delizia,a 3 km a sud-est del capoluogo. Il nome Versuta (o Versutta) deriva dalla presenza del rio Versa, piccolo corso d’acqua che attraversa il borgo. Pregevole, al centro del borgo, la chiesetta di Sant’Antonio Abate, risalente al XIII secolo, che contiene al suo interno cicli di affreschi del XIV e della prima metà del XV secolo.
Fu a Versuta che il 18 febbraio 1945 Pasolini fondò l’Academiuta di lenga furlana, per la valorizzazione della lingua e della cultura friulana.

Casarsa, chiesa di Santa Croce dopo un bombardamento aereo.

Casarsa. Chiesa di Santa Croce dopo un bombardamento aereo.

L’occupazione tedesca, dopo l’8 settembre 1943, costrinse Pasolini e la madre Susanna a fuggire da Casarsa per rifugiarsi a Versuta, in una stanzetta del casolare della famiglia Bazzana. Il trasferimento, con l’aiuto di un carretto di legno avvenne il 16 ottobre del 1944.

Cominciò così il nostro sfollamento da C. a V., dove io fin dall’ottobre del ’43, (…) avevo affittato una specie di granaio, nel quale già avevano trovato rifugio i miei libri. […] decidemmo senz’altro di partire da C.; io trasportai tutto quello che mi fu possibile con una carriola, da C. a V., attraverso i campi stillanti di Ottobre, sotto quel cielo…(…)  Il sedici del mese io e mia mamma facemmo il nostro ingresso a V., con tutto il nostro linguaggio famigliare, il nostro orgoglio ancora senza incrinature: un orgoglio che aveva tradizioni di affetti, di estreme e incomunicabili confidenze, di generosità del tutto laiche ma non per questo meno sacre per noi.
(Quaderni rossi, Appendice a Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, I, ”Meridiani” Mondadori, Milano 1988, pp. 146-147)

I ragazzi di Versuta, in quei giorni difficili, non potevano recarsi a lezione nei vicini paesi di San Giovanni e di San Vito. Pier Paolo e Susanna decisero così di aprire una scuola. Pier Paolo usò come aula scolastica, per i più grandi, la stanzetta dove si svolgeva la quotidiana vita domestica, mentre Susanna con i più piccoli occupò una cantina al pianterreno.

Io abitavo nella casa dei B. (due giovani sposi con due figlioletti) presso cui (..) avevo preso in affitto una camera fin dall’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio, prevedendo non tanto la gravità dei bombardamenti quanto quella della ritirata tedesca; ma non ci stabilimmo laggiù che nell’Ottobre dell’anno successivo. Una ventina di giorni dopo cominciammo a far scuola ai ragazzi di Versuta, due dozzine in tutto. Io avevo dai nove ai dodici scolari (i più grandi), tra cui G., sfollato coi suoi da C., nella nostra stessa casa, e tenevo le mie lezioni nella povera stanza che ci serviva da cucina e da camera da letto. Non credo di essermi mai comportato con tanta dedizione come con quei fanciulli, che del resto mi erano assai grati per questo; li introdussi ad una specie di gergo, di clan, fatto di rivelazioni poetiche e di suggerimenti morali – forse un po’ troppo spregiudicati: finii col divertirmi sommamente perfino durante le lezioni di grammatica. Non parlo poi del reciproco entusiasmo alle letture di poesia; mi arrischiai a insegnare loro, e le capirono benissimo, liriche di Ungaretti, di Montale, di Betocchi…
(Atti impuri, cit., pp. 24-25)

Versuta, casa Bazzana dove si trasferì Pasolini con la madre

Versuta. Casa Bazzana dove Pasolini si trasferì  con la madre nell’ottobre 1944

Non lontano dalla casa della famiglia Bazzana, in mezzo alla campagna, c’era uno di quei casolari – casèl – utilizzati dai contadini come ricovero per gli attrezzi che, nelle belle giornate, divenne un’aula scolastica in cui Pier Paolo teneva lezione ai suoi allievi.

