Intevista a Gesù, di Marco Cicala

da “Il Venerdì di Repubblica”, 30 agosto 2013

Era un giovane antifranchista. Pasolini ne fece il suo messia nel Vangelo secondo Matteo. Alla vigilia di una conferenza italiana, incontro con Enrique Irazoqui. Cristo riluttante, che del regista dice: «Fu un genio. Non un santo. Né un martire»

CON UNA NOTA DI ENRIQUE IRAZOQUI E UN RINGRAZIAMENTO AD AGATA AMATO E GIORGIO DI COSTANZO

Cadaqués. Gesù non beve. Fu­mava, ma ha smesso. Era marxista. Ha smesso. Da giovane, l’ha stracciato a scacchi il princi­pe del dadaismo; ha rubato la scena al pa­dre della beat generation; ha mangiato i tortellini in trattoria con Elsa Morante. E andava da Rosati assieme a quelli che an­davano da Rosati: Guttuso, Moravia, Maraini: «Ma se c’era Elsa, Dacia non veniva».

Vabbè però adesso basta col giochetto: Gesù si chiama Enrique Irazoqui e nella sua vita avanti Cristo era uno studente di econo­mia all’università di Barcellona. Militava pure nel sindacato giovanile. Comunista. Clandestino. Perché al volante della Spagna c’era Francisco Franco. Per via della madre (nata, quasi un presagio, a Salò) Enrique se la sbrogliava bene con l’italiano, e così il Par­tito lo spedì a Firenze e Roma in missione speciale.
Si trattava di cercare appoggi tra i big della politica e della cultura. Sostegno pecuniario, ma non solo: «Volevamo invitar­li in Spagna a tenere conferenze contro la dittatura. Se li lasciavano parlare, bene. Se li arrestavano, pure meglio. Lo scandalo ci avrebbe fatto ancora più gioco». Era il feb­braio 1964. Irazoqui aveva 19 anni e un bel volto angoloso da antico eresiarca. In Italia venne preso in consegna da un gentil accompagnateur del Pci. Gli fecero vedere La Pira, Pratolini, Nenni, Bassani… Per ultimo lo por­tarono all’Eur, da Pasolini. Avvertendolo: «Guarda che è poeta. E omosessuale».
Enrique Irazoqui sedeva a casa di PPP e quello lo ascoltava in piedi, girandogli intor­no senza spiccicare parola. Alla fine disse: «D’accordo, verrò in Spagna. Ma prima tu devi farmi un favore». Quale? «Interpretare Gesù nel mio prossimo film». Pardon? «Sarà un racconto epico-lirico, in chiave nazional-popolare, sai Gramsci? Dobbiamo restituire Cristo al popolo. Perché gli è stato rubato dalla classe dominante».

Irazoqui era allibito. «Risposi di no. Per me la religione significava il cattofascismo franchista. Ero un ateo militante. Fedele al motto di Kropottón secondo cui L’unica chie­sa che illumina è quella che brucia». Parole sante, «ma non ti hanno mandato in Italia anche a raccogliere soldi?» gli bisbigliò, luciferino, l’emissario del Pci. «Guarda che se accetti sono m-i-l-i-o-n-i». Eh già. Allora affa­re fatto. Prodigi del materialismo dialettico. Tempo pochi giorni, Enrique, ancora mino­renne, ottiene il nihil obstat dei genitori. Sarà sua madre a negoziare il contratto col pro­duttore Alfredo Bini. Le riprese del Vangelo secondo Matteo lo porteranno a Barletta, Crotone, Matera… Un Meridione dove «i vol­ti degli uomini parevano scavati nel diaman­te e nel carbone». Un sud «molto, ma moolto più sud di quello spagnolo». Nelle pause di lavorazione, donne di nero vestite gli chie­devano miracoli. Così, a la carte. Ma poi sor­prendendolo con la cicca in bocca, si ritira­vano sdegnate. Perché Cristo non fuma.

Temendo che a quasi mezzo secolo dal film non lo riconoscessi, Irazoqui mi è venuto incontro benedicendo. Porta un panama si­gnorile e scarpe minorchine. Da anni vive qui a Cadaqués, che fu la Saint-Tropez catalana e il Vittoriale mediterraneo, ora casa museo, di Salvador Dalí. «Quel fascistone» dice En­rique accenando alla (brutta) statua del Divi­no, che domina la baia e lo ritrae molto più ricciuto del vero: diresti Sor Pampurio.

