Pasolini, Giacomini, Bartolini e la poesia friulana, di Franco Marchetta

Un dialogo tra Franco Marchetta e Umberto Alberini

di Franco Marchetta

 dal sito  www.francomarchetta.net

Umberto Alberini, autore di Qui, dove l’accelerato si ferma, è consapevole quanto me di quanto abbiamo perso non approfondendo, quando ne avevamo la possibilità (ovvero quand’era in vita), il rapporto con Amedeo Giacomini.Ma consideriamo la vita erroneamente lunga – e lo sarà anche – ma non infinita e Amedeo, così vicino da poterlo incontrare tutte le volte che lo avessimo desiderato, ci sembrava talmente a portata di mano che certamente ne abbiamo trascurato la frequentazione. Ricordo, quando stavo per pubblicare Gilez, la sua divertita curiosità nel trovarsi tra i protagonisti di quel romanzo e come sfogliava attento, sogghignando, le bozze che lo descrivevano come prudente mallevadore del mio primo viaggiatore nel tempo, e ricordo anche quando mi disse, puntandomi addosso il suo sguardo vivido, tu sês mat, nello scoprire che avevo inserito nel lavoro anche il suo cane Mozart. E’ lo stesso rammarico di Umberto Alberini, come mi confermò lui stesso pochi giorni prima di partecipare a un importante convegno su “Pasolini e il Friuli”, il 17 novembre scorso a Casarsa. Questa conversazione è nata dopo quell’evento. In quell’occasione, con una puntuale relazione egli ha reso un lucido e fervido omaggio ad Amedeo Giacomini, un poeta che ci piacque immaginare, durante un ciclo di presentazioni di Qui, dove l’accelerato si ferma, generato da un rigurgito di risultiva, sgorgato come una terrigna e umile divinità antica, da una olla sorgiva ancora sporco di fango, per poi essere ripulito dall’acqua limpida che scorre.

Franco Marchetta
Franco Marchetta

 (Franco) Infatti il rapporto di Amedeo Giacomini con la terra è molto forte, è quasi indispensabile alla sua poesia…

 (Umberto) La poesia di Giacomini incarna in modo estremamente lucido e colto la metafora delle risorgive considerate, al di là del loro essere fenomeno geografico, allusione all’emergere incontrollato “dalle sorgive della psiche” (come ha scritto Mengaldo) di un magma esistenziale che, come una colata di lava dal vertice di un vulcano, prende la “via” dell’espressione nella lingua “matria”. In realtà l’affermazione di Mengaldo, grande critico e storico della letteratura, si riferiva genericamente ai contenuti e ai toni della poesia neodialettale, affermatasi in Italia a partire soprattutto dagli anni Settanta dello scorso secolo. Ma a me è sembrata addirittura profetica se riferita a uno scrittore come Amedeo che del rapporto con il genius loci di questo territorio del Medio Friuli, caratterizzato dalla “grande acqua”, il Tagliamento, dai magredi e dalle risorgive appunto, aveva fatto il perno imprescindibile del suo poetare.

(Franco) Ma non hai l’impressione anche tu che, mentre Elio Bartolini sia un uomo che percorre gli orizzonti del Medio Friuli, mantenendo una sorta di distacco pittorico, Amedeo Giacomini invece non possa prescindere dall’essere nato in quella terra e vi si aggiri con la sorpresa quasi stizzita di essere nato da quelle parti?