Quando venne la bella stagione (erano gli ultimi di Marzo: ho davanti agli occhi i peschi e i mandorli degli Spagnol che reggevano il loro scarlatto e il loro candore sul verde appena visibile) andammo a far scuola in quel casello tra i campi […]. Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini sfiorati dal vento. Ora, di quella stagione, mi sembra tutto perfetto: anche i bombardamenti.
(Atti impuri, cit., p. 25)

L’esperienza didattica di Versuta andrà avanti per tutto il 1947 e sarà considerata da Pasolini come la più appassionante perché indirizzata ai figli dei contadini, più spontanei e creativi rispetto ai ragazzi borghesi.

Valvasone
Il centro storico di Valvasone è organizzato intorno a due poli: il castello e il duomo. Il primo, del quale si sta portando a termine un lungo e complesso restauro, ha origini medioevali ma si offre allo sguardo – una volta oltrepassata la torre di accesso a quella che era la prima cinta muraria – con forme che risalgono in buona parte al sec. XVI. A questa facies esterna, piuttosto scabra e tale da porre in rilievo le strutture difensive, corrisponde un interno dalla ricca decorazione, fatta di affreschi, cantinelle dipinte e di stucchi, a cui non manca la pittoresca attrattiva di un teatrino del sec. XVIII.
Pochi passi lungo le viuzze dalla pavimentazione in acciottolato sono sufficienti per sbucare nella raccolta piazza del duomo. Intitolata al Santissimo Corpo di Cristo, anche la chiesa presenta oggi un aspetto che in parte  maschera le sue reali origini: edificata nel sec. XV, essa venne infatti riplasmata secondo schemi neogotici tra Otto e Novecento. Ha invece conservato i caratteri originari, al suo interno, il prezioso organo costruito a Venezia nella bottega di V. Colombo (1532-1538), ornato nelle portelle lignee dai dipinti del Pordenone e di Pomponio Amalteo suo genero, il quale nel 1549 subentrò al maestro che anni prima aveva avviato l’esecuzione di quei dipinti.
Accanto alla chiesa, casa Fortuni riserva la sorpresa di un trompe l’oeil in stucco, mentre poco oltre, sulla facciata di un altro edificio, una Madonna col Bambino in trono fra i Santi Sebastiano e Rocco riferibile alla mano di Pietro da San Vito (inizi sec. XVI) si offre ad esempio delle altre numerose opere ad affresco esistenti sugli intonaci di Valvasone: dalle decorazioni geometriche di facciata ai più complessi inserti figurativi (tra i quali di estremo interesse risultano i ritratti e le scene popolari recuperati all’interno di palazzo Duilio Paribelli in piazza Mercato).

Valvasone. Castello

Valvasone. Castello

La produzione di un poeta, uno scrittore, un regista, un intellettuale come Pasolini, non può non avere un grande valore pedagogico. Egli ha insegnato in tutte le sue opere ed era sua precisa intenzione farlo poiché Pasolini è stato anche insegnante per sua scelta.
Dal 1947 al 1949 Pasolini insegnò infatti nella scuola media statale di Valvasone, sezione staccata delle medie “Fermi” di Pordenone. Il Preside De Zotti vide in lui un insegnante naturale: un «maestro mirabile – disse-, uno che sa tenere una partecipazione della classe mai vista, aprirla allo sperimentalismo, ispirandosi alle idee di John Dewey».
Andrea Zanzotto ricorda come coltivasse il giardinetto nel cortile della scuola, insegnasse i nomi latini delle piante, disegnasse cartelloni, inventasse favole, come quella celebre del mostro Userum, un espediente perché i ragazzini potessero imparare i casi dei sostantivi della seconda declinazione, us, er, um.
Così descrissero il loro professore due studenti alcuni anni dopo aver lasciato la scuola media di Valvasone:

Nel 1947, in prima media, arrivò un giovane professore di lettere, fece l’appello e si presentò, si chiamava Pier Paolo Pasolini. Crediamo non fosse ricco perché ogni giorno, col buono e col cattivo tempo, si faceva, con la bici, 12 chilometri di strada bianca per venire da Casarsa a Valvasone. Quella modesta bicicletta fu la sua fedele compagna per tutti e due gli anni che passò con noi.

