Delitto PPP. Una morte esemplarmente politica, di Giorgio Galli (1992)

Giorgio Galli

Nel 1992, 17 anni dopo la morte di Pasolini, Giorgio Galli, illustre storico e politologo, inquadrò il delitto del poeta nel contesto arroventato degli anni Settanta, tra stragismo, tensioni destabilizzanti, servizi deviati e misteri di Stato. Pasolini, con le sue angosciose contraddizioni anche personali, e con la sua implacabile requisitoria contro il sistema di potere incarnato dalla DC, poteva essere il bersaglio più emblematico da colpire e ostracizzare. Da lì la tesi del necessario carattere “politico” della morte del poeta corsaro, ucciso in una azione punitiva andata forse oltre e  al di là delle intenzioni di una semplice “lezione” esemplarmente intimidatoria. Galli ha argomentato questo suo pensiero nel volume collettivo  Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo, edito da Kaos Edizioni di  Milano nel 1992.

La morte di Pasolini. Un delitto politico
di Giorgio Galli (1992)

L’assassinio di Pier Paolo Pasolini è uno dei molti delitti rimasti impuniti e avvolti nel mistero che costellano la storia politica italiana. Le origini di tali oscuri e irrisolti fatti delittuosi risalgono alla stessa genesi della successione della democrazia rappresentativa al fascismo, e la loro intensificazione data a partire dalla strage di Piazza Fontana (1969).
Il delitto della notte tra l’1 e il 2 novembre, tra il giorno dei Santi e il giorno dei Morti del cruciale 1975 (l’anno del “terremoto elettorale”), si colloca al centro di quella seconda fase, che, iniziata appunto con Piazza Fontana e con la “strategia della tensione”, si concluderà virtualmente all’inizio del 1982 con la liberazione del generale americano Dozier rapito e tenuto prigioniero dalle Br, evento che di fatto pose fine agli “anni di piombo”.
Pasolini è una delle personalità più emblematiche e positive della ricca cultura italiana della seconda metà del Secolo e si tratta di una emblematicità e di una positività che derivano dalle stesse sue contraddizioni. Per valutarla mi pare opportuno prendere spunto dall’analisi critica espressa da una personalità rappresentativa del ceto politico dell’Italia di fine millennio quale è il deputato socialista Ugo Intini.

L'auto di Pasolini

L’auto di Pasolini

Intini contesta l’esaltazione di Pasolini in occasione del sedicesimo anniversario della sua morte apparsa sul “Corriere della Sera” (dove il poeta e regista aveva esordito in veste di commentatore politico e di costume), a firma di Giovanni Raboni, il quale di Pasolini aveva ricordato «l’invettiva contro il Palazzo della politica: una definizione e uno slogan destinati ad avere successo e a entrare nella retorica quotidiana».
Sotto il titolo Una lezione artistica e non politica, Intini replica che «reso il giusto omaggio alle qualità artistiche e umane dello scrittore, a distanza di tanti anni ci si dovrebbe tuttavia attendere una riflessione critica… Pasolini non ha dato una lezione né politica né sociologica. Anzi ha rappresentato al massimo livello proprio l’impatto tra comunismo, cattolicesimo conservatore ed elitarismo aristocratico che ha reso anacronistica parte della cultura italiana, con conseguenze a tutt’oggi ben visibili» (“Avanti!”, 5 novembre 1991). Intini sviluppa poi questo suo punto di partenza attraverso una analisi che contiene anche apprezzamenti per talune posizioni politiche di Pasolini («le critiche all’autoritarismo sovietico, la solidarietà manifestata verso i poliziotti aggrediti dagli studenti rivoluzionari del Movimento, la simpatia verso il vecchio Nenni, e il giudizio equilibrato sul centrosinistra»).
In Pasolini erano effettivamente presenti alcuni degli aspetti criticati da Intini. Ma l’insieme di queste contraddizioni faceva del regista-scrittore un simbolo di quanto si mobilitava nella società italiana in modo non anacronistico, bensì per aprire la strada a un ulteriore sviluppo democratico: una mobilitazione alla quale si oppose quanto di peggio esisteva nella società italiana, dal crimine organizzato al reazionarismo sanfedista. E, a mio avviso, proprio in quanto “simbolo” Pasolini venne colpito e ucciso.
Al dramma di questa contraddizione culturale collettiva (l’eterogeneità delle spinte ribelli contro il “Palazzo”) se ne aggiungeva una più “personale”. Prima di cercare di individuare altrui responsabilità, occorre comprendere come in certo modo Pasolini andò incontro alla morte e a “quella” morte, così come in altro modo vi andò incontro Foucault (altro critico della società detta del “capitalismo maturo”, stroncato dall’Aids contratto nei gabinetti degli squallidi bistrot di Parigi, nel segno di una omosessualità per la quale mi sembra doloroso ma necessario il termine “degradata”).
Per Pasolini e per Foucault, l’omosessualità non era infatti gioioso erotismo comportante affinità culturali e sentimentali e una sostanziale pariteticità tra i partner (ovviamente pur nella percezione della “diversità”). Si trattava invece di una omosessualità “mercenaria”, che quasi si nascondeva a se stessa (pur essendo notoria) nel consumarsi alla periferia del sociale, tra “ragazzi di vita” che occorreva pagare per ottenerne le prestazioni.
Un uomo con la personalità e la sensibilità di Pasolini certamente avvertiva questa contraddizione (il dover “comperare” la propria “diversità”), contraddizione tanto più marcata da quando, iniziando, per idea di Piero Ottone, la collaborazione al “Corriere della Sera” su quei temi e in quel periodo, egli si presentava come una sorta di “coscienza morale” dell’Italia civile contro il corrotto potere democristiano (e non, genericamente, contro il “Palazzo della politica”).
Quel tipo di omosessualità è certamente espressione di una storia personale che mi pare ancora difficile conoscere appieno. Come dato storico-culturale, si può anche pensare al prezzo che la cultura maschile occidentale, eIleno-romana e giudaico-cristiana, è quasi indotta a pagare per la repressione del femminile.
In sostanza mi pare si possa affermare che Pasolini andò incontro a quella morte quasi fosse disposto a pagare il prezzo di una contraddizione che viveva drammaticamente. E da questo punto si può partire per analizzare il delitto: da un lato la cautela della vittima, dall’altro una sorta di predestinazione.
La cautela di Pasolini è documentata negli atti processuali, e si era accentuata dopo una precedente aggressione con estorsione che aveva subito. Per spiegare quello che è accaduto, occorre partire dalla successione degli eventi. Emerge che la prima versione, quella di  Ulderico Munzi sul “Corriere della Sera” (3 novembre 1975), presentata in base alle prime, sommarie notizie,  corrisponde quasi integralmente alla versione della Corte d’Appello circa un anno dopo (4 dicembre 1976): l’artista è stato «massacrato» di colpi da Pelosi che «ha poi schiacciato il suo corpo steso a terra con le ruote di una automobile». È questa l’ultima convinzione giudiziaria sul fatto (la successiva sentenza della Corte di Cassazione è ovviamente limitata alla valutazione di diritto).
Alla versione iniziale pubblicata dal “Corriere della Sera” (Pasolini ucciso dal solo Pelosi), segue cronologicamente, a distanza di pochi giorni, quella di Oriana Fallaci e dell’inchiesta de “L’Europeo” (gli assassini erano più d’uno), basata su voci e testimonianze rivelatesi prive di consistenza; la sentenza di primo grado riprende questa interpretazione (pluralità di assassini) sulla base di una serie di indizi. Infine, la Corte d’Appello ripropone la prima versione contestando la validità di quegli stessi indizi.
Si può cogliere il significato di queste successive versioni collocandole nel clima socio-politico in cui si tennero le varie fasi del dibattito intorno all’omicidio. Pasolini viene ucciso quando trame e complotti sono all’ordine del giorno (vedremo come le interpreta lo scrittore), e sorgono subito sospetti circa il fatto che sia stato un ragazzo diciassettenne da solo a uccidere un uomo robusto e guardingo. La posizione pubblica di Pasolini fa sospettare un agguato, e subito compare qualche scritta (“Pasolini come Matteotti”) che si collega alle denunce della sinistra contro ipotizzate “trame nere”.

