Novembre 2000. Una rassegna stampa 25 anni dopo la morte di PPP

Pasolini-Chaucer nel film  "I racconti di Canterbury"

Sul finire del 2000 “Pagine corsare” ha pubblicato una ricca selezione di articoli apparsi sulla stampa tra il 1^ e il 2 novembre fino a dicembre di quell’anno per ricordare  la figura e il significato di Pasolini a 25 anni dalla sua morte.  Si tratta di un materiale di estremo interesse che vale anche come documentazione dei tanti strati della ricezione di Pasolini, avvenuta  in forme accidentate, non sempre pacifiche e talora non riconciliate o perfino astiose.
Dopo una premessa curata da Angela Molteni, compaiono 11 articoli stesi da firme anche illustri e scelti da varie testate:  “Il Corriere della Sera”, “Il Giorno”, “La Nazione”, “il Nuovo”- quotidiano online, “la Repubblica”, “La Stampa”, “Varesenews.com”.

2 novembre 2000. Venticinque anni dopo la morte di Pasolini.
Una commemorazione controversa
a cura di “Pagine corsare”
novembre-dicembre 2000

Sia pure parziale, incompleta, frammentaria, quella che si potrà leggere in questa sezione di “Pagine corsare” è una rassegna di ciò che la stampa ha pubblicato per commemorare quel 2 novembre 1975 in cui la vita di Pier Paolo Pasolini veniva tragicamente spezzata.
Ha scritto Nunzio Guadagni, un visitatore di “Pagine corsare”: «Puntualmente, devo constatare che l’anniversario della morte di Pasolini cade nell’oblio o è occasione di  un rinnovato, ennesimo martirio per il grande poeta. Eccone l’ennesima prova: su “Il Mattino” di Napoli del 29 ottobre 2000 Felice Piemontese parla di “…un’avventata iniziativa mondadoriana a dedicare allo scrittore friulano ben sette volumi dei Meridiani” e ancora “Pasolini mi appare pressoché nullo come romanziere…”; “… i romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta sono letteralmente illeggibili e su questo l’accordo è totale…” (ma con chi?, aggiungo io, non si sa). Su “la Repubblica” Angelo Guglielmi dichiara che “anche coloro che lo amano riconoscono che era un narratore pezzente…”. Questi individui così meschini, così volgari, gretti e ignoranti non hanno un minimo di dignità, e riescono a speculare sulla tragica morte di Pasolini di cui non sono degni neanche di proferire il nome. Scrivo queste poche righe perché so di rivolgermi a persone amiche che possono comprendere la mia amarezza».
Una spiegazione a un tale astio potrebbe essere quella che tenta di mettere a fuoco Nico Naldini, scrittore e cugino di Pasolini. Anche nei documenti qui riportati quella che Naldini definisce “vendetta postuma” affiora spesso nei giudizi dei critici che “più strepitano”. (Angela Molteni)

"Scritti corsari". Copertina Garzanti

“Scritti corsari”. Copertina Garzanti

1.“Il Corriere della Sera” – 1 novembre 2000

Un ricordo
di Matteo Collura

Lo scrittore ucciso nella notte tra il 1° e il 2 novembre di 25 anni fa cominciò a collaborare con il “Corriere della Sera” nel gennaio 1973. Vista oggi, la collaborazione di Pier Paolo Pasolini al “Corriere della Sera” è un precedente che sorprende e fa riflettere. Il primo articolo dello scrittore e regista fu pubblicato dal quotidiano di via Solferino il 7 gennaio 1973, dieci mesi dopo la nomina a direttore di Piero Ottone. Sappiamo delle aperture di Ottone, delle sue iniziative volte a svecchiare il “Corriere”, avvicinandolo alle problematiche che allora agitavano la società italiana, spesso lacerandola. Tuttavia, ci sembra clamoroso che Pasolini sia stato accolto sulle pagine del quotidiano milanese dallo stesso direttore al quale poco tempo prima aveva inviato una lettera che definire offensiva sarebbe un bugiardo eufemismo:  Pasolini protestava per i servizi sulla guerra del Vietnam che in quel periodo apparivano sul “Corriere” («sarebbe ora che ti vergognassi per quello che “fai” scrivere ai tuoi disonesti  redattori…») e concludeva con uno dei suoi vaticini che oggi, col senno di poi, sappiamo erano una sorta di sua cifra stilistica: «… quelli che oggi sono gli sfruttati e gli oppressi spazzeranno via voi e le vostre libertà. Costoro sanno oggi meglio che mai che questa non è retorica millenaristica…». Indignato per la linea di politica estera espressa dal grande giornale della borghesia italiana, Pasolini ne definiva il direttore «una triviale e laida puttana». Nonostante ciò, un anno dopo ecco l’autore di Accattone scrivere per il “Corriere della Sera”, sotto la medesima direzione; anzi, per espresso invito di quella stessa direzione.
Nonostante il nuovo corso propiziato da Ottone in quel periodo, il quotidiano di via Solferino, agli occhi degli intellettuali di sinistra più intransigenti, rimaneva espressione del conservatorismo borghese. Dall’una e dall’altra parte, mediatore il direttore, vi fu un avvicinamento. Esso fu reso possibile con l’invenzione di una «tribuna aperta», nella quale ospitare anche gli scritti degli esponenti più controcorrente e arrabbiati della cultura. Pier Paolo Pasolini tra questi, anche se aveva scritto quella lettera dal contenuto così offensivo.
«Sì, era giusto lo facessi», dice ora Piero Ottone. E spiega: «Quando si dirige un giornale bisogna rispettare tutte le opinioni, anche quelle insultanti nei nostri confronti. Ricordo che, appena nominato al “Corriere”, misi in pagina la lettera che diceva: “Dopo Missiroli, Russo, dopo Russo Spadolini, dopo Spadolini Ottone. Al peggio non c’è fine”. Oltretutto, la trovavo spiritosa». Certo, non si potrebbe definire altrettanto lo scritto di Pasolini. Ottone è d’accordo, ma, ripensando a quella sua scelta, dice: «Non mi ero sentito ferito dalle sue frasi offensive perché avevo la coscienza a posto. E poi, se lui poteva dire qualcosa d’interessante sul giornale che dirigevo, impedirglielo per fatto personale sarebbe stato un errore. In quel momento Pasolini era una voce che andava ascoltata, indipendentemente dalle proprie opinioni».
Come collaboratore, il «corsaro» Pasolini non era né oltremodo esigente né pressante. «I contatti con lui erano tenuti soprattutto dal vice direttore Gaspare Barbiellini Amidei», dice Ottone e ricorda che soltanto in una occasione, per ragioni strettamente legali (per evitare cioè guai giudiziari al giornale), dovette convincerlo a non pubblicare un suo scritto. «Ascoltò le mie ragioni, le comprese e non protestò».
Il primo articolo sul “Corriere” di Pasolini fu ospitato in seconda pagina e, nello stile provocatorio del poeta, s’intitolava Contro i capelli lunghi. Il 10 giugno 1974 (con scandalo di molti lettori) ecco aprirsi per lui la prima pagina, con uno scritto dal titolo Gli italiani non sono più quelli, in cui il suo attacco alla civiltà materialistica, matrigna della devastante omologazione, si dispiegava compiutamente.
In anni lontani, Pasolini aveva già scritto per il «Corriere d’Informazione», la testata sorella del quotidiano di via Solferino. Era stato il direttore Gaetano Afeltra, nel 1956, a chiedergli uno scritto da pubblicare, come pura lettura, il sabato («Egregio signore, il “Corriere d’Informazione”, come Lei avrà visto, pubblica ogni settimana, al sabato, una pagina intera dedicata alla narrativa, nella quale a racconti famosi di Cechov, Mann, Pirandello, Dostoevskij si alternano racconti di scrittori italiani viventi già noti e di indiscutibile valore letterario… perciò saremmo lieti di poter contare anche sulla Sua collaborazione…»). Pasolini aveva accettato di buon grado. «Ricordo che ci incontravamo all’hotel Ambasciatori di Roma», dice Afeltra. «Mi colpiva la sua intelligenza, la sua vivacità. I suoi scritti facevano sempre discutere; per questo, giornalisticamente, erano l’ideale. Fu lui a inventare la parola Palazzo, un’espressione di cui noi giornalisti non avremmo più potuto fare a meno».