Sediamo nel bar accanto a quello dove Irazoqui, giocatore precocissimo e temibile, batteva a scacchi Duchamp: «Era stato un asso, ma ormai aveva i suoi anni. Alla fine, la moglie Teeny mi pregò: Evita le partite con Marcel, che poi la notte sta lì a rimuginare e non mi dorme». C’era anche John Cage: «Simpa­ticissimo. Mai visto scacchista peggiore» sogghigna Gesù. E punzecchia: «Vediamo se anche lei mi farà  la domanda che tutti mi ri­volgono nelle interviste. Quale? Glielo dirò alla fine». Parla un italiano irreprensibile. Ma sul set non gli servì. Sarebbe stato doppiato. «Durante la scena della crocifissione davo i numeri. Letteralmente. Urlavo al cielo: Cin­que, sei, sette!!». Messia riluttante, non si è mai voluto rivedere nel Vangelo. «Mi invitano spesso a parlarne. Ma appena comincia la proiezione vado a farmi un giretto». Non de­rogherà nemmeno a Trieste dov’è ospite del festival Mille occhi, dal 12 al 15 settembre.

Ride ripensando a Ninetto Davoli che, allora sedicenne, si aggrappava alla giacca di PPP, implorando tra due ciak: Pier Paolooo, moo compri er motorino! «Non ho l’impressio­ne di aver fatto un film. Giravo cinque, dieci minuti. Poi si giocava a pallone. Pasolini era forte. A scacchi invece non ha mai voluto af­frontarmi. Gran narciso». Si sentiva Gesù Cristo? «Si sentiva tutto. Voleva essere Cri­sto, la croce, i sassi di Matera, Mamma Ro­ma…». Mentre alla madre Susanna fece recitare la Madonna da vecchia: «Sul set la trat­tava malissimo. Ai piedi della croce la  voleva disperata. Le gridava: Pensa a Guido!». L’altro figlio, il partigiano morto ammazzato nelle foibe.
Perché scelse Irazoqui per la parte? «Da tempo cercava un Gesù iconoclasta. Ave­va pensato di proporre il ruolo a Jack Kerou­ac, ad Allen Ginsberg, poi al poeta russo Evtušenko… Forse la mia faccia gli ricordava la pittura che amava: Giotto, Piero della Francesca, El Greco. Eppoi c’era il fatto che ero un militante rivoluzionario. Ma quando discutevamo di Spagna mi faceva incazzare. Diceva: Beati voi che avete una dittatura. Alme­no potete ancora identificare il nemico. No, io preferivo la libertà di Roma. Entrare alla li­breria Rinascita e comprarmi DasKapital in santa pace. Oppure andarmene da Rosati».

Pasolini «era uno torturato, angosciato da tutto. Non rideva mai. Al massimo sor­rideva. Vestiva come un borghese di provin­cia, attento ai completi, alle cravatte. E malgrado le tirate contro l’industrializza­zione, stravedeva per le macchine veloci. Era un uomo di eccezionale intensità. Esat­tezza radiografica. Per impersonare i fari­sei, voleva uomini dalle facce stronze. Sce­gliendoli, li scrutava in volto: Scommetto che lei vota Msi. Vero? E quello: Beh, in effetti…».

Nel cast aveva tirato dentro anche intel­lettuali: Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Francesco Leonetti… «Sì, mi ricordo di Enzo Siciliano e Giorgio Agamben: minaccia­rono uno sciopero in difesa della madre Susanna e di Ninetto che ritenevano anga­riati da Pier Paolo. Lui non era un santo. Né un profeta. E – di là delle persecuzioni che subì – forse non fu nemmeno un martire. Mi domando come sarebbe stato da vecchio. Anche di Gesù mi chiedo come sarebbe sta­to se non fosse morto giovane».

Nessuna indulgenza: «Perché beatificar­lo? Su alcune cose Pier Paolo aveva fiutato giusto e in anticipo. Su molte altre no. Appli­cava l’etichetta fascismo a troppi fenomeni che non c’entravano: società dei consumi, tv… Idealizzava il mondo contadino, che invece può essere atroce. Difendeva le tradizioni, che possono essere mostruose. Qui in Spa­gna, fino a pochi anni fa, c’era una festa po­polare dove una capra viva veniva portata in cima a un campanile e scagliata giù. A lei sembra che tradizioni del genere vadano tu­telate?». Che ne pensa Irazoqui degli altri film di Pasolini? «Il mio preferito resta Accattone. La Trilogia della vita non mi piace. Teorema mi dà sui nervi. Salò non l’ho visto».

