PPP in Brasile nel 1970. Un viaggio e la poesia “Gerarchia”  

Pasolini nella casa dell'Eur. Foto di Deborah Beer

Nel 1970, un viaggio a Rio de Janeiro in compagnia di Maria Callas dà modo a Pasolini di riflettere sulla faccia notturna e ambigua  del Brasile e di trasferire poi le sue impressioni nel testo poetico Gerarchia che, dopo una prima apparizione in “Nuovi argomenti”, ottobre-dicembre 1970, uscì nella raccolta poetica Trasumanar e organizzar (Garzanti, Milano 1971). Oggi è leggibile anche in Tutte le poesie, a cura di W. Siti, II, “Meridiani” Mondadori, Milano 2003, pp. 207-211.
Di quella esperienza, fonte di poesia, racconta Matteo Cuccini, libraio e scrittore,  in un bell’articolo ripreso da “Pagine corsare” , dopo essere apparso nel 2005  in “Musibrasil”.
 

Pasolini in Brasile
di Matteo Cuccini

“Musibrasil” – 2005

Nel lontano 1970, in piena dittatura militare, Pier Paolo Pasolini vola a Rio de Janeiro. Un passaggio quasi dimenticato di cui non resta traccia se non nella memoria di pochi intellettuali dell’epoca. Pasolini vola a Rio in compagnia di Maria Callas per un breve soggiorno, una vacanza. Ma in quei giorni la penna del poeta non può sottrarsi a riflessioni sul paese, oggi come allora, ricco di contrasti sociali e di poteri forti. Nascerà così una poesia che lo stesso raccoglierà, un anno più tardi, nel volume Trasumanar e organizzar, edito da Garzanti:Gerarchia.. Nei primi anni ’80 la stessa sarà tradotta, per mano dello studioso Michel Lahud, in lingua portoghese con il titolo di Hierarquia.
Sbrigate le formalità che sempre un viaggio comporta, Pasolini abbandona i suoi passi curiosi all’«ignoto», in una sorta di ricerca per i danteschi gironi infernali che altro non sono che le strade di Rio, ricche di umanità e miseria, di cieco potere, di «marchettari» e di poveri europei «spinti dalla povertà a fare di un esilio la vita». Gerarchia è un viaggio nel viaggio, un itinerario in un Brasile degli anni ‘70 non troppo diverso da quell’Italia periferica, di margine e di povertà, ritratta nella pellicola Accattone.

Rio de Janeiro. Favelas

Rio de Janeiro. Favelas

Pasolini vive un esperienza diretta con la città, almeno quella non ufficiale, una esperienza che lo porta, sotto la guida fedele di Joaquim, prostituto per mille cruzeiros a Copacabana, per le strade delle favelas «percorse dai rigagnoli delle fogne», dei sottoproletariati e della vecchia borghesia fascista filoamericana. Lo scrittore si perde miracolosamente in una Rio dominata dall’illogica logica dei poteri e delle gerarchie, in una Rio di angeli in cui non c’è più niente da difendere se non la propria vita: il quotidiano diritto all’esistenza. Una Rio dove «di tutto son padroni il denaro e la carne», dove la sorte o l’ingenuità possono spingere giovani brasiliani ad imbracciare le armi e a lottare «indifferentemente, per il fascismo o la libertà». Dove pare sempre più difficile distinguere un sicario di partito da un sovversivo comunista.
Ma è la gerarchia che in fondo lo vuole, l’astuzia dei potenti che affonda gli artigli del potere nell’ingenuità dei giovani, «inesperti di imperialismo classico». E’ il gioco della lotta fra le classi, fra le deboli maglie del quale fatalmente filtra il germe miserabile della frammentazione sociale, dell’isolamento culturale e della rassegnazione che inevitabilmente alimenta la forza del potere e dei suoi spietati falchi. Gerarchia è il ritratto appassionato di una Rio da vecchio Impero che già tende al nuovo.
Il «vecchio Impero da sfruttare», il nuovo con i suoi fardelli di cecità e di spietato progresso capitalista, comune denominatore della società contemporanea dove, per beffa di una sorte brutale, «colui che cava gli occhi può essere scambiato con colui a cui gli occhi son cavati». Ecco che il Brasile, per mano del poeta, è assunto a metafora di un divenire storico inesorabilmente teso all’autodistruzione, divoratore di se stesso e di tutta quella umanità, oramai disumanizzata, che pensa soltanto a vivere.
Pasolini riflette nei versi della poesia, che è quasi narrativa o prosa artistica, la sua esperienza diretta, carnale e radicale con le labirintiche periferie della città sudamericana, epicentro di dissertazione sulle illusioni della modernità e dei nuovi poteri.
Ma Gerarchia, in tutta la sua straordinaria forza visiva ed evocativa, è anche un grande omaggio al Brasile, un ritratto dalle tinte forti in cui non mancano pennellate di impareggiabile lirismo. E’ così che, attraverso l’occhio del poeta, si materializza una Rio da «notte di pioggia che non porta il fresco e bagna le strade miserabili», una Rio di gente umile e gentile e di giovani che «giocano biechi al pallone di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano». Una Rio da ragazzi di vita vestiti in «canottiera e calzonacci» e di madri canute che invecchiano «come invecchiano le povere».
La voce di Pasolini evoca, oggi più che mai, ancora un grande fascino nel dibattito politico e culturale del Brasile: lo dimostrano gli studi, gli approfondimenti e le mostre che ogni anno atenei ed associazioni di tutto il Brasile dedicano al nostro poeta, a sostegno della sorprendente attualità delle tematiche a lui più care. Non pochi riconoscimenti ha peraltro di recente ricevuto il cortometraggio Dramàtica (2005)  di Ava Rocha, liberamente ispirato alla poesia Gerarchia.
Il corto incentra la sua struttura narrativa su continui parallelismi fra gli anni ‘70 e i primi anni del XXI secolo, fra la dittatura militare di quel tempo e la più attuale condizione sociale del Brasile, plasmata da una stagnante apatia della classe politica.

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