I ricordi di Nino Marazzita, avvocato di parte civile della famiglia di PPP (2005)

carcere

Ancora altri interventi sul delitto Pasolini. Tra essi anche i ricordi e le riflessioni dell’avvocato Nino Marazzita, legale di parte civile per conto della famiglia fin dal 1975. 

Marazzita: “Procura Roma obbligata a indagare”
“L’Espresso” – 13 maggio 2005

L’avvocato Nino Marazzita, legale di parte civile della famiglia Pasolini assieme al collega Guido Calvi, non ha dubbi: «La Procura di Roma ha l’obbligo di riaprire un fascicolo contro ignoti sulla morte dello scrittore. E’ vero: dopo trenta anni, se non impossibile, è altamente improbabile che si faccia luce sul caso e si individuino altri responsabili. Ma, intanto, la magistratura deve convocare e interrogare Pelosi”.
Marazzita non si dice per nulla stupito di quanto sostenuto da Pino “la Rana”: «Io lo avevo sempre pensato. Pasolini è morto triturato e maciullato e non certo perché è stato travolto da un’auto. Lui morì effettivamente perché il suo dorso fu schiacciato dalla ruota destra della vettura, ma il cadavere presentava lesioni varie e vaste perché era stato colpito da corpi contundenti. Pelosi non aveva neppure una macchia di sangue, tranne una sulla fronte rimediata nell’aggressione che la notte del 2 novembre del 1975 avrebbe subito da alcune persone che lo immobilizzarono sulla rete di recinzione del campo di calcio. Di queste persone Pelosi non fornisce dati concreti e precisi, ma il compito della magistratura è proprio quello di approfondire la questione».

Furono gli “scritti corsari” a fare uccidere Pasolini
di Maurizio Liverani

“l’Opinione” – 13 maggio 2005

Il sospetto che non sia stato Pino Pelosi – unico condannato per l’omicidio – è avvalorato anche dal grande amico di Ppp Sergio Citti. Anche l’amico Enzo Siciliano si domanda qual è quel «fetuso comunista» che Pelosi, nella terribile notte dell’omicidio, sostiene di aver ascoltato. Nei famosi scritti “corsari” sul “Corriere della Sera” lo scrittore friulano era sempre impegnato contro l’oppressione comunista, soprattutto in Romagna; ma non si lasciava tentare dall’avventura dell’impegno politico.
Nei suoi scritti non c’è via d’uscita da una condizione soffocante. Non riconosce alla sinistra alcuna intenzione d’infrangere l’omertà, se non il servirsene a fini di propaganda politica. Non è difficile immaginare il perché del “siluramento” post mortem di Pasolini in una sinistra che ha sempre posto il burocrate, il funzionario, l’intellettuale “organico” al di sopra dell’homo sapiens. Pier Paolo non perdonò mai le “mani sporche” dei partigiani rossi che uccisero a Porzûs il fratello, partigiano senza colore politico. La subordinazione della letteratura alla politica comunista è stata ed è, tuttora, la piaga italiana del nostro tempo. In Petrolio, uscito postumo, Pasolini dimostra come il Pci abbia approfittato largamente, per ragioni puramente decorative ed esteriori, dei “librieri” italiani (gli scrittori sono un’altra cosa). Nel bel libro Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri) Carla Benedetti, docente all’Università di Pisa, spiega come all’impegno reclamato dal Pci l’autore del Sentiero dei nidi di ragno e del Barone rampante si sia adattato lasciandosi sbandierare quale fonte di grande orgoglio del partito comunista. Allorché apparve il libro di Carla Benedetti, Ferdinando Camon scrisse sulla Stampa: “Credo che la Benedetti dica cose giuste, ma troppo presto…L’etica dominante ha una sua idea della letteratura…Cara Benedetti domani avrai ragione. Oggi hai torto. E la pagherai”. Qual è la colpa di Pasolini? Di aver scritto: “il rischio della impopolarità fa più paura nell’intellettuale italiano del vecchio rischio della verità” (Petrolio). Ancora: “adattandosi alla propria denigrazione, l’intellettuale è insieme incarnazione di un bisogno inestinguibile di cambiamento…”. Pasolini sapeva che dopo la morte, forse cercata, le catene d’oro delle quali fu caricato dagli “strumentalizzatori” politici gli sarebbero rimaste addosso per trascinarlo al fondo dell’oblio.
Lo scrittore friulano non sapeva fare “economia” della verità. Al momento della morte – nella quale Pelosi si dichiara estraneo – una presenza curiosa, ricordata da Enzo Siciliano, è stata quel “fetuso comunista” con accento siciliano.  Presenza che lascia supporre che l’incarico di uccidere Pasolini sia stato assegnato forse alla mafia da poteri indispettiti dagli scritti “corsari” ormeggiati nella stampa confindustriale.

