Delitto Pasolini. Riapertura delle indagini 34 anni dopo (2009)

Ostia, Idroscalo. Foto di Francesco Pasqua

Nei primi mesi del 2009 si registra un nuovo capitolo nella tormentata vicenda investigativa sul mistero della morte di Pasolini. Alla luce delle nuove dichiarazioni rilasciate da Pino Pelosi agli autori del libro Profondo nero, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, delle indagini del Pm di Pavia Vincenzo Calia sulla morte di Mattei e di nuove prove documentali,  il 27 marzo l’avvocato Stefano Maccioni, coordinatore di “Giustizia per i diritti”, e la criminologa Simona Ruffini hanno chiesto la riapertura delle indagini sull’omicidio dell’Idroscalo di Ostia e la loro richiesta è stata accolta dalla procura di Roma, che ha affidata il caso al magistrato Diana De Martino. Di questa nuova svolta “Pagine corsare” ha dato tempestiva informazione, pubblicando in particolare le reazioni e i commenti usciti sulla stampa quotidiana.

Una nuova svolta per il delitto Pasolini (2009)
di Angela Molteni

Nel maggio 2005 nel corso di una trasmissione televisiva Pino Pelosi – per sua stessa ammissione del 1975 assassino di Pier Paolo Pasolini – ritrattò la propria confessione e si dichiarò non colpevole della tragica uccisione del poeta. Pelosi sostenne che furono altre persone a commettere il delitto; non si spinse oltre, però, non rivelandone l’identità. Dichiarazioni del 2005 di Pelosi e i commenti che seguirono in quei giorni che si possono trovare nelle varie notizie pubblicate in “Pagine corsare”.
Vi fu un tentativo di riaprire le indagini su quell’omicidio, sostenuto da Guido Calvi e Nino Marazzita, all’epoca del delitto giovani penalisti e difensori di parte civile dei familiari dello scrittore. L’iniziativa portata avanti da Marazzita tuttavia non ebbe seguito, malgrado una serie di prese di posizione tra cui quella di Sergio Citti (scomparso poi l’11 ottobre 2005).
Nel febbraio 2009 è uscito in libreria un volume di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza edito da Chiarelettere dal titolo Profondo nero. Mattei. De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato,  un libro d’inchiesta che accosta tre dei misteri d’Italia più enigmatici e racconta delle trame di potere di uno stato dentro lo stato, che vede assieme pezzi dei servizi, esponenti del mondo politico, mafia e logge massoniche. Nella prima pagina gli autori scrivono:

Caro lettore,
prendi fiato: stai per fare un salto nel tempo, una corsa a ritroso nella storia italiana, per scoprire il mistero del complotto che potrebbe avere provocato la morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato nel 1962 con il suo aereo nella campagna pavese di Bascapè.
Ma stai per scoprire qualcosa di più.
Che quel complotto sarebbe stato orchestrato “con la copertura di organi per la sicurezza dello stato”, e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.
Per questo motivo sarebbe sparito nel nulla a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, eliminato in circostanze misteriose per volontà di un mandante invisibile. Per questo motivo lo scrittore Pier Paolo Pasolini, ucciso ufficialmente in una lite tra “froci”, sarebbe vittima di un agguato studiato a tavolino. Come si legano i tre delitti? Un filo nero come il petrolio avvolge la fine di Mattei, De Mauro e Pasolini.