"I Turcs tal Friùl" (1944). Manoscritto di Pier Paolo Pasolini

“I Turcs tal Friùl” (1944). Manoscritto di Pier Paolo Pasolini

 2.“Il Giorno” – 2 novembre 2000

Al macero i temi del giovane Pasolini
di Mario Silla

I temi dì Pasolini valgono una bicicletta? Parrebbe proprio di sì. Sarebbero infatti finiti al macero, portati forse dagli stessi bidelli nel quadro dell’operazione “Ciclo e riciclo”, organizzata dall’Azienda Energetica: una raccolta a punti che premia chi totalizza un certo punteggio portando in discarica carta da macero.
Nel 1995, nell’ambito del trasloco del Liceo Classico Manin, fu portato al macero diverso materiale cartaceo. Tra queste carte c’erano anche i temi composti da Pier Paolo Pasolini quando era studente al Ginnasio di Cremona. Nessuno in tanti anni si è mai preoccupato di raccogliere quel materiale rimasto per decenni negli armadi della scuola ed ora perso per sempre.
Come mai solo ora ci si è accorti della clamorosa distruzione? In questi giorni, a venticinque anni dalla scomparsa, Cremona sta ricordando lo scrittore con una mostra di disegni e quadri inediti: cento opere, buona parte delle quali realizzate negli anni Quaranta. L’occasione ha riportato l’attenzione sull’opera del geniale regista e anche sulla sua vita, con quell’intermezzo cremonese che egli ha sempre ricordato con affetto.
Un ragazzino geniale, dalla pagella traboccante di bei voti e con un nove pieno in italiano. Così viene descritto Pier Paolo Pasolini da alcuni vecchi amici del Manin di Cremona, dove era arrivato al seguito del padre, ufficiale dell’esercito.
Era piccolo e magrissimo. I compagni di scuola ricordano Pasolini come uno studente zelante, al punto da dare persino sui nervi. L’ingegner Orsetto de Carolis fu il suo compagno di banco. Oggi, alla soglia degli ottant’anni, ricorda con affetto il Pasolini studente ginnasiale. «Facevamo a gara per poterlo superare», ricorda de Carolis. «Ricordo la mia rabbia perché mi ritenevo bravo in italiano e alla fine spuntai solo un otto, lui mi batté con un nove pieno». «Ero il suo compagno di banco, ma a me non dava molta confidenza», ricorda ancora de Carolis. «Forse per la sua timidezza, parlava poco. E non gli dovevo neppure essere molto simpatico. Forse perché quando facevamo la lotta, perdeva sempre. Così mi rifacevo di quel voto in meno in italiano scritto».
Per le loro straordinarie immagini, i componimenti in classe dì Pasolini vennero più volte citati, anche negli anni a seguire, dal vecchio professore di italiano Alfredo Mori. Purtroppo però di quei temi non è rimasta traccia: i fogli sono finiti al macero in cambio di bollini premio per ottenere una bicicletta. Una vicenda incredibile sulla quale già da oggi partirà una inchiesta amministrativa interna alla scuola.
Nei temi il giovane Pasolini, ricordano i compagni del Ginnasio, univa alle suggestioni padane immagini scolastiche, spesso ispirate dai poemi omerici. Come ricorda de Carolis, molte frasi che poi sono state scritte nel libro Romàns, probabilmente erano state sperimentate già nei temi in classe. Il Torrazzo, ad esempio, era definito «cartaceo e struggente», mentre di Cremona si dice che l’aveva accolto «con le sue superfici di pietra».

