Novembre 2008. Commemorazioni a Ostia 33 anni dopo

Ostia, Idroscalo. Foto di Francesco Pasqua

Come ogni  anno, anche nel novembre 2008 si è tenuta una commemorazione all’Idroscalo di Ostia, nel luogo in cui fu ucciso Pasolini. “Pagine corsare” ha dato conto della breve cerimonia, raccontata da Francesco Pasqua, e per l’occasione ha accompagnato il  ricordo con alcune testimonianze: di Angela Molteni, Paolo Steffan e dei  poeti Chiara Rubin, Emanuele Di Marco e Davide Gariti.

Ostia 2008 
di Francesco Pasqua

2 novembre 2008

Nel parco gestito dalla Lipu dove tre anni fa venne inaugurata la nuova stele di Mario Rosati si è svolto nella mattinata un incontro per ricordare Pier Paolo Pasolini a trentatré anni dall’assassinio avvenuto proprio in questo luogo. Quest’anno con mia gran sorpresa – sarà la bella giornata – c’erano molte persone a parlare di Pasolini: giovani e non giovani, tra cui il suo compagno Parrello (come lo scorso anno) – “Er Pecetto” di Ragazzi di vita –che ha recitato una sua poesia. Il presidente della Lipu – che tiene la zona veramente ben curata (molto verde cresciuto, ancora non “rovinato” dalle intemperie del mare) – che ha parlato dell’attualità di Pasolini.
Inoltre, lo scultore Mario Rosati (autore della stele inaugurata nel 2005); l’assessore della XIII Circoscrizione – Roma-Ostia, PdL – che ha fatto un semi-discorso di due minuti («Pasolini è stato spesso interpretato a sproposito»…).
E c’era Angelo Bonelli, che ha sottolineato ancora che «non si sa legalmente la verità sulla morte di Pasolini». Infine, l’intellettuale Giovanni Iorio che ha evidenziato il «primato della cultura» di Pasolini e il ruolo storico dell’intellettuale Pasolini.
Hanno anche partecipato due giovani del “Dynamis Teatro Indipendente”, di cui va in scena Parte offesa, spettacolo itinerante su Pier Paolo Pasolini (a cura di Andrea de Magistris) che partirà dalla zona di Monteverde a Roma.
C’è stato da parte di tutti gli intervenuti un filo comune: «la forte, viva e sempre attuale presenza di Pasolini nel desolante contesto storico italiano» (il desolante è mio…). E si è riflettuto su quanti di noi spesso dicono, scrivono, pensano «che cosa avrebbe detto Pasolini» sulla scuola, sui giovani, sul conformismo televisivo, sul potere della non-cultura italiana. Quanto qualunquismo a Ostia – ad ogni modo – su Pasolini, l’omosessuale, sempre così liquidato in  breve …