L'avvocato Nino Marazzita

L’avvocato Nino Marazzita

Marazzita: “Pasolini: è ancora giallo”
intervista a cura di Paolo Andruccioli

www.poliziaedemocrazia.it –  marzo 2005

Il delitto dello scrittore, in linea puramente teorica, aveva  due possibili mandanti politici: sia la destra che la sinistra. I magistrati non vollero approfondire.
Comincerei ricordando l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, che nel ’75 ha fatto discutere. Si sono mischiati vari aspetti, ma non si è mai capito se c’era un mistero, se era un giallo oppure solo un fatto di costume. Come fatto di costume era un omicidio che faceva pensare a due possibili mandanti ideali, non nel senso criminale della parola.
Pasolini aveva un conto sempre aperto con la destra, nello stesso tempo aveva un conto aperto con la Democrazia Cristiana: sono famosi i suoi fondi sul “Corriere della Sera” in cui diceva che la Dc non era un partito ma un’associazione per delinquere e che bisognava intervenire. Nei suoi pezzi diceva tutto quello che pensava della Democrazia Cristiana e il ritornello ricorrente era “io so, ma non ho le prove”.
In una chiave esclusivamente teorica, quel delitto aveva quindi due possibili mandanti, che potevano creare una situazione di impunità nei confronti di chiunque avesse intenzione di fargli del male. L’omicidio poteva essere l’atto più estremo, ma anche l’insulto, tentativi di aggressione che si erano realmente verificati. Soprattutto dalla parte della Dc e dell’estrema destra di quel tempo, c’era questa ghettizzazione – questo levare l’acqua dalla vasca come si fa con i pesci – per dare una specie di impunità all’aggressione.
Il processo è un vero e proprio giallo. Ho ricevuto dalla mamma di Pasolini questo incarico, ero molto giovane e molti si stupirono perché aveva scelto me per questo incarico. Allora un avvocato che andava molto di ‘moda’, ad esempio, era Adolfo Gatti (avvocato che spesso faceva processi per i cosiddetti intellettuali di sinistra e difendeva “l’Espresso”). Per me fu una notevole prova, perché ricevevo continue pressioni da parte della intellighenzia italiana (parlo di registi, scrittori e giornalisti, pittori, per citare qualcuno, Moravia, Antonioni, e politici impegnati ovviamente a sinistra). Ricevevo sollecitazioni continue perché dovevo scoprire; dicevano che questo delitto doveva essere organizzato da qualcuno, non poteva essere un delitto di Pelosi. Secondo l’intellighenzia, secondo tutti questi nomi del cinema, della letteratura, del mondo politico, l’aggressione non poteva che essere stata dell’organizzazione di destra.
Io mi ritrovai in grande difficoltà, ma capii immediatamente che dovevo ignorare le pressioni che mi venivano fatte e restare su un piano processuale. Non fu una convinzione pilotata, ma una convinzione dettata dagli atti processuali.
Gli atti processuali davano una chiara indicazione della presenza di ignoti, di persone non identificate, quindi io feci questo processo sostenendo la colpevolezza di Pelosi perché era reo confesso, ma di omicidio colposo. Pelosi aveva confessato di aver investito Pasolini con la macchina; invece si è dimostrato che Pasolini era stato colpito più volte da diverse persone, era rimasto immobile ma non era morto, poi Pelosi e gli altri lo finirono passandogli con la macchina sopra.
Questa fu la mia tesi, supportata da un grande medico legale – che oggi non c’è più – Faustino Durante, secondo me il miglior medico legale che si potesse trovare in Italia, con grandi capacità professionali. Insieme riuscimmo a dimostrare tutti quegli elementi importanti che davano indicazioni sulla presenza di più ignoti. Sulla macchina si sono trovati oggetti che non erano di Pelosi né di Pasolini, impronte se ne sono trovate a bizzeffe; fu un’inchiesta fatta male, soprattutto nei primi giorni, molto confusa e senza una strategia. Questo perché al tempo il Tribunale dei Minori trattava solo piccoli casi di furtarelli che poi finivano con il perdono giudiziale; questo fu il primo caso in cui si è dovuto cimentare con un impegno investigativo gravoso e la cosa non funzionava. Chiesi immediatamente alla Procura generale di avocare l’inchiesta e questo fu subito fatto.