 (Umberto) Giacomini, come Bartolini, a mio avviso, “soffriva” inizialmente la cornice “provinciale” della sua esistenza, avendo gli strumenti culturali – conquistati soltanto grazie al proprio ingegno e al proprio inflessibile impegno intellettuale – per prendere drasticamente le distanze dalle piccinerie mentali della piccola provincia friulana. A meno di trent’anni pubblica un romanzo da Rizzoli, vince premi importanti, traduce dal francese, sempre per Rizzoli, gli scrittori più attuali dell’epoca (siamo in piena neoavanguardia, alla fine degli anni Sessanta). Giovanissimo, è già uno scrittore che si confronta con i grandi dell’epoca. Poi riscoprirà la dimensione più feconda della prospettiva appartata del “piccolo è bello” (ma autentico); forse anche perché legato alla scelta professionale dell’insegnamento e alla scelta di vita della famiglia (ha figli in giovane età) rientra nella prospettiva regionale, conservando sempre però i contatti più qualificati con l’ambiente “italiano” più ricco e fecondo, anche grazie al mondo della cultura milanese, conosciuto attraverso suo cognato, lo scultore Luciano Fabro. Così rivive e sublima, poetizzandola, la sua infanzia e adolescenza trascorse nei fossati, nelle boschette, nell’ampio alveo del Tagliamento (quasi in ideale abbraccio con chi lo aveva trasformato in sublime poesia, ma dall’altra parte, “di là da l’aghe”, un certo Pasolini)

(Franco) Bartolini è analitico, sviscera quel mondo con un occhio quasi puntillistico, dove invece Giacomini non può sviscerare un bel nulla: di quel mondo è pregno e se lo facesse eviscererebbe se stesso.

(Umberto) Bartolini porta in sé, a mio avviso, quella “infanzia furlana”, durissima e precoce, che non gli ha lasciato molto spazio neanche per le fughe della fantasia e, quando ha potuto, grazie ai suoi studi e ai suoi professori all’Università di Padova (il primo a stimolarlo alla creatività è stato il grande poeta e francesista Diego Valeri), ha letto il paesaggio con gli strumenti della letteratura “alta”. Elio soltanto negli ultimi anni si è spogliato di questi panni per lasciare spazio (anche se sempre in toni di ballata sociale) alla protesta per le violente trasformazioni della sua terra. Giacomini, già dal primo romanzo, “Manovre” appunto, non riesce a non confrontarsi col suo orizzonte socio-geografico, anche se in un primo tempo attraverso i modi iper-intellettuali della neoavanguardia. Ma dei trent’anni della sua attività letteraria, i due terzi sono occupati dall’intenso rapporto con il suo paese che diventa mito, “ar/var/vildivar”, etimologia secondo lui addirittura indo-europea, capace di indicare l’acqua, o il liquido amniotico, la radice liquida della vita.

(Franco) Sembra quasi dalla poesia di Giacomini (ma anche dalla narrativa) che la periferia sia assunta come un valore. E mi verrebbe da dire: la periferia della periferia, come quando, finite le chiacchierate nel suo studio nel quartiere Belvedere di Codroipo, invitava il confratello di turno a concludere la giornata fra i tavoli nell’osteria da Polo…

(Umberto) Direi che in tutta la poesia neodialettale la periferia diventa un valore, la periferia emarginata e marginale. Al convegno su Pasolini ho parlato di un web “ante litteram” costituito dai diversi centri di produzione e riproduzione della poesia dialettale (poeti, riviste, case editrici), sparsi nelle periferie regionali, alternativi nelle forme e nei contenuti ai luoghi di riproduzione dell’industria culturale di massa, fatalmente incardinati nelle grandi città. In Giacomini poi la scelta della periferia diventa la scelta di questa periferia, la “piccola patria”, con tutto il suo carico polemico, molto presente in Amedeo, contro “quello scroto di città”, come lui chiamava Udine, le sue accademie più o meno friulaniste, la koinè, la Filologica… Hai fatto bene a dire “periferia della periferia”: Codroipo periferia di Udine, ma forse anche Varmo periferia di Codroipo…

 (Franco) Questa ricerca della periferia è, secondo te, la necessità di un recupero delle radici inteso come un rafforzativo utile a sostenere il continuo, necessario doversi affacciare alla finestra di un mondo sempre più globalizzato o semplicemente un rifugio sdegnoso? L’attribuzione di valore, a fronte di tante periferie urbane o sociali, della periferia di e del Varmo, di un mondo idealmente sottratto per il momento alla pressione sempre più invasiva della urbanizzazione?