Oriana Fallaci

Oriana Fallaci

Questo atteggiamento di sospetto dell’opinione pubblica di sinistra è alimentato da quelle che appaiono sensazionali rivelazioni di una prestigiosa giornalista. Ma lo stile vibrante di Oriana Fallaci e l’inchiesta de “L’Europeo” non reggono alla constatazione (documentata dagli articoli e dalle successive deposizioni qui raccolti) che tutta la costruzione si basa su voci incontrollabili, su testimoni inaffidabili, su supposizioni al limite del paranormale. Alcuni elementi (l’intervista “a inseguimento” a uno scombinato giovanotto, l’uomo che si presenta in redazione col passaporto pronto da esibire e che poi scompare) sono di tale inconsistenza da far supporre che solo la tentazione dello scoop, e quella di dare voce a una indignazione e a sospetti diffusi, possano avere indotto una autorevole professionista ad accreditare una tesi insostenibile. Lo scoop che diviene un boomerang blocca ogni altra possibilità di avviare inchieste giornalistiche, pure in un periodo nel quale, da Piazza Fontana in poi, esse erano di grande attualità ed efficacia, avendo contribuito a smascherare versioni ufficiali e di comodo in più di un occasione.
Molti anni dopo, incontrando Barth David Schwartz, autore della monumentale biografia Pasolini Requiem, pubblicata a New York dalla Pantheon nel dicembre 1991, Oriana Fallaci continua a sostenere: «Sono l’unica a sapere tutto, ma non fa niente». (1)
In realtà, i giudici di primo grado, pur deplorando le strumentalizzazioni politiche, ritennero che Pasolini fosse stato assassinato da più persone: «Il clamore che l’episodio ha avuto sulla stampa», afferma la sentenza, «le interpretazioni non sempre obiettive e documentate che sono state proposte, la prospettazione di versioni contrastanti non basate su una “lettura” delle risultanze ma solo sulla scelta aprioristica di una verità di comodo, il settario schierarsi pro o contro una tesi in funzione di preconcette opinioni politiche, tutto ciò ha certamente resa più confusa sin dal primo momento l’indagine, inquinando quella serena atmosfera di ricerca della verità che era indispensabile in un caso così delicato. E questo clima che ha favorito il sorgere di testimonianze fantasiose, di rivelazioni interessate, di auto o etero accuse sostanzialmente pubblicitarie, di ricostruzioni mitomani degli avvenimenti… Nessun serio contributo probatorio alla ricostruzione della verità può venire dalla “versione alternativa” proposta dal settimanale “L’Europeo”, i cui giornalisti sono stati ascoltati come testimoni [che] non hanno ritenuto di poter rivelare le loro fonti di informazione, per cui il Tribunale non è assolutamente in grado di valutare direttamente l’attendibilità delle dichiarazioni».
Sono quindi giudici di primo grado in guardia contro interpretazioni fantasiose che concludono: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». Gli indizi figurano nella sentenza. Cruciale per l’argomentazione è la sproporzione tra i colpi e le ferite inferti a Pasolini e le escoriazioni di Pelosi: «In una colluttazione tra due soggetti», afferma il collegio, «a meno che uno non sia gravemente menomato sul piano fisico, è impossibile che uno solo dei contendenti riporti gravi ferite mentre l’altro esca praticamente indenne dalla lotta. Invece il Pasolini ha riportato rilevanti lesioni, mentre il Pelosi non ha subito significativi traumi. Eppure il Pasolini – come è notorio – non era un vecchio cadente incapace di organizzare una qualche difesa: era agile, aveva un fisico asciutto, praticava lo sport, giocava ancora a calcio in partite regolari».
La Corte d’Appello, oltre a negare, come risulta dagli atti, la validità complessiva degli indizi relativi al concorso di più persone, contestò in particolare questo punto: «Attenta considerazione meritano soprattutto», si afferma, «la sproporzione tra le lesioni riportate da Pasolini e quelle riscontrate sull’imputato e la scarsità delle tracce di sangue di Pasolini sui vestiti di Pelosi… Che questi elementi possano spiegarsi con la partecipazione di più persone è indubbio. [Ma] la sproporzione delle lesioni subite dai due contendenti può trovare una spiegazione proprio ipotizzando che, invece di essere stato aggredito, sia stato Pelosi ad aggredire Pasolini, cogliendolo di sorpresa e menomandone sin dall’inizio la capacità di difesa. Questa supposizione non è affatto contraddetta, come invece si prospetta nella sentenza impugnata, dall’agilità e robustezza fisica di Pasolini, che peraltro era di complessione fisica assai minuta (59 kg di peso e 1.67 m di altezza), poiché Pelosi poté valersi non soltanto della maggiore vigoria della giovane età, ma verosimilmente di una determinazione a offendere che in Pasolini mancò e con tutta probabilità lo portò a colpire duramente per primo e d’improvviso… La Corte deve attribuire mero valore congetturale all’induzione che la sentenza impugnata volle trarre dalla precisione e violenza del calcio ai testicoli, che sarebbe stato inferto da uno dei complici mentre Pasolini veniva tenuto da altri… non potendosi escludere che Pelosi sia riuscito a colpire Pasolini al basso ventre quando l’altro non se l’aspettava». La Corte conclude quindi «di ritenere estremamente improbabile, per tutte le cose dette, che Pelosi possa avere avuto uno o più complici»; ma insiste sul fatto che la sua versione è del tutto inattendibile, che Pelosi intendeva uccidere senza aver subito alcuna violenza e dopo aver accettate preventivamente tutte le prestazioni sessuali che gli potevano essere richieste. Il suo dunque è un omicidio doloso e senza attenuanti, per cui il corpo schiacciato con l’automobile è l’ultimo atto di una serie di iniziative volte a uccidere.

Pino Pelosi in un sopralluogo all'Idroscalo di Ostia (1975)

Pino Pelosi in un sopralluogo all’Idroscalo di Ostia (1976)