C’era una volontà politica nella Procura generale di Roma di non approfondire, pur disponendo allora di un magistrato di grande professionalità e di grande esperienza, lo dico con dati inconfutabili, documentati nella sentenza di primo grado. Nella sentenza di primo grado, infatti, il presidente era Carlo Alfredo Moro (fratello di Aldo Moro) e giudici molto attenti che si convinsero gradualmente della presenza di altre persone. Io ebbi l’abilità di trasmettere in Tribunale quella graduale convinzione che mi ero fatto; quella gradualità fu una strategia vincente. Il Tribunale dei Minori di Roma stabilì che Pelosi aveva ucciso sicuramente Pier Paolo Pasolini, ma lo aveva fatto con persone rimaste sconosciute, quindi fu cambiata l’imputazione. L’imputazione originaria era solo contro Pelosi; nel dispositivo della sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso il delitto unitamente ad altre persone.
Quindi il Tribunale espresse una certezza, che avrebbe dovuto dare luogo alla cosiddetta notitia criminis – cioè la notizia della commissione di questo reato riferito ad altre persone – e la prima cosa che doveva fare la Procura generale di Roma (che si occupava del caso su richiesta della mia avvocatura) era continuare l’indagine, riprendendola dal filo della sentenza e sviluppandola. Invece impugnò la sentenza dicendo che non c’erano ignoti. Questo fu scandaloso perché fu fatto prima che il Tribunale dei Minorenni depositasse la sentenza. Avrebbero potuto farlo dopo, dicendo che non li convinceva, che non era motivata. Ciò dimostra che c’era una volontà politica di non approfondire.
Qual era, quindi, la paura? Che ci potessero essere mandanti tra l’estrema destra o, addirittura, nel partito di maggioranza. Ovviamente parlo di mandanti morali, soprattutto per quanto riguarda la Dc che non era stata tenera con Pier Paolo Pasolini, così come non era stato tenero il Partito Comunista. La sinistra ha sempre espresso un giudizio morale negativo sulla omosessualità di Pier Paolo Pasolini.
Dopo la sua morte tutti sono diventati i padri politici o i figli politici di Pasolini, ma in realtà Pasolini non li aveva e il Partito Comunista lo aveva espulso dalle sue fila per un episodio di omosessualità. Era un uomo fuori margine, non era amato dalla Dc e dal Pci, non era amato sostanzialmente da nessuno. La Procura generale si rese interprete e contribuì a questo isolamento, perché le Procure sono sempre state sensibili a quello che era il desiderio dei partiti di maggioranza, che avevano poteri forti.
Poi ci fu la sentenza in Corte d’Appello che modificò l’atteggiamento di primo grado. La Corte d’Appello non se la sentì di smentire e di accogliere le richieste della Procura generale, ma si limitò a dire che la presenza di ignoti non era certa ma era altamente probabile. Quando Pelosi impugnò in Cassazione la sentenza di condanna, chiese che gli venisse riconosciuta la legittima difesa, poi chiese la provocazione, poi di aver agito in stato di incapacità di intendere e di volere. La Cassazione rispose no a tutte le richieste. La stampa dell’epoca riportò che la Cassazione metteva fine alla querelle sul delitto Pasolini e che non ci fu nessun complice, ma questa fu un’interpretazione arbitraria.
La stampa continuò ad occuparsi del processo, che fu riaperto due volte: fu fatto un fascicolo per la riapertura dell’indagine, ma l’indagine non fu mai svolta. Io ho fatto una sollecitazione perché arrivò una lettera, tra le tante, ad un giornale della sera, in cui si indicava un’automobile che aveva seguito la macchina di Pasolini; ci dava una targa di Catania, mancavano due numer, e vari particolari come il colore dell’auto e altre indicazioni; nonostante questo non ci fu mai la volontà di andare a fondo.
Oggi questo tema non interessa più nessuno, l’opinione pubblica ha cominciato a interessarsi di nuovo a questo delitto quando Marco Tullio Giordana presentò al festival di Venezia il film Pasolini, un delitto italiano. Questo film vinse un premio minore del festival, il premio della Presidenza del Senato. Dopo questo film chiesi la riapertura del caso perché la pellicola poteva riproporre degli elementi che il regista aveva  selezionato con accuratezza e che la Procura non aveva mai preso in considerazione. Fu aperto un fascicolo che poi fu chiuso.
Tutti si chiedono perché Pelosi si è accollato questo omicidio senza mai parlare. Intanto credo che Pelosi, essendo minorenne, ha preso una pena massima che allora era di 9 anni, ridotta ad 8; andò in carcere perché uscendo commise altri delitti, ma non fece gli otto anni di carcere; se dietro di lui c’era una vera e propria organizzazione, avrà anche avuto paura di parlare. Poi divenne popolare, era un eroe, per la parte più retrograda del Paese, per aver ucciso un omosessuale.