3.“La Nazione” – 2 novembre 2000

Non siamo noi che stabiliamo se un autore è immortale
di Ferdinando Camon

Non siamo noi che stabiliamo se un autore è immortale o è morto, è il pubblico. E il pubblico legge Pasolini, dunque Pasolini è vivo. Ho sentito, di Pasolini, una lettura che non dimenticherò mai. Sulla sua tomba, a Casarsa. Quando penso a un autore amato dopo morto, mi viene in mente quella lettura. Era il 2 novembre, Pasolini era morto da qualche anno. Vado a trovarlo, è sepolto qui, non lontano da casa mia. La sua tomba sta subito dopo il cancello del cimitero, a sinistra.  […]
Mi aggiro per il cimitero (così contadino, pieno di fiori e di ramarri) quando sento un vocìo segreto, un bisbiglio: mi volto e vedo che davanti alla tomba di Pier Paolo s’è seduto su uno sgabello un ragazzo sui 25 anni, ha in mano un libro aperto (lo riconosco: collana “Poesia” di Garzanti, volumi rilegati con la copertina color oliva) e sta leggendo tutta intera la poesia di Pasolini Supplica a mia madre, quella in cui Pier Paolo esprime con insospettata chiarezza l’origine della sua omosessualità, che stava nel rapporto “sacro” col corpo della madre: il corpo della madre era intoccabile, e per conseguenza ogni corpo femminile. Lì Pier Paolo parlava per sé e per quelli come lui. Il ragazzo che leggeva, leggeva per sé e per quelli come lui. La “durata” di un autore dipende da questo: dalla capacità di quell’autore di “essere gli altri”.
Pasolini era stato i ragazzi di vita, il comunista eretico, l’espulso perdonante, il cristiano antipapale, il Cristo rivoluzionario, lo scrittore affermato che esordiva con ogni esordiente.  […]
Scappato dal Friuli a Roma (per quella storia del ragazzino su cui avrebbe allungato le mani), povero da patir la fame, schivato e reietto, cercò i reietti, gli emarginati, i perdenti, i fuori-storia. La sotto-Roma. Quella sotto-Roma è morta, quel sottoproletariato è stato spazzato via dalla rivoluzione dei consumi, è diventato piccola borghesia: ma i libri che Pasolini gli ha dedicato restano. «Dolorosi come un pugno nello stomaco», parole di Fortini. […]
Tutte le sue opere hanno urtato contro questa difficoltà, la difficoltà di essere accettate. Anche le sue poesie. I critici comunisti finirono per amare le sue poesie friulane, così arcadiche, così dolciastre. Non hanno mai amato Le ceneri di GramsciLa religione del mio tempoTrasumanar e organizzar. Così come non hanno mai accettato in pieno Ragazzi di vitaUna vita violenta, e nemmeno i film, a partire da Accattone. Solo Fortini mi confessò di non esser riuscito a restare nel cinema fino alla fine del Vangelo secondo Matteo: stava guardando il film in un cinema di Firenze, con la moglie, e l’angoscia per il messaggio mistico-rivoluzionario fu tale che Fortini dovette scappare.
Dopo la morte, Pasolini viene continuamente contrapposto a Calvino: o si accetta l’uno o l’altro. E’ una contrapposizione insensata. Pasolini sta sulla sponda del “cosa dire”, Calvino era ormai passato alla sponda del “come dire”. Tra le due sponde corre la nostra letteratura contemporanea. Non c’è bisogno che chi sta su una sponda combatta la letteratura che si fa sull’altra sponda: può anzi sentirne la bellezza, e la nostalgia. E non è certo così che si uccide Pasolini, che lo si butta fuori storia, lo si dichiara morto. Oggi tornerò alla sua tomba. La mia previsione è che troverò qualche altro ragazzo, accoccolato lì vicino, a leggere suoi versi. Quella lettura è una garanzia di durata molto più di questo articolo.

Pasolini e Laura Betti

Pasolini e Laura Betti

4. “La Nazione” – 3 dicembre 2000

Laura Betti: «Vi racconto Pasolini. Come l’ho amato io»
di Giovanni Bogani

«Tutte storie. Il progresso, le idee nuove… L’Italia non si è liberata di un bel niente. Nemmeno di un certo modo di vedere l’omosessualità. Vedono Pier Paolo Pasolini ancora più come un caso di cronaca che per tutto il resto. Per questo ho fatto un film su di lui». È Laura Betti a parlarne. Dietro occhiali spessi, psichedelici, felliniani, la sua voce è un sussurro e un grido. «L’Italia è preda degli stessi pregiudizi di sempre. Ma continuo a vivere qui perché è il paese più simpatico d’Europa. Pier Paolo? Sì, ho fatto un film su di lui. È la prima volta che lo dico ufficialmente, voi giornalisti me l’avete estorto. Una fiction? No, ma quale fiction. La facciano gli altri, io no di certo. Ho raccolto tutte le interviste televisive a Pier Paolo, i frammenti filmati, le foto inedite, gli articoli di giornale, i saggi, gli appunti. Un materiale immenso, che ho unito ad alcune scene che ho girato adesso, nei luoghi cari a Pier Paolo. Adesso ho bisogno soltanto di un buon montatore, ma dove sono finiti in Italia i montatori?».
Sono passati venticinque anni dalla morte di Pasolini, sulla spiaggia del Lido di Ostia. Di fronte a Laura Betti un’altra spiaggia. Altrettanto brulla, spazzata dal vento, spolverata di gabbiani: Viareggio. Qui le hanno consegnato il premio Europacinema 2000. E la giuria di ragazzi, trenta studenti pieni di entusiasmo, le ha dato la voglia di parlare di questo progetto. «Se ho scoperto un Pasolini nuovo? Ma per me è tutto nuovo: quando ami una persona, come io ho amato Pier Paolo, mica la studi! Sì, ho amato Pier Paolo, ho vissuto con lui, praticamente, per ventidue anni. E adesso ritrovo le sue mani, la sua voce, i suoi occhi, le sue parole, le sue esitazioni, tutte cose che nessun testo scritto potrà mai restituire. E ho capito che solo il cinema può rendere conto di tutto questo  […]
Vuole sapere perché oggi, soprattutto oggi, ai giovani di vent’anni piace Pier Paolo? Perché scrivono le sue frasi nei diari, perché leggono i suoi libri? Perché i genitori non hanno tempo per loro, per spiegar loro niente della vita. E loro hanno bisogno di spiegazioni, di idee, di provocazioni. Trovano tutto questo nelle parole di Pier Paolo. Trovano la profondità del suo sguardo sulle cose. Lo chieda, lo chieda ai ragazzi. Vedrà».

5. “Il Nuovo” online – 2 novembre 2000
Quel che resta di Pasolini
 Redazionale

A venticinque anni dalla morte, il poeta – cineasta – intellettuale corsaro parla ancora agli uomini del Duemila? Cosa è vivo e cosa è inservibile di una produzione vasta, discussa, scandalosa? Anziché riproporre la domanda ad amici e coetanei dell’autore di Ragazzi di vita , giriamola agli scrittori e ai critici dell’ultima generazione.
Luca Doninelli, figlio letterario di Testori, giura sull’attualità  di Pasolini perché era «un intellettuale alla Voltaire,  libero, che non pensava cioè per conto e al servizio di qualche pezzo del potere, che era capace di provocare, di mettere alla prova i nostri luoghi comuni, di spezzare le banalità del suo tempo». Insomma, il Pasolini corsaro, quello degli articoli sulla Terza pagina del ”Corriere” parla ancora a Doninelli «perché profetico, non nel senso che predice il futuro, questo lo fanno gli indovini, ma perché dice le cose come sono e, quindi, ci aiuta a capire anche come saranno».  Accanto all’agguerrito elzevirista anche il poeta resta vivo, mentre ciò che è caduto sono «certa narrativa come Ragazzi di vita  o certa cinematografia». Per Doninelli «in questi campi c’è tanta roba da buttare, ma anche alcuni capolavori da salvare, da custodire». Primo fra tutti il film La ricotta con quell’immagine della famelica fame del sottoproletario:  «Amo Pasolini – osserva l’allievo di Testori – prima di tutto perché sapeva essere antiborghese, perché era capace di riportare alla memoria un mondo, una cultura che andava scomparendo, che ormai è scomparsa».
Di opinione del tutto opposta è Massimo Onofri, giovane critico, recensore per “L’Indice” dell’intera opera di Pasolini, uscita di recente per i “Meridiani”. Per lui è proprio «la parte nostalgica del poeta-cineasta quella da buttar via: l’inno alla società contadina, o alle lucciole che scompaiono. Tutto questo è vecchio, caduto per sempre». Onofri ci va giù duro su tutta la produzione corsara sino a giudicare «pressoché inservibile persino la sua più famosa e fortunata metafora, quella del Palazzo». Se «i contenuti di quelle polemiche sono ormai sorpassati, resta però la grande capacità del giornalista di afferrare la forza dello scandalo, di comprendere il modo per comunicare». Il Pasolini che Onofri preferisce «è il critico letterario che per l’intuito e il gusto si colloca fra i più grandi». Il poeta invece è «discontinuo»: accanto ad una produzione interessante come quella de Le ceneri di Gramsci, «c’è tanta roba mal riuscita». «Da accantonare anche opere narrative come Ragazzi di vita e Una vita violenta ».