Pasolini “massacrato” da un Pelosi indenne, dunque; è questa la spiegazione alternativa: o più persone contro l’artista, oppure l’assassino che lo aggredisce di sorpresa. Tertium non datur, come si direbbe con una espressione latina spesso usata. Ma, nell’uno o nell’altro caso, quali le ragioni del feroce massacro?
Neanche la sentenza di primo grado le può indicare, quando conclude: «La mancanza di un preciso accertamento della causale del delitto non può portare alla esclusione della responsabilità… In realtà possono farsi varie ipotesi: che si volesse rapinare Pasolini, che gli si volesse dare una lezione per un precedente “sgarbo”, che si volesse proteggere il Pelosi alle prime esperienze e che un protettore vigilasse su di lui. Non esistono elementi – di fronte al mutismo sul punto del Pelosi, sempre ancorato alla sua versione difensiva originaria – che possano far preferire una delle causali sopra riportate o anche una causale diversa, allo stato non facilmente ipotizzabile».
Se il Tribunale non può spiegare perché più persone avrebbero massacrato Pasolini, la Corte d’Appello non può spiegare perché lo abbia fatto il solo Pelosi, in una sequenza logica così presentata nelle conclusioni:
«Vi dovette essere fra loro una colluttazione durante la quale Pelosi riuscì ad afferrare Pasolini per i capelli (la ciocca fu ritrovata a otto metri dal cadavere) e a raggiungerlo con violenza ai testicoli. Subito dopo, mentre Pasolini era incapace di difendersi, lo colpì alla testa […] fino a quando Pasolini, che si trovava già in ginocchio, cadde a terra anche col tronco, rantolando. Nello stesso tempo, si deve affermare che dal racconto dell’imputato non appare verosimile che Pasolini abbia posto in essere un tentativo di violenza carnale o altra immotivata aggressione fisica… L’azione finale si collegò, nella sua fredda determinazione, a quella precedente, quando Pasolini ormai in balia del suo aggressore fu colpito ripetutamente, senz’altro scopo che quello omicida, alla testa e alla nuca. Allo stesso modo Pelosi, salito sull’automobile, non soltanto non si curò di evitare il corpo giacente a terra, ma si diresse decisamente su di esso e non cambiò direzione che quando l’ebbe schiacciato con le ruote… La certezza che egli ha perpetrato un omicidio volontario senza trovarsi in stato di legittima difesa si rafforza. Ritiene cioè la Corte che i lati oscuri che rimangono nella vicenda – ivi compresa la marginale incertezza intorno all’ipotesi che Pelosi abbia potuto non essere solo – non tolgono nulla alle certezze acquisite intorno alla natura dolosa del ferimento e del successivo investimento di Pasolini da parte dell’imputato. Si deve infine rilevare che questo giudizio non è minimamente ostacolato dal mancato appuramento dei motivi del delitto… L’impossibilità di identificare la causale del reato non pregiudica il giudizio di colpevolezza».
Dunque entrambe le sentenze concordano sui punti oscuri e sulla impossibilità di stabilire le ragioni di un delitto compiuto con tanta ferocia. La contrapposizione delle conclusioni (uno, oppure più assassini) non può stupire, se si pensa che i processi indiziari di un drammatico quindicennio di storia italiana (da Piazza Fontana, 1969; alla strage di Natale, 1984) si concludono con sentenze che, in gradi diversi. variano addirittura dalla comminazione dell’ergastolo all’assoluzione, appunto per la difficoltà di trasformare in prove certe indizi labili.
Acclarato dunque l’impegno col quale i magistrati dei due gradi (e poi quelli della Cassazione) hanno lavorato per giungere il più vicino possibile alla verità, per tentare di spiegare quanto sta dietro l’omicidio sul lungomare di Ostia, occorre ampliare l’ambito della analisi: da quello giudiziario al contesto politico, che entrambe le sentenze lasciano sullo sfondo (salvo i riferimenti dei giudici di primo grado). Del resto anche “L’Europeo” esclude il “delitto politico” e trova “delirante” l’analogia con Matteotti.
Va premesso che dai fatti descritti emerge che Pelosi (coi complici del suo ambiente, se ne ha avuti) non solo non aveva ragioni per uccidere Pasolini, ma ne aveva molte per non farlo. L’artista era una fonte costante di reddito facile (per il suo oscuro bisogno di cui si è detto all’inizio). Era una conoscenza importante e forse da utilizzare: come risulta dagli atti, Pelosi e i suoi amici gli chiedevano scherzosamente se avrebbero potuto avere qualche parte in un film… Perché distruggere una fonte di reddito e prospettive di ulteriori vantaggi quando Pelosi, ladro d’auto e uso a ogni tipo di prestazioni sessuali, poteva incassare ventimila lire senza fatica alcuna?