Meglio parlare di Elsa Morante: «Un’a­narchica. Il mio vero Pigmalione. Fu lei ad insegnarmi tutto in quei mesi romani. Al giradischi ascoltavamo le musiche che ave­va scelto per il Vangelo. Mi iniziò ai tortelli­ni alla panna». Enrique alloggiava in un alberghetto dei Parioli e girava con biglietti da diecimila lire arrotolati in tasca. Ma se li scialò tutti, e per tornare in Spagna gli toc­cò svendersi le macchinette fotografiche.

A casa ebbe noie dal regime: «Roba di poco conto. Mi arrestarono un paio di volte e subito venni rilasciato: dopotutto ero un figlio della buona borghesia». Recitò in qualche filmetto da nouvelle vague catala­na. Ma intanto aveva capito un paio di cosette utili: «Primo: che anche in Spagna la gente non voleva la rivoluzione ma la Sei­cento. Secondo: che l’economia sarà pure, marxianamente, il motore della storia, però non faceva per me. Tornando a casa dalle lezioni mi buttavo a leggere Kafka e i Sur­realisti. Non ho mai capito fino in fondo la differenza tra debito e credito».

Passò ad altra disciplina. Acchiappò una borsa di studio negli Stati Uniti e rimase a lungo laggiù. Insegnando letteratura spa­gnola nei college, smanettando coi primi programmi di scacchismo informatico («Ma il computer è cretino. Non impara. Ripete sempre lo stesso errore»). Apprese della morte di Pasolini a Minneapolis. Dai giorni del Vangelo l’aveva rivisto solo una volta, di sfuggita, a Parigi. In quello stesso novembre del ’75 morì anche il Caudillo. Ma Irazoqui tornò in Spagna solo a fine anni Ottanta. Oggi ha tre figli, cinque nipoti, tut­ti negli States. La terza moglie, Ans, olan­dese, l’ha conosciuta qui a Cadaqués. Pensionato non domo, passa il tempo bighello­nando tra i caffè, fotografando la gente ai tavolini, socializzando su Facebook.

Ma Pasolini mantenne la promessa? Ven­ne a parlare in Spagna? «Certo. All’universi­tà di Barcellona non si riuscì ad ottenere un’aula Così ripiegammo sulla sala autopsie dell’istituto di medicina legale. Stracolma. Lui fece un discorso sull’antifascismo».

Adesso è ora che Irazoqui riveli qual è la domanda che si sente rivolgere in ogni santa intervista. «Con sguardo mistico, finiscono sempre per chiedermi, all’incirca: Aver inter­pretato il Figlio di Dio ha cambiato nel profondo la sua visione della vita?». Io però non gliel’ho chiesto. «Lei no». Allora glielo chiedo.

La risposta del Gesù di Pasolini è un gesto mediterraneo. Molto eloquente. As­sai poco benedicente.

Marco Cicala

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Mentre sto per pubblicare questo documento ripreso dal “Venerdì di Repubblica” del 30 agosto 2013 giungono alcune brevi precisazioni che Enrique Irazoqui scriveva nel tardo pomeriggio di oggi nel “Gruppo Pasolini” all’interno di Facebook. Le riporto puntualmente qui per dovuta e corretta informazione. [A.M.]

«A proposito della intervista apparsa ieri su Repubblica. Il giornalista non ha ancora avuto la gentilezza di mandarmela, ma grazie a voi ho potuto leggere un po’. Non ho mai detto che Pier Paolo Pasolini trattava malissimo sua madre sul set. Era semplicemente incapace, la adorava. Nella scena della crocefissione è vero che le diceva “pensa a Guido”, come a me diceva “pensa ai fascisti” di fronte ai farisei, per stabilire un rapporto tra la scena che dovevamo girare e la nostra vita personale. Agamben e Siciliano volevano fare uno sciopero, vero, ma io sono stato contro e non si è fatto. E sono stato contrario perché non ero affatto d’accordo con chi diceva che Pier Paolo trattava male sua madre o che si sarebbe dovuto cacciare via Ninetto. Sono sempre stato marxista, dai 16 anni in poi, grazie mille. Come ho detto prima, non ho ancora letto tutta la intervista. Intanto volevo chiarire questi punti. [Enrique Irazoqui, 31 agosto 2013]