Erano gli anni Settanta. Il giornalista De Mauro stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali. Pasolini stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera”. De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo.  Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2. Il “sistema Cefis” (controllo dell’informazione, corruzione dei partiti, rapporti con i servizi segreti, primato del potere economico su quello politico) mette a nudo la continuità eversiva di una classe dirigente profondamente antidemocratica, così come aveva capito e cercato di raccontare Pasolini in Petrolio. Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.
Riporta Wikipedia, tra l’altro,  alla voce “Eugenio Cefis”:
«Una grande figura di intellettuale si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: Pier Paolo Pasolini, che ne fece uno dei due personaggi “chiave”, assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte. Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l’alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti e secondo alcune ipotesi giudiziarie suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso: cfr. per esempio il volume di Gianni D’Elia, Il Petrolio delle stragi, Effigie, Milano 2006».
Ecco, dunque, la situazione come si presenta attualmente: lo scorso 27 marzo 2009 un’istanza è stata presentata alla Procura di Roma per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini. La richiesta, firmata dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini, è frutto di una indagine-inchiesta e arriva alle medesime conclusioni del saggio Profondo nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sopra citato. Nel libro, che è stato accluso all’istanza di riapertura delle indagini, Pelosi rivela che ad uccidere Pasolini furono cinque persone. E finalmente ne fa i nomi. Nell’istanza si chiede inoltre alla procura capitolina di riprendere le indagini condotte dal pm di Pavia Vincenzo Calia sulla vicenda di Enrico Mattei, l’uomo d’affari morto misteriosamente nel 1962 e di cui Pasolini si sarebbe occupato nel suo ultimo libro, Petrolio. Dopo aver esaminato l’istanza, la pm Diana De Martino ha chiesto al gip di aprire un’inchiesta, richiesta accolta il 2 aprile dalla Procura.
Qui di seguito alcuni commenti apparsi su vari organi di stampa a proposito di questa ulteriore svolta del delitto Pasolini.

Pino Pelosi durante la trasmissione di Franca Leosini (7 maggio 2005)

Pino Pelosi durante la trasmissione di Franca Leosini  (7 maggio 2005)

Pasolini, l’ultima verità di Pino Pelosi. A massacrare il poeta furono cinque persone
http://roma.repubblica.it – aprile 2009

Giuseppe Pelosi, condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini fa un ulteriore passo avanti verso la verità sull’uccisione del poeta. La notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975 erano in cinque a massacrare di botte il saggista che aveva denunciato i retroscena del potere e che stava lavorando al romanzo Petrolio dedicato a Eugenio Cefis, indicato come il vero fondatore della P2 e il “grande manovratore” del potere più oscuro.
Pelosi non incontrò casualmente il regista quella sera; c’era un appuntamento fissato esattamente una settimana prima.
Pelosi rivela, in una intervista inedita a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (autori del volume Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato, appena uscito per Chiarelettere) che tra quei cinque c’erano i due fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe, morti da tempo di aids. Il nome dei due non è nuovo. Già una informativa di due mesi dopo il delitto li indicava, assieme ad un terzo, come gli autori del massacro dell’Idroscalo. Ora Pelosi ne conferma direttamente la responsabilità ed anche il contesto in cui avvenne il pestaggio mortale; dice che sono rimasti nell’ombra gli altri tre (anche se uno potrebbe essere, nonostante le smentite di Pelosi, Giuseppe Mastini, detto Johnny lo Zingaro) e soprattutto che si trattò di un omicidio politico.
I due Borsellino erano frequentatori della sezione del  Msi del Tiburtino. «Se tu uccidi in questo modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte. Se gli assassini sono stati fatti sfuggire alla giustizia per trent’anni, pazzi non sono certamente … avevano una ragione importante per fare quello che hanno fatto. E nessuno li ha mai toccati». «Quella sera c’erano pure Franco e Giuseppe Borsellino … quei due stavano tramando qualcosa, qualcosa di brutto, me ne sono accorto subito, e perciò gli ho detto chiaro che io non volevo partecipare, non ne volevo sapere nulla». Sono appena arrivati all’Idroscalo sulla Gt di Pasolini, che dal buio esce una macchina scura, un 1300 o un 1500, da cui scendono cinque persone. Uno con la barba, sui 40 anni, assesta a Pelosi un cazzotto. Pelosi scappa dopo essere stato minacciato. I cinque tirano fuori Pasolini dalla macchina e iniziano il pestaggio. Gli dicevano «sporco comunista, frocio, carogna». Pelosi si riavvicina quando tutto è finito.
Il problema, quindi, sono gli altri tre, quelli mai individuati. I Borsellino – dice Pelosi – erano «diventati fascisti, andavano a fare politica». Pelosi conferma di aver avuto nel tempo minacce “vere e proprie”, inviti a tacere. Quella data a Pasolini fu una lezione, una punizione, «forse dovuta al partito o alla politica. Pasolini stava sul cacchio a qualcuno». Alla fine «ho pagato solo io», spiega Pelosi che rivela un’altra novità. La scelta di accollarsi tutta la storia, di ridurre tutto «a un fatto di froci» gli venne suggerita dal suo avvocato difensore, Rocco Mangia. Questo avvocato era subentrato a due colleghi, gli Spaltro, che si erano proposti di difendere Pelosi con uno stratagemma: avevano millantato una sorta di mandato avuto da “zio Giuseppe”, solo che Pelosi non aveva alcuno zio con questo nome. Poi arrivò Mangia, portato dai genitori di Pelosi. Lui puntò tutto, diversamente dagli avvocati Spaltro, sull’occultamento del ruolo del commando dei cinque nell’omicidio. Rocco Mangia nominò come consulenti Aldo Semerari e Fiorella Carrara, i due periti utilizzati spesso dalla Banda della Magliana per avere delle false perizie.
Alla fine tutti i periti, compresi quelli nominati dai magistrati, sostennero che Pelosi quella sera non era in grado di intendere e di volere, ma la giuria smentì questa unanime valutazione: Pelosi si fece 9 anni, 7 mesi e 10 giorni di galera.
«Ho pagato solo io che avevo 17 anni, forse perché ero il “garcio” di zona…come si dice a Roma…il più scemo». 