Va aggiunto che Pelosi, come risultato dalle perizie e dal comportamento, è un ragazzo rozzo ma scaltro, che per oltre un anno, dal momento dell’omicidio alla sentenza d’appello, non cede di un millimetro dalla sua inattendibile versione; la Corte d’Appello parla della «accortezza con la quale in dibattimento l’imputato ha cercato di attenuare, con parziali abili modificazioni, la portata di precedenti ammissioni», sgusciando abilmente tra reticenze, bugie e contraddizioni.
Va infine rilevato (è la parte utile dell’inchiesta de “L’Europeo”) che Pelosi sin dall’inizio cambia avvocato, scegliendo quello che ha difeso i giovani di destra autori di un altro atroce delitto al Circeo (una ragazza massacrata, un’altra gravemente ferita).
Se Pelosi e gli amici del suo ambiente avevano dunque l’interesse a un Pasolini vivo; se non poteva sfuggire il rischio che si correva uccidendo un uomo di grande notorietà a difesa della cui memoria metà del Paese avrebbe chiesto una punizione esemplare per un assassinio tanto feroce, che cosa poteva indurre un incolto ragazzo diciassettenne a comportarsi come si è comportato, prima e dopo il delitto, sino a vantarsi, appena giunto in carcere come colpevole di un semplice furto d’auto, di aver ucciso Pasolini, e arrivando a mimare le sequenze del delitto per il fotografo di un settimanale?
Vi è una sola situazione che può dare una risposta coerente e convincente a tutte queste domande: Pelosi è stato contattato per attirare Pasolini in un agguato: ha avuto una grossa ricompensa per farlo; gli è stato garantito che sarebbe stato adeguatamente protetto e tutelato. Di fatto, minorenne e nonostante la ferocia del comportamento, è uscito dal carcere dopo pochi anni, per riprendere la vita di prima, tra furti e detenzioni, dopo aver presumibilmente sperperato quanto riscosso per il suo operato da killer. Tale è infatti la sola spiegazione possibile di quanto ipotizzato nella sentenza della Corte d’appello: un colpo a sorpresa (ma con la difficoltà di spiegare il contemporaneo strappo della ciocca di capelli), seguito da una gragnuola di colpi e dal colpo di grazia con le ruote dell’auto.
Se si parte dall’ipotesi che Pasolini, nonostante la sua cautela, abbia potuto essere attirato in un agguato, si riduce l’importanza della presenza attiva di più persone. Qualcuno poteva essere sul luogo per aiutare Pelosi (tesi del Tribunale), oppure questi ha agito fulmineamente da solo (tesi della Corte d’Appello), magari controllato sul posto da qualcuno non attivo ma pronto a intervenire in caso di necessità.
Questa ipotesi richiede una spiegazione su chi e perché abbia contattato Pelosi a quello scopo. Sul “chi” non occorre affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni sono gremite di poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato che fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione e di autentica stabilizzazione politica. Non vi è che l’imbarazzo della scelta. Pelosi è stato uno strumento. Ora può continuare la sua vita di emarginato senza gloria, perché, se volesse raccontare qualcosa, sa quel che gli costerebbe e che nessuno gli crederebbe.
Quale era l’obiettivo dell’agguato? Personalmente ritengo probabile una delle “causali” suggerite dal Tribunale: si voleva “dare una lezione” a Pasolini, ma non per uno “sgarbo”, bensì per quello che egli rappresentava nel momento politico, così come, un paio d’anni prima per la stessa ragione, si era voluta dare una “lezione” all’attrice Franca Rame.
Pasolini, si è detto, viveva una contraddizione angosciosa. Non perché fosse omosessuale, ma perché si avvaleva del suo denaro e del suo prestigio per ottenere prestazioni sessuali: una posizione tanto più difficile, quanto più egli era divenuto espressione della “coscienza pubblica”, di quegli stessi settori di opinione i quali contestavano il sistema di potere soprattutto della Dc, partito che egli proponeva addirittura di sottoporre a una sorta di Processo palingenetico.
Pasolini aveva perfettamente capito il processo di apparente destabilizzazione in atto e del quale sarebbe rimasto vittima. Stava per recarsi al congresso del Partito radicale, dove avrebbe probabilmente proseguito la riflessione della quale sono passaggi cruciali l’articolo sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974 e l’intervista a Massimo Fini, proprio su “L’Europeo” (coincidenza significativa), del 26 dicembre successivo.
L’articolo sul “Corriere” è ampiamente riportato nell’arringa dell’avv. Guido Calvi. L’intervista a “L’Europeo” parte dalle stragi definite “fasciste” e con un accenno a Matteotti che suggerisce un’altra coincidenza (aldilà del citato “Pasolini come Matteotti”): anche al leader socialista si voleva “dare una lezione” (espressione usata da Mussolini) che si trasformò in un omicidio per cause e con un retroscena ancora non chiariti.
Pasolini dichiarava a Fini nel Natale del 1974, il suo ultimo Natale:

