angelafelice

E’ consegnato a un libro, edito da Algra nel 2017, il “copione” in versi L’Indecenza e la Forma. Pasolini nella stanza della tortura in cui il drammaturgo Giuseppe Manfridi rilegge il tormento e la solitudine dell’esistenza di Pasolini, segnata dal rapporto lacerante con i familiari. Il testo è stato portato in scena all’Argentina di Roma da una potente Francesca Benedetti, nel recente debutto diretto da Marco Carniti (data unica, 13 febbraio 2017) all’Argentina di Roma che così, all’interno della programmazione del Teatro di Roma, continua la sua attenzione all’indimenticato poeta-intellettuale.
Pubblichiamo qui di seguito un passo dalla prefazione al libro, firmata da un illustre poeta dei nostri giorni, Maurizio Cucchi, e una recensione di Gianluca Vignola allo spettacolo, uscita il 16 febbraio 2017 su www.2duerighe.com

"L'Indecenza e la Forma. Pasolini e la stanza della tortura" di Giuseppe Manfridi. Copertina

“L’Indecenza e la Forma. Pasolini e la stanza della tortura” di Giuseppe Manfridi. Copertina

Il libro
“L’indecenza e la forma. Pasolini nella stanza della tortura”
di  Giuseppe Manfridi
Algra ed., 2017

Teatro in versi. Non certo una novità, ma sicuramente un genere non molto praticato ai nostri tempi, anche perché non facile, molto impegnativo. E impegnativo per la duplice necessità che impone: usare una parola che possa arrivare subito con forza, tenendo insieme l’energia, l’economia e l’intensità della vera parola poetica. Giuseppe Manfridi riesce a farlo, utilizzando un verso duttile, elastico, che corrisponda alla dizione dell’attore in scena, alle scansioni espressive della sua pronuncia. E non era facile, dato il tema prescelto, dove appare, mai nominato, o meglio ancora introdotto come emblema alluso e mito aperto, il personaggio di Pier Paolo Pasolini, nel suo muoversi sempre inquieto tra natura e storia, tra necessità e scelta, tra scrittura e pulsioni violente. […] Poesia, dunque, pienamente leggibile sulla pagina, anche se già proiettata, nella sua efficacia drammaturgica, verso il vasto campo – visuale, dinamico e sonoro – della scena teatrale, per divenire azione, evento.
(dalla Prefazione di Maurizio Cucchi)

"L'Indecenza e la Forma" con Francesca Benedetti. Foto di Srdja Mirkovic

“L’Indecenza e la Forma” con Francesca Benedetti. Foto di Srdja Mirkovic

Lo spettacolo
“L’indecenza e la Forma”: la catabasi di Pier Paolo Pasolini
di Gianluca Vignola 

www.2duerighe.com  – 16 febbraio 2017

Uno screen enorme accoglie il pubblico che pian piano prende posto al Teatro Argentina. Proiettati nero su bianco sono i versi di Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini, tratto dalla raccolta Poesia in forma di rosa. Un modo diretto, schietto e necessario a far immedesimare lo spettatore in questa prima nazionale di L’Indecenza e la  Forma, altro spettacolo che il Teatro di Roma dedica al poeta corsaro.
A Francesca Benedetti il compito di essere e rappresentare la polifonia di emozioni, parole e sentimenti che raccontano il rapporto tra l’uomo Pasolini e i suoi genitori. Una continua esibizione d’indecenza, una straziante discesa negli inferi pasoliniani, un continuo girovagare tra i gironi infernali descritti già in Salò. L’amore che il poeta ha per i suoi cari è un qualcosa di talmente viscerale che diviene distruttivo, addirittura violento in quella climax di evocazioni generate dal testo di Giuseppe Manfridi.
A tal proposito, il regista Marco Carniti afferma: «Si sa: nella vita e nell’opera di Pasolini l’indecenza e la forma coabitano, confliggono e si mischiano per virtù alchemica in perpetuo, condannando il loro Prospero a quella stanza della tortura da sempre assegnata ai grandi eretici di ogni epoca». Ed in effetti L’Indecenza e la Forma è esattamente la trasposizione carnale di immagini turpi, di una umanità martoriata, incompresa e mortalmente ferita. Il corpo nudo e pressoché privo di parola del poeta (interpretato da Sebastian Gimelli Morosini) diventa la testimonianza di un martirio, l’urlo muto di un uomo condannato a essere solo.
L’uomo Pier Paolo annega nella melma denunciata dal suo Petrolio, si abbandona al vortice di pericolo generato dalla propria lungimiranza. La sua è una morte silenziosa, in una notte qualsiasi della traditrice borgata romana. Il paradosso che ci resta però è proprio quello di domandarsi,  tutt’oggi: “Cosa avrebbe detto Pasolini? Cosa avrebbe pensato Pasolini?”. Come per contrappasso però, il silenzio di quei giorni è esattamente lo stesso di adesso, in cui le domande non hanno risposte e la società intera è caduta negli stessi identici inferi.
Non resta che l’indecenza e la forma.

Info
Teatro Argentina di Roma
13 febbraio 2017
L’Indecenza e la Forma. Pasolini nella stanza della tortura
di Giuseppe Manfridi
uno spettacolo di Marco Carniti
con Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini
musiche di David Barittoni

 

 

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