(Umberto) La periferia a mio avviso in Giacomini è un suo dato strutturale, antropologico direi. La sua è fondamentalmente una poesia di verità, di un autobiografismo anche crudo talvolta. E nel suo mettersi in gioco in prima persona, non poteva non partire da sé, dalla sua periferia, il paese-liquido amniotico, in un movimento a pendolo tra Udine, dove aveva ottenuto un riconoscimento accademico, e le risorgive (accomunando in questa definizione il binomio Codroipo – Varmo). La periferia è il mondo della verità, dei veri valori, in un rapporto esclusivo poeta/natura, poeta/lingua madre. È forte in Giacomini la critica alle trasformazioni del paesaggio perché cancellano per sempre le luci, le atmosfere, il godimento della natura, tutte cose per lui imprescindibili dalla vita stessa. Egli è testimone e narratore della scomparsa di un certo modello di civiltà contadina, lo stesso rimpianto da Bartolini nelle sue Cjantadis.

(Franco) L’ombra lunga del suo marùm si distende ancora sul nostro mondo, o si è in qualche modo affievolita?

(Umberto) Giacomini ha scritto poesie in friulano per quasi trent’anni e in questo ampio lasso di tempo le trasformazioni non soltanto del paesaggio ma direi della stessa antropologia umana sono state di una rapidità assoluta. In questi ultimi anni poi si sta formando il “nativo digitale”, un’umanità continuamente connessa, in ogni momento della giornata, con il mondo intero ma attraverso la lente deformante del web. Il presente si è dilatato in modo smisurato, assorbendo anche passato e futuro, ma con la perdita in realtà della profondità dell’esperienza, che è fatta di lentezza, riflessione, confronto, studio, autocritica. Il marum oggi si distende implacabile sul nostro mondo, in particolare qui da noi, dove assistiamo impotenti alla perdita irreversibile di un intero universo di convinzioni, valori, pratiche, quello contadino, che non è sostituito da nulla, se non dal consumismo, già denunciato da Pasolini, ma oggi il vero motore delle cose.

Pierluigi Cappello e Gian Mario Villalta

(Franco) Abbiamo sentito a Casarsa, durante il convegno del 17 novembre, Pierluigi Cappello e Gian Mario Villalta, vincitori rispettivamente nel 2011 e nel 2010 del Premio Viareggio-Rèpaci, riconoscere entrambi il ruolo di guida, maestro, ascendente soprattutto ad Amedeo Giacomini, più che a Pier Paolo Pasolini. Non so se sia eccessivamente semplificatoria e superficiale la domanda, ma mi viene da chiedermi: cos’ha fatto allora Amedeo, che non era riuscito a Pasolini, per essere citato e ricordato in questo modo da due ormai considerati fra i maggiori poeti italiani (e neppure dialettali)?

 (Umberto) Forse anche la mia risposta è semplificatoria, ma credo sia soprattutto un fatto generazionale. Pasolini nasce nel 1922 ed è attivo a Casarsa dal ’42 al ’49, dopo di che vive un’altra vita, diventa il poeta delle periferie romane, un grande uomo di cinema, per concludere tragicamente la sua avventura umana nel 1975. Quando muore Pierpaolo, Villalta ha 16 anni e Cappello solo 8: nella loro formazione culturale e poetica Pasolini è soprattutto un modello di riferimento ideale, colui che ha dato al friulano dignità di lingua poetica, ponendolo subito (pur se in pochi ma lucidissimi anni di attività) al livello delle grandi lingue poetiche europee. Giacomini invece, nato nel 1939 (anche se per un suo vezzo lasciava che scrivessero ovunque che era nato nel ’40), è stato anche un infaticabile operatore culturale, un ispiratore e organizzatore di cultura, un “talent scout” di giovani poeti, che lui proponeva alle case editrici o pubblicava sulle riviste in cui era impegnato (si pensi per esempio a “Diverse lingue”, semestrale diretto da Giacomini, nella cui redazione sedevano, tra gli altri, Maria Corti, Franco Loi, Cesare Segre e Andrea Zanzotto). In questo itinerario di ricerca è “incappato” in Villalta e Cappello, e in questo senso la testimonianza che i due poeti hanno portato al convegno di Casarsa è stata emblematica di una profonda riconoscenza a un uomo apparentemente chiuso in suo mondo di suggestioni, in realtà capace di slanci di enorme generosità.