C’era stato il delitto Matteotti, certo, ci sono state altre vittime da tutte e due le parti, ma la prepotenza, la violenza, la cattiveria, la disumanità, la glaciale freddezza dei delitti compiuti dal 12 dicembre 1969 in poi non s’era mai vista in Italia. Ecco perché c’è in giro un maggior odio. Soltanto che quest’odio si dirige, in certi casi in buonafede e in altri in perfetta malafede, sul bersaglio sbagliato, sui fascisti archeologici invece che sul potere reale. Prendiamo le piste nere. lo ho un’idea, magari un po’ romanzesca, ma credo giusta, della cosa. Il romanzo è questo. Gli uomini di potere, e potrei addirittura fare nomi senza paura di sbagliarmi – comunque alcuni degli uomini che ci governano da trent’anni – hanno prima gestito la strategia della tensione a carattere anticomunista, poi, passata la preoccupazione dell’eversione del ’68 e del pericolo comunista immediato, le stesse identiche persone hanno gestito la strategia della tensione antifascista.

Pasolini precorreva così una interpretazione che oggi ha trovato sostanziale conferma, con l’ulteriore sviluppo della successiva evoluzione degli “anni di piombo”, di nuovo in chiave anticomunista contro il pericolo dell’accesso del Pci al governo. Dalla sua convinzione circa la responsabilità della Dc derivava la proposta di un Processo. Ma la Dc temeva non un processo, bensì il rischio elettorale rappresentato da un Pci col 33 per cento dei voti e un Psi al 12, più l’1 per cento della “nuova sinistra”: un totale del 46 contro il 35 dello scudo crociato.
Occorre citare qualche testo per capire la situazione dell’ottobre 1975, l’ultimo mese di vita di Pasolini. Il 28 agosto 1975 “Il Mondo” pubblica una sua lettera al “Caro Ghirelli” col titolo Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, nella quale alla fine afferma:

In conclusione, il Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l’Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità straordinaria di reati, che io denuncio solo moralmente… Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini), o la moralità dei comunisti, non servono a nulla.

Colpiscono le coincidenze del riferimento al processo penale (lo si farà per il suo omicidio) e a Aldo Moro (che rimarrà vittima della finta destabilizzazione). Col titolo Il Processo questa tematica verrà ripresa sul “Corriere della Sera” (24 agosto 1975), con le successive Risposte (9 settembre 1975) alle critiche di Leo Valiani e di Luigi Firpo. La sua intervista conferma che ci vuole il processo è infine una lettera al presidente Leone (“Il Mondo”, 11 settembre 1975) che così conclude: «E solo attraverso il processo dei responsabili che l’Italia può fare il processo a se stessa e riconoscersi».