"Profondo nero" (2009) di Lo Bianco e Rizza

“Profondo nero” (2009) di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Nuove indagini sul delitto Pasolini. «Dopo oltre 30 anni restano dubbi»
“Quotidiano Net”, 1 aprile 2009

Nuova inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini, ucciso nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia. L’istanza di riapertura delle indagini preliminari depositata il 27 marzo scorso dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini è stata assegnata dal procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Ferrara al pm Diana De Martino.
«Adesso ci auguriamo – ha affermato il penalista – che il magistrato incaricato decida di accogliere la nostra istanza richiedendo al più presto la riapertura delle indagini al giudice per le indagini preliminari, considerata la necessità di fugare quanto prima i dubbi emersi a seguito delle varie dichiarazioni rese da Pino Pelosi il 12 settembre dello scorso anno e pubblicate nel libro Profondo nero e soprattutto dopo le indagini svolte dal pm di Pavia, Vincenzo Calia, in merito alla morte di Enrico Mattei».
Per il delitto di Pasolini è stato condannato, in via definitiva, Pino Pelosi. In passato diverse istanze per la riapertura delle indagini, dopo alcuni accertamenti, erano state archiviate. La dottoressa Ruffini ha spiegato: «Appare quasi paradossale che, prima di porre definitivamente la parola fine su questa inchiesta, non si sia proceduto a svolgere i necessari accertamenti tecnico- scientifici sui reperti custoditi presso il museo criminologico di Roma, come peraltro sostenuto anche dal comandante del Ris dell’Arma dei Carabinieri Luciano Garofano».
Quello che è stato richiesto agli investigatori, può essere riassunto in due punti, ha spiegato  l’avvocato Maccioni: «analizzare compiutamente quanto contenuto nelle indagini svolte dal pubblico ministero Vincenzo Calia in relazione alla morte di Enrico Mattei, in particolare quanto emerso con riferimento al manoscritto Petrolio di Pier Paolo Pasolini e al libro Questo è Cefis di Giorgio Steimetz; ovvero la tesi secondo la quale lo scrittore ucciso sarebbe venuto a conoscenza dei mandanti dell’omicidio Mattei indicandoli nel proprio romanzo Petrolio; ed accertare pertanto se sussista un collegamento tra gli assassinii di Mattei, De Mauro e Pasolini». E poi «effettuare le necessarie indagini scientifiche sui reperti conservati nel museo criminologico di Roma».