1975-2008. Trentatre anni dopo la notte dell’Idroscalo
di Angela Molteni

Il 2 novembre 1975  Pier Paolo Pasolini viene brutalmente assassinato in uno spiazzo erboso presso un campetto di calcio all’Idroscalo di Ostia. Riceve percosse e bastonate; agonizzante, viene travolto più volte con la sua stessa auto.
I capelli sono intrisi di sangue. Le tracce di pneumatici segnano la sua schiena. Le dita della mano sinistra sono rotte. Dieci costole sono fratturate. Il cuore è scoppiato. Muore quella notte uno dei più grandi intellettuali italiani. E anche uno degli intellettuali più scomodi che la letteratura del Novecento italiano annoveri. Non sappiamo ancora chi sia stato veramente e soprattutto quanti siano stati ad ammazzarlo, però sappiamo sicuramente che è stato linciato quando era in vita da quella borghesia che secondo Pasolini non era una classe sociale ma una vera e propria malattia, una serpe covata nel seno della società italiana. A tale riguardo Moravia aveva già detto che la borghesia italiana era capace di tutto, bastava volgersi indietro e constatare le responsabilità effettive del ceto borghese nella storia del Novecento.
L’omicidio Pasolini è tuttora non del tutto risolto: sarà Pino Pelosi a essere condannato per questo assassinio, ma molti aspetti del delitto non saranno mai chiariti. Nel 2005, dopo trent’anni di silenzio, Pino Pelosi, il ragazzo di vita che uccise Pasolini, cambia versione: «Io sono innocente. Non sono complice di nessuno. Non sono stato io l’assassino», dice a Franca Leosini che lo intervista per Ombre sul giallo (programma televisivo trasmesso da Rai3 sabato 7 maggio 2005) e accusa tre sconosciuti, tre giovani che parlavano «con un accento del Sud».
L’ex ragazzo di vita capovolge la versione che fornì ai giudici trent’anni prima. Racconta che, dopo essere arrivati all’Idroscalo, scese dalla macchina e (qui il racconto cambia radicalmente rispetto al passato) dal buio della notte sbucano tre uomini sui quarantacinque, quarantasei anni: uno aggredisce il ragazzo, gli altri due si occupano di Pasolini. Pelosi racconta di esser stato picchiato, minacciato da una persona «con la barba, coi capelli ricci che mi ha preso per il collo, mi diceva “fatti i cazzi tuoi”». Pasolini è stato tirato fuori dalla macchina, hanno cominciato a picchiarlo in un modo che Pelosi definisce «inaudito». Il ragazzo cominciò a reagire, «per difendere il signor Pasolini. Questo poveraccio urlava, mentre loro lo massacravano».
Racconta di aver preso una mazzata sul naso, di essere stato picchiato, preso per il collo. Sui tre uomini Pelosi non fornisce alcun dettaglio fisico, ricorda solamente che l’uomo che lo minacciò aveva la barba e i capelli ricci; racconta che avevano un accento del Sud, calabrese o siciliano, e che, mentre davano «una lezione a Pasolini», insultavano il poeta dicendogli «sporco comunista, fetuso, arruso, frocio». «Lui non reagiva, lo stavano massacrando, urlava», continua Pelosi. «Si aggrappava al tettuccio, non voleva uscire ma l’hanno letteralmente tirato fuori. Lo hanno picchiato selvaggiamente, finché rantolava». Poi la morte, avvenuta a causa dello schiacciamento di Pasolini a opera dell’Alfa Romeo GT dello scrittore, guidata da Pelosi, che travolge il corpo ormai agonizzante senza accorgersene.
Vi sono poi, oltre a quelle di Pelosi, le rivelazioni di Sergio Citti, fraterno amico di Pasolini che all’epoca del processo – malgrado avesse realizzato un filmato in loco a distanza di poche ore dal delitto – fu volutamente escluso dalle testimonianze: «Erano in cinque, Pasolini fu giustiziato: quella sera doveva incontrare chi aveva rubato le pellicole di Salò o le 120 giornate di Sodoma». Citti sostiene che Pelosi fosse un’esca. E ancora: «Pelosi, con Pier Paolo, aveva una sorta di appuntamento. Era lui che doveva condurlo ad Acilia […] e, siccome volevano essere sicuri che Pier Paolo ci arrivasse davvero, scelsero un ragazzo del tipo che piaceva a Pier Paolo, riccio, moro, muscoloso». Citti sostiene che Pasolini gli disse, poche sere prima di morire, che aveva trovato un contatto per riavere le pellicole del film, che aveva un appuntamento ad Acilia la sera del primo novembre. Ovviamente, secondo Citti, il ricatto delle pellicole del film Salò o le 120 giornate di Sodoma era soltanto un pretesto. Il poeta fu condotto a Ostia, e lì ci fu il massacro: «Picchiarono per uccidere, professionisti». Dopo tali dichiarazioni vi è stata, da parte degli avvocati del processo celebrato trent’anni prima, Guido Calvi e Nino Marazzita, la richiesta alla Procura di Roma di riapertura delle indagini. Il Comune di Roma, a sua volta, si è costituito parte offesa.
Carla Benedetti, studiosa di Pasolini, dopo le nuove dichiarazioni di Pelosi, ha promosso a sua volta una raccolta di firme perché le indagini siano riaperte. L’elenco delle adesioni raccolte è stato consegnato nel luglio 2007 al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Nel luglio 2008 il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofano ha dichiarato che le nuove tecnologie a disposizione possono consentire «di acquisire le informazioni necessarie a ricostruire finalmente la dinamica del delitto Pasolini», facendo sì che il caso non possa essere considerato chiuso. Spiega il colonnello Garofano che la prova del Dna e la tecnica del Bpa potrebbero essere «valide per rileggere le modalità del delitto». A modo di vedere di Garofano, «l’analisi del Dna si potrebbe effettuare su molti reperti», poiché alcuni di essi «non sono mai stati sufficientemente presi in considerazione». Molte sono infatti, secondo l’investigatore, autore di due volumi che ricostruiscono i delitti d’Italia che hanno fatto notizia, le «falle del percorso indiziario».
«La morte di Pasolini è stata come la morte di Gramsci», ha sostenuto Roberto Cotroneo nel maggio 2005. «Più che un assassinio e più che un assassinio politico, come molti hanno sostenuto, l’assassinio di Pasolini è stato la fine di una possibilità, lo spegnersi violento e vile di un’intelligenza da cui non si poteva prescindere. E che doveva suscitare rabbia. Sono stati molti gli intellettuali importanti in questo dopoguerra. Abbiamo guardato l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta con gli occhi di Moravia, della Morante, dei Fratelli d’Italia di Arbasino, dietro le nebbie della Ferrara di Bassani, attraverso la lente vivida e nitida di Volponi, con il sarcasmo amaro di Ottieri e con la volteriana sicilianità di Leonardo Sciascia. Abbiamo imparato a leggere i segni del mondo da Umberto Eco e ci siamo mossi con rispetto e attenzione nei sentieri che si biforcano di Calvino. Ma Pasolini era altro. Moderno in una maniera strana. Con squarci improvvisi di futuro, e allo stesso tempo passaggi desueti».