L'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, luogo della strage di piazza Fontana, dopo l'esplosione della bomba (12 dicembre 1969)

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, luogo della strage di piazza Fontana, dopo l’esplosione della bomba (12 dicembre 1969)

Fu a questo punto che scrissi su “Panorama” una Opinione  (25 settembre 1975) dal titolo Non occorre un Processo. Pasolini rispose su “Il Mondo” il 16 ottobre 1975,  uno dei suoi ultimi scritti, due settimane prima dell’assassinio. Scrisse di

silenzio da parte di tutti coloro che potrebbero parlare. Giorgio Galli che, di serio, non si limita ad avere il doppiopetto, si fa portavoce di quel silenzio, dicendomi, civilmente, che il processo sarebbe inutile. Ma il processo a Nixon è stato utile o inutile? D’altra parte, nell’ipotesi, del resto utopistica, che tutti i processi “fermi” fossero portati a termine da una magistratura indipendente e al di sopra del potere politico, si giungerebbe fatalmente al Processo di cui parlo io.

Conclusione: si voleva “dare una lezione” all’uomo che voleva processare la Dc. E gliela si voleva dare in una situazione tale (mentre pagava ragazzini per sodomizzarli) che avrebbe offuscato la sua figura di scrittore-moralista. Ritengo che non vi fosse il proposito di ucciderlo, anche per la preoccupazione delle reazioni di una pubblica opinione spostata a sinistra. In ogni caso venne preparato un agguato, che si concluse con un assassinio. Si noti la coincidenza tra la frase di Pasolini sulla “glaciale freddezza” delle stragi di Piazza Fontana, Brescia, Bologna, e la “fredda determinazione” di cui parla la Corte d’Appello nel descrivere Pelosi che passa con l’auto sul corpo della vittima.
Sembra di cogliere una sorta di preveggenza in Pasolini, in quel suo insistere in pratiche che lo rendevano vulnerabile, nonostante la cautela. E ricca di coincidenze è la polemica con Carlo Casalegno, che lo criticava su “La Stampa”.
In un “frammento” inedito, presumibilmente datato novembre 1974 (sarebbe morto un anno dopo nello stesso mese), Pasolini scriveva:

In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale. C’è una sola eccezione. Si tratta di una decina d’anni fa. Per strada – era verso sera – un gruppo di fascisti mi ha aggredito. C’erano con me dei giovani compagni: ed è stata soprattutto la violenza usata contro di loro che mi ha esasperato. Abbiamo risposto con altrettanta violenza ed essi hanno battuto in ritirata. Io ho cominciato ad inseguire il più scalmanato.

Pasolini descrive questa «corsa forsennata» che si conclude quando il giovane «si dilegua». Pasolini furente che insegue un giovane: è la descrizione che Pelosi fa della notte di Ostia, una descrizione falsa che ricorda una situazione vera. Pasolini conclude:

L’indignazione suscitata in me da quel miserabile fascista dieci anni fa, non è nulla in confronto all’indignazione che ha suscitato in me, in questi giorni, un articolo di un sedicente antifascista: il vice-direttore de “La Stampa”, Carlo Casalegno.  (ora in Scritti corsari).

Sullo stesso tema, scrive su “Panorama”: «Quanto all’affermazione di Casalegno su una mia “nostalgia di un passato anche tinto di nero”, sia ben chiaro: se egli osa ripetere qualcosa di simile, salgo a Torino e passo a vie di fatto». Lo scritto, che preannunzia, sia pure in forma forse ironica, una violenza, comunque almeno verbalmente una sorta di seconda “eccezione”, porta la data del 7 novembre (sempre il mese della morte, un anno dopo). In un altro novembre, tre anni dopo, Casalegno sarà colpito a morte dalle Brigate rosse (ferito il 16, si spegnerà il 29). È la violenza della finta destabilizzazione, del “romanzo” anticipato da Pasolini. Sono delle coincidenze che concludono il dramma del litorale di Ostia.
Il ricordo di Pasolini è ancora forte. All’inizio del 1992, commentando il peraltro inutile atto d’accusa del Pds contro il presidente Francesco Cossiga, Ruggero Puletti vi vede «una sorta di prefigurazione di un “processo” pasoliniano al Palazzo» (“Avanti!”, 3 gennaio 1992). Ma intanto, sotto il titolo Giù le mani da Pier Paolo, Giampiero Mughini segnala, nell’anniversario della morte, che «dagli ex comunisti ai giovani missini, tutti rivendicano l’eredità politica del poeta… Ecco “l’Unità” fare omaggio dei suoi scritti saggistici. “Il Sabato” non perde occasione per esaltare l’eredità morale del poeta… Per non dire dei giovani missini di “Fare Fronte” che hanno organizzato un dibattito all’Università di Roma dove Pasolini sarà celebrato assieme a Ernst Junger e a Augusto Del Noce» (“Panorama”, 17 novembre 1992); la segnalazione si conclude col ricordo di quello che qui ho presentato come un dramma e che sembra un fatto marginale:

Dario Bellezza era stato tra i primi, in un suo pregevole libretto del 1980, a sostenere che il tragico destino di Pasolini, la terribile notte del 2 novembre 1975, s’era compiuto sul terreno della ricerca del piacere, e non su quello di un eventuale complotto. “Ho sempre pensato che dietro la polemica di Pier Paolo contro la modernizzazione vi fosse innanzitutto un suo trauma personale, privato. Si erano fatti difficili i suoi rapporti sessuali con i ragazzi di vita, perché questi ragazzi non erano più freschi e ingenui come al tempo della sua giovinezza. Dacia Maraini lo rimproverava di questo, che si lamentasse del fatto che questi ragazzi volessero essere pagati e non gli bastassero i soldi della pizza. ‘Sanno che tu sei un regista famoso e dunque ti chiedono i soldi. Come puoi pensare che vogliano tornare indietro e contentarsi di quello che avevano una volta?’, gli diceva Dacia. E Pier Paolo si infuriava”.