6. “Il Nuovo” online – 2 novembre 2000

Venticinque anni senza Pasolini
di Fernando Martinez

Che cosa ne penserebbe Pasolini? È una domanda che capita spesso di farsi di fronte alle meraviglie e alle idiozie del nostro tempo. Che cosa ne scriverebbe lui che in prima pagina sul “Corriere della Sera” nel ’74 scrisse «io conosco i nomi dei politici mandanti delle stragi…»? Che cosa direbbe quando noi diciamo “non ci posso credere”, spiazzati dai rapidi sviluppi e degenerazioni della politica, del costume, dei media, della tecnologia? In questa domanda è forse, per tanti, il valore della sua vera eredità. Per quelli che negli anni ’70 avevano l’età della ragione e per quelli che si sono presi la briga di scoprirlo dopo, Pasolini, in sintonia con quella «forza rivoluzionaria del Passato» che lui contrapponeva al “progressismo di maniera”.
Più che il poeta e il letterato, giudicato a volte “esile” (da Carmelo Bene per esempio); più che il regista di cinema che ha sempre diviso e incontrato alterne fortune; è il Pasolini osservatore della realtà che ci circonda (il maìtre a penser francese) a restare nel ricordo. Il filtro intelligente di un mondo non fruito passivamente, che diventa coscienza collettiva del suo tempo. E che aiuta ancora noi oggi a sfuggire la narcosi delle mille forme di controllo sociale, dei cosiddetti bisogni indotti, dalla mercificazione di tutto.
A noi rimane negli occhi il viso scavato. Nelle orecchie quella voce impastata di miele e di fiele, che non potremo dimenticare. «Una creatura angelica», disse Eduardo. Con quel corpo inquietante e gentile che va incontro alla gente per strada, il microfono in mano per un film-inchiesta, con domande soavemente fuori tono. Un padre nobile, in fondo, di Iene, Gabibbi e Chiambretti d’oggi, ma senza la schiavitù della prostituzione spettacolare. Il paragone non sembri irrispettoso perché se c’è uno che ha sempre impastato “basso” e “alto” è Pasolini. È questa l’eredità sociale più viva di un Poeta, inteso nel senso più ampio, come intendeva Alberto Moravia che ai funerali dell’amico urlò «il poeta dovrebbe esser sacro». Un’eredità ancora scomoda se è vero come è vero che i mandanti delle stragi non sono ancora processati; che la libertà sessuale è identificata con l’esibizione anatomica dei corpi.
E infatti, in un mondo fatto di segni, non può sfuggire la grande rimozione del Poeta denunciata da un piccolo dettaglio come l’assenza di riferimenti toponomastici: «niente vie, niente piazze, niente scuole», annotò giustamente Michele Serra. Celebrato, rimosso e mai elaborato a livello sociale, Pasolini inquieta per la sua preveggenza quasi profetica, perché oggi stiamo andando proprio dove lui indicava con allarme. E si sa che quello della Sibilla è sempre un ruolo sgradevole, come fa notare intelligentemente il biografo pasoliniano Nico Naldini. Inquieta anche perché è probabilmente l’intellettuale italiano più discusso della seconda metà del Novecento.
Aveva una naturale tendenza a scandalizzare, che gli derivava dalla sua “diversità”, ma anche da uno spirito dissenziente che lo portava a sposare le tesi più impopolari, come la rivalutazione dei poliziotti, la polemica antiabortista, la denuncia della superficialità della “rivoluzione sessuale”. Anche con la sinistra ebbe rapporti complicati, il suo anticonformismo viscerale sfuggiva ad ogni tentativo di etichettatura: sovversivo e reazionario, ingenuo e malizioso, pedagogo e corruttore, puro e ipocrita sono tutte aggettivazioni che gli sono state buttate addosso. Perché un poeta così, come scrisse Oriana Fallaci, «appartiene a tutti noi». Eppure, allora, pochi lo sentivano proprio. I giovani che oggi animano decine di siti internet a lui dedicati, negli anni ’70 gli tiravano insulti.
Questo scarto temporale, questo anticipo sui tempi è in fondo una qualità dei poeti. Ma per lui fu qualcosa di più. Intellettuale “disorganico” per eccellenza, Pasolini era un uomo che dava fastidio: lo testimoniano i 33 processi di cui fu protagonista. Non aveva paura di sbagliare, né di sporcarsi le mani; apocalittico e disperato, si sforzava di «essere continuamente irriconoscibile», come scriveva poche ore prima di morire. Amava i personaggi dispersi nella “periferia della storia” e si sentiva profondamente “inattuale”. Ma era capace di decifrare con spregiudicatezza i fenomeni del suo tempo: “il nuovo potere dei consumi”, “la mutazione antropologica”, “la distruzione paesaggistica dell’Italia”…  Per questo, per tutto questo la sua eredità è oggi difficile da raccogliere, occorre “guardarla” bene in faccia, come scrisse Franco Fortini. […]

Pasolini sul set de "Il fiore delle Mille e una notte" (1973). Fotografia di Roberto Villa

Pasolini sul set de “Il fiore delle Mille e una notte” (1973). Fotografia di Roberto Villa

