Un commento di Angela Molteni alla ritrattazione di Pino Pelosi (maggio 2005)

Le dune di Sabaudia

Il  7 maggio 2005, Pino Pelosi, reo confesso dell’assassinio di Pasolini avvenuto trent’anni prima, ritrattò in Tv  la sua prima versione, configurando la presenza di altre persone sulla scena del delitto. Sull’onda dell’emozione per quelle nuove clamorose rivelazioni, Angela Molteni fece uscire su “Pagine corsare” un commento a caldo in cui sollevava dubbi sull’attendibilità di Pelosi, ma nel contempo invitava a riaccendere l’attenzione sull’omicidio di Pasolini,  a suo tempo frettolosamente archiviato,  e a riaprire in modo serio le indagini.

Una breve cronistoria e una riflessione
di Angela Molteni

“Pagine corsare” – 8 / 14  maggio 2005

Al di là di ricostruzioni del tutto esoteriche e arbitrarie, che partono da fantasiose e disinvolte forzature filologiche dell’opera di Pasolini, i fatti reali riguardanti la tragica morte di Pier Paolo Pasolini si possono così riassumere.
Una donna, che si trova a passare sul lungomare di Ostia, vede in via dell’Idroscalo un cadavere disteso su una strada accidentata. È un uomo completamente sfigurato. Si scoprirà qualche ora più tardi che si tratta di Pier Paolo Pasolini.
Sul corpo gli investigatori trovano evidenti segni di pneumatici di un’auto, con la quale qualcuno era passato sul corpo di Pasolini (un’auto che risulterà poi essere quella della stessa vittima), e gravi ferite alla testa e al torace. La faccia deformata dal gonfiore è nera di lividi. Le dita della mano sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà, e quella sinistra divelta, strappata via. Secondo la perizia medico-legale la morte è sopraggiunta per lo sfondamento del torace all’altezza del cuore, dopo che era già in atto un’emorragia cerebrale provocata dalle violente percosse inferte alla vittima. Nell’area circostante vengono trovati i resti di alcuni attrezzi usati per il pestaggio: un paletto e una tavoletta di legno, macchiati di sangue, la camicia dello scrittore (anch’essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli e altro. Alcuni reperti vengono scoperti a 90 metri dal corpo.
Nel corso della notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, quella in cui viene barbaramente assassinato il poeta, scrittore e regista tra i più grandi di quanti  abbia avuto il nostro paese, i carabinieri fermano Giuseppe Pelosi, un giovane di 17 anni, detto ”Pino la rana”, alla guida di un’ Alfa 2000 Gt rubata, che poi risulterà di proprietà dello scrittore. La stessa con quale qualcuno aveva posto il sigillo finale alla sua vita. Pelosi viene portato in caserma. Interrogato dai carabinieri, il giovane ammette il furto e fa cenno a un anello di sua proprietà, che gli investigatori troveranno vicino al corpo di Pasolini.
Arrestato il 2 novembre, Pelosi viene accusato di furto d’auto, ma in carcere si vanta subito, con un compagno di cella, di essere stato lui a uccidere Pasolini. Con il ritrovamento del cadavere e di fronte all’evidenza dei fatti, Pelosi il giorno stesso confessa l’omicidio. Il giovane dichiara di aver incontrato Pasolini la sera del 1° novembre a Roma presso la stazione Termini. Di essere salito in auto con lo scrittore e, dopo una cena in una trattoria vicino alla Basilica di San Paolo, passata la mezzanotte, di aver raggiunto il luogo dove poi fu trovato il corpo.
Lì – Pelosi riferisce agli inquirenti – avrebbe sulle prime accettato e poi rifiutato di avere un rapporto sessuale con lo scrittore. Sceso dall’auto, racconta durante l’interrogatorio di essere stato inseguito da Pasolini che, vistosi respinto, avrebbe reagito violentemente colpendolo con un bastone. A quel punto, secondo Pelosi, sarebbe scattata la sua reazione violenta.
Il percorso processuale della vicenda è relativamente veloce. La sentenza di primo grado è datata 26 aprile 1976, quella d’appello 4 dicembre 1976. La Corte di Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979: Pelosi se la cava con una condanna a nove anni. Ne sconterà soltanto sette, uscendo in semilibertà.
Oggi, maggio 2005, dopo trent’anni, Pino Pelosi clamorosamente cambia versione dei fatti. E dice: «’Non fui io a uccidere Pasolini», rilanciando una pista investigativa mai battuta fino in fondo ma ipotizzata più volte: la possibilità che Pasolini sia stato massacrato da un gruppo di picchiatori, che volevano “dargli una lezione”. Perché Pelosi lo fa soltanto ora? «Perché sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago da sempre quell’omicidio. E poi perché queste persone saranno morte, probabilmente».