 Che si possa considerare “piacere” quello ricavabile da un ragazzo come Pelosi, è di per sé un dramma, ed è questo che rende possibile il “complotto”; un dramma che si manifesta nel fatto che Pasolini, che pure tenta di capire anche i fascisti e che oggi i giovani missini rivalutano ai propri occhi, vede solo in termini di “giornate di Sodoma” il dramma di altri giovani, volontari nell’esercito della Repubblica sociale di Mussolini. Invece giustificava i partigiani comunisti che pure gli avevano ucciso l’amato fratello, anch’egli partigiano, ma non comunista.
L’intreccio di contraddizioni psicologiche e cultural-politiche che certamente caratterizzò Pasolini è così una ragione ulteriore per apprezzarne la vita e per capirne la morte. Anche se, come si è detto, stava per recarsi al congresso del Partito radicale, non ne condivideva l’iniziativa di raccogliere le firme per un referendum che depenalizzasse l’aborto. Sul diritto alla vita del concepito la sua posizione era quella cattolica. Ma dalla tribuna del congresso avrebbe chiesto forse con ancora maggior vigore di processare la Dc per il malgoverno e per le stragi. La sua esortazione avrebbe avuto ulteriore eco sul maggior quotidiano italiano e sulla stampa nel suo insieme. Glielo si volle impedire: probabilmente senza ucciderlo, ma in circostanze tali che ne avrebbero compromessa la figura morale. E’ una ipotesi del tutto verosimile, ci sono gli indizi, ma mancano le prove, così come era accaduto per le stragi che avevano insanguinato l’Italia, che egli denunciava, e per quelle che ancora sarebbero seguite, dopo la sua morte, sino a destabilizzazione conseguita. Il suo assassino è libero, così come liberi sono gli autori senza nome e senza volto delle stragi. Così il cerchio logico e quello simbolico si chiudono contemporaneamente sulle vittime alle quali non è stata resa giustizia.

La foto si riferisce all'intervista di Pasolini registrata a Parigi il 31 ottobre 1975 per il programma televisivo "Dix de der" condotto da Philippe Bouvard su Antenne 2. Il giorno successivo, a Roma, Pasolini avrebbe rilasciato un’ultima intervista a Furio Colombo per il supplemento letterario "Tuttilibri" del quotidiano "La Stampa".

La foto si riferisce all’intervista di Pasolini registrata a Parigi il 31 ottobre 1975 per il programma televisivo “Dix de der” condotto da Philippe Bouvard su Antenne 2. Il giorno successivo, a Roma, Pasolini avrebbe rilasciato un’ultima intervista a Furio Colombo per il supplemento letterario “Tuttilibri” del quotidiano “La Stampa”.

A molti anni di distanza, all’inizio del decennio di fine Secolo, nessuno ha osato dire che si trattava di una morte necessaria, come è stato detto di altre analoghe, per conseguire la grande vittoria del “mondo libero” sul comunismo. Lo si è invece ricordato con rispetto, anche da parte dei suoi avversari più accaniti. Una prova ulteriore dell’omologazione che egli deplorava. Forse, tuttavia, anche il segno di una rinnovata e non effimera attenzione. Il quotidiano che ha ospitato gli scritti coraggiosi che gli sono costati la vita dedica oggi a Pasolini intere pagine, e ancora Giovanni Raboni scrive:

Non è facile, non sarà mai facile sbarazzarsi di Pasolini… allontanandolo nell’immagine gloriosa e inoffensiva del grande poeta o scrittore o cineasta, le cui idee o prese di posizione in campo morale e politico, “giuste” o “sbagliate” che fossero, non contavano e – soprattutto – non contano, non ci interessano, non ci riguardano più… La grandezza di Pasolini… non è soltanto inseparabile dall’acutezza, dall’audacia, dalla vitale e “scandalosa” inquietudine delle sue idee, ma consiste, alla lettera, in esse, e questo spiega perché [non sia] entrato in questa sorta di limbo… Questo destino che non ha risparmiato, credo, nessuno dei protagonisti dalla cultura del dopoguerra, da Sartre a Barthes, non ha nemmeno sfiorato Pasolini. (“Corriere della Sera”, 12 gennaio 1992)