7.  “la Repubblica” – 2 novembre 2000

Il suo cinema senza eroi
di Antonio Gnoli

Il rapporto di Pasolini con il cinema fu quello di un dilettante di genio con un mezzo che gli era estraneo e di cui ignorava la tecnica. È vero che aveva lavorato come sceneggiatore, è vero che aveva frequentato il set come comparsa, è vero che come intellettuale onnivoro non si era mai imposto limiti nei linguaggi espressivi, è vero infine che il cinema lo interessava come critico e spettatore sui generis. Ma resta il fatto che entrare in quel mondo di immagini era come chiedere a un montanaro di fare una regata. Eppure Pasolini non si tirò indietro. Perché? I motivi sono essenzialmente due. Uno è che in fondo Pasolini fu un calciatore mancato. La cosa può apparire bizzarra. Pochi, provenendo da un mestiere diverso, conoscevano il calcio quanto lui: l’arte del movimento che lo governa, il senso dello spettacolo che lo avvolge, la popolarità che lo accompagna. In fondo sono questi gli stessi requisiti che il cinema possiede.
Immaginare Pasolini su un campetto di periferia mentre veloce correva sulle fasce e crossava il pallone, non era qualitativamente diverso dal vederlo dietro una cinepresa. Difendeva e attaccava. Almeno così a me pare. Ma c’è un’altra ragione, meno estemporanea, che spiega il suo rapporto con il cinema. Ed è che quel mezzo più della narrativa e più della poesia gli consentiva di avere un rapporto politico con la realtà. E mai come negli anni Sessanta e Settanta la politica ha influito sul modo di percepire il mondo esterno.
Per rappresentare Ninetto, disse, ho bisogno di Ninetto. Una spiegazione semplice ed efficace per un cinema che dopo tutto amava privilegiare ossessivamente i corpi e le facce. Si tratta di un’antropologia che aveva come punto di riferimento la lezione longhiana. C’è un’aria pittorica nelle sue esecuzioni, un gusto che rimanda a Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo e Rosso Fiorentino. Ma anche a Bacon, altro pittore che amava.  […]
Dopo anni ho rivisto Accattone. Come accade spesso in questi casi, pensavo a un film datato, esteticamente velleitario, moralmente discutibile e, diciamo la verità, tutt’altro che scandaloso. Fu girato quarant’anni fa, era il primo film di Pasolini. La gestazione fu lenta e complicata da incomprensioni, paure e dalla sensazione che quell’uomo dietro la cinepresa fosse un totale sprovveduto. Il che in parte era vero. Ma, al tempo stesso, nessuno aveva intuito che quel mezzo più di ogni altro corrispondeva all’idea di scandalo che Pasolini intendeva trasmettere.
Se fosse stato semplicemente un uomo di sinistra avremmo avuto un regista capace di denunce civili: alla Rosi o alla Petri, per intenderci. Ma era lo scandalo a interessarlo. Cioè qualcosa che avendo in sé la forza del risentimento e della pietà colpiva al cuore della morale e della ragione.
I personaggi di Accattone sono guidati dal risentimento e guardati con la pietà di chi sa che non c’è riscatto se non nella morte. Ecco l’altro tema che, come un’ossessione, accompagnerà il lavoro cinematografico di Pasolini: la morte. Tutto il vitalismo, l’estetismo, verrebbe da dire quel dannuzianesimo che spesso avvolge il gesto pasoliniano, ha come contrappunto la morte.  […]
Con tutte le imperfezioni, i lirismi, la musica di Bach che eccede e contrasta con il contesto, l’uso fino alla noia di campi e controcampi, Accattone rimane un grande film, la cosa migliore insieme a l’episodio La ricotta che Pasolini abbia mai girato. Comunque di gran lunga migliore della produzione successiva che risente di furori intellettuali e spiegazioni troppo vincolate alla osservazione rarefatta e schematizzata. Lo scandalo, insomma, finì con il trasformarsi in provocazione.
Mi chiedo se ci sia qualcosa che sopravviva nel suo cinema. Qualcosa che vada al di là delle parole con cui pure comprensibilmente si è cercato di spiegare la sua grandezza. Ebbene, questo qualcosa è individuabile nella linea divisoria che Pasolini ha magistralmente segnato tra universo maschile e femminile. Tanto il primo sembra voler rispondere alla violenza dei vinti e degli intrusi (e non è casuale che egli prediliga attori non professionisti o che all’origine non lo erano o che comunque come Totò arrivino da un altro pianeta), quanto il secondo si riconnette alla ipotenza del mito. Le donne che hanno attraversato la sua vita professionale, e non solo quella, sembrano le tragiche espressioni di un matriarcato impossibile e tuttavia reale. Anna Magnani, Laura Betti, Maria Callas, Silvana Mangano perfino Elsa Morante e Natalia Ginzburg che prestarono il loro volto per delle particine mostrano quanto fosse grande in lui il bisogno di ricondurre il mito alla donna e la donna al sacro.
In questo impasto, fuori dal tempo e che sospende la storia, Pasolini immaginò che il potere si riscattasse dalla sua sordida e ferina propensione al dominio. Naturalmente fu poco più che una illusione, smentita dal suo ultimo film: Salò o le 120 giornate di Sodoma. Opera sulla crudeltà, e sull’eccesso dell’ingiustizia, descrizione di un Potere che ha perso ogni giustificazione che non sia quella del rapporto patologico fra vittima e carnefice. Si direbbe che quasi fatalmente il lato oscuro di Pasolini, quella inquietudine che lo aveva spinto a misurarsi con i guasti che il moderno aveva prodotto, si ritrovasse interamente nel suo ultimo film. Era come se l’amore e la morte fossero stati irrimediabilmente dissacrati. E qualunque fedeltà alla realtà non avesse più senso.
Ho l’impressione che la morte di Pasolini non sia avvenuta in quello spazio irreale dell’Idroscalo di Ostia, ma sul set di Salò qualche mese prima. Forse avrebbe girato altre cose, progettava un film intitolato Porno-Teo- Kolossal , era la sua battaglia finale con l’estremo. Il bisogno di offrirsi in pasto: sacrificarsi. In una parola dare ancora una volta scandalo.

Angelo Guglielmi

Angelo Guglielmi

8.  “la Repubblica” – 2 novembre 2000

Intervista ad Angelo Guglielmi: le aspre polemiche della neoavanguardia
contro il poeta delle borgate
Pier Paolo, mio nemico amatissimo
di Simonetta Fiori

«Ho litigato con lui per tutta la vita, ma ora anch’io ne provo nostalgia». Angelo Guglielmi rievoca il grande avversario d’un tempo, Pier Paolo Pasolini, morto nella notte tra il primo e il due novembre di venticinque anni fa. Non tragga in inganno la premessa sentimentale. I toni pugnaci e un po’ sprezzanti sono gli stessi del passato. Quasi come quarant’anni fa, quando sul “Verri”, la rivista della neoavanguardia, comparve una violenta requisitoria di Guglielmi contro Pasolini maestro di vita. Innumerevoli i capi d’accusa. «Pressappochismo ideologico, tronfio e ricattatorio». «Pesantezza oratoria, ingenua e arrogante». «Marxismo di marca sospetta». «Formidabile abilità nel confezionare l’irrazionale dentro pacchetti più convenzionali». «Ambiguità a buon mercato». «Impegno civile sostanzialmente ipocrita». E per commiato, il cazzotto definitivo: «Il nostro scrittore più decadente è anche il più rozzo e grossier»..

Guglielmi, pentito?
No, affatto. A parte qualche asprezza polemica, è quello che penso ancora adesso..

Ma Pasolini come la prese?
Molto male. Lo chiamai qualche anno dopo per chiedergli un brano da inserire nell’antologia Vent’anni di impazienza. Al telefono replicò brusco: “Perché tanto interesse per il mio lavoro dopo tutto quello che ha scritto su di me?”. Poi però mi aiutò a scegliere le pagine. A differenza di Bassani, che si negò offeso.