La pagina di "Tuttolibri" dell'8 novembre 1975

La pagina di “Tuttolibri” dell’8 novembre 1975

Pasolini, via alla quarta inchiesta
di Maurizio Gallo
“Il Tempo” – 2 aprile 2009

«La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi», scriveva Pier Paolo Pasolini, che per essere «compreso» ha dovuto attendere almeno un paio di decenni dopo la sua morte. Una fine che ancora oggi, a distanza di 34 anni, è avvolta nel mistero o perlomeno conserva molti punti d’ombra. Tre inchieste sono state avviate per fare luce sul tragico epilogo di questo poeta, scrittore e regista lungimirante e visionario insieme. Invano. La verità è rimasta una chimera e lo stesso assassino reo confesso dell’intellettuale controcorrente, Pino Pelosi, nel tempo ha cambiato più volte versione. Per questo il 27 marzo l’avvocato Stefano Maccioni, coordinatore di “Giustizia per i diritti”, e la criminologa Simona Ruffini hanno chiesto che le indagini sull’omicidio dell’Idroscalo di Ostia vengano riaperte. Richiesta accolta dalla procura di Roma.
Il sospetto è che ci sia un collegamento tra la scomparsa di Pasolini e quelle di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che voleva garantire all’Italia un’impresa energetica nazionale, e del giornalista siciliano Mauro De Mauro. L’istanza è stata presentata al termine di una serie di accertamenti portati a termine dalla criminologa e dall’avvocato che combaciano con le conclusioni del libro Profondo nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Sulla base della inchiesta condotta dal pm Vincenzo Calia sulla morte di Mattei (1), i due autori ipotizzano appunto una connessione con quelle di De Mauro e dell’autore di Scritti corsari. Il volume di Lo Bianco-Rizza è stato allegato alla richiesta di riapertura delle indagini. «In particolare – spiegano Maccioni e Ruffini – appare quasi paradossale che, prima di porre definitivamente la parola fine su questa inchiesta, non si sia proceduto a svolgere i necessari accertamenti tecnico- scientifici sui reperti custoditi nel museo criminologico di Roma, come peraltro sostenuto anche dal comandante del Ris dei carabinieri, Luciano Garofano».
Nel libro di Lo Bianco e Rizza, Pino Pelosi conferma – per la prima volta con nomi e cognomi – che quello di Pasolini fu un omicidio politico. La notte tra il primo e il due novembre del 1975 furono in cinque a massacrare a calci, pugni e bastonate (per poi martoriare il suo corpo passandoci sopra con l’automobile) lo scrittore che aveva denunciato i retroscena del potere e che stava lavorando al romanzo Petrolio dedicato a Eugenio Cefis, indicato come vero fondatore della P2 e «grande manovratore» del potere più oscuro (una parte del manoscritto originale (2) venne rubato a poca distanza dal delitto).
Pelosi, inoltre, non incontrò casualmente il regista quella sera: c’era un appuntamento fissato esattamente una settimana prima. «Pino la Rana» ha rivelato che tra quei cinque c’erano i due fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe, uccisi molto tempo fa dall’Aids, e forse il terzo potrebbe essere, nonostante le smentite di Pelosi, Giuseppe Mastini, soprannominato Johnny lo Zingaro. Buio totale sugli ultimi due nomi, invece. Nel museo romano di via del Gonfalone sono custoditi gli abiti che il poeta indossava quella notte maledetta, un pullover verde (3), un paio d’occhiali e, soprattutto, una camicia sporca di sangue. «Una quantità di tracce ematiche più che sufficiente per l’analisi del Dna che, inspiegabilmente, non è stata eseguita su questi reperti neanche durante la terza inchiesta del 2005. – sottolinea la criminologa Ruffini-  Il sangue potrebbe essere della vittima, dell’assassino o di ambedue. Nel museo, infine, c’è un plantare numero 41 che non era di Pasolini e nemmeno di Pelosi». Le indagini sono state affidate al pm Diana De Martino. È un magistrato esperto e preparato. La speranza è che possa mettere la parola fine su uno dei più atroci delitti del Belpaese. Il massacro di un poeta.

Note:
(1) Al secondo paragrafo l’autore dell’articolo si riferisce al magistrato di Pavia, Vincenzo Calia e alla sua inchiesta sul disastro aereo in cui perse la vita Enrico Mattei. A tale inchiesta si è riferito anche Mario Gelardi in un suo lavoro teatrale del 2004, Idroscalo ‘93, messo in scena per la prima volta nell’ambito del Progetto Petrolio di Mario Martone al Teatro Mercadante di Napoli.
(2) Per “manoscritto originale” si intende qui il libro Questo è Cefis di Steimetz/Ragozzino.
(3) Il pullover verde, conservato con i reperti dell’omicidio Pasolini nel museo criminologico di Roma, risultò (anche da testimonianze al processo) non essere mai appartenuto a Pasolini, così come il plantare n. 41 cui si fa cenno poco più avanti.