Questi sono gli elementi processuali; e quelli culturali?
Pier Paolo Pasolini manca perché era la coscienza critica dell’Italia, era l’intellettuale che aveva il coraggio delle sue idee; esprimeva le sue idee non solo quando andavano in sincronia col potere. Pier Paolo era uno che diceva la verità, quindi non era inseribile in nessuno schema, di maggioranza o di opposizione, era una voce libera. Un uomo di grande intelligenza, uno dei pochi che esprimeva un talento cinematografico, letterario, giornalistico.
Inoltre ricordo che lui si mise giustamente dalla parte dei poliziotti, dicendo che questi sono i proletari e che gli aspiranti terroristi li prendevano a sassate perché erano per la maggior parte figli della borghesia; lui si schierò con i poliziotti come espressione delle persone che venivano dal popolo.

www.poliziaedemocrazia.it –  settembre 2005

Le recenti dichiarazioni di Pelosi, già processato e condannatoper l’uccisione dello scrittore, riaprono uno scenario inquietante. Alcuni mesi fa, lei ci ha rilasciato una intervista sul caso Pasolini, partendo dalla scena del crimine, a proposito della quale lei ripete che c’era stata qualche omissione. Ora sono uscite fuori altre testimonianze che forse cambiano o confermano il quadro.
La novità è che Pelosi, per la prima volta, dopo trent’anni dal delitto ha confessato di non essere stato solo sul luogo del delitto. Da un punto di vista strettamente tecnico-processuale non ha detto nulla di nuovo, perché una sentenza del tribunale per i minorenni, una sentenza della Corte d’appello minorile ed infine la sentenza della Cassazione hanno sostanzialmente avallato sempre la presenza di ignoti. In modo particolare la prima sentenza, quella del Tribunale per i minorenni di Roma che era presieduta da Carlo Alfredo Moro. Quindi, dal punto di vista strettamente tecnico- processuale, non è una novità. E’ viceversa una novità notevole il fatto che sia lui, che è stato l’unico protagonista ritrovato dalle Forze di polizia, l’unico protagonista preso in flagranza di reato, perché è stato arrestato dopo qualche minuto dalla uccisione di Pier Paolo Pasolini, proprio lui, finalmente, dopo trent’anni ammette quello che la parte civile, che io come parte civile avevo sostenuto, e che era stato recepito in tre sentenze dei tribunali della Repubblica.
Adesso il problema che si pone qual è? A distanza di trent’anni è possibile ricostruire i fatti così come sono andati? Sarebbe possibile e molto semplice se Pelosi dicesse l’altra parte di verità, quella che nasconde. Pelosi sicuramente dice la verità, una verità acclarata dalle carte processuali, però sarebbe utile che dicesse l’altra parte che lui sicuramente conosce. Insomma, il problema è che Pelosi è reticente. Reticente su due punti fondamentali direi. Il problema secondo me è che Pelosi è un’esca consapevole, quindi un complice del delitto. Naturalmente è una persona che non tocca Pier Paolo Pasolini, non uccide Pasolini, lo porta sicuramente in un agguato, perché non contribuisce all’uccisione. Perché non ci può essere da una parte un cadavere, quello di Pier Paolo Pasolini martoriato, dissanguato, e dall’altra parte Pelosi vestito, direi, quasi elegantemente, senza una macchia di sangue. Però è anche molto probabile che lui sia stato un’esca consapevole, che quindi conosce i veri assassini e quindi l’inchiesta sarebbe facile se lui decidesse di fare i nomi di questi assassini.

