Tagli, censure e condanne. La dura vita dello scrittore, di Massimo Novelli

Tagli, censure e condanne. La dura vita dello scrittore

di Massimo Novelli

«la Repubblica», 20 ottobre 2012

La prima censura di un libro in Italia risale probabilmente all’anno venticinquesimo dopo la nascita di Gesù Cristo. Tacito lo narra nei suoi Annali, ricordando il “delitto nuovo e inaudito” di cui venne accusato il senatore Cremuzio Cordio, vissuto sotto il principato di Tiberio e autore di opere giudicate troppo nostalgiche dell’ epoca repubblicana. Vennero bruciate per ordine del Senato, lui si lasciò morire di fame. L’ultimo caso clamoroso è del 2007, quando lo storico Ariel Toaff, investito da polemiche roventi, è costretto a chiedere alla direzione della casa editrice Il Mulino di ritirare il suo saggio Pasque di sangue. Ebrei d’ Europa e omicidi rituali. In questo arco temporale, da Cremuzio Cordio a Toaff, la macchina censoria ha funzionato a lungo a pieno ritmo, passando dall’Index librorum prohibitorum del Concilio di Trento, chiuso soltanto dal Concilio Vaticano II, allo Statuto Albertino, dalla dittatura fascista alla Repubblica democratica.
Ma «la storia della censura libraria nell’Italia contemporanea – spiega Roberto Cicala, docente di editoria all’Università Cattolica di Milano – è quella che era stata meno approfondita. Con il lavoro svolto dagli allievi del master organizzato dal Collegio universitario Santa Caterina, in collaborazione con l’Università di Pavia, si è voluto colmare una lacuna». Ne è nato il volume Inchiostro proibito. Libri censurati nell’ Italia contemporanea, pubblicato dalle Edizioni Santa Caterina, con una introduzione dello stesso Cicala e saggi di diversi giovani studiosi. Sono raccontate le vicende travagliate di diciassette libri e di altrettanti autori (compresi gli album di Topolino) che, dai primi anni del Novecento ai tempi nostri, sono stati presi di mira dai censori di Stato, subendo revisioni, sequestri, condanne giudiziarie. È un elenco di librorum prohibitorum che comincia con Viva Caporetto! di Curzio Malaparte, prosegue con Il garofano rosso di Elio Vittorini e con La mascherata di Alberto Moravia. Passa per Il dottor Zivago di Boris Pasternàk e per L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence. Non risparmia il Tropico del Cancro di Henry Miller e il Pier Paolo Pasolini di Ragazzi di vita, fino a L’Arialda di Giovanni Testori, ad Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e a Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.
I tagli, le proibizioni, i processi, ebbero cause e motivazioni differenti. Per alcuni dei libri messi all’indice, o perseguitati a vario titolo, scattò la censura politica. Capitò per Malaparte e il suo scritto sulla disfatta di Caporetto, ma pure per il romanzo di Pasternak. Il dottor Zivago uscì nel 1957 nella traduzione italiana, e in prima edizione mondiale, grazie a Giangiacomo Feltrinelli, che, come ricorda Cicala, vinse «la pressioni internazionali del regime comunista sovietico». Anche Vittorini col suo Garofano rosso, uscito a puntate sulla rivista «Solaria», fu condannato per ragioni politiche. Il vero motivo sarebbe però da rintracciarsi nella “licenziosità”, come quando lo scrittore siciliano descrive i giochi erotici con ragazze che «hanno le poppe mature, madre di Dio!». Per altri si trattò di offesa al pudore: da Mafarka il futurista di Filippo Tommaso Marinetti a Lawrence, a Pasolini, a Testori, a Henry Miller. E continuando con La ragazza di nome Giulio di Milena Milani, con Tondelli, con Busi e con il Porci con le ali di Marco Lombardo Radice e di Lidia Ravera, dove uno dei brani incriminati verte su una “scopata tragica”. Per le Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, per Falce e carrello di Bernardo Caprotti e per le Pasque di sangue di Toaff, giudici e avvocati hanno frapposto “ostacoli sociali, religiosi o economici”. Si salvò Topolino: con il plauso dei Mondadori, le autorità fasciste ne permisero la pubblicazione fino al 1942, per avere “un elemento artistico tale” da non essere un tipico esempio “dell’ americanismo”. Oggi la censura sembra avere cambiato volto. È il mercato, conclude Cicala, che «surclassa la stessa autorità giudiziaria attraverso la ricerca dei numeri e del commercio più che dei valori, la quantità sulla qualità».

NOTA DI ANGELA MOLTENI (CURATRICE DEL BLOG FINO AL SETTEMBRE 2013)
La storia di Pier Paolo Pasolini è probabilmente tra quelle maggiormente costellate di episodi censori, tale da indurre a pensare seriamente a una forma sottile e continua di persecuzione. La tragedia oscura dell’assassinio è il culmine di questo processo di accanimento.
I giornali che hanno sempre alluso grevemente al “privato” di Pasolini, ora possono scagliarsi con dettagliate descrizioni sulla sua vita intima di “diverso”, che viene vivisezionata senza nessuno scrupolo sull’attendibilità di informazioni, notizie, testimonianze.
Viene pubblicato tutto ciò che può offrire l’immagine più turpe del poeta per seppellirlo sotto l’effigie definitiva di “violento e perverso corruttore”. In parte, tutto ciò è documentato da un libro che accompagnò nel 2005 una mostra alla Cineteca di Bologna, Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni. L’immagine di Pasolini nelle deformazioni mediatiche, a cura del Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna, nell’ambito della manifestazione In cerca di Pasolini 1975-2005 a trent’anni dalla morte.
Si vedano in particolare, in pasolini.net, tra molti altri riferimenti (link in aggiornamento):
http://www.pasolini.net/notizie_mostra-ppp_cinetBO.htm
http://www.pasolini.net/centroBO_DOCstrategiadellinciaggio_tavoleToccafondo02.htm
http://www.pasolini.net/centroBO_DOCstrategiadellinciaggio_Chiesi.htm
http://www.pasolini.net/centroBO_DOCstrategiadellinciaggio.htm