Occhiali-Pasolini
Seguendo la trasmissione televisiva di sabato 7 maggio 2005, il primo sospetto che ho avuto è che Pelosi avesse in qualche modo ricevuto qualche “gratificazione” dalla Tv di Stato: per essere più esplicita, che molto semplicemente fosse stato pagato in moneta sonante. Molte persone purtroppo sono disposte a questo e ad altro, a volte per prevaricare, altre volte per motivi futili e banali, spesso per costruirsi un prestigio non ottenibile con le sole qualità personali e con quelle testimoniate dal proprio lavoro. E sono disposte a calpestare chiunque, a utilizzare l’insulto e la calunnia, a strumentalizzare qualsiasi situazione, fosse anche la morte di un innocente, per far trionfare (si fa per dire) le proprie fantasie mentali. Altri, poi, sono prontissimi a cavalcare ogni tesi, anche la più ripugnante, che possa loro assicurare un misero messaggio pubblicitario, o ad appropriarsi di idee altrui pur di raggiungere l’obiettivo di far parlare di sé.
Non ho conosciuto Pelosi, se non attraverso ciò che è stato scritto da lui e su di lui. Ma ho seguito le precedenti interviste in carcere (condotte dalla stessa giornalista Leosini), e la netta sensazione sempre ricavata da tali esperienze è che si trattasse di un bugiardo: mentire parrebbe una sua caratteristica congenita. Una caratteristica comune, d’altronde, a tanti “personaggi” di casa nostra e non solo, più o meno “celebri”.
Pelosi non ha fatto che parlare di circostanze già note, di fatti conosciuti e perfettamente messi in luce, per esempio, dall’arringa dell’avvocato Calvi dell’aprile 1976: non ha aggiunto alcun elemento che potesse sconvolgere la brutalità dei fatti, e nemmeno risvegliare particolare attenzione.
Ora leggo che in una sua interrogazione in Parlamento Vittorio Sgarbi ha espresso un’ipotesi di quel tipo. Egli ha chiesto, infatti, «se la Rai abbia pagato dei soldi a Pino Pelosi». Sgarbi è sempre “sopra le righe”, ma spesso ha sollevato problemi non privi di argomentazioni valide.  L’avvocato Nino Marazzita, difensore di parte civile della famiglia Pasolini, ha poi dichiarato tra l’altro:«Pelosi lo conosco bene, da quando aveva 17 anni, è incapace di dire la verità, dice sempre bugie, ma la Procura di Roma non può non svolgere accertamenti… Pelosi ha deciso di parlare adesso, dopo trent’anni, forse perché ha smanie di protagonismo o perché è spinto da un bisogno economico: lui stesso ha detto che è alla ricerca di un lavoro e sta chiedendo aiuto a tutti».