Senza la collaborazione di Pelosi si può arrivare?
C’è una traccia che io mi sono permesso di indicare agli inquirenti che è quella di Citti. Citti parla di un agguato teso a Pasolini, che potrebbe andare in sintonia con l’agguato di cui parla Pelosi. Solo che Citti è in grado di dare qualche elemento in più. Credo che Citti sia stato già sentito, è stato sentito sicuramente anche Pelosi. Ora il clima è cambiato, non c’è (come c’è stato) il desiderio di non indagare sui mandanti o sugli esecutori dei mandanti di Pier Paolo Pasolini, perché poteva venire fuori un mandante politico importante, scomodo alla Procura Generale, (voglio ricordare che l’inchiesta di Pasolini era affidata alla Procura generale che aveva avocato l’inchiesta dal tribunale per i minorenni). Oggi è competente la normale Procura della Repubblica che è diretta da un magistrato di prim’ordine, che ha affidato il caso a due magistrati. Quindi se ci sono elementi di indagine, tracce di indagine da sviluppare, sicuramente questi lo sapranno fare  nella maniera migliore.
Immediatamente dopo i fatti, se ci fosse stato un intervento della Procura generale vero, investigativo, scatenando le forze dell’ordine di cui disponevano allora, si sarebbero trovati i veri assassini, i nomi, i mandanti, gli esecutori, e così via. Questa è la prima ipotesi, che dico con rabbia, perché è un’ipotesi  ormai sfumata da trent’anni. La seconda ipotesi è che  Pelosi decida di confessare i nomi degli assassini.

La Polizia Scientifica, secondo lei, è in grado di ricostruire la scena del crimine? In una intervista fatta a Carlo Bui, direttore della Uacv (Unità analisi crimine violento), il funzionario diceva che loro erano in grado di indagare sui reato del passato. In questo caso, secondo lei, sarebbero in grado?
In particolare, questa direzione di Carlo Bui è molto autorevole, scientificamente a livello altissimo. In alcuni casi si può, ma certamente nel caso di Pier Paolo Pasolini, per esempio c’era una traccia di sangue sul tetto della macchina sportiva che ad una prima sommaria analisi non era risultata né di Pelosi né di Pier Paolo Pasolini. Su questa traccia oggi non è possibile intervenire per un fatto molto semplice, che non è soltanto il passaggio di trent’anni ma il fatto che la macchina è rimasta incostudita. La Procura dei minori non aveva neppure provveduto a far ricoverare la macchina. Quindi aveva piovuto, la macchina era rimasta per due giorni e mezzo all’acqua, al vento, al sole. E fu questo uno dei motivi che mi indussero a chiedere la avocazione alla Procura generale di Roma. Però la traccia di sangue ormai non era più utilizzabile. Certo, se si trovasse qualche elemento, si potrebbe, con gli strumenti scientifici di oggi,  andare più a fondo. Ma temo che in questo non ci sia niente su cui appigliarsi. Ripeto. A meno che Pelosi non parli, a meno che non si sviluppino tracce investigative che possono poi essere approfondite sul piano scientifico.

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