Nei due anni che passammo con lui fummo i più ricchi e fortunati allievi del nostro Friuli. Piano piano egli ci condusse per mano nell’immensa steppa di Anton Cechov, piena di solitudine e tristezza. Ci fece fare la conoscenza con il mondo magico della Sicilia di Verga. Con lui attraversammo l’oceano Atlantico per fermarci commossi e pensosi nel piccolo cimitero di Spoon River, scendemmo nel profondo sud per riscaldarci ai canti degli Spirituals negri. Ci fece amare Ungaretti, Saba, Montale, Sandro Penna, Cardarelli, Quasimondo e molti altri poeti che, allora, non erano né premi Nobel, né comparivano nelle antologie per le scuole.

Pasolini con gli allievi di Valvasone

Pasolini con gli allievi di Valvasone

Di queste esperienze Pasolini lascerà le pagine di un Diario di un insegnante che comprendono anche due gruppi di poesie, uno dedicato ai ragazzi della scuola di Versuta e uno ai ragazzi della scuola di Valvasone, poesie che il maestro Pier Paolo leggeva ai suoi allievi durante le lezioni. Dal Diario di un insegnante (ora in Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, ried. Guanda, Milano 2015, pp.281-311) si può comprendere come Pasolini si preoccupasse degli aspetti pedagogici e didattici, tante sono le riflessioni, le scoperte, le osservazioni sui ragazzi, le proposte di poesia.

Dal Diario si può sintetizzare quanto segue:

  1. i ragazzi odiano studiare perché lo studio non è avventura, ma noiosa convenzione;
  2. se un ragazzo è intelligente ma non studia è a causa dell’insegnante;
  3. l’insegnante deve essere animatore del processo educativo. Non deve essere oggetto d’amore ma saper provocare amore per l’oggetto di studio, saper suscitare la passione per lo studio, che si autoalimenta;
  4. l’insegnante deve essere creativo e inventare situazioni dove apprendere sia una scoperta;
  5. l’insegnante non deve semplificare e abbassare il livello dell’insegnamento, perché ciò non serve al processo educativo. È vero il contrario in quanto il ragazzo non vuole rimanere prigioniero del suo mondo ma è alla ricerca di strade per crescere. E l’insegnante deve offrirgli l’opportunità;
  6. l’insegnante deve però umanizzarsi, farsi scoprire nei sentimenti, nelle debolezze, nella sessualità, nella quotidianità. Questo mantenendo sempre un profilo culturale alto;
  7. la scuola deve far cadere tutti i feticci, in primo luogo quello del ruolo dell’insegnante che col suo autoritarismo può solo terrorizzare i ragazzi;
  8. nella scuola la poesia è relegata a un ruolo minore in quanto non è ritenuta utile ai processi formativi.. Bisogna invece dare importanza prioritaria alla poesia, perché essa può innescare il processo creativo fine a se stesso, non utilitaristico, quindi puro;
  9. si deve cominciare dalla poesia contemporanea perché essa è più vicina per linguaggio e per sentimento a coloro che la devono apprendere,
  10. il processo di apprendimento passa attraverso il sentire: percepire emozioni e trovare le parole per esprimerle. Leggere poesia deve voler dire: sentirne le emozioni, scoprire le proprie, associare alle emozioni le scoperte linguistiche per esprimerle;
  11. le antologie scolastiche sono insulse e sempre vetuste. Le antologie vanno abolite per essere sostituite da materiali vivi e locali;
  12. il dialetto non deve rimanere fuori dalla scuola, esso è fonte primaria di ricchezza della lingua italiana;
  13. il fine ultimo della scuola è creare cultura.
Il Castello di Valvasone. Dipinto di Pasolini (1941)

Il Castello di Valvasone. Dipinto di Pasolini (1941)

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