“L’hobby del sonetto”.Il canzoniere di Pier Paolo Pasolini per Ninetto Davoli, di Agata Amato

https://www.facebook.com/groups/pierpaolopasolini/

dai contributi dei partecipati al gruppo facebook “Pier Paolo Pasolini”

15 settembre 2013

 

L’Hobby del sonetto è una raccolta di 112 componimenti poetici, sonetti scritti fra il 1971 e il 1973 in parte in Inghilterra durante le riprese dei Racconti di Canterbury e in parte in Italia. La raccolta è stata pubblicata integralmente solo nel 2003 nel volume Tutte le poesie (a cura di Walter Siti), edizione Meridiani Mondadori. Alcune poesie erano state precedentemente edite in Bestemmia. Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1993 (3,39,46,57,105,110) e per stralci nella Vita di Pasolini di Enzo Siciliano, Mondadori, Milano, 2005 (pp.386-389).
Già il titolo della raccolta è significativo: alla norma, alla metrica tradizionale (rispettata nelle due quartine e nelle due terzine e nello spazio bianco presente tra le quattro strofe, ma non totalmente nella rima, libera, soprattutto negli ultimi sonetti 85-100, e non nella scansione sillabica dell’endecasillabo) si attribuisce valore e significato di hobby = “qualsiasi occupazione perseguita con impegno e passione nel tempo libero dal lavoro consueto, per ricreazione o passatempo” (Devoto-Oli, Il dizionario della lingua italiana). Ciò significa che a questa raccolta il poeta probabilmente non voleva dare ufficialità di pubblicazione, e questo spiega la sua caratteristica quasi di sperimentazione, la mancanza di cura e di perfezione stilistica, nonché, e soprattutto, il valore intimistico di sfogo a una situazione emotiva di abbandono e disperazione.

Cos’era successo nella vita di Pasolini nell’estate del 1971? ce lo spiega molto bene lo stesso intellettuale in una lettera all’amico Paolo Volponi di questo periodo, in cui tra l’altro leggiamo:

“Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia, almeno per la presenza lieta, inalterabile di lui. Ti prego, non parlarne con persona al mondo. Non voglio che si parli di questa cosa”.

Ninetto Davoli, il compagno che gli era stato accanto per quasi nove anni, lo aveva abbandonato perchè, invaghitosi di una ragazza, aveva deciso anche di sposarsi. E il poeta non riusciva ad accettare questa crudele realtà, che lo risvegliava come da un sogno: “In queste rive/ che mi appaiono come per un improvviso risveglio.”(son.3).