L'avvocato Nino Marazzita

L’avvocato Nino Marazzita

Dal canto suo, Guido Calvi (anch’egli avvocato di parte civile al processo del 1975-76) ribadisce che «la Procura deve impegnarsi a indagare». Calvi, come accennato, aveva già allora ricostruito in ogni dettaglio le modalità dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Ma nel Tribunale penale che processò Pelosi vi fu una preoccupazione prevalente: quella di “chiudere” al più presto. Così, nel processo all’assassino di Pasolini si tenne conto solo marginalmente del “concorso di ignoti” nell’atto delittuoso: non venne disposta – né effettuata autonomamente da polizia e carabinieri – alcuna altra indagine (mentre sarebbe stato opportuno promuoverla, soprattutto tenendo conto delle inchieste svolte da giornalisti prestigiosi e dagli indizi rilevanti che vennero minuziosamente descritti nel corso del processo). Non venne riservata alcuna attenzione ad altri elementi emersi (per esempio, il golf verde, le sigarette e l’accendino di Pelosi) oppure venne totalmente ignorata una denuncia nella quale erano indicate la sigla (CT) e le prime due cifre della targa di un’automobile che avrebbe seguito quella di Pasolini la sera dell’omicidio.
Vi sono infine le dichiarazioni (di oggi, ma in buona parte note anche all’epoca dell’omicidio di Pasolini, e ribadite – nel tempo – più volte) di Sergio Citti di cui si parla in alcuni degli articoli pubblicati anche su “Pagine corsare”.
Certo, vi sono serie possibilità che non venga fatto alcun passo avanti e che si rischi soltanto di continuare a rigirare il coltello nella piaga di una profonda ferita che continua a essere aperta da trent’anni nell’animo di tutti coloro che amano Pasolini e apprezzano le sue opere, i suoi scritti, la sua stessa vita. Basterebbe pensare alle stragi, da piazza Fontana in poi, il più delle volte concluse “senza alcun colpevole”: molte di queste vicende – è un fatto accertato – hanno visto all’opera i servizi segreti italiani con obiettivi ben precisi. Ma anche a delitti come quelli che hanno riguardato Simonetta Cesaroni, il piccolo Samuele o Marta Russo: in questi casi, anni e anni di indagini, di procedimenti giudiziari, e nessuna conclusione accettabile e accettata. Oppure ricostruzioni subito smentite, impugnate, inattuate. A tutto ciò hanno concorso insabbiamenti, corruzioni, leggi farraginose e contrastanti tra loro, indagini carenti o pressappochiste.
Le ultime dichiarazioni di Pelosi sono quindi da prendere con estrema cautela, indubbiamente. Ma anche con molta attenzione. Occorrerebbero dunque ulteriori indagini. Staremo a vedere; la Procura romana, in un primo tempo contraria, ha fatto sapere che svolgerà un’inchiesta e prenderà in considerazione proprio le dichiarazioni di Pelosi e quelle di Citti.
Certo, l’emozione e l’amarezza sono grandi, e anche l’indignazione, poiché tutto ciò che si sa ora si conosceva anche allora. Ma sarebbe occorsa allora, e ancor più necessiterebbe ora che l’indignazione si tramutasse in mobilitazione, in partecipazione. Occorrerebbe sensibilizzare i giornali, le emittenti televisive, per riuscire a tenere desta più a lungo possibile l’attenzione dell’opinione pubblica su questa terribile vicenda. E, onestamente, in “un paese orribilmente sporco” in cui si scrisse allora che Pasolini “se l’era cercata”, è possibile attuare un tale tipo di impegno che nasce prima di tutto da una presa di coscienza della gravità della situazione, delle situazioni? Ma chi ci crede può farlo, può mobilitarsi civilmente e convintamente: per quanto mi riguarda, certamente lo farò.
“Pagine corsare” inizia oggi a proporre ai suoi visitatori tutti gli elementi reperiti su questa vicenda e continuerà a farlo, anche se si dovesse attenuare la speranza di ottenere verità e giustizia sulla tragica fine di Pier Paolo Pasolini.

P.S. – Sull’eventualità che Pelosi abbia ricavato qualche particolare gratificazione dalla sua collaborazione con la Rai vi è stata la seguente, letterale dichiarazione rilasciata dall’avvocato Marazzita al quotidiano “Il Tempo” l’11 maggio 2005: «È importante sapere se la Rai ha pagato Pelosi». (A.M. , 14 maggio 2005)

 

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