E a sua volta “Panorama”. che pure lo aveva ospitato, sottolinea il ruolo di Pasolini quale critico anticipatore della crisi del nostro sistema politico, intitolando il servizio Il gran picconatore e citando Giuliano Ferrara che «coglie l’occasione di una delle sue apologie delle esternazioni di Francesco Cossiga, per sostenere che Pier Paolo Pasolini avrebbe picconato gli stessi bersagli, se fosse ancora vivo… A Pasolini ieri erano riservati i roghi, oggi gli osanna… Uomo di tutti i dolori, di tutte le contraddizioni, da cui germinò la sua altissima poesia. Altro che imbalsamazioni ove Pasolini serve a tutto e a tutti. Altro che gara a non potersi non dire pasoliniani» (19 gennaio 1992).
Oggi. E ieri, dopo l’assassinio, l’essenza della sua lezione giungeva persino a un periodico femminile di intrattenimento quale “Brava!”, che riportava La ballata delle madri (suggerendo di leggere Poesia in forma di rosa) con questo commento di Rudy Stauder: «Nei giorni della tragedia e delle lacrime ripresi in mano il libro. Ritrovai intatti gli insegnamenti di vita di Pasolini: il rifiuto del compromesso, l’amore per le grandi virtù, il coraggio di essere coerenti, di essere se stessi, anche se diversi dal prototipo sociale. Questo suo coraggio, questa coerenza, Pasolini li ha pagati con la vita».
Coerenza pagata con la vita. Coerenza pur contraddittoria, perché, amando la madre e non intendendo le donne, presentava come “servili” e “feroci” le donne-madri, tante volte ribelli e tante volte sconfitte, dalle maghe e baccanti, come la sua Medea con la Callas, alle gnostiche, alle streghe. Ma comunque coerenza e rifiuto del compromesso. E che queste fossero le vere ragioni del delitto era evidente mentre era appena stato compiuto per fermare, in un momento cruciale, una lezione che – come ricorda Raboni – sarebbe sopravvissuta al tempo.
Delitto, dunque, sostanzialmente politico, anche se non voluto sino alle estreme conseguenze. Delitto che non si spiega se non nel clima politico dell’autunno 1975. La Dc era stata sconfitta due volte, nel 1974 (referendum sul divorzio) e pochi mesi prima, nelle elezioni del 15 giugno. Si sentiva “assediata”, come ebbe a scrivere uno dei suoi leader, già segretario e poi presidente del Partito, Flaminio Piccoli. Il primo maggio i vietnamiti di Ho Chi Minh conquistavano Saigon, gli americani sgomberavano il Vietnam, si sentivano dirigenti democristiani paragonare alle “macchie di leopardo” (la zona dove si era insediata la guerriglia in Vietnam) le nuove amministrazioni di sinistra che si insediavano un po’ ovunque in Italia, accerchiando il potere della Dc.
In questo clima matura la decisione di dare un colpo d’avvertimento, di tacitare, con l’agguato e col discredito, la voce di chi chiedeva di processare la Dc dalle colonne del maggior quotidiano italiano. Oggi questo clima è remotissimo. Anche allora la Dc non correva reali pericoli, perché la sinistra, preoccupata e incerta, non intendeva percorrere le possibili strade di cui si parlava nel mio commento alla questione del Processo. Ma poiché la Dc appariva assediata si volle aprire una breccia nell’assedio facendo tacere una delle voci più forti dei supposti assedianti.
Appunto perché oggi questo clima è lontano, perché il sistema mondiale comunista è crollato, il Pci si è scisso, vi è chi sostiene che sia stata positiva la permanenza al governo della Dc, che l’Italia ha evitato così rischi peggiori; ma anche allora persino “L’Europeo” escludeva che si trattasse di un “delitto politico”. Invece di questo precisamente si è trattato. Il poeta lo ha reso possibile con una abitudine di vita che si è tradotta in una sorta di vocazione al sacrificio. Ma altri (e come si è detto non vi è che l’imbarazzo della scelta, tra servizi deviati e malavita organizzata, che due anni dopo avrebbero svolto un ruolo tuttora non chiarito nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro) hanno sfruttato quell’abitudine e quella vocazione per predisporre un agguato poi risultato mortale, probabilmente al di là delle intenzioni.
Gli ampi estratti degli atti istruttori e processuali qui pubblicati forniscono tutti gli elementi utili a corroborare questa tesi. Essi completano la biografia di Pier Paolo Pasolini, e sono una ulteriore spiegazione del perché il suo messaggio permane.

Note
(1) Andrea Jacchia, su “L’indipendente”, 18 dicembre 1991. Il fallito scoop di Fallaci viene ricordato da Ugo Intini  in una critica ai “salotti” definiti “radical chic”: «Oriana Fallaci – scrive tra l’altro – non tentò forse di dimostrare, di fronte ai lettori e ai giudici, che Pasolini era stato assassinato da un complotto fascista e di Stato?» (“Avanti!”, 15 gennaio 1992).

Info

Cronologia degli eventi processuali su Pino Pelosi

2 novembre 1975 / Pier Paolo Pasolini viene assassinato
2 novembre / Arresto di Pino Pelosi. Interrogatorio
5 novembre / La madre di Pasolini si costituisce parte civile. Nuovo interrogatorio dell’imputato
13 novembre / Interrogatorio dell’imputato
15 novembre /  Altro interrogatorio dell’imputato
28 novembre / Perizia medico-legale
9 dicembre / Interrogatorio dell’imputato

2 febbraio 1976 / Prima udienza al Tribunale dei minori di Roma
5 febbraio / II udienza
7 febbraio / III Udienza
9 febbraio / IV udienza
12 febbraio / V udienza
16 febbraio / VI udienza
26 febbraio / VII udienza
4 marzo / VIII udienza
8 marzo / IX udienza
9 marzo / X udienza. Accesso sul luogo del delitto
11  marzo / XI udienza
5 aprile / XII udienza
12 aprile / XIII udienza
22 aprile / Udienza di discussione della parte civile e del pubblico ministero
24 aprile / Udienza di discussione della difesa
26 aprile / Sentenza di Primo grado
4 dicembre / Udienza in Corte d’Appello e sentenza

26 aprile 1979 / Sentenza della Corte di Cassazione

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