016

Pasolini aveva conosciuto Ninetto Davoli nel lontano 1963, quando questi era un ragazzetto e il poeta poco più che quarantenne. Le circostanze dell’incontro come ci vengono raccontate da Ninetto, che ha sempre parlato di un incontro casuale durante la lavorazione del film La ricotta, appaiono diverse da come vengono descritte dal poeta nei sonetti 11 (“ora maledico/il giorno che vi ho incontrato/…-con quel vicolo/dove ciò avvenne e le sue puttane.”) e 20 (“Era estate, presso antichi bastioni/e una grande fontana che si apriva/come un enorme macabro fiore su ubriaconi/clienti di puttane. Ed era notte. Giuliva/si alzò una voce alle spalle di un uomo;/era la voce di un ragazzo. Lungo la riva/tra i rifiuti sparsi sotto quei torrioni/i due si presero a braccetto; e il viaggio/della vita cominciò.”), in cui abbiamo uno scenario più plebeo e popolare.
L’opera si apre con un esordio disperato, cioè con un sonetto in cui Pasolini vagheggia l’idea del suicidio: a lui “paziente” (dal verbo latino “patior”=soffrire, cioè sofferente) questa appare l’unica soluzione a una situazione senza via d’uscita (“L’idea che mi ha svegliato, miracolosa come la rugiada,/è quella di come e dove potrei uccidermi:/esattamente, mio Signore, a un albero del giardino,/qui davanti, dietro la serranda: giungo quasi a ridere/della semplicità della trovata:”): per questo l’idea del suicidio gli appare “felice” e la corda con cui impiccarsi a un albero del giardino appare “fida e rassicurante”, come un’amica che gli porge un ultimo aiuto disperato. Un’altra soluzione potrebbe essere la morte della rivale, vagheggiata dal poeta nei sonetti 4 e 7, sonetti in cui Pasolini non ha nessuna reticenza a mostrare la sua “mancanza di pietà” nei confronti della ragazza, anzi se ne compiace (“…se la vedessi maciullata o crocefissa/non ne proverei la minima pena – niente – / anzi me la guarderei a lungo, fissa,/per godere la mia mancanza di pietà -” 4); (…per lei basta poco:/un’infezione, una leucemia, una disgrazia stradale;/il brutto sogno cesserebbe…” 7).
Del resto il matrimonio di Ninetto viene rappresentato come il suo ingresso nel mondo borghese, ed è anche per questo che ad esso Pasolini strenuamente si oppone, sulla scia di una lunga tradizione di contrapposizione tra intellettuale e società borghese che possiamo addirittura far risalire al Romanticismo: a tal proposito, ricordiamo il suicidio di Werther ne I dolori del giovane Werther di W. Goethe, opera nella quale il suicidio del protagonista può essere interpretato come gesto di protesta motivato dall’impossibilità dell’intellettuale di inserirsi nella società borghese; suicidio ripreso da U. Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, opera in cui è anche palese la contrapposizione tra l’intellettuale Jacopo Ortis, alter ego dell’autore, e il borghese Odoardo, il quale “fa tutto con l’oriuolo alla mano”: i due rivali si contendono l’amore della stessa donna: Teresa. Anche nell’Hobby del sonetto la rivale di Pasolini è una borghese e, ci verrebbe da dire, della peggior specie: sonetto 10: “…Io scruto nel vostro viso,/invece, i segni della saggezza, della viscida/saggezza contaminata da ‘lei’.” Col matrimonio Ninetto entra nella meschinità e nel grigiore della borghesia così come rappresentato nel sonetto finale 112, dove la monotonia e l’aridità della società borghese si manifestano nell’arredamento banale e grossolano della casa: “Ecco sarà soddisfatta colei/che ha il genio della banalità;/…È vero anche, come sempre, che/ciò che hai comprato – i grevi mobili, il servizio/di thè d’argento (rubato), la cucina/finto-americana, insomma l’appartamento/che i parenti ammirano – sevizia/la mia povera anima libertina/in un vecchio, atroce struggimento.” o nella noia e nella monotonia dei passatempi: “Io vi derido per la miseria ‘piccolo borghese’/che il vostro amore vi designa e vi fa riscoprire;/le cene dai***, le domeniche spese/al cinema, oppure la grande risorsa di partire/per il Terminillo, in comitiva prese/dai dovuti entusiasmi.” (son.77).