Altri echi?
Venne a trovarmi Leonardo Sciascia, che si congratulò. Con quell’articolo, mi disse, avevo colto nel segno.

Ma il rapporto con Pasolini ne risentì?
Sì, certo. Lo incontravo spesso al caffè Rosati, dove lui era in compagnia di Moravia. Ma mentre Alberto era gentile con noi più giovani, Pasolini fingeva di non vederci. Non dimentichiamoci che lui era un grande, molto celebrato. Più amato dello stesso Moravia.

In quel saggio sul “Verri”, nel 1960, lei ironizzava sull’ «angelo delle borgate romane», accusandolo sostanzialmente di ipocrisia.
In quegli anni, ma anche nei successivi Settanta, Pasolini era il Personaggio. Assai influente, ascoltato e anche temuto. Dopo che Ottone ebbe la geniale idea di farlo scrivere sul “Corriere”, la domenica ci precipitavamo a leggere i suoi interventi in prima pagina.

Il Pasolini corsaro che irritò anche la sinistra.
“Era un grande imbonitore, abile nel rendere in un linguaggio rivoluzionario convincimenti arretrati. Un comunicatore lontanissimo da ogni forma di modernità. I suoi erano articoli di guerra. Sempre aggressivi. Contro. Eternamente all’arrembaggio. Tanto più efficaci, quanto più aspri. Però poi scoprivi che la vittima dell’assalto era felice di esserlo, perché coinvolto in un parapiglia chiassoso che serviva sia all’uno che agli altri. Era piacevole essere bastonati da Pasolini.

Vale anche per lei?
Ammetto: era il più ghiotto tra i nostri bersagli polemici, il più curioso, intelligente, all’avanguardia. D’altra parte, ripeto, Pasolini era amato da tutti: comunisti e democristiani. Andava all’assalto del Palazzo, ma al Palazzo queste incursioni in fondo piacevano.
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Non è un giudizio un po’ ingeneroso? E i processi, i prolungati ostracismi, anche gli attacchi violenti…
Tutto questo è vero, ma la classe ufficiale nutrì verso di lui rispetto e perfino devozione.

Chi non ha condiviso l’ideologia pasoliniana si trova ora davanti a una contraddizione: se quello che Pasolini pensava sulla società italiana era così sbagliato, com’è potuto accadere che alcune sue analisi fossero così giuste da apparire oggi come una profezia?
Intendiamoci su un punto: lui non ha inventato nulla. La massificazione della società era stata analizzata dalla Scuola di Francoforte, e ancora prima da Orwell. In America David Riesman aveva scritto La folla solitaria. Il merito di Pasolini è di avere introdotto queste verità nell’assonnata provincia italiana. Sembra un profeta, ma non lo è.

Non salva niente di lui?
No, al contrario. Tendo a separare il comunicatore, che fu straordinario, dal romanziere di qualità modesta. Anche coloro che lo amano riconoscono che è un narratore pezzente. Ma sul piano della comunicazione fu imbattibile. Riusciva a cogliere come nessun altro gli umori dell’epoca. Era un urlatore potente, sintonizzato con il suo tempo come una musica rock. Non è un caso che il “Corriere” non sia riuscito a sostituirlo. E la sua grandezza consiste nell’essere tuttora un contemporaneo, modello per schiere di ragazzi.

Ma è vero che quando uscì Ragazzi di vita, quarantacinque anni fa, lei e i suoi amici bolognesi vi divertiste a imitarne i personaggi?
Sì, per circa una ventina di giorni, ci ribattezzammo con i loro nomi. E il gioco consisteva nell’apostrofarsi con lo stesso loro linguaggio, tanto più esasperato quanto più pronunciato da ragazzi nati nel Nord. Si trattava di un fenomeno di vitellonismo. E ancora oggi credo che i romanzi di Pasolini, più che intrigare intellettualmente, suscitino nel lettore tendenze imitative. In fondo è bello essere come lui: avventuroso e così qualunque.

Lei ora ne parla con gli accenti critici d’un tempo. Eppure Pasolini in qualche misura le è stato maestro.
Sì, la mia televisione della realtà nasce da una sua battuta, che io riporto forse in modo improprio. «Sono stanco, egli diceva, di raccontare la realtà con le parole. Preferisco raccontarla con la stessa realtà». Anch’io ho cercato di realizzare una Tv che mettesse in mostra la realtà, più che raccontarla. Ma non è stato il solo momento di condivisione con lui.

Cosa altro le piaceva? 
Quando uscì postumo Petrolio, lo sentii più vicino. Perdermi nel caos di quel romanzo incompiuto mi diede più emozioni che ritrovarmi nel recinto di Una vita violenta, tra malandrinate e buoni sentimenti. Era come se Pasolini avesse rinunciato alle sue sicurezze, uscendo dalla gabbia delle ideologie e dunque perdendosi. Devo anche confessare di aver provato piacere nel sentirmi a lui vicino.

Una caratteristica della neoavanguardia è di aver recuperato Pasolini soltanto dopo la morte.
Io non a caso apprezzo molto l’opera in cui Pasolini rinuncia a essere Pasolini.

Ma in definitiva dobbiamo sentircene orfani o ce ne siamo liberati?
È difficile liberarsene, perché è un personaggio pieno di fascino proprio per le sue contraddizioni. Mentre forse si spegne il ricordo dei suoi libri, vive la nostalgia dell’uomo. E nonostante sia morto da venticinque anni, la sua contemporaneità non si è ancora esaurita.

Qualcuno ha detto che è morto al momento giusto perché oggi non farebbe più scandalo.
Anche se dirlo può risultare sgradevole, ha avuto una grande morte. Spettacolare come la sua vita. E lo spettacolo Pasolini è destinato a durare a lungo.

Ma oggi dove starebbe?
Azzardo: sarebbe un dalemiano che, sulle colonne del “Corriere della Sera”, non rinuncerebbe al piacere di parlar bene dei leghisti. In modo provocatorio, naturalmente. Ma certo affascinato dal primitivo, dal cafonesco, dallo stesso impeto fisico della rozzezza. Dal loro essere così antimoderni.

Guglielmi, lei ha nostalgia di Pasolini?
Sì, manca anche a me. Oggi non c’è più nessuno contro cui valga la pena di scontrarsi.

