Ritrattazione Pelosi: commenti giuridici e nell’opinione pubblica (maggio 2005)

Reperti del delitto Pasolini

La nuova versione fornita da Pino Pelosi suscitò vari commenti di natura  giuridica, come i due qui riportati e ripresi da “Pagine corsare” da organi di informazione del settore. Va ricordato che, oltre che nell’opinione pubblica, anche in sede politica  il dibattito fu acceso e che il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, segretario della Commissione cultura, indirizzò al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno di allora (maggio 2005) un’interpellanza per fare chiarezza sulle responsabilità del delitto e per restituire a Pasolini l’immagine corrispondente alla sua figura reale, cioè quella, disse, di «una fervida mente culturale del paese». 

Il cugino del poeta, Nico Naldini, non crede al delitto di matrice politica

“Studio Cataldi”/portale di informazione giuridica – 7 maggio 2005

Omicidio Pasolini: secondo l’avvocato dei familiari dello scrittore la Procura dovrà riaprire il caso. Nino Marazzita interviene così sulla nuova versione fornita, a distanza di trent’anni dai fatti, da Pino Pelosi, condannato per il delitto all’Idroscalo di Ostia, a Franca Leosini, la giornalista ideatrice e conduttrice del programma Ombre sul giallo, in un’intervista che andrà in onda stasera su Raitre.
Per il legale, il cui mandato non è mai stato revocato, «’la Procura a questo punto ha l’obbligo di riaprire le indagini. Il primo atto sarà quello di sentire Pino Pelosi e rivoltarlo come un calzino. Le verità arrivano da sole. Certo, dopo tanti anni…»’, ammette il legale parlando con l’Adnkronos. Marazzita, che ha sempre sostenuto che Pino “la Rana” non poteva essere responsabile dell’omicidio di Pasolini («Quando portarono in Procura le foto del massacro, il sostituto procuratore generale stava per svenire di fronte allo scempio di Pier Paolo, mentre Pelosi, seduto sull’auto dello scrittore, non aveva una macchia di sangue», ricorda) è dunque pronto a rioccuparsi della vicenda. «’Il mandato m’era stato conferito dalla madre di Pier Paolo, nessuno lo ha mai revocato, quindi se posso essere utile per la ricerca della verità sono pronto. E’ un dovere morale e umano, e poi sarebbe il coronamento di una tesi che ho sempre sostenuto»’, ha detto il legale.
E sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Roma Walter Veltroni, per il quale le dichiarazioni di Pino Pelosi, che nell’intervista alla Leosini si proclama innocente, «riaccendono interrogativi e dubbi che gli amici del poeta, molti intellettuali e una buona parte dell’opinione pubblica hanno sempre avuto su quel che accadde davvero quella tragica notte del novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia». «Saranno i magistrati – ha aggiunto Veltroni -, se lo riterranno opportuno, a riaprire le indagini. Per tutti coloro che conobbero e amarono Pasolini, le certezze di cui, dopo tanti anni, si fa interprete Pelosi riaprono, insieme con una ferita ancora dolorosa, una domanda di verità che allora non ebbe risposta».
Quello di Pasolini fu un assassinio ”politico” e il riscontro è tutto racchiuso nelle rivelazioni di Pelosi. Guido Calvi, il senatore che all’epoca del delitto curò la difesa dei familiari, è convinto che «la versione di Pelosi, che peraltro ricostruisce ciò che sostenni nell’arringa difensiva, contiene un’aggiunta importante». «Stavolta emerge che i tre, nel trucidare Pier Paolo, avrebbero detto “Sporco comunista”. Una nuova definizione – chiarisce ancora Calvi all’Adnkronos – che conferma il mio sospetto». Sulla base di queste premesse, il senatore sostiene che «la magistratura ora deve individuare i responsabili dell’assassinio. Responsabili che l’inerzia non fece colpevolmente trovare. E non si tratta oggi di riaprire l’indagine, ma di far luce sull’indicazione precisa fornita da Pelosi. Credo che i magistrati debbano essere prudenti: guai se lasciassero cadere nel vuoto la nuova versione».
Scettico il cugino di Pasolini, Nico Naldini, per il quale le rivelazioni di Pelosi nascono dall’«idea di fare del protagonismo» in «un’Italia che vive in uno scollamento totale dalla realtà e chiede spettacolo in continuazione. Assistiamo alla rispettacolarizzazione della morte di Pasolini». Naldini non esclude l’ipotesi che con Pelosi, al momento del delitto, ci fossero altri. Anche se tutto ciò, a suo giudizio, ha un’importanza relativa dal punto di vista criminologico. «Era importante sapere – spiega – se gli altri erano amici di Pelosi o se si trattasse invece di un complotto ideato dalla destra italiana. Io ho sempre escluso questo, perché la destra non aveva alcuna ragione di farlo. Con i suoi articoli Pasolini piaceva sia alla destra che alla sinistra. Non vi era alcuna esposizione di Pasolini nei confronti della destra».