ninetto-davoli-con-pier-paolo-pasolini

E’ evidente che, come Werther e Ortis, anche Pasolini lamenta l’esclusione dal matrimonio, in apparenza a causa della propria omosessualità, così come per Werther e Ortis si trattava in apparenza di un motivo economico: in realtà la causa è molto più profonda e risiede nella diversa visione della vita: materialistica e cinica quella borghese, utopica e idealista quella dell’intellettuale. In questo senso l’omosessualità di Pasolini, se è motivo di esclusione dal matrimonio, è anche provvidenziale perché salva lo scrittore dalle lusinghe della società borghese; lo scrive in maniera molto chiara lo stesso autore nella sua poesia La diversità che mi fece stupendo.
Inoltre, nel sonetto 63 c’è la contrapposizione tra matrimonio convenzionale, retto e “benedetto” dalle regole della società borghese, e rapporto non convenzionale (quello tra Pier Paolo e Ninetto) che “Non ebbe alcuna benedizione”; infatti, nel sonetto 87 l’amore tra Ninetto e Patrizia, inserito nella convenzione borghese, appare benedetto e approvato da tutti e il poeta, “l’uomo solo”, si ritrova escluso dal consorzio sociale che parteggia per la coppia convenzionale (uomo e donna) e non accetta nessun’altra forma di unione: “Non c’è chi non veda in questo amore/tutto ciò che c’è di bello e la sua convenzione./Tutti vi parteggiano, e nel loro cuore non hanno/alcuna pietà dell’uomo rimasto solo.” Proprio per questo la realizzazione del rapporto omosessuale all’interno dei canoni borghesi appare praticamente impossibile e “l’uomo solo” si ritrova senza nessun diritto sul suo amante, nonostante i suoi quasi nove anni di amore: “…e io son senza/alcun diritto, nel consorzio civile,/di pretendere che non mi diate dolore” (son.39), ancora, nel sonetto 38 il poeta scrive di “un’unione non consacrata da niente”.
Ricordiamo, infine, che negli articoli scritti da Pasolini tra il 1973 e il 1975 (ora in Scritti corsari e Lettere luterane) la coppia eterosessuale viene intesa dallo scrittore come imposta dalla “dittatura” della società dei consumi: “I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica” (Soggetto per un film su una guardia di PS, in Lettere luterane, p.118). Lo stesso accostamento tra coppia eterosessuale e consumismo lo troviamo drammaticamente esposto nell’ultimo film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Se l’unione tra Pier Paolo e Ninetto non è consacrata da nessuna convenzione, essa si regge però su un altro foedus, più profondo e sincero, legato ai sentimenti e agli affetti: ed è proprio questo foedus che Ninetto ha violato. Sono tanti i versi in cui il poeta rinfaccia al compagno il suo tradimento: “Il vostro posto era al mio fianco,/e voi ne eravate anche fiero; dicevate,/del sedile della macchina presso il volante,/“Qua ci devo stare solo io” (son.39); “…ora maledico/il giorno che vi ho incontrato/dopo averlo tanto benedetto…” (son.11). Inoltre, il poeta ricorda con tenerezza i giorni del suo affetto per il suo amato: “I nomignoli che vi davo per affetto/erano gli stessi che davo a mia madre;/e vi stringevo la mano come a lei.” (son.41); rimprovera al suo amato la mancanza di pietà: “potete avere un po’ di compassione, ma pietà/non ne conoscete, e avete certo calcolato/anche la mia morte…” (son.74) e ancora: “…un Ninetto mai visto/deciso a non avere pietà…” (son.76), addirittura la brutalità: “…vi ascolto, trasognato,/rispondermi che Eduardo al cinema non vale niente,/e lo dite brutale, con occhi da cui ogni riso è sfumato.” (son.75); lo accusa di essere bugiardo: “Ma sei anche bugiardo.” (son.99); lo vede in un’altra luce, col viso deforme e quasi brutto: “vedevo il vostro viso così come è: come di sego/o di pasta ordinaria, plebeo e paccuto,/ma così infantile, così buffamente sulla difensiva,/così tignoso e invincibile, così decisamente muto,/con gli occhi fatti a mezza luna, la guancia densa,/i ricci più fitti che mai…il mio festoso Sancho Panza/ragazzo, ora a me ostile per la mia diatriba,/è posseduto da un Dio che non dà speranza.” (son.26); “…la sua faccia che, così spenta, non è bella;/anzi è quasi brutta.” (son.81): Il suo compagno è ora sottomesso alla sua donna: “Con la ragazza che ami la tua debolezza/ti rende incapace di dignità” (son.86) a cui è legato solo da un vincolo sessuale: “Ti attrae solo il suo sesso di cagnolina/e la pietà che ti ispira.”(son.88), “Tu l’ami male, del resto, come lei;/ami la sua piccola fica;” (son.89). Ci sono tuttavia dei momenti in cui la gaiezza di Ninetto conquista Pasolini come una volta e gli fa dimenticare le sue sofferenze: sono i momenti di estasi dei sonetti 15, 16, 17:

15
Mio capitale, mia riserva, mio giardino,
chi era più felice di me, per la buffa fierezza
di vedervi ridere folgorante come un ragazzino
che non conosce e non vuol conoscere

gli ostacoli che oppone la cosidetta vita, fino
a scorrervi sopra come una distratta brezza?
Mio capitale, mia riserva, mio giardino,
chi la ignora, in fondo la disprezza

la cosidetta vita, e, con essa, chi la vive.
Io che sono un povero umano
implicato in tutto, prosaico, che ride

male, e non sa non piangere, vi ho tenuto per mano
per otto anni, compagno che mi vide
e mi accettò, ma come sempre da lontano.

Si è naturalmente confrontata questa raccolta di sonetti con quelli di Shakespeare, modello a cui si rifà lo stesso autore. A noi vengono però in mente le poesie, altrettanto strazianti, di Catullo, per i tradimenti di Lesbia. Lesbia, cioè Clodia, moglie di Metello Celere, era già sposata e, almeno come ce la descrive lo stesso Cicerone, era una donna di facili costumi. Ma Catullo si invaghì di lei di un amore in cui molto forte era l’attrazione fisica e sensuale: Lesbia era una matrona colta, elegante, affascinante, sensuale e con lei il giovane Catullo credette di stringere un patto d’amore, foedus, che, purtroppo per lui, si rivelò a senso unico. Struggenti sono i carmina in cui il poeta soffre per i tradimenti della sua donna:

72.
Un tempo dicevi di avere come amante il solo Catullo,
o Lesbia; e non avresti voluto cambiarmi con Giove.
Era il tempo in cui ti amavo, non come si suole un’amica,
ma come un padre ama i suoi figli, un suocero i suoi generi.
Ora invece conosco chi sei; e, quand’anche la mia passione divampi più ardente,
tuttavia ti considero più volubile e più abbietta.
“Come si spiega?”, mi chiedi. Un tradimento come il tuo
spinge ad amare di più, ma a voler meno bene.

Altrettanto struggenti sono i lamenti di Pasolini per l’abbandono e il tradimento del suo amato.
Notiamo anche che il sonetto 64, (per caso?), inizia allo stesso modo del componimento di Catullo:

Dicevate un tempo, non molto fa –
in un giorno degli anni che se ne sono andati –
quando, nel vostro modo buffo, parlavate
della morte – che volevate noi due sotterrati

uno vicino all’altro, per restarcene
lì fermi insieme tutta l’eternità;
“Così!”: e cercando di star serio mettevate
le mani in croce sul petto (ma vi scappava

ben presto da ridere). Ed era vero,
che volevate questo, come un ragazzino
che non aveva al mondo altra compagnia.

Adesso lo vorreste ancora? Il pensiero
che nella tomba vorreste star vicino
ad un’altra persona, mi spinge alla pazzia.

Come Catullo pregava gli dei di liberarlo dall’amore per Lesbia, per non soffrire più, così Pasolini cercò in tutti i modi di trasformare l’amore che provava per Ninetto in amicizia e affetto e non sappiamo fino a che punto ci riuscì. Cercò di esorcizzare l’amore per Ninetto anche nel film Il fiore delle Mille e una notte dove non è difficile vedere il poeta dietro la figura di Aziza, la cugina del protagonista, Aziz-Ninetto, e dove alla fine, per la sua leggerezza, Aziz subisce la crudele punizione dell’evirazione.

Pier Paolo e Ninetto felici

Noi pensiamo, forse romanticamente, che Pier Paolo amò Ninetto fino alla fine e che in questo senso sia stato giusto il destino che li fece incontrare l’ultima volta, proprio poche ore prima della morte del poeta.

© Agata Amato