Enrico Mattei

Enrico Mattei

Morte di Pasolini, nuova indagine della procura
“la Repubblica” –  2 aprile 2009

La procura riapre il fascicolo sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Letta l’istanza di riapertura delle indagini preliminari depositata venerdì scorso dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini, il procuratore Giovanni Ferrara ha affidato al sostituto Diana De Martino l’incarico di riesaminare i faldoni del delitto, avvenuto 34 anni fa. La chiave per diradare le nubi sulla fine del grande scrittore e poeta potrebbe infatti essere nascosta nelle due teche conservate al Museo criminologico di Roma. La verità giudiziaria consegnata alla storia non ha mai convinto.
È stata un’inchiesta difficile, nata nel ’75 tra i silenzi impacciati per la scabrosità del contesto e basata sulla personalità intricata e sui ricordi confusi e contraddittori di Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” diciassettenne con cui il poeta cinquantatreenne si incontrò poco prima di essere ucciso tra le sterpaglie del lido di Ostia. Era la notte tra l’1 e il 2 novembre, Pasolini caricò in auto Pino Pelosi in piazza dei Cinquecento e si fermò alla trattoria “Al Biondo Tevere”, solito tavolo. Cenò solo Pino, pasta “ajo e oio” e una birra, poi ripartirono insieme sull’Alfa Gt 2000, e Pasolini andò incontro alla morte sul litorale di Ostia. Lo colpirono con violenza, forse con un bastone, poi lo finirono investendolo con la sua stessa auto. Fu Pelosi, con l´aiuto di altri, disse la prima sentenza. Fu lui solo, concluse l’appello.
Al museo criminologico di Roma ci sono due teche dedicate al delitto. Nella prima i reperti di Pasolini, nella seconda quelli di Pelosi: le scarpe acquistate da “Ramirez”, l’anello con pietra rossa e la scritta “United States Army” trovato a una cinquantina di metri dal luogo del delitto. «Perso nella colluttazione», disse Pelosi in una delle sue ricostruzioni. Si dichiarò colpevole, e venne condannato a nove anni di carcere, ma nel 2005 ritrattò tutto durante un´intervista in tv. Disse che a uccidere erano stati in tre, e altrove parlò di cinque persone. Siciliani, disse. Si riaprì l’indagine, ma si impantanò ancora nelle sabbie mobili della memoria di Pelosi, che qualche verità nascosta provò pure a venderla al migliore offerente.
Quel che è certo è che su quei reperti non sono stati effettuati mai i riscontri scientifici che le tecniche investigative di allora non conoscevano, e quelle di oggi sì. Una pista sostenuta anche dal colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris dei carabinieri. Ma il contesto in cui stavolta ci si muove, e il movente verso cui ci si indirizza, sono ben diversi da quelli antichi di una ribellione dopo un rapporto omosessuale o di un´aggressione fascista.
No, stavolta si punta altrove. «È necessario fugare i dubbi dopo le dichiarazioni rese da Pelosi il 12 settembre e pubblicate nel libro Profondo nero, e soprattutto dopo le indagini del pm Vincenzo Calia sulla morte di Enrico Mattei», dice l’avvocato Maccioni. La tesi è suggestiva, allaccia con un unico filo tre grandi misteri: la morte del petroliere, quella del giornalista Mauro De Mauro e quella di Pasolini. Petrolio, il romanzo che uscì postumo, avrebbe potuto svelare la verità sull’omicidio di Mattei, camuffato da incidente aereo, rendendo pubblico qualcosa che aveva scoperto e non gli hanno permesso di raccontare. Lo stesso destino che potrebbe essere stato fatale a De Mauro.