Ostia, 2 novembre 2008. Foto di Francesco Pasqua

Ostia, 2 novembre 2008. Foto di Francesco Pasqua

P.P.P.: Virgilio dentro l’inferno della modernità
di Paolo Steffan
2 novembre 2008

Sono uno sfortunato figlio della società dei consumi. Classe 1988. Sono un fortunato figlio del pensiero pasoliniano. Dal 2005, quando lo conobbi cinematograficamente, con Edipo re. Mi segnò a tal punto, questo film, che dovetti istintivamente addentrarmi nel cammino tracciato da Pier Paolo. Sto scrivendo delle poesie, le sto gradualmente raccogliendo: se avrò la fortuna di pubblicarle, la dedica sarà “a P.P.P.”, fonte di consapevolezza, di comprensione della realtà odierna: oserei definirlo il “Virgilio che mi accompagna nell’inferno dell’Italia contemporanea”.

Ci sono poeti …
di Chiara Rubin
2 novembre 2008

Tutti si giurano puri:
puri nella lingua…naturalmente:
segno che l’anima è sporca.
E’ stato sempre
così. Per mentire non bisogna essere oscuri.
Si illudono, mostri, che la morte
uguagli! Non sanno che è proprio la morte
(loro alibi di cattolici servi)
che disgrega, corrode, torce, distingue:
anche la lingua.
La morte non è ordine, superbi
monopolisti della morte,
il suo silenzio è una lingua troppo diversa
perché voi possiate farvene forti:
proprio intorno ad essa vortica
la vita! […]
Pier Paolo Pasolini, La reazione stilistica
da La religione del mio tempo (1961)

Ci sono poeti che morendo non lasciano solo sillabe sublimi, immagini miracolosamente vitali, tutto il loro e il nostro mondo racchiuso in un testo.
Ci sono poeti che in vita non hanno temuto di vivere, e morendo non lasciano solo orme disegnate sulla sabbia o scolpite sulla pietra.
Ci sono poeti che in vita hanno mostrato muscoli, vene, pelle e ossa, di una poetica miracolosa reale bellezza.
Ci sono poeti che morendo lasciano un corpo integro, tangibile e attingibile, perché in vita non hanno temuto di perdersi nelle lacrime di un dolore universale o di esprimersi con parole scandalosamente umane.
Ci sono poeti che morendo diventano testimoni della nostra eterna illusione, presenti alla nostra attuale angoscia.
La loro eredità è ineludibile, nutre come pane la nostra volontà di esistere.
Ci sono poeti attorno ai quali vortica eterna la vita …

William Kentridge. Il corpo di Pasolini

William Kentridge. Il corpo di Pasolini

L’angelo
di Emanuele Di Marco
5 settembre 2008

Mezzanotte
è a stento passata;
l’aria è fredda,
il vento soffia
sul tuo corpo
ancora ardente
di sangue.
Ti sono vicino,
da sempre;
anche ora
che la tua macchina
è appena scappata
e che qui
nel buio
sei solo.
L’una, le due.
La brezza fredda del mare
ti asciuga sugli abiti il sangue,
incrosta
il tuo volto
devastato,
le labbra
che poco prima
hanno urlato
la madre.
Tutto è fermo:
non sento nemmeno
le onde del mare vicino;
neppure più il battito
di cuori in tumulto,
di chi ha visto e sentito
e non parlerà,
né ora, né mai.
Le tre, poi le quattro, le cinque.
Ho in grembo la tua povera testa,
accarezzo intrisi
i radi capelli,
chiudo, lento,
l’occhio sconvolto;
con gesto veloce riaccosto
i lembi dei tuoi pantaloni
che altri hanno,
impudicamente, slacciato.
Sono qui a vegliare
il tuo corpo,
mentre tu sei,
spero,
chissà dove.
Già,
chissà dove…
Le sei.
Non arriva nessuno nell’alba,
calcinata,
del triste giorno festivo:
no, anzi, una donna,
una piccola donna,
ancora lontana.
Fra poco inizierà
l’immonda commedia.
Paolo,
un’ultima carezza veloce
sulla bocca che più non grida,
ma, nemmeno, ahimè,
parlerà.
Me ne vado,
scompaio su, in alto.
Stavolta,
per sempre.

A Pier Paolo Pasolini
di Davide Gariti
2 novembre 2008

A distanza abnorme lo perdiamo nuovamente
è l’angelo caduto che ritorna al sentiero primo.

“Fui contro, fui destino, finii nel colmo
d’un campo di sabbia e polvere, malandrino.

Ma le ore di eterna solitudine che trascorsi
nell’eterna morte, furono la più dolce tra le solitudini
la redenzione d’un atto durato tutta la vita.

Quelle ore prima del sole, accorante poesia
nel vento lieve sulla carne, erano me nel popolo,
nella disgrazia sottoproletaria che mi apparteneva,
ore di vita oltre la morte, mi erano amiche
nel silenzio ovattato della mia lirica e del mio perdono.

Finì nel silenzio d’una madre sola
che aspetta il figlio rincasare,
nel pianto e nella miseria del frinire le cicale.
Povera donna che vide il mio corpo come sacco di letame”,
poveri noi che ancora aspettiamo quel nulla
che da lontano grida giustizia!

 

 

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