La verità e l’oblio
di Daniela Gaudenzi

“Democrazia e legalità”- 12 maggio 2005

La procura di Roma riapre l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini: lo fa sulla base delle dichiarazioni di Pino Pelosi rilasciate in una intervista a Rai Tre, su quelle clamorose, in primo luogo per non essere considerate da trent’anni, di Sergio Citti e su impulso della memoria depositata dall’avvocato Nino Marazzita rappresentante della parte civile nel processo.
E’ una notizia comunque buona ed incoraggiante anche se la possibilità concreta di accertare la verità dopo trent’anni è tutt’altro che a portata di mano. E’ un’iniziativa senz’altro dovuta perché, come sostengono gli avvocati Nino Marazzita e Guido Calvi, nella versione inedita di Pino Pelosi, pur tra genericità ed omissioni, si configura una nuova notizia criminis; ma c’è sicuramente anche un “dovere morale” della magistratura nei confronti del paese.
Un paese purtroppo «disinteressato a conoscere la propria storia», come dice Marco Tullio Giordana, autore del bellissimo film Pasolini un delitto italiano e del libro omonimo che sarà ripubblicato in autunno, un paese dove «non esiste un’opinione pubblica indignata che vuole sapere la verità» (“il Manifesto”,  8 agosto).
E’ difficile non riconoscere in buona parte la fondatezza di questa analisi impietosa che però non deve condurre alla teoria del “polverone”, dei fantasmi degli anni ’70 che ritornano come in una resa dei conti inspiegabile ma ad orologeria, e in ultima analisi alla amara ed impotente esortazione di Nico Naldini, un cugino di Pasolini. «Spero che la Procura non perda tempo e non faccia perdere soldi al contribuente. La figura di Pelosi va commisurata come valore morale alla sua fedina penale». Sulla base di considerazioni analoghe non sarebbe mai stato possibile alcun processo alla cupola mafiosa.
Il paese è forse un po’ più complesso di come viene descritto ed il sostanziale disinteresse all’accertamento della verità e la mancanza di indignazione si motivano a loro volta, in un perfetto circolo vizioso, con l’assuefazione alle frustrazioni, alle verità negate, alle inchieste insabbiate, ai “legittimi sospetti” che azzerano e azzoppano definitivamente i processi, ai porti delle nebbie e alle avocazioni come anticamera della morte processuale, ai depistaggi, ai testimoni altolocati e manifestamente reticenti, nonché impuniti…
La giustizia negata è diventata un’abitudine, una ordinaria quotidianità, usata per di più sapientemente e fraudolentemente dalla politica, dal ’94 in poi, contro quella parte della magistratura che a Milano e Palermo, ma non solo, ha rotto il velo di contiguità ed il patto di non belligeranza sottostante tra ceto politico e mondo giudiziario.
I magistrati che hanno segnato nettamente e coerentemente questa discontinuità ne hanno pagato e ne pagano le conseguenze fino alla pensione.
L’indagine ed il processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini si inscrive perfettamente nell’universo della giustizia  negata, anzi è paradigmatico. Dall’indagine lacunosa, parziale, a tratti assurda, con prove fondamentali, come la macchina (piena di impronte digitali anche sulla tettoia) lasciata a deteriore sotto la pioggia in totale abbandono, all’esclusione di testi sia in istruttoria che in dibattimento come Franco Citti che aveva parlato con Pasolini prima che uscisse la sera del delitto, che aveva ed ha dei nomi da fare, che ha ricostruito con un filmato quella che lui ritiene essere la dinamica del delitto, che era ed è in grado di riferire il racconto di un testimone oculare.
«A quel tempo la cosa che si temeva di più era fare chiarezza…I giudici hanno fatto un processo disonesto…» (Sergio Citti, “la Repubblica”,   8 maggio). Anche autorevoli fonti giornalistiche, Furio Colombo e Oriana Fallaci per esempio, che sostengono a seguito di loro ricerche, la presenza e la partecipazione al delitto di altri soggetti, come è semplicemente e banalmente ragionevole dedurre, non vengono presi minimamente in considerazione. Come avviene per la segnalazione da parte di Nino Marazzita della presenza all’Idroscalo durante l’omicidio di una 1300 o una 1500 blu targata Catania con tre possibili numeri di targa: mai nessuna ricerca è stata fatta in proposito.
Inspiegabile rimane il ritrovamento di oggetti sulla macchina di Pasolini che non appartengono né a lui, né a Pelosi, così come ne scompaiono inspiegabilmente altri; per non parlare della sproporzione tra la capacità contundente degli oggetti ritrovati con lo strazio terrificante del corpo e dell’assurdità di attribuire ad un’unica persona, un gracile ragazzino di 17 anni,  una capacità distruttiva di quella portata.
Ma, se la prima sentenza si conclude con una condanna di Pino Pelosi in concorso con ignoti, quella di appello e quella di cassazione cancellano il concorso con gli ignoti e ritengono unico responsabile dell’omicidio Pino Pelosi.
Ora a distanza di trent’anni l’unico imputato e condannato, per ragioni che non conosciamo, ha deciso di raccontare una parte della verità a lui nota, pur continuando a tacere su elementi fondamentali: ha detto di non aver in alcun modo partecipato a quell’omicidio, ha descritto un vero e proprio agguato da parte di tre uomini che parlavano in dialetto siciliano e che mentre massacravano la loro vittima gli gridavano “arruso”, “fetuso”, “sporco comunista”, “sporco frocio”… Un quadro non in contraddizione con quanto in quel lontano e cupissimo novembre del ’75 avevamo immaginato in molti, ragazzi, studenti, “intellettuali”, lettori ed ammiratori di quel Pier Paolo Pasolini che con le parole era stato più di una volta massacrato da molti “benpensanti” in modo analogo a quanto hanno fatto con il suo corpo 3 o 5 delinquenti auto o eterodeterminati.
Come ricordava qualche giorno fa Franco Grillini, a Roma negli ultimi 8 anni sono stati assassinati 150 omosessuali; non tutti, si spera, solo perché omosessuali, ma la stragrande maggioranza sì.
E’ un dato che fa pensare, ma sicuramente nessuno di loro aveva subito le aggressioni verbali di rara ferocia che tutti i giorni subiva, con grande compostezza e si potrebbe aggiungere mitezza, Pier Paolo Pasolini, per il solo motivo che quasi nessuno era in grado di competere con lui sul piano intellettuale. Mi ricordo, persino dalle pagine de “L’intrepido”, un giornaletto per ragazzi, un signore che con tanto àplomb aveva inaugurato e anticipato con il suo “Portobello”  la tv spazzatura: Enzo Tortora.
Ma ricordo anche con molta commozione le immagini del funerale, riprese anche nel film di Marco Tullio Giordana, con una partecipazione di amici, cittadini, lettori impressionante per il numero ma anche per l’intensità del dolore e per l’affettuosa compostezza.
C’era e c’è ancora, minoritaria ma orgogliosa quella parte di Italia che non si stanca di chiedere giustizia. 