Pasolini. Foto di Sandro Becchetti

Pasolini. Foto di Sandro Becchetti

9.  “la Repubblica” – 2 novembre 2000

Un angelo provocatore
La testimonianza di Cesare Garboli

Non sono stati pochi i contrasti che ho avuto con Pasolini in tempi lontani, molto lontani. Ci succedeva a volte di giocare a calcio, o di andare allo stadio, a vedere le squadre ospitate dalla Roma o dalla Lazio. Un giorno venne con noi anche Moravia. Guardava attorno a sé camminando in direzione dell’Olimpico, il mento per aria: «Quanti culi», osservò, e non aveva torto. Il paesaggio statuario maschile del Foro Italico, così come fu ideato dagli architetti fascisti dell’Urbe, privilegia in termini quasi maniacali quel montagnoso e muscoloso particolare anatomico. Non si può fare a meno di contemplarlo.. […]
Un giorno, sempre allo stadio, davanti a un noiosissimo tic-toc o durante l’intervallo, gettò nella conversazione il problema Carducci. Bisognava farsi delle domande su Carducci, affrontarlo senza la spocchia e il pregiudizio novecentista. Erano i tempi di “Officina”, e Pier Paolo aveva in testa una revisione socio-stilistica della poesia in lingua dell’Ottocento. Aveva studiato a Bologna, sulle orme di Bassani e di Bertolucci, all’ombra del mito di Longhi; ma Bologna era anche la città di Carducci. Bisognava stanare quella radice.
Quell’interesse per Carducci era abbastanza sintomatico. Che i poemetti delle Ceneri di Gramsci siano debitori ai poemetti pascoliani è ben noto; più nascosto, più difficile da misurare il debito con le polverose strutture carducciane. A ripensarci, poesie come Il pianto della scavatrice, o Recit (sic, senza accento, come lo scrive Pasolini), non devono forse qualcosa ai meccanismi d’ispirazione delle Odi barbare? Non ne ripetono l’intonazione, la struttura dialettica, epica e intima, lirica e civile?
Erano i primi anni Cinquanta. Pasolini era sceso a Roma come un rissoso e impudente Caravaggio, a menare scandalo tra i letterati, e a sconvolgere i piani degli intellettuali di sinistra, che gli caddero tutti ai piedi. Lo scandalo, il rumore, dare fuoco al mondo era quello che gli piaceva, Ma non era un seduttore. Era un provocatore dalla voce di flauto e di miele, una voce così soave da sembrare quella di un angelo dei più vicini al Creatore, un Cherubino, un Serafino. Usignolo del Paradiso è dir poco. Ma questo Serafino aveva covato nella mitezza della sua anima un pensiero, un sogno simile a un ramo infausto e nodoso, un istinto perverso, che poco aveva a che fare con la tortura, e l’estasi, dell’eros efebico.
Perversa, in Pier Paolo, non era l’omosessualità (sciocchezze), ma il bisogno imperioso di dissanguarsi, di versare sangue, la sete del martirio. Una sindrome, sia pure rovesciata, alla Mishima. Pier Paolo non era un angelo caduto, o invidiato e insidiato dal demonio. Non c’era nulla di satanico in lui. Pier Paolo voleva la cosa più irraggiungibile e più semplice: la divinità dell’amore insieme alla sua ferinità. Voleva unire la soavità alla bestialità, la brutalità alla dolcezza. Voleva aggredire e regalarsi inerme, senza scudo. Voleva che l’amore fosse furioso, selvaggio, ripugnante, e al tempo stesso soave, celeste, tenerissimo. E che cos’altro è l’amore? Pier Paolo voleva la divinità, non l’umanità dell’amore. Era, in questo, un missionario.
Purtroppo, era tutto virile. Anzi, era la virilità stessa, ed era questa la sua fragilità. Gli mancava un continente. Percorreva la stessa isola e non vedeva mai al di là delle montagne. Gli mancava la capacità di orientarsi nel buio, quell’intelligenza sotterranea, bassa, limitata, illogica, infallibile, dagli occhi di topo o di talpa, che appartiene al sesso delle donne. Aveva rinunciato a una metà del mondo e soffriva di quella misteriosa incapacità di cognizione adulta che è degli angeli e degli eroi, quella mirabile stupidità che è di Achille.
Culturalmente aveva purissima nel sangue, fino a farsene splendido epigono, la tradizione talare, sarebbe ingiusto dire pretesca, che contrassegna per definizione il letterato italiano. Ma era un grande critico, interessato ai problemi di stile, non un intrattenitore di quella qualità elevata e sublime, che si riscontra in altri abati di cui è ricco, in Italia, anche il secolo appena trascorso. Non era, per intenderci, votato ai misteri della letteratura come quel gran prete ateo di Manganelli, esempio tra i più luminosi, e certo il più estremo, di questa specie letteraria.
Potrebbe sembrare ingiusto chiedersi se l’opera di Pier Paolo non risulti oggi, passato il momento, inferiore alla sua personalità. I due momenti caldi della creatività pasoliniana appartengono agli anni Cinquanta, al tempo delle Ceneri di Gramsci, e ai Settanta, quando il poeta s’improvvisò giornalista d’assalto sul “Corriere della Sera” di Ottone. Tra queste date scorre una frenetica, rutilante, mai sazia attività di ideologo eternamente alla ribalta, poeta, critico, scrittore, autore drammatico, regista. L’idolo, l’ossessione di Pasolini era il bisogno incessante di sperimentare. Sentiva questo bisogno come una bandiera, un obbligo, una sfida, e forse, più tristemente, come un talismano, una medicina, l’antidoto, eternamente provvisorio, di un male incurabile e inconfessabile.