 

Carabiniere

 

Caso Pasolini. «Io, carabiniere infiltrato nella mala, scoprii gli assassini in 4 mesi»
di Claudio Marincola
“Il Messaggero” –  5 aprile 2009

Nella prima foto che stacca dalla cornice Renzo Sansone è un giovane di 26 anni. Blue-jeans, barba incolta, capello lungo e giaccotto di pelle per infiltrarsi nella “mala” senza destare sospetti. Nella seconda, quasi trent’anni dopo, è un carabiniere che sta per andare in pensione. Sotto il berretto ha già qualche capello bianco. Tra la prima e la seconda foto ricordo c’è un vita scandita dall’omicidio Pasolini, «un caso che io avevo risolto facendo arrestare due dei presunti assassini, ma nessuno mi ha creduto. Ora però – continua l’ex carabiniere – c’è la possibilità di arrivare alla verità. Per me sarebbe una sorta di risarcimento, sia pure tardivo».
Sansone è un signore alto e snello che non dimostra i suoi 60 anni. Da tempo ha smesso di travestirsi per raccogliere le confidenze della malavita. Fa la parte di se stesso. Vive in campagna. Se va in città, lo fa soltanto per vendere oggettistica e modernariato ai mercatini rionali, hobby che condivide con la moglie.

Come fa ad essere così convinto che 33 anni dopo ci possa essere ancora una verità? 
Ho letto che la Procura di Roma ha riaperto le indagini. E finalmente Pino Pelosi dopo averci raccontato tante frottole ha rivelato che frequentava Pasolini già da prima e che quella notte con lui c’erano i due fratelli “braciola”, Giuseppe e Franco Borsellino. Io li feci arrestare nel febbraio del ’76, 4 mesi dopo il delitto. Era in corso il processo di primo grado. Loro avevano 14 e 16 anni. Per farmi accettare per settimane frequentai una bisca al Tiburtino. C’era gente di ogni tipo, balordi, sbandati, ragazzini capaci di ammazzare per due soldi. Mai percepita tanta violenza in vita mia. Quando giravamo insieme, faticavo a tenerli buoni. Un giorno senza farmene accorgere mi feci scivolare dalla tasca un foglio. C’era scritto che ero uscito da poco da Regina Coeli dopo aver scontato 4 anni per rapina. D’allora mi guadagnai la loro fiducia.

I due Borsellino sono morti di Aids intorno alla metà degli anni ’90. Che valore ha la confessione di Pelosi? 
Quando mi confessarono di aver partecipato al delitto, mi dissero che con loro c’era “Johnny il biondino”, Giuseppe Mastini, detto anche “Johnny lo Zingaro”. Lui è ancora vivo, sta scontando 3 ergastoli. Portava un plantare per una ferita riportata durante una colluttazione con la polizia. Quel plantare è custodito ora nel Museo di Criminologia. Basterebbe sottoporlo ad esame. Garofalo, comandante dei Ris, è in grado di farlo.

Perché non le credettero e dopo qualche giorno scarcerarono i due ragazzi? 
Non chiedetelo a me. Ma chiedetevi come mai nel processo d’appello è rimasta la condanna per omicidio, ma è scomparso il “concorso con ignoti”. A far sparire gli “ignoti” fu l’avvocato Rocco Mangia, sostenendo che così facendo Pelosi se la sarebbe cavata con poco. E la mamma di Pino era d’accordo, tant’è che si arrabbiò moltissimo quando i due fratelli vennero arrestati. Io ero solo un carabiniere della compagnia di Monterotondo. Un informatore che frequentava la bisca mi disse di aver saputo che ad uccidere Pasolini erano stati in 4. Lo riferii al capitano Gemma che a sua volta lo disse al tenente colonnello Vitali. L’ordine di agire sotto copertura partì dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni Santanziero.

Ma lei ne parlò ai giudici? 
Solo una volta, il 16 febbraio del 1976 al sostituto procuratore Giunta. Gli raccontai di come avevo fatto a conquistarmi la fiducia dei due. Fu Giuseppe, il più piccolo, a spifferare tutto. Lo fece per vantarsi. Finsi di progettare il rapimento del figlio di un noto cantante. Li avevo anche portati sotto una villa alla Bufalotta dicendo che abitava lì ma non era vero. Per farsi “grande” ed essere reclutato nella banda, Giuseppe mi raccontò cosa era realmente successo quella notte all’Idroscalo. Franco s’infuriò col fratello, ma poi gli passò “perché tanto ero uno di loro”. Mi disse che non avrebbe voluto arrivare a tanto ma Pasolini si era difeso. E per un attimo mi sembrarono due persone normali, dispiaciute, voglio dire, per quello che era successo. Avevano gli incubi: tutte le notti sognavano Pasolini nel sangue e le sue urla.

Però in carcere dissero che si erano presi gioco di lei. 
Peccato che però tutto il resto era vero. A casa loro, dove ancora abita la madre, durante la perquisizione fu trovato di tutto: pistole, refurtiva, pezzi di ricambio. Se si stavano burlando di me, perché mai mi avrebbero raccontato anche questo?.

Una gang di minorenni. E le altre piste? 
Non ho mai creduto al delitto politico. Forse solo perché ho sentito con le mie orecchie il racconto di quei ragazzi. E li ho visti all’opera. Il padre, un ex pugile, si era suicidato l’anno prima. Ha presente il contesto? Il degrado, gli immobili dell’Ina Casa? “Pelosino” fra tutti era il più fregnone. Loro lo dicevano sempre. Un giorno, per regalarmi due gomme nuove per la mia “500”, i due a momenti accoltellavano un tizio. Ho dovuto fermarli con una scusa sennò lo uccidevano.

E il silenzio di tutti questi anni? 
Mi sento offeso e vilipeso da questo silenzio. Vorrei, dopo tante prove e indizi forniti, che qualcuno finalmente stabilisse la verità.

Reperti del delitto Pasolini

Reperti del delitto Pasolini

Il colonnello Garofano del Ris: «Va riaperto il caso Pasolini»
“QuotidianoNet” – 12 luglio 2009

Il caso di Pier Paolo Pasolini, trovato martoriato all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre del 1975, va riaperto. Ne è convinto il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofano secondo il quale le nuove tecnologie a disposizione possono consentire «di acquisire le informazioni necessarie a ricostruire finalmente la dinamica del delitto», facendo sì che il caso non possa considerarsi chiuso. Le sue convinzioni il capo del Ris di Parma le mette nero su bianco nell’ultimo volume, edito da Rizzoli, Delitti e misteri del passato, scritto insieme a Giorgio Gruppioni e Silvano Vinceti.
Spiega il colonnello Garofano che la prova del Dna e la tecnica del Bpa, utilizzata anche per il caso Cogne, potrebbero essere «valide per rileggere le modalità» del delitto avvenuto oltre trent’anni fa. A modo di vedere di Garofano «l’analisi del Dna si potrebbe effettuare su molti reperti». Perché alcuni di essi, denuncia il capo del Ris, «non sono mai stati sufficientemente presi in considerazione»”. Tante, infatti, secondo l’investigatore-autore di altri due volumi che ricostruiscono i delitti d’Italia che hanno fatto notizia, le «falle del percorso indiziario».
Si parte dall’auto sulla quale viene trovato Pino Pelosi, accusato di avere assassinato lo scrittore-poeta. Ebbene, secondo Garofano, «l’auto è stata conservata in un modo quantomeno discutibile, né sembrano essere stati fatti rilievi all’interno circa la presenza di impronte digitali o altra tracce biologiche di interesse»; «nessuno poi – scrive ancora il capo del Ris – ha fatto rilevamenti sul pullover verde né sul plantare, dal quale oggi potremmo ottenere materiale biologico sufficiente a una prova del Dna, né sul bastone o sulla tavoletta e nemmeno sull’anello di cui Pelosi rivendicò la proprietà».
L’altra tecnica che potrebbe consentire di riaprire il caso è quella della Bpa, che permette lo studio della distribuzione e delle caratteristiche morfologiche delle macchie di sangue. «La disponibilità degli abiti di Pasolini, ma soprattutto di quelli di Pelosi – dice Garofano – ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulle modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue, ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare l’attendibilità della versione fornita da Pelosi».
Insomma, per il comandante del Raggruppamento Investigazioni Scientifiche, ci sono «una serie di piste non battute, una montagna di reperti ignorati, una tardiva quanto sconvolgente dichiarazione di innocenza del reo confesso»,  che costituiscono gli ingredienti giusti per raccogliere la sfida e per dire che «il caso non può essere considerato chiuso».

 

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