Pino Pelosi durante la trasmissione di Franca Leosini (7 maggio 2005)

Pino Pelosi durante la trasmissione di Franca Leosini (7 maggio 2005)

Pasolini 30 anni dopo, permetteteci qualche dubbio 

“l’Unità” / Lettere – 13 maggio 2005

Caro direttore,
si riapre il processo Pasolini. Pino Pelosi, condannato per l’omicidio, dopo trent’anni rivede la propria versione dei fatti e sostiene di non aver ucciso il poeta. L’amico regista Sergio Citti, che non ha mai potuto testimoniare, rivela che sa come sono andate realmente le cose. Tutto questo in linea teorica non può non far riaffiorare la speranza di giustizia in chi ha stimato Pier Paolo Pasolini prima e dopo la sua morte. Consentiteci però un dubbio. Mancano sei mesi alla ricorrenza del trentennale dell’omicidio all’Idroscalo e il fatto che il caso venga riaperto in questo preciso momento provoca inevitabilmente delle riflessioni.
Non ce ne vogliano né Pelosi né tanto meno Citti per la nostra diffidenza e il nostro scetticismo, ma la sensazione è che sia in preparazione una bomba mediatica pronta a esplodere ad uso e consumo dei soliti ignoti. Tutto il paese si sta preparando a ricordare la sconvolgente attualità di uno degli intellettuali più profetici del Novecento italiano con convegni, conferenze, proiezioni, dibattiti, mostre. Fin qui niente di male, anzi; ma è la trasformazione della ricorrenza in fenomeno mediatico che ci spaventa. Già Enzo Siciliano qualche giorno fa su “Repubblica” ha definito l’apparizione di Pelosi su Raitre una sorta di reality show. Vorremmo sapere a cosa ci dovremo preparare per i prossimi mesi, perché Pasolini ci aveva messo in guardia proprio contro questo consumismo televisivo. La speranza è che questa volta si osi andare fino in fondo per amore della verità e non dello scoop a tutti i costi, perché non tutti potranno sopportare un secondo funerale. A sostegno di tutto questo non abbiamo prove né indizi, ed è per questo che siamo molto preoccupati.

Francesco Marmorini, Nora Calzolaio

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