Pasolini al montaggio del film “La Rabbia”. Foto di Mario Dondero

Pasolini al montaggio del film “La Rabbia”. Foto di Mario Dondero

10. “La Stampa” – 2 novembre 2000

Quel vittimista di Pasolini
di Pierluigi Battista 

A venticinque anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini corre forse il rischio di essere imbalsamato in un monumento, di diventare un santino da venerare, una statua da mettere sul piedistallo per ricevere l’omaggio dei posteri? Un intellettuale così urticante, un letterato così irregolare, un polemista così veemente e viscerale, può irrigidirsi in un’icona rivendicata da tutti gli schieramenti politici, essere assimilato nel Pantheon dell’ufficialità, neutralizzato nei riti e nelle cerimonie della Repubblica delle lettere? Per Pasolini viene allestita una serie televisiva. Negli Stati Uniti si celebra il grande autore scomparso con una retrospettiva delle sue opere.
È pure prevista una solenne cerimonia funebre all’Idroscalo di Ostia, nello scenario degradato in cui il cantore dei Ragazzi di vita andò incontro al suo carnefice. Che rimane, dopo venticinque anni, dello scrittore trasgressivo e passionale, del feroce fustigatore del Palazzo? «Il lato paradossale di questa venerazione trasversale», ha sostenuto Marcello Veneziani, un intellettuale che da tempo sollecita la destra a rileggere Pasolini, «è che sono pochissimi a dir bene di Pasolini narratore, poeta e cineasta. Si parla bene di lui come polemista, come corsaro, come intellettuale, come personaggio pubblico. Si rimpiange più la sua cattiveria che il suo intimo. Ciò che è passeggero di lui rimane; ciò che fu pensato per la letteratura appare sepolto».
Basta del resto scrostare la superficie degli omaggi postumi e degli arruolamenti trasversali di un personaggio che sopportava poco etichette e irreggimentazioni per accorgersi che non sempre il Pasolini narratore e letterato puro ha lasciato rimpianti lancinanti.
Franco Cordelli, uno scrittore che peraltro bolla semplicemente come «raccapricciante» la scelta della visita liturgica all’Idroscalo di Ostia e che da giovane frequentò la «scuola romana» dove Pasolini visse e lavorò, ritiene che la distinzione sia obbligatoria e inevitabile: «tipo umano fiammeggiante e portato ad abbracciare vitalisticamente posizioni estreme, Pasolini non poteva dare il meglio di sé nel mezzo e non poteva accucciarsi nella medietà. Con il risultato che nella sua opera narrativa centrale, quella di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, è letteralmente illeggibile, mentre risultati straordinari vengono raggiunti in opere pubblicate postume come Amado mio e Petrolio. La stessa cosa accade nelle sue opere cinematografiche: il meglio del Pasolini cineasta sta all’inizio, in Accattone, e alla fine, in Salò-Sade. Tutto ciò che sta in mezzo è meglio dimenticarlo».
In fondo, ciò che per Cordelli resta, anche a molti anni di distanza dalla morte di Pasolini, è la sua «energia pura», alimentata e rinfocolata da una «furbizia contadina come è quella che si è rivelata nella lettera inedita pubblicata dal “Corriere della Sera” in cui Pasolini insulta sanguinosamente Piero Ottone per poi riceverne, a pochi mesi di distanza, una proposta di collaborazione per il quotidiano di via Solferino». Un talento che malignamente Cordelli definisce «ambiguo» o «multiplo» e che certamente, a suo parere, sta alla base dell’attuale interesse di settori molto diversi tra loro della cultura italiana nei confronti di un intellettuale che pure amava presentarsi come uno scrittore «contro», irriducibile alle classificazioni consuete.
Pasolini provocatore nato? Per Alfonso Berardinelli ciò che potentemente e sotterraneamente nutriva la «straordinaria capacità teatrale di Pasolini di inventare metafore di notevole impatto pubblico come quelle delle “lucciole scomparse” e del “processo al Palazzo”» era piuttosto «un lancinante desiderio di farsi accettare, un’ansia di riconoscimento che spiega quanto Pier Paolo Pasolini vivesse, sinceramente e non per posa, come una ferita al suo incontenibile narcisismo ogni ostacolo frapposto al riconoscimento pubblico del suo ruolo e alla sua pretesa di voler in fondo far parte a pieno titolo della classe dirigente del nostro Paese».
Ciò che resta di Pasolini, secondo Berardinelli, al di là «del giudizio sulla sua opera letteraria in quanto tale», è appunto «il senso di vittimismo autentico che attanagliava un intellettuale intelligente e versatile che interpretava il suo ruolo di polemista secondo modalità totalmente estranee a quelle tipiche ed egemoni nel mondo intellettuale italiano e che pure voleva vedere riconosciuta la sua diversità da quello stesso mondo preso di mira».
Testimonianza di quel paradosso, individuato da Veneziani, di un Pasolini ricordato molto più come «corsaro» che come «scrittore, poeta e cineasta». Venticinque anni dopo, quell’«ansia di riconoscimento» descritta da Berardinelli ha trovato finalmente il suo, postumo, appagamento.

Pasolini in "Decameron"

Pasolini in “Decameron”

11. “Varesenews.com” – 2 novembre 2000

Una vita contro il Grande Fratello 
di Michele Mancino

Il due novembre 1975 veniva trovato all’ldroscalo di Ostia il corpo martoriato dell’ultimo grande intellettuale italiano, Pier Paolo Pasolini, una vita contro Il Grande Fratello.
Una morte violenta. Il triste epilogo di una vita-contro, coraggiosa, coerente. Una morte violenta, come violenti sono stati gli attacchi morali, ideologici e politici che Pier Paolo Pasolini ha dovuto subire nella sua vita. Non è bastata l’azione sconsiderata di un ragazzo di borgata a frenare la voce di un uomo che era ben conscio di quale doveva essere il ruolo dell’intellettuale nella società.
«Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che si sa o che si tace; che coordina fatti anche  lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Questa lucida consapevolezza pervade tutta la sua produzione artistica. Il rifiuto per l’omologazione, il rifiuto della cultura consumistica, il rifiuto di ogni possibile compromesso, facevano di Pasolini la coscienza scomoda di un Paese che si avviava alla ricostruzione materiale e al contempo alla distruzione morale. Pasolini era per “la morale contro il moralismo borghese”, quel moralismo che punta l’indice contro la diversità, che ghettizza e isola tutto ciò che può turbare il comodo equilibrio di una società piccolo borghese. Pasolini non nascondeva la sua diversità culturale e sessuale. Infrangeva l’omertà di un’Italia perbenista e ipocrita, che non rinuncerà mai a presentargli il conto.
Un conto salato e ingiusto: l’espulsione nel 1949 dal Pci per “indegnità morale e politica”, il licenziamento dalla scuola media dove insegnava, il processo nel 1955 per oscenità a causa del romanzo Ragazzi di vita, la censura di Accattone, il film che nel 1961 segna il suo esordio cinematografico. Il potere lo teme e il linciaggio morale e materiale che Pasolini subiva era direttamente proporzionale alla sua pericolosità.
Pasolini era pericoloso perché faceva parlare un’Italia che si voleva dimenticare e cancellare, che non poteva rientrare nemmeno forzosamente nell’opera di “ricostruzione”, se non attraverso l’omologazione culturale. Era l’Italia del sottoproletariato urbano, l’Italia delle borgate e dei reietti, degli esclusi che non si riconoscevano nei codici morali e nella cultura dominanti.
Pasolini era pericoloso perché denunciava il genocidio culturale operato dalla classe dirigente attraverso i mezzi di comunicazione di massa, perché ci ammoniva ad uscire dal coro di voci che esaltavano la società italiana del boom economico, che trasformava la cultura in merce e che alimentava il desiderio di ricchezza delle classi subalterne, perché invitava a non ascoltare il canto corruttore di una sirena che spingeva il sottoproletariato a compiere il salto di classe, passando da uno stato di incosciente e ancestrale purezza, alla totale perdita d’identità culturale. .
Pasolini era pericoloso perché la sua “autonomia” intellettuale lo rendeva difficilmente influenzabile e di conseguenza incontrollabile. Era pericoloso perché sempre pronto a mettersi in discussione con lucida e disperata coerenza. Era pericoloso perché rifuggiva il senso religioso della vita per ricercare il senso del sacro nella vita. Era pericoloso perché non riconosceva l’autorevolezza del vincolo nascente dal contratto sociale, mediante il quale la classe dominante economicamente non solo perpetua il proprio dominio e privilegio, ma azzera ogni processo dialettico della realtà.
Era pericoloso perché aveva capito che nel futuro del Bel Paese ci sarebbe stato